L’exit poll ideologico

Come riportato da tutti gli organi di stampa Umberto Bossi ha fatto sapere a Salvini che lui voterà l’indipendente di Fi Reguzzoni perché il Carroccio «ha tradito».

È stato molto più di un marginale exit poll, è stato l’annuncio di una catastrofe ideologica della Lega, che ha perso totalmente la bussola e si è instradata in una deriva estremistica purchessia senza capo né coda, al punto da non riuscire nemmeno a sfruttare la scia dell’estremismo europeo che ha trovato un consistente sbocco politico con le elezioni.

Intendiamoci bene in mezzo a tante cazzate Matteo Salvini imbrocca qualche dichiarazione sensata, come quella di considerare Macron un folle guerrafondaio, ma non trova un filo di collegamento con la storia del suo movimento, con le forze sociali di riferimento e con la dirigenza territoriale. Scommettere sul generale Vannacci prestato alla politica è sintomo di pura schizofrenia; rifugiarsi nella autonomia differenziata regionale a costo di aggredire chi sventola in Parlamento il tricolore, a costo persino di dichiarare come ha fatto il parlamentare leghista Crippa che “cantare Bella Ciao è un gestaccio più grave di inneggiare alla Decima Mas”, è segno di totale eresia politico-costituzionale e di tradimento delle proprie origini e della propria storia.

Così come la Lega aveva avuto un grosso successo elettorale alle ultime elezioni europee del 2019 (34%) in quelle attuali ha ottenuto un consenso di mera sopravvivenza, scavalcata dalla rediviva Forza Italia.

Prendo le mosse dal leghismo in crisi per affrontare il disastro emergente dal risultato delle elezioni europee. Se vogliamo, il percorso leghista è emblematico di quello di tutta la politica italiana e non solo, ne può costituire la inquietante ma significativa metafora. Sto tentando di analizzare la realtà introducendo un parallelismo post-ideologico fra Italia ed Europa.

Finite le ideologie, di cui non mi vergogno di soffrire la mancanza, il popolo italiano si è affidato al primo avventuriero di passaggio: vale per Berlusconi, per certi versi anche per Renzi (fatte le debite distinzioni e ammettendo onestamente di avere nutrito qualche speranza in lui), per Grillo (che ha tentato di drenare l’antipolitica trasferendola nelle istituzioni), per Salvini (che ha cavalcato spregiudicatamente le peggiori paure degli italiani) e, da ultima, per Meloni. L’elettorato senza forti legami valoriali è allo sbando (non serve più nemmeno l’antifascismo a riportarlo alla regione). Non è un problema squisitamente italiano, ma europeo e mondiale. Il crescente fenomeno dell’astensionismo elettorale trova nel crollo delle idealità di riferimento la sua principale causa, accompagnata da una politica sempre più bottegaia e incapace di affrontare i problemi. C’è poco da fare: senza i valori di fondo la democrazia muore, la politica perde significato e i cittadini perdono il coraggio di votare. Bene ha fatto Massimo Cacciari a gridare all’inqualificabile giornalista (?) Italo Bocchino di smetterla di dire puttanate, mandandolo a quel paese in modo molto eloquente (era proprio ora che qualcuno lo facesse!): Bocchino, da autentico professionista della mistificazione filo-meloniana, sosteneva che la disaffezione alle urne dipende dal fatto che i cittadini si sentono talmente sicuri della tenuta del sistema democratico al punto da disertare tranquillamente e in massa le urne.

Papa Francesco, parlando della Terra Santa e delle guerre in atto, ha osservato che «le ideologie non hanno piedi per camminare, non hanno mani per curare le ferite, non hanno occhi per vedere le sofferenze dell’altro». Se le ideologie dimostrano questa loro inadeguatezza, anche la politica non trova più riscontro nella realtà, perché non si aggancia ai valori e di conseguenza non vede i bisogni della gente.

Durante le animate ed approfondite discussioni con l’indimenticabile amico Walter Torelli, ex-partigiano e uomo di rara coerenza etica e politica, agli inizi degli anni novanta constatavo, assieme a lui, che alla politica stava sfuggendo l’anima, se ne stavano andando i valori e rischiava di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restava che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”. Fummo facili profeti, con l’aggravante che la politica non è più per il singolo cittadino nemmeno la mera e sbrigativa difesa degli interessi individuali, ma addirittura la fuga mediatica dalle proprie responsabilità.

Mentre la destra riesce comunque a respirare col polmone del potere e/o con le promesse populiste, la sinistra si rifugia in tanti scollegati polmoncini d’acciaio: la destra può fare a meno dei principi, la sinistra no. E pensare che la fame etica è tanta (si pensi al bisogno di pace), che la sete di giustizia è enorme (si pensi alle povertà crescenti), che il desiderio di serenità sociale è fortissimo (si pensi all’immigrazione e alle tante contraddizioni socio-economiche). Cosa impedisce alla sinistra di “cavalcare” questi sentimenti popolari?

Torno indietro nel tempo a costo di essere campanilisticamente italiano.  Probabilmente si è avuto fretta di buttare a mare le due esperienze politiche fondamentali del dopo-guerra: quella comunista e quella cattolica, che non sono riuscite, dopo la lunga contrapposizione, a trovare un indispensabile modus vivendi. In Europa sta succedendo, seppure in tempi più lunghi, la stessa cosa con riferimento alla casa socialista ridotta ai minimi termini e a quella popolare che si difende ristrutturandosi in mera villa conservatrice.

Questo rimane il nodo incompiuto della politica italiana: la morte di Aldo Moro ci ha spiazzato, bruciando l’unica prospettiva seria, quella del compromesso storico preludio alla bipolarizzazione comunisti-democratizzati e cattolici-disintegralistizzati. Siamo rimasti a questo palo e allora la politica ai vertici è diventata, strada facendo, un affare sempre più impellente (dal Caf al berlusconismo), mentre alla base è diventata persino una questione da rimuovere con la scriteriata corsa all’antipolitica. La fine dell’eredità politica di De Gasperi, Adenauer e Schuman sta gettando l’Europa nel panico, nel più bieco dei conservatorismi e nelle nostalgie fasciste e addirittura naziste. Se ad un automezzo togli i comandi e le guide non può che andare a sbattere.

Il ricollocamento politico in Europa non ci ha aiutato, forse l’Europa ci sta aiutando ad andare nel fosso o forse siamo noi che aiutiamo l’Europa ad andarci: ci siamo inseriti malamente nelle famiglie europee, peraltro in gravi crisi, finendo addirittura col ripiegare nell’euroscetticismo o nell’europeismo di maniera. Le ultime elezioni europee ne sono state la clamorosa dimostrazione: siamo rimasti indietro senza cogliere gli insegnamenti democratici del passato, siamo incapaci di guardare avanti perché siamo vittime di equilibri internazionali fuorvianti e condizionanti, stiamo buttando a mare persino la Costituzione…e l’Unione europea.

Dio, patria e…galera

Che i figli paghino per le colpe dei padri è una inciviltà dalla quale il mondo stenta a liberarsi. Chi nell’anno del centenario ha riletto Dante può rammentare la sdegno e l’invettiva (“non dovei tu i figliuoi porre a tal croce./Innocenti facea l’età novella…”). Che i figli paghino per la colpa della madre, dalla quale non possono neppure esser separati quando essa vien messa in prigione, perché stanno ancora nel grembo, è una crudeltà dalla quale il nostro codice penale ci ha finora scampati, rinviando obbligatoriamente l’esecuzione della pena.
Finora, ho detto, perché adesso si vuol cambiare. Si vuole che il rinvio della galera a più tardi non sia più obbligatorio per le donne incinte o col bimbo fino a un anno, ma solo facoltativo, secondo che al giudice parrà. Cosa che già funziona se i bimbi hanno passato l’anno anno e stanno sotto i tre, e devono andare in prigione insieme con la mamma condannata. È questo il colpo di genio del Ddl “sicurezza” per salvare i borselli sul metrò (un’ossessione televisiva) dall’astuzia delle mamme ladre, nel testo blindato in Commissione nei giorni scorsi. (Dal quotidiano “Avvenire” – Giuseppe Anzani)

Non so se il “Dio, patria e famiglia”, a suo tempo e oggi così come sembra rispolverato, potesse e possa prevedere l’obbrobrio di cui sopra: che i nascituri e i nati nel loro primo anno di vita possano subire in seno o in capo alla madre, un trattamento penitenziario è roba che oserei definire “nazista”. E tutto per una fantomatica e fumosa ragione di sicurezza da buttare negli occhi degli ossessionati cittadini, che quindi si potranno sentire più sereni, sapendo che i bimbi pagano il conto penale assieme alla madre-ladra. Agli eventuali furti sui metrò rispondiamo rubando la sacrosanta libertà a soggetti innocenti e fragilissimi. Se questo è giustizia…se questo è onore a Dio… se questo è amor di patria…se questo è rispetto per la famiglia…

Preferisco di gran lunga correre il rischio di essere scippato sul bus piuttosto che addormentarmi col peso sulla coscienza di bambini reclusi assieme alla loro madre. E poi, quale coerenza c’è fra l’insistenza antiabortista dell’inserimento dei rappresentanti delle associazioni pro-vita nelle strutture di appoggio alle donne e la legalizzazione di un vero e proprio aborto post-nascita.

Dare madri e figli in pasto alla valutazione di un giudice, per quanto questi possa essere coscienzioso e sensibile, è pur sempre una scelta folle. La tanto sbandierata difesa della vita non si può fermare al concepimento, ma deve andare alla gestazione, alla nascita, all’educazione, alla salute, all’assistenza degli anziani, al rispetto per chi soffre senza speranza di guarigione, alla comprensione verso chi è disperato, etc. etc.

La Costituzione italiana tutto prevede e noi la stiamo distruggendo pezzo a pezzo. E perché? Perché vuolsi così colà dove si fa politica col culo populista. E più non dimandare!

 

Armiere, armaiolo, cadaveri belli

Quali sarebbero le armi difensive inviate all’Ucraina? I missili sono armi difensive? Io sono contrario all’invio di ogni tipo di arma perché, dal mio punto di vista, un missile non è un’arma difensiva». Così il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa commenta quanto detto dalla premier Giorgia Meloni a margine del vertice Nato. «Io sono contro l’invio di ogni tipo di armi all’Ucraina perché sono favorevole a un processo negoziale che deve avere come unico scopo la pace – aggiunge Crippa – Finché inviamo armi è chiaro che alimentiamo guerre e finché alimentiamo guerre contribuiamo alla morte di persone sia della Russia sia dell’Ucraina».

La premier, a margine del vertice, si era detta “soddisfatta” del summit, e in particolare dell’inviato speciale per il fianco sud dell’Alleanza, che l’Italia aveva sollecitato e per il quale «intende presentare la sua candidatura», discussa anche con Joe Biden. La bacchettata al leader della Lega è arrivata quando ha risposto sull’opportunità di togliere i limiti all’uso delle armi occidentali a Kiev per colpire in Russia. «Noi in Ucraina ci siamo concentrati sui sistemi di difesa aerea, che è il modo migliore per difendere una nazione aggredita. Lo dico anche a chi da varie parti dice che se si continuano a inviare armi all’Ucraina si alimenta la guerra (come ha detto anche Salvini, ndr)». Secondo la premier «dipende da cosa si invia», perché «se l’Italia non avesse mandato i sistemi che sono fiera di aver mandato, non è che quei missili non sarebbero partiti lo stesso. Semplicemente avrebbero colpito più gente». E l’ultimo raid di Mosca contro l’ospedale oncologico di Kiev per la premier sarebbe la prova principale del fatto che Vladimir Putin condisca la sua propaganda solo di menzogne. Quindi, sì all’invio di missili in aiuto a Kiev per Meloni che, nella sua affermazione ha, di fatto, fatto riferimento alla Lega e a Salvini. Lega che, a stretto giro di posta, ha nuovamente risposto alla premier.

La premier ha poi negato che Salvini sia un problema politico per la sua posizione sul conflitto rivendicando in qualche modo di aver garantito la linea: «La maggioranza è sempre stata molto compatta su questa materia, lo dimostra una linea italiana che è chiarissima in tutto il mondo… il governo ha rispettato il suo programma e i suoi impegni con una solidità che mi corre l’obbligo di ricordare non abbiamo visto in tutte le maggioranze che ci hanno preceduto e che non vediamo attualmente neanche nell’opposizione». (dal quotidiano “La stampa” – Ilario Lombardo)

Mi vergogno un po’, ma, se devo essere sincero, sono perfettamente d’accordo con Crippa e con Salvini sul tema delle armi all’Ucraina. I miei detrattori si precipiteranno a dire che, come sempre, gli estremi si toccano. E chi però può pregiudizialmente negare che gli estremi possano avere qualche ragione?

Il problema, checché ne dica, Giorgia Meloni ce l’ha in casa centro-destra; per quanto mi riguarda, io il problema ce l’ho con la sinistra, che non osa distinguersi su questo colossale problema. Chi mi legge, più o meno abitualmente e chi mi conosce, più o meno approfonditamente, sa come la penso: di armi non ne voglio sapere, né di offesa né di difesa, e mi fa sorridere chi si esercita in queste sottigliezze.

Finché si continuerà a fabbricare armi, a venderle a fornirle agli alleati, non si potrà fare a meno di usarle e finché si useranno non si potrà fare alcun passo avanti sulla via della coesistenza pacifica. Prima di tutto viene questo radicalismo etico-culturale, poi può venire il pragmatismo della diplomazia: le due tappe non si possono scambiare temporalmente.

La posizione del governo italiano, seppure adottata in buona e larga compagnia, è anti-costituzionale: il resto è fuffa bellicista. Per me esiste una tripla vergogna in ordine al governo di destra. Innanzitutto non ammetto e non sopporto la piaga-gara del neofascismo impressa nelle carni degli attuali partiti di maggioranza.

Al riguardo mi sovviene una storiella di un padre e del figlio piccolo, che facevano la gara alla pernacchia più rumorosa: finì che il bambino se la fece addosso a forza di spingere. Mi sembra la gara tra Meloni e Salvini. C’è però anche Tajani che non può fare a meno di pestare le cacche degli alleati, salvo pulirsi continuamente e penosamente le scarpe, senza peraltro riuscirci tanto è il fetore e la sporcizia che proviene dagli alleati.

In secondo luogo non accetto che la inopinata legittimazione internazionale di questa destra passi proprio attraverso la logica bellica, che connota i rapporti a livello Ue, Nato e chi più ne ha più ne metta. È una contraddizione in termini…

In terzo luogo mi vergogno che la sinistra e la gente non reagiscano a questo tremendo andazzo e non si distinguano nemmeno un pochettino se non facendo finta di essere diversi, salvo rientrare immediatamente nei ranghi.

So benissimo che non basta vergognarsi, ma cosa posso fare di più? Accetto consigli, suggerimenti e proposte. Grazie!

 

Finta democrazia e vera violenza

Non è la prima volta che gli Stati Uniti sono il palcoscenico di casi di violenza politica nei confronti di presidenti, ex presidenti e candidati presidenziali dei principali partiti. Quello a Trump sarebbe l’ultimo di una lunga serie di attentati che, secondo un rapporto del 2008 redatto dal Congressional Research Service, si sono verificati in 15 diverse occasioni, cinque delle quali fatali per le vittime.

In sostanza, delle 45 persone che hanno ricoperto la carica di presidente, 13 (ovvero circa il 29%) sono state oggetto di tentati omicidi, o omicidi veri e propri. Ovviamente, tale numero non include l’ultimo incidente che ha coinvolto Trump.

Secondo tale report, almeno sette degli ultimi nove Presidenti sono stati oggetto di attentati: tra i presidenti sopravvissuti agli attacchi ci sono Gerald R. Ford (due volte nel 1975), Ronald W. Reagan (una sparatoria quasi mortale nel 1981), Bill Clinton (quando la Casa Bianca è stata attaccata nel 1994) e George W. Bush (quando un aggressore ha lanciato un’arma da fuoco). Secondo fonti non confermate, ci sarebbero stati tentativi di omicidio anche nei confronti dell’ex presidente Barack Obama, Trump e di Biden.

Tornando indietro nel tempo, quattro presidenti in carica sono stati uccisi: Abraham Lincoln (1865), James A. Garfield (1881), William McKinley (1901) e John F. Kennedy (1963). Tre presidenti sono stati feriti in tentativi di omicidio: Ronald Reagan, mentre era in carica (1981), e gli ex presidenti Theodore Roosevelt (1912) e quello di oggi, ai danni di Donald Trump. In tutti questi casi, l’arma dell’aggressore era un’arma da fuoco. Altri due candidati alla presidenza – Robert F. Kennedy, ucciso nel 1968, e George C. Wallace, gravemente ferito nel 1972 – sono stati vittime di attentati. (Dal quotidiano La Stampa)

Dopo aver consigliato a tutti di leggere l’intero, dettagliato ed istruttivo excursus sugli attentati negli Usa ai massimi livelli istituzionale, passo alle mie riflessioni piuttosto strampalate, ma molto accorate e preoccupate.

Parto da una considerazione lapalissiana anche se molto imbarazzante. La violenza è di casa nella democrazia statunitense ed è sicuramente una delle cause che la rendono meno attendibile a dispetto di quanto possa affermare la storia politica: stragi nei college, violenze della polizia, armi a go-go, etc. etc. Lo scontro politico non può che risentirne. È nato prima l’uovo della società violenta o la gallina della politica che, tutto sommato, va a prestito direttamente o indirettamente dalla violenza?

Le reazioni dei big (?) della politica all’attentato a Trump sono tutte improntate alle grida contro la violenza nella battaglia politica: nessuno però ha il coraggio di chiedersi il perché la democrazia americana sia così pervasa dal virus della violenza e non riesca a scrollarselo di dosso, ma addirittura lo soffra in modo drammatico.

Mi permetto di far risalire questo corto circuito ad alcune cause: ne individuo tre in particolare, vale a dire il bellicismo imperante, l’autoritarismo strisciante e lo scetticismo isolante, peraltro tra di loro interconnessi.

Se i rapporti fra gli Stati vengono impostati sugli equilibri bellici, i cittadini hanno il “diritto” di pensare che anche i rapporti interni a livello socio-politico possano essere risolti con sbrigativa ed agghiacciante violenza. L’avversario diventa un nemico e tutto diventa lecito. Stando a Trump, la sua presidenza è stata un inno alla più spinta delle conflittualità nel mondo, al pugno duro contro i migranti, all’egoismo di Stato, fino ad arrivare persino al vagheggiamento di un colpo di mano, che probabilmente non aveva alcuna possibilità concreta di successo a livello istituzionale, ma poteva contribuire ad avvelenare ulteriormente gli animi.

Se l’ordinamento istituzionale (leggi democrazia presidenziale e squilibrio fra i poteri), quello politico (leggi bipartitismo imperfetto) e finanche quello elettorale (si ricordi l’elezione di Trump eletto da una schiacciante minoranza) diventano i polmoni atrofizzati della società, chi dissente radicalmente può arrivare a pensare a gesti estremi o meglio che la democrazia così chiusa ed impenetrabile possa essere un male estremo a cui rispondere con rimedio altrettanto estremo.

A quel punto mentre gli equilibri internazionali vengono basati sul sovranismo, i rapporti con gli elettori vengono impostati sul populismo, il sociale è dominato da lobbismo e corporativismo, l’economia non dà alcuno scampo con le sue insopportabili ingiustizie: la situazione non lascia spazio alcuno alla partecipazione democratica, il dissenso non trova sbocchi, il voto viene ridotto ad inutile rito pressoché referendario, la degenerazione del sistema, formalmente democratico, ma sostanzialmente autoritario, fa emergere un senso di disperata impotenza nei cittadini (qualcuno può essere portato a buttare il presidente nella merda).

Si può arrivare addirittura ad ipotizzare cinicamente e malignamente come la violenza e gli attentati possano diventare strumenti per annientare l’avversario, ma anche per accendere e strappare consensi. Un atroce dubbio al riguardo mi è sorto durante le cronache successive al fattaccio contro Trump, ascoltando come alcuni cittadini avessero scorto un uomo aggirarsi sui tetti, lo abbiano fatto presente alle autorità di sicurezza impegnate sul campo e queste non siano intervenute che a babbo ferito (Trump col pugno resistenziale alzato e la bandiera americana dietro le spalle), nipote ucciso (un malcapitato alla manifestazione) e ovviamente attentatore spazzato via come un animale (non si sa mai che potesse parlare…). La verità su come si sono svolti veramente i fatti non si saprà mai. Il paradosso è spesso normalità nella vita politica malata e nella democrazia agonizzante.

Qualcuno in modo fin troppo disincantato e malizioso arriva a chiedersi come mai, quasi sempre, gli attentati a personaggi politici, presidenti o aspiranti presidenti, di un certo qual indirizzo progressista vadano a segno, mentre quelli, come a Trump, non ottengano l’effetto voluto dagli attentatori ma esattamente l’opposto. I dittatori quasi sempre se la cavano a buon mercato al punto da lasciar pensare a qualche complotto propagandistico. Ho imparato a non considerare nemmeno lontanamente la possibilità di mettere a tacere un dittatore, vero o presunto tale, con la tragica scorciatoia degli attentati per due motivi molto semplici: perché non ammetto la violenza, nemmeno contro i dittatori, e perché i dittatori sanno approfittarne a loro uso e consumo e finiscono col rafforzarsi ed avere l’alibi per mettere in ulteriore difficoltà le eventuali opposizioni.

 

 

 

 

 

 

Il deserto dei barbari

Un “Lighthouse Report” realizzato da un pool di grandi quotidiani europei e nord-americani (Desert Dumps: Discariche nel deserto) con un’inchiesta durata un anno, ha documentato che in tre Paesi africani (Marocco, Mauritania e Tunisia) rifugiati e lavoratori africani sono catturati sulla base unicamente del colore della pelle, caricati su autobus e scaricati «nel mezzo di nulla», spesso in aree desertiche. Qui sono abbandonati senza assistenza, acqua o cibo, esposti al rischio di imprigionamenti, estorsioni, torture, violenza sessuale. Altri, portati nelle aree di confine, sarebbero venduti dalle autorità a bande che li imprigionano e torturano per ottenere un riscatto. Tutto questo avviene, secondo il rapporto, grazie a denaro, veicoli, equipaggiamenti, informazioni e forze di sicurezza fornite dall’Ue e dai governi europei.

Nel caso tunisino sono stati verificati tredici incidenti occorsi tra luglio 2023 e maggio 2024, in cui gruppi di africani sono stati rastrellati nelle città o nei porti e condotti a molti chilometri di distanza, di solito vicino ai confini con Libia o Algeria, e scaricati lì. In un altro caso un gruppo è stato consegnato alle autorità libiche e incarcerato in un centro di detenzione.
Come se non bastasse, nel caso marocchino è stato filmato un gruppo di agenti di polizia spagnoli che entrava regolarmente in un centro di detenzione per migranti. Il rapporto afferma che l’Ue «è ben consapevole delle operazioni di scaricamento e a volte direttamente coinvolta».

Ecco che cosa c’è dietro la diminuzione degli sbarchi: una cinica delega ad altri governi perché si accollino il lavoro sporco di contenere i transiti e un drammatico costo in termini di sofferenze e vite umane perdute. (dal quotidiano “Avvenire” – Maurizio Ambrosini)

La quadratura del cerchio degli equilibri politici europei avviene sulla pelle degli africani: è il moderno colonialismo operato con l’aiuto dei tanto vezzeggiati governi collaborazionisti, che si prestano a fare il gioco sporco in cambio degli aiuti forniti dai governi europei.

Ci sono due capitoli su cui tutti i partner europei, gira e rigira, sono sostanzialmente d’accordo: la guerra e il respingimento dei migranti. I recenti risultati delle elezioni hanno spostato qualche equilibrio verso destra ed è tutto dire, ma non hanno scalfito la corazza di omertà verso il bellicismo imperante, d’insensata corsa agli armamenti giustificata farisaicamente dal dramma ucraino, di macabri balletti filo-israeliani e di autentiche operazioni di pulizia migratoria date in appalto a compiacenti e delinquenziali regimi africani.

Cosa volete che cambi se a capo della commissione europea resterà la sorridente Ursula o andrà qualcun altro appena più serio? Cosa volete che facciano i patrioti se non difendere l’integrità della razza europea? Cosa volete che sia l’aver scongiurato il pericolo neo-fascista in Francia quando il fascismo sta sostanzialmente alla base delle scelte politiche condivise a livello internazionale: guerra e discriminazione non ne sono forse le drammatiche alfa e omega?

Cosa volete che me ne importi se commissario europeo in rappresentanza dell’Italia sarà Raffaele Fitto o altro più (in)degno di lui? Non ricorderò mai abbastanza quando mia sorella andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee: tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Voleva dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Forse da allora la situazione è addirittura peggiorata.

Pensate che in materia bellica l’unico personaggio europeo che va in giro per il mondo a sparlare di pace è Victor Orban: questo assurdo leader sparge a piene mani una vomitevole vignetta di Giorgio La Pira. Paradossalmente, visto che nessuno imita La Pira sul serio, bisogna accontentarsi di chi ne fa la grottesca caricatura.

Pensate che in fin dei conti in materia migratoria la politica dominante è quella di Matteo Salvini: i respingimenti! È lui che ci rappresenta. È lui l’impresentabile cane sganciato contro i migranti, ma poi arrivano i presentabili, che fanno gli accordi barbari con il potere africano: forse sotto sotto c’è solo l’interesse ad impadronirsi delle fonti energetiche sporche: più sporche di così…

Non invidio Marco Tarquinio.  Cosa potrà fare a Strasburgo? Dovrebbe dotarsi di uno spandiletame con cui inondare il Parlamento europeo, sperando che la puzza arrivi fino alle persone che vorrebbero provare a costruire un mondo migliore, dove si cerchi un dignitoso posto per tutti lontano dai deserti delle anime e dei corpi.

 

La presuntuosa fretta della (in)giustizia

Ci avevano sperato fino all’ultimo, nella gabbia degli imputati della Corte d’appello di Brescia, Olindo Romano e Rosa Bazzi. Ma per loro non si riapriranno le porte del carcere: dopo 3 udienze e cinque ore di camera di consiglio, resta quella parola già scandita davanti ad altri tribunali. Ergastolo. La loro istanza di revisione della condanna a vita per la strage di Erba – quattro vittime tra cui un bambino di due anni e una quinta salva miracolosamente, l’11 dicembre del 2006 – è stata dichiara dai giudici della Corte d’Appello della città lombarda “inammissibile”. Il che significa che rimangono, appunto, condannati all’ergastolo, come stabilito anche dalla Cassazione. E inammissibile è anche l’istanza, controversa, presentata dal sostituto pg di Milano Cuno Tarfusser, che per questa sua iniziativa presa personalmente senza l’avallo del suo ufficio, è anche stato sanzionato dal Csm. Il suo commento è tranchant. “Non mi riconosco più in una magistratura, a cui ho dedicato 40 anni della mia vita, che ha perso il metodo del dubbio. Che cosa costava assumere delle prove e decidere?”. (ANSA.it)

 

Il tribunale del Riesame di Genova ha rigettato l’istanza di revoca dei domiciliari per il governatore Giovanni Toti arrestato lo scorso 7 maggio per corruzione in un’inchiesta che ha segnato un terremoto nella regione ligure. Il difensore Stefano Savi aveva chiesto per Toti la revoca della misura o in subordine la conversione nell’obbligo di dimora ad Ameglia (dove si trova ai domiciliari) o di divieto di dimora a Genova. Richieste a cui la procura aveva dato parere negativo e ora arriva anche il no dei giudici. In uno dei passaggi dei giudici si legge che è nelle scelte tecniche che potrebbero favorire interessi di parte e non nell’attività strettamente politica che si “inserisce la persistente pericolosità di Toti, al quale – non a caso – viene contestato di avere scambiato utilità economiche con l’adozione di specifici provvedimenti amministrativi e non certo di avere adottato scelte ‘politiche’ nella sua veste di presidente della Regione”.  (adnkronos)

 

Due casi giudiziari molto diversi che tuttavia mi inducono ad un’unica riflessione/critica sull’operato della Magistratura. Penso sia possibile rispettare le decisioni dei giudici pur criticandole più sul piano umano che su quello squisitamente giudiziario. Se è vero che sono un incompetente in materia giuridica, è pur vero che il cuore mi batte nel petto, magari a dispetto del cervello.

Qualche serio dubbio rimane in ordine alla colpevolezza di Olindo Romano e Rosa Bazzi a prescindere dal solito can-can mediatico costruito intorno alla vicenda, che alla fine si è ritorto contro gli imputati stessi, trasformando la questione in una sorta di paradossale sfida tra le aule giudiziarie e gli studi televisivi.

Sono perfettamente d’accordo col sostituto procuratore generale di Milano: “Che cosa costava assumere delle prove e decidere?”. Spero che lo scopo non sia stato quello di risparmiare tempo: cosa volete che sia concedere una revisione di un processo rispetto ai tempi biblici della giustizia.  Mi auguro, come detto sopra, che non sia stata la piccata risposta della magistratura ai dubbi sollevati sui teleschermi: in ballo non c’è una questione di principio, ma la vita delle vittime e dei colpevoli.

Vengo agli arresti domiciliari per Giovanni Toti. Ma quale pericolosità volete che abbia in questo momento, dopo che le sue vicende sono state messe in modo così chiaro e circostanziato nel mirino della Magistratura: il problema sarà più di diritto che di fatto, vale a dire decidere se il suo comportamento sia coperto dalla pubblicizzazione dei fondi ottenuti oppure se vada ben oltre un interesse politico per scadere nell’affarismo vero e proprio (il confine è labile, ma non può essere attualmente disturbato da un Toti rimesso in libertà in attesa di giudizio).

Morale della favola: in entrambi i casi presi in esame vedo affiorare una sorta di accanimento giudiziario, di presuntuosa rivendicazione di infallibilità, un battere il pugno sul tavolo della giustizia piuttosto che preoccuparsi del fare giustizia, un trattare la persona giudicata o giudicanda come una pratica da assolvere in modo sbrigativo.

E poi, anche i giudici dovrebbero avere un cuore ed essere sempre assillati dal dubbio: hanno in mano la vita di loro simili e non lo possono dimenticare, a costo di indugiare ed esagerare nel sacrosanto rispetto delle persone che passano sotto le loro sacrosante grinfie.

 

 

 

 

Il suicidio assistito dal super-atlantismo

Rischiando di rimanere isolata in Europa, stretta nella morsa dell’Ursula bis e del sorpasso da parte dei Patrioti di Orban e Salvini, Giorgia Meloni si gioca la carta dell’atlantismo convinto e dei suoi ottimi rapporti con Joe Biden sul palcoscenico internazionale del summit Nato di Washington. A margine del vertice, la premier ha ribadito che l’Italia «terrà fede ai suoi impegni» di spendere il 2% del Pil per la difesa: «Ovviamente con i tempi e le possibilità che abbiamo» e considerando anche «l’impegno complessivo del nostro Paese» nell’Alleanza nordatlantica, dove siamo «tra i maggiori contributori di personale in quasi tutte le missioni e le operazioni di pace, perché il nostro know how è molto richiesto». (dal quotidiano “Avvenire”)

Forse pretendo troppo, ma mi permetto di non essere d’accordo con questo atlantismo acritico, bellicista e di maniera. Quando Giorgia Meloni venne nominata premier in molti tremavano all’idea che potesse sgarrare rispetto agli impegni europei ed internazionali dell’Italia. Oggi paradossalmente tremo per un suo eccesso colposo in pur legittimo atlantismo oltre che in strumentale europeismo.

Mi si agghiaccia il sangue nel pensare alle enormi risorse investite (?) in armamenti: abbiamo pochi fondi disponibili per andare incontro ai bisogni essenziali della gente (sanità, istruzione, assistenza, etc. etc.) e stanziamo cifre da capogiro per imprigionare la gente nella logica della guerra.

Alla retorica del “si vis pacem para bellum” contrappongo quella del “si vis pacem para pacem”.  Capisco il paradosso nel pretendere di parlare di pace al summit di un organismo internazionale di difesa militare, ma occorrerebbe il coraggio di occuparsi di una seppur bilanciata ed equilibrata diminuzione delle spese militari, spostando i relativi fondi sugli aiuti umanitari in funzione della prevenzione della guerra.

È oltre modo inaccettabile l’astuzia (?) di deviare l’attenzione dalle inadeguatezze governative nascondendole dietro un “super-atlantismo”, che tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. È storia vecchia quella di fare, preparare e parlare di guerre quando le difficoltà interne al proprio Paese rischiano di mettere in discussione il governo.

Non voglio buttare addosso a Meloni una croce che riguarda tutti i governi aderenti alla Nato ed in particolare quelli aderenti alla Ue. Tutti al vertice Nato hanno da nascondere parecchi errori ed omissioni. Biden cerca l’impossibile rilancio della sua candidatura, Macron cerca la quadratura del cerchio dei nuovi equilibri parlamentari francesi, Starmer vuole certificare la sua vocazione guerrafondaia che fa a pugni con l’idealità del partito laburista, e via discorrendo.

Fatto sta che la Nato è l’unica istituzione che non soffre l’usura del tempo, anzi. L’Onu è fuori come un balcone, la Corte penale internazionale non conta un cazzo ma sentenzia bene, la Ue è in costante ricerca di un ruolo che non riesce a trovare. Sovranismi, populismi e patriottismi danno pseudo-idealità al mantenimento di uno status quo egoisticamente ed irrimediabilmente bellico.

Si può essere atlantisti con un minimo di capacità critica, si può essere europeisti con un minimo di spirito solidale, si può essere pacifisti con un minimo di pragmatismo, si può essere internazionalisti con un minimo di rispetto per l’Onu? Io credo di sì, anche se occorrerebbe la fantasia e il coraggio di un Giorgio La Pira, la saggezza politica di un Aldo Moro, l’umiltà internazionale di un Alcide De Gasperi. Lasciamoci almeno insegnare qualcosa dalla storia di questi uomini. Riscopriamo il neo-atlantismo, il vero europeismo, la lezione diplomatica e pacifica di tanti testimoni. Altro che passerelle Nato…

La forza dell’Italia tajaniana

Voglio provare a rovistare nel centro-destra, una casa che non mi è per niente congeniale, ma che va pur considerata non foss’altro per il fatto che agli Italiani sembra piacere molto. In particolare punto la mia attenzione su “Forza Italia”, sul suo recente esito elettorale piuttosto favorevole e su cosa possa essere basato.

Fino a qualche tempo fa ero portato a considerare questo partito come un vaso di coccio in mezzo a due vasi di ferro, vale a dire in mezzo alle due partitiche arroganze perniciose di Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Non dico che il vaso sia diventato di ferro, ma certamente si è irrobustito e tende a resistere agli urti.

Il motivo fondamentale sembra essere la scelta moderata operata da Antonio Tajani: nei metodi e nei contenuti Forza Italia tende a distinguersi dai partner a costo di apparire spesso come l’utile idiota. A livello Ue si colloca chiaramente nel campo popolare e sfrutta quel poco o quel tanto di considerazione acquisito da Tajani nell’esperienza fatta a livello di istituzioni europee nonché l’effetto di qualche candidatura azzeccata (Letizia Moratti). In Italia evita accuratamente di assumere posizioni aggressive, aderendo spesso al famoso detto del più bel tacer non fu mai scritto.

Sotto questo vestito, probabilmente confezionato dal sarto-mediaset ed esibito in una strana ma vantaggiosa continuità col padre fondatore, però c’è poco o niente. Basti pensare al discorso delle riforme che rappresenta il cavallo di battaglia del centro-destra. Credo che a Forza Italia non piaccia per niente il discorso del premierato (non hanno infatti attualmente l’uomo o la donna che possa fare al caso) e che non piaccia nemmeno la cosiddetta autonomia rafforzata regionale. E allora? Si accontenta della riforma della giustizia sulle ali del ricordo berlusconiano indelebile: poco, meglio di niente.

La ministra Casellati prova a distinguersi proponendo un impossibile clima di dialogo sul premierato: questione d’immagine, che tuttavia potrebbe diventare importante qualora questa riforma dovesse trovare ostacoli in itinere a livello di incostituzionalità.

C’è poi l’eclatante e decisivo risultato elettorale siciliano che ha sfiorato il 24%. Difficile capire a cosa sia dovuto, probabilmente alla forza attrattiva dei cacicchi forzitalioti in gara fra di loro, ma che potrebbero rappresentare la vittoria di Pirro con i loro sgarbi reciproci e le loro smanie di potere.

Potrà Forza Italia costituire un forte polo attrattivo per l’elettorato di centro alla faccia degli estremismi sempre più evidenti in casa meloniana e salviniana?

Mia madre di calcio non capiva una mazza, ma, pur di stare in mia compagnia, guardava le partite e poneva simpatici interrogativi che alla fine avevano più un contenuto etico che sportivo. Anche allora si faceva un gran parlare di centrocampisti e lei ne aveva un concetto molto limitato: pensava che fossero i giocatori costretti a stazionare nel cerchio di centrocampo (per dirla alla parmigiana di pistapòcci, alla faccia di quanti sostengono che le partite di calcio si vincono a centrocampo).

In effetti Giorgia Meloni sembrava puntare ad un rapporto a livello europeo col Partito Popolare al fine di sganciarlo dalla ormai storica alleanza coi socialisti. Disegno evidentemente fallito prima ancora di partire vista l’indisponibilità del pur ridimensionato Ppe e l’estremismo sempre più marcato e vincente delle destre amiche del giaguaro Giorgia.

Quindi mentre in Europa essa rischia di rimanere con un pugno di mosche estremiste in mano, anche in Italia fa una certa fatica a rubare spazio nell’elettorato moderato: una sorta di “fatti più in là” cantato ai tanti soggetti che si contendono l’area di centro. Dopo di che si sta presentando in sede europea con un buon pacchetto di voti che potrebbero oscillare fra l’opposizione pura, dura, euroscettica e la partecipazione ricattatoria ai nuovi o vecchi equilibri post-elettorali, mentre in Italia deve fare i conti con Forza Italia, un competitor centrista in via di risurrezione e ringalluzzito dalle urne elettorali che sembrano averlo incardinato nel ruolo di centrocampista, vale a dire, secondo una vecchia, simpatica anche se un tantino triviale, rima dialettale parmigiana, äd vón che primma al la fa e po’ al la pista”.

Tajani potrebbe strizzare l’occhio al mondo cattolico liberal-tradizional-conservatore, essere il padre misericordioso che accoglie le figliole prodighe (Carfagna e Gelmini che stanno pascolando il niente che rimane nel rovinoso campo calendian-renziano), financo i sempre più insoddisfatti e irrequieti leghisti perbene (Giorgetti, Zaia, Fedriga e Fontana) e persino qualche Fratello d’Italia in vena di sganciamento dall’impresentabile carro a tinte neofasciste su cui viaggia Giorgia Meloni. Un centro largo, certamente più di stampo andreottiano che degasperiano, che guarda prevalentemente a destra, anche se non si sa mai…qualora il forno di destra dovesse bruciare le mire forzitaliote ce ne potrebbe essere un altro, magari di stampo draghiano…

In un quadro politico dove paradossalmente le storiche contraddizioni sembrano portare fortuna, Forza Italia riesce a coniugare le sue con una certa disinvoltura: un berlusconismo riveduto, corretto e ripulito, che sottrae l’eredità politica del cavaliere alle stranezze meloniane e salviniane. Alla lunga sono tutti discorsi che difficilmente basteranno ad aumentare il peso elettorale fino al velleitario 20% posto in agenda da Antonio Tajani sulle ali dell’entusiasmo. Intanto però c’è di mezzo l’Europa e può anche darsi che Forza Italia abbia in mano qualche carta giocabile nelle trattative in corso per gli assetti istituzionali.

In conclusione Forza Italia si contrappone timidamente e ragionevolmente allo strapotere di Giorgia Meloni: la versione filo e post-berlusconiana del pizzino “supponente, prepotente, arrogante e offensiva”. Non so se tutto possa rientrare nel giochetto del poliziotto buono e di quello cattivo. Non sono molto interessato. Parafrasando Don Andrea Gallo, posso dire: «Non mi curo di certe sottigliezze destrorse perché mi importa solo una cosa: che l’Italia sia antifascista!»

 

 

La Francia in cerca di Moro e Berlinguer

Dai primi contraccolpi politico-istituzionali e dai primi commenti al recente clamoroso esito del ballottaggio elettorale francese emerge il solito refrain della inaffidabilità delle forze politiche estreme ad assumere responsabilità dirette di governo.

Questo pregiudizio ha un senso nei confronti della destra estrema, legata, volenti o nolenti, ad un passato da cancellare  e propositiva di un futuro da respingere in toto per le venature razziste, populiste e sovraniste che porterebbero a derive inconcepibili e inaccettabili: la recente sacrosanta conventio ad excludendum nei confronti della destra francese, che si affacciava al governo del Paese, è stata una iniziativa lodevole, premiata peraltro dall’elettorato che dimostra di non volere mettere in discussione le fondamenta della democrazia.

Il discorso è diverso riguardo all’estrema sinistra. Perché Melenchon non può governare? Il muro di Berlino è caduto da parecchio tempo, il fattore K (nel linguaggio politico della tarda età della guerra fredda, fenomeno per cui, nei paesi dell’Europa occidentale, in cui il partito comunista era al secondo posto, era considerato non praticabile un ricambio di governo) è sparito con la fine del richiamo al comunismo sovietico, ma la sinistra viene sottoposta alla divisione manichea tra rivoluzionari (estremisti) e riformisti (moderati) giocando sulle parole al fine di omologarla al mantenimento dello status quo.

Una sorta di divide et impera a cui purtroppo la sinistra si lascia sottoporre come se le riforme fossero un modo elegante per lasciare le cose come stanno e non un modo per cambiarle significativamente a favore delle fasce sociali più deboli e per coniugare le libertà con l’uguaglianza, la giustizia e la solidarietà.

Ritorna di estrema attualità a distanza di cinquant’anni il discorso del compromesso storico quale fase politica per sdoganare completamente la sinistra da ogni e qualsiasi tentazione autoritaria e renderla pienamente agibile come forza di governo. Per avviare questa procedura occorre che le forze liberaldemocratiche abbattano gli steccati e gli alibi ideologici e abbiano il coraggio di confrontarsi con le forze socialiste più radicali fino a giungere ad accordi di governo così come le sinistre più spinte abbandonino l’intransigenza culturale e politica che le porta ad uno splendido e sterile isolamento.

La lezione morotea può essere ripresa in tal senso anche se abbisognerebbe di leader politici credibili su entrambi i fronti, tali da rendere possibili accordi compromissori ai livelli più alti. Melenchon non è Berlinguer, ma soprattutto Macron non è Moro. In questo momento la Francia potrebbe diventare un laboratorio politico per il superamento degli schematismi della conservazione. Infatti, evitato il rischio della caduta reazionaria, spunta quello del condizionamento conservatore.

Il partito di Macron commetterebbe un imperdonabile errore se pretendesse di ergersi ad esaminatore della compatibilità democratica a sinistra; la sinistra da parte sua non deve cadere, pur di entrare nell’area di governo, nella trappola dell’accettazione della divisione fra buoni e cattivi riformisti.

Enrico Letta conosce la Francia, conosce l’Italia e conosce l’Europa. «Macron comunque sarà sulla scena. Sarà lui a dare l’incarico e il voto dice che devono trovare una larga coalizione. Senza veti e senza usare la clava uno contro l’altro. È l’ultima chance che i francesi danno a una politica europeista e non può essere buttata via… In Francia devono mettere da parte gli egoismi e costruire un’alleanza larga che funzioni e abbia vita lunga. Se facessero una coalizione che si va a schiantare nell’arco di pochi mesi, o una cosa debole, insulsa, insipida, sarebbe il modo migliore per aiutare Le Pen a vincere le presidenziali». (dal quotidiano “Avvenire”)

Anche l’Europa avrebbe tutto da guadagnare dai risultati di questo laboratorio politico, liberandosi del forzoso connubio tra forze sostanzialmente centriste e forze debolmente e timidamente progressiste, finalizzato al mantenimento dello status quo burocratico e tecnocratico nonché ad una difesa passiva rispetto alle destre populiste e sovraniste. L’equivoco infatti non sta a sinistra ma al centro, vale a dire nello strabico Ppe, che continua a strizzare l’occhio a destra facendo finta di guardare a sinistra. Forse a Strasburgo e Bruxelles c’è bisogno di un doppio compromesso storico che legittimi la sinistra più radicale nonché il centro più moderato.

Qualcosa avrebbe da imparare anche l’Italia. Abbiamo assistito a quello che lo scrittore Christian Salmon ha definito “un risveglio di popolo”, reso possibile dal fatto che la società francese, diversamente da quella italiana, non si è ancora spoliticizzata e ha risposto con partecipazione alla chiamata alle urne. (da MicroMega).

Nel nostro Paese la situazione è diversa: il compromesso storico ai livelli più bassi sta avvenendo tra il centro tajaniano e la destra meloniana, con la Lega a fare più da guastafeste che da paraninfo. Ma di questo mi occuperò prossimamente. Per oggi può bastare così giusto per evitare di disinnescare la bomba francese, che, al contrario, va fatta esplodere in tutta la sua potenziale e travolgente novità democratica.

 

A scuola di democrazia, la ficcante lezione di Mattarella

Ho ascoltato con grande attenzione e particolare soddisfazione l’intervento del Presidente Sergio Mattarella alla inaugurazione della 50.ma Settimana Sociale. L’ho letto e riletto diverse volte anche con l’intenzione di trovare nel concetto di democrazia così come autorevolmente sviluppato dal Capo dello Stato utili indicazioni per interpretare criticamente l’attuale stato della politica nel nostro Paese e nel contesto europeo e mondiale.

Ho scelto un angolo visuale limitato, trascurando i tratti storici, scientifici, etici e cattolici per una sorta di impellente desiderio di politicizzare immediatamente la preziosissima relazione, individuando alcuni passaggi che riporto di seguito, permettendomi, strada facendo, di aggiungere alcune considerazioni personali. Spero di non cadere in forzature e strumentalizzazioni, rimanendo rigorosamente agganciato all’esame obiettivo ma disincantato che Mattarella ha effettuato. A scanso di equivoci consiglio comunque a tutti una lettura completa e approfondita di questa autentica e magistrale lezione di democrazia.

 

Occorre attenzione per evitare di commettere l’errore di confondere il parteggiare con il partecipare. Occorre, piuttosto, adoperarsi concretamente affinché ogni cittadino sia nelle condizioni di poter, appieno, prendere parte alla vita della Repubblica. I diritti si inverano attraverso l’esercizio democratico. Se questo si attenua, si riduce la garanzia della loro effettiva vigenza. Democrazie imperfette vulnerano le libertà: ove si manifesta una partecipazione elettorale modesta. Oppure ove il principio “un uomo-un voto” venga distorto attraverso marchingegni che alterino la rappresentatività e la volontà degli elettori. Ancor più le libertà risulterebbero vulnerate ipotizzando democrazie affievolite, depotenziate da tratti illiberali. Ci soccorre anche qui Bobbio quando ammonisce che non si può ricorrere a semplificazioni di sistema o a restrizioni di diritti “in nome del dovere di governare”. Una democrazia “della maggioranza” sarebbe, per definizione, una insanabile contraddizione, per la confusione tra strumenti di governo e tutela della effettiva condizione di diritti e di libertà.

Non c’è posto per la rassegnazione all’astensionismo dilagante, che consegni ad una minoranza di elettori il diritto di insediare gli eletti da cui discenda una maggioranza di governo. Non è questione di legittimità, è problema di indebolimento della democrazia con tutte le conseguenze del caso. Non ha senso introdurre l’ansia per la governabilità a tutti i costi a scapito della rappresentatività e della difesa dei diritti dei cittadini.

 

La democrazia come forma di governo non basta a garantire in misura completa la tutela dei diritti e delle libertà: essa può essere distorta e violentata nella pretesa di beni superiori o utilità comuni. Il Novecento ce lo ricorda e ammonisce. Anche da questo si è fatta strada l’idea di una suprema Corte Costituzionale. Tosato contestò l’assunto di Rousseau, in base al quale la volontà generale non poteva trovare limiti di alcun genere nelle leggi, perché la volontà popolare poteva cambiare qualunque norma o regola. Lo fece con parole molto nette: “Noi sappiamo tutti ormai che la presunta volontà generale non è in realtà che la volontà di una maggioranza e che la volontà di una maggioranza, che si considera come rappresentativa della volontà di tutto il popolo può essere, come spesso si è dimostrata, più ingiusta e più oppressiva che non la volontà di un principe”. Un fermo no, quindi, all’assolutismo di Stato, a un’autorità senza limite, potenzialmente prevaricatrice.

Esercitare la democrazia a colpi di maggioranza, sbandierando ad ogni piè sospinto il consenso maggioritario (in realtà addirittura minoritario, considerata l’altissima incidenza degli astenuti) ottenuto nelle urne come illimitata pretesa a spadroneggiare rappresenta un rischio che l’Italia sta correndo con le riforme costituzionali ed istituzionali avviate: si pensi solo al premierato e all’autonomia regionale differenziata.

 

Se in passato la democrazia si è inverata negli Stati – spesso contrapposti e comunque con rigidi, insormontabili frontiere – oggi, proprio nel continente che ne è stato la culla, si avverte la necessità di costruire una solida sovranità europea che integri e conferisca sostanza concreta e non illusoria a quella degli Stati membri. Che consenta e rafforzi la sovranità del popolo disegnata dalle nostre Costituzioni ed espressa, a livello delle istituzioni comunitarie, nel Parlamento Europeo. Il percorso democratico, avviato in Europa dopo la sconfitta del nazismo e del fascismo, ha permesso di rafforzare le istituzioni dei Paesi membri e ampliare la protezione dei diritti dei cittadini, dando vita a quella architrave di pace che è stata prima la Comunità europea e ora è l’Unione. Una più efficace unità europea – più forte ed efficiente di quanto fin qui non siamo stati capaci di realizzare – è oggi condizione di salvaguardia e di progresso dei nostri ordinamenti di libertà, di uguaglianza, di solidarietà, di pace.

La democrazia va collocata in ambito europeo, superando ogni e qualsiasi antieuropeismo ed euroscetticismo. Mattarella ha ribadito il concetto di sovranità popolare europea quale imprescindibile presupposto per il perseguimento della pace e degli ideali consacrati nella nostra Carta Costituzionale. La vocazione pacifica e solidale dell’Italia e dell’Europa è irrinunciabile e va pazientemente e costantemente attuata, senza cedimento alcuno ai frettolosi bellicismi di maniera.

 

Vogliamo riprendere per un attimo la enciclica “Populorum progressio” di Paolo VI: «Essere affrancati dalla miseria, garantire in maniera più sicura la propria sussistenza, salute, una partecipazione più piena alle responsabilità, al di fuori di ogni oppressione, al riparo da situazioni che offendono la loro dignità di uomini, godere di una maggiore istruzione, in una parola fare conoscere e avere di più per essere di più: ecco l’aspirazione degli uomini di oggi, mentre un gran numero di essi è condannato a vivere in condizioni che rendono illusorio tale legittimo desiderio». Vi è qualcuno che potrebbe rifiutarsi di sottoscrivere queste indicazioni? Temo di sì, in realtà, ma nessuno avrebbe il coraggio di farlo apertamente.

Il progresso va visto con assoluta apertura ai bisogni delle persone dovunque viventi senza barriere di egoismo regionale e/o internazionale e con l’imperativo di gestire al meglio i flussi migratori, rifuggendo dalle subdole intenzioni di chiusura e di espulsione.

In tutto il discorso di Sergio Mattarella, al di là di parecchie esplicite posizioni e definizioni, si nota in filigrana l’apertura di un’alta ed ineccepibile presa di distanza dal modo di intendere la democrazia da parte dell’attuale maggioranza parlamentare e dai contenuti dell’azione del governo in carica. Nessuna polemica, ma alcuni incisivi appunti critici, che dovrebbero invitare alla riflessione, ma che invece stanno comportando solo fredde, ignoranti, sgarbate, sguaiate, infastidite, se non addirittura stizzite, reazioni. Tutto sommato è il segno che Mattarella ha colpito nel segno.

Anche le opposizioni dovrebbero trarre insegnamenti utili per partire non dal basso della polemica fine a se stessa, ma dall’alto della difesa dei principi su cui si basa la nostra democrazia: evoluzione sì, involuzione no!