I pesci nel barile americano

Si tratta di una linea politica statunitense tendente dalla destra all’estrema destra e nazional-populista, sentimento diffusosi in più nazioni in tutto il mondo e che detiene alcuni aspetti della democrazia illiberale. Secondo il British Collins English Dictionary il termine descrive sia l’ideologia di Trump che le sue affermazioni tipicamente provocatorie.

La ideologia politica pone in rilievo ed attenzione le risorse umane e materiali di una Nazione, per soddisfare prima le esigenze interne, prendendo l’intera nazione come termine, e solo dopo, pensare ad un eventuale surplus per le esportazioni o ad un deficit per le importazioni.

Il termine è apparso durante la campagna presidenziale statunitense del 2016. Il trumpismo denota un metodo politico populista che suggerisce risposte e soluzioni semplicistiche a problematiche politiche, economiche e sociali complesse, miranti a mobilitare una crescente parte della popolazione oggetto di disuguaglianza sociale, con una visione disprezzata dell’establishment politico. Vicino ideologicamente al nazionalismo conservatore di destra, mostra anche caratteristiche di autoritarismo. (da Wikipedia)

Bisognerebbe partire di qui per posizionarsi politicamente rispetto alle elezioni americane. La politica italiana balbetta come del resto quella europea. Prevale l’acritica e scontata attenzione agli Usa indipendentemente dalla presidenza che scodelleranno al mondo. Da Trump, tutto sommato, i populisti sfegatati si aspettano il miracolo della pace dei sepolcri, ottenuta tramite la messa in atto degli antidoti egoistici. Chi nutre dubbi e perplessità preferisce attendere: non si sa mai…

“Un politico è qualcuno che pensa alle prossime elezioni, mentre lo statista pensa alla generazione futura. Il politico pensa al successo del suo partito, lo statista al bene del suo Paese”. La citazione, ripresa da Alcide De Gasperi, è del teologo statunitense James Freeman Clarke (1810-1888).

Ebbene, il modo di porsi di fronte all’eventualità di un ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca è dettato da presunte convenienze elettorali e non certo da prospettive di bene per l’Italia, l’Europa e il mondo intero. Vale un po’ per tutti, ma soprattutto per i sovranisti e i populisti de noantri. Fa eccezione Giorgia Meloni che, memore del bacetto ottenuto da Biden a suggello di un indispensabile buon rapporto con l’Occidente, forse avrebbe gusto a proseguire questo patetico idillio: non lo può ammettere così come non può ammettere di avere simpatie ideologiche per Trump; un po’ politica e un po’ statista, né carne né pesce, democratica pro domo sua, repubblicana pro domo propagandistica. L’opportunismo è il suo mestiere!

Forse chi fa il pesce in barile spera che Trump, reinsediato alla Casa Bianca, se ne ricordi e possa riservare un trattamento di favore a chi non ha tifato contro di lui. Non è certamente nel dna trumpiano una simile riconoscenza: andrà avanti per la sua strada, che certamente non porterà beneficio all’Europa e ai singoli Paesi europei. Ce ne accorgeremo e magari sarà troppo tardi.

A mio modesto avviso anche le sinistre italiana ed europea dovrebbero essere un po’ più coraggiose e cogliere l’occasione per inaugurare una sorta di neoatlantismo: alleati con la schiena diritta. Con Trump sarebbe difficile persino considerarsi alleati, con Kamala Harris dovrebbe essere relativamente più facile. Ci provino almeno. Da statisti e non da politici o ancor peggio da politicanti.

 

 

 

Il centrino catto-mediaset sul tavolo della destra

La strumentale insistenza con cui si affronta il pur importante problema della concessione della cittadinanza agli stranieri che vivono in Italia mi lascia piuttosto perplesso: mi sembra che non sia tanto in gioco la visione dei futuri assetti demografici quanto quella degli assetti nella maggioranza di centro-destra, della costruzione del famigerato centro democratico e del ruolo che i cattolici potrebbero svolgere in questa costituente di centro.

Quanto agli equilibri politici fra i partiti dell’attuale governo, Forza Italia da tempo non perde occasione per distinguersi dai partner e forse ha trovato nello ius scholae la chiave per aprire il nuovo appartamentino in cui abitare per poi decidere se rimanere nel condominio di destra o pensare ad un vero e proprio autonomo villino targato mediaset.

Il diritto alla cittadinanza sta poi diventando anche il pretesto per vagheggiare una sorta di interclassismo riveduto e scorretto a guida pseudo-cattolica: il discorso è vecchio come il cucco, ma periodicamente ritorna d’attualità. Ci stanno forse riprovando al convegno di Rimini di Comunione e liberazione, avente come tema “Se non siamo alla ricerca dell’essenziale, allora cosa cerchiamo?”.

Vuoi vedere che stanno cercando il nuovo (?) Centro democratico? Sul fatto che questa ricerca possa essere essenziale nutro seri dubbi: questione di opinioni. Fatto sta che Tajani sta imperversando al meeting e sta pontificando a più non posso.

Per Tajani la cittadinanza e la pace nei conflitti viaggiano insieme dentro una idea diversa di Europa perché «noi abbiamo una visione da Ppe»: non burocrazia, ma valori comuni, quindi cultura. Nel Meeting che celebra Alcide De Gasperi con una seguitissima mostra a 70 anni dalla morte, Tajani riprende la sua idea di “patria europea”. Dove il sovranismo nazionale rischia di diventare un recinto antistorico. «Essere italiano, essere europeo, ed essere patriota non è legato a sette generazioni, ma a quello che sei tu. Non sono né un pericoloso sovversivo né un estremista di sinistra, ma dico che bisogna guardare alla realtà per quella che è. Io insisto sulla formazione, sull’identità, sulla cultura, perché se tu accetti di essere europeo nella sostanza, sei italiano ed europeo non perché hai la pelle bianca, gialla, rossa o verde, ma perché dentro di te hai quelle convinzioni, perché vivi quei valori – afferma Tajani – perché dentro di te hai quell’anima europea. Se poi i tuoi genitori sono nati a Kiev, La Paz o Dakar è la stessa identica cosa», aggiunge il titolare della Farnesina. E chiosa fra gli applausi: «Io preferisco quello che ha i genitori stranieri e canta l’inno di Mameli all’italiano da sette generazioni che non lo canta». (dal quotidiano “Avvenire”)

Premesso che in Antonio Tajani intravedo la somiglianza con Alcide De Gasperi solo ed esclusivamente “nel pisciare”, prendo atto che si sta ponendo in gioco come pontiere di destra che guarda a sinistra. Non mi pare una cosa seria!

Per quanto riguarda l’ansia protagonistica dei cattolici a livello di processi politici, se resta schiacciata sull’occupazione di meri spazi elettorali o di pure combinazioni di potere, la vedo come un disperato galleggiamento nel mare politichese. Un mio carissimo amico ha opportunamente ribattezzato questo movimento cattolico come “Comunione e disperazione”.

La montagna, alla fine della fiera, potrà partorire solo due topolini: uno straccetto di gattopardesca legge sulla cittadinanza e un centrino ricamato da collocare sul tavolo della destra. E vissero insieme felici e contenti.

 

 

 

Fuori le tette democratiche e dentro i coglioni repubblicani

«Yes, she can», cioè «Sì, lei può». Parla al cuore dell’America e alle orecchie del mondo l’endorsement da parte dell’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama nei confronti della candidata democratica alla presidenza Kamala Harris durante il discorso di chiusura del secondo giorno della convention nazionale del partito. «Sta tornando la speranza» gli ha fatto eco l’ex first lady Michelle: «L’America è pronta per un nuovo capitolo. L’America è pronta per una storia migliore. Siamo pronti per una presidente, Kamala Harris» ha detto Obama a una folla acclamante a Chicago.

Michelle e Barack, gli ospiti forse più attesi dell’appuntamento, si sono contesi la prima serata americana. E se lui, che ha già messo a disposizione di Harris il suo staff elettorale e presidenziale, ha avuto il posto d’onore, era per lei che ci si attendeva il massimo degli ascolti. Michelle, la vera star dei democratici, che ha rifiutato di candidarsi al posto di Biden quando le è stato proposto, aprendo la porta a Kamala, ha accettato di parlare nella sua città natale solo per Harris, alla quale è legata da vent’anni da una calorosa amicizia. Nella vicepresidente l’ex first lady vede una versione al femminile del marito, che come lei ha mosso i primi passi in politica a livello locale, lui in Illinois lei in California, con la stessa determinazione di scrivere una nuova pagina di storia americana. (dal Quotidiano “Avvenire” – Redazione esteri)

Finalmente! Era ora! Andrà come andrà, ma almeno chi doveva e poteva ha battuto un colpo verso un futuro un po’ più democratico degli Usa. In questo momento non mi interessano tanto le chance di successo di Kamala Harris, ma le spinte alla riscossa valoriale.

Alla convention democratica è suonata la sveglia, adesso tocca alla gente darsi una scrollata e alla dirigenza del partito trovare una coerente e credibile impennata. Speriamo che il tutto non finisca nel tritacarne mediatico sempre in agguato, nel gioco finanziario dei bussolotti, nella rissa trumpiana o nel perbenismo harrisiano. Trump non è il demonio (anche se, politicamente parlando, gli assomiglia), Kamala non è un angelo (anche se, politicamente parlando, ce ne sarebbe bisogno). In mezzo ci stanno gli americani (quasi impossibile capirli). Di fronte c’è il mondo (più incuriosito che interessato). Sullo sfondo le guerre (refrattarie ai cambiamenti politico-diplomatici). In attesa gli equilibri internazionali (le super-potenze tutto sommato guardano più alla certezza Trump che all’incognita Harris). In stretching passivo la Ue (vittima delle proprie debolezze). In delirio da tifoso rispolverato il sottoscritto (chi non salta trumpiano è!).

Sembra che in molti aspettassero una ventata di novità e che questo alito arrivi dalle donne è un gran bene: alla convention hanno trionfato loro. Speriamo che non si tratti di un fuoco di paglia pseudo-femminista e che le donne al potere non vogliano fare gli uomini.

Quanto a Donald Trump potrebbe anche valere la battuta del compianto giornalista Enzo Biagi allora riferita a Silvio Berlusconi e che potremmo oggi adattare così al tycoon americano: “Se avesse una puntina di seno, sarebbe anche tentato di fare la presidente donna o la donna presidente come dir si voglia”.

 

 

 

L’argine bersaniano alla vannaccite dilagante

«Sia chiaro che sulla querela del generale Vannacci andrò fino in fondo. Voglio andare al processo. La mia domanda, ancorché in forma scherzosa ed evidentemente non diretta a offendere Vannacci ma a criticare le opinioni che esprime, era e resta vera e sostanziale: se cioè qualcuno, per di più con le stellette, possa definire anormali degli esseri umani, racchiusi in una categoria, senza che questo venga considerato quantomeno un insulto e non una constatazione. Se nell’anno di grazia 2024 si decidesse che è possibile ci sarebbe davvero di che preoccuparsi». Lo scrive su Facebook Pier Luigi Bersani. La risposta dell’ex segretario del Pd arriva dopo la condanna della procura di Ravenna al pagamento di una multa per diffamazione aggravata in merito alle affermazioni pronunciate alla Festa dell’Unità nei confronti dell’europarlamentare della Lega Roberto Vannacci. Bersani aveva dato del “coglione” a Vannacci per le sue posizioni, una dichiarazione considerata dai magistrati un giudizio di merito. (dal quotidiano “Domani”)

Da una parte la questione mi fa sorridere, dall’altra mi preoccupa. Mi sembra infatti che il giudizio espresso da Bersani sia pieno di bonario compatimento: non c’è violenza verbale, non c’è insulto, c’è soltanto una sacrosanta perplessità di fronte a certe affermazioni che hanno dell’incredibile in un Paese democratico.

Fin qui il sorriso sdrammatizzante, ma arriva anche la preoccupazione. Certe analisi, quando passano dal bar sport alle cabine elettorali, cominciano ad infastidire. E allora bisogna pure reagire e diventa difficile mettere un freno e un confine alla doverosa critica per non farla debordare nel pur meritato insulto.

Pier Luigi Bersani è uno specialista al riguardo, perché riesce a coniugare la bonomia emiliana con l’intransigenza politica: fa specie che Vannacci non l’abbia capito, ma ancora più strano è che non l’abbia capito la procura di Ravenna. Fa benissimo quindi Bersani a volerci andare fino in fondo, anche se forse stiamo dando troppa importanza ad un parvenu della politica in vena di sparare cavolate alla viva Salvini. Il religioso silenzio a volte è più eloquente dell’appassionata critica.

Senonché questo signore, passato dal generale dell’esercito al particolare delle osterie di seconda mano, ha raggranellato centinaia di migliaia di voti, lasciando intendere di interpretare opinioni largamente diffuse nella pancia del Paese. E allora…tutto ha un limite.

 

La proverbiale smontatura della montatura vittimista

«Vogliono indagare Arianna Meloni”: il titolo domina la prima pagina del Giornale. E l’allarme, firmato dal direttore Alessandro Sallusti, ipotizza che un asse fatto da quotidiani ostili, sinistra e pm militanti sta tramando contro la sorella della premier. Alla guida della segreteria politica di Fratelli d’Italia, Arianna potrebbe essere presto indagata – è l’sos del Giornale – per traffico di influenze sulle ultime nomine del governo. Provando così a minare la tenuta dell’esecutivo dal fianco più intimo. Dalla masseria pugliese dove le due sorelle sono in vacanza è Giorgia Meloni a intervenire facendo sentire tutta la sua ira. «Purtroppo reputo molto verosimile quanto scritto da Sallusti», dice la presidente del Consiglio, definendolo «gravissimo se fosse vero» e paragonandolo a «uno schema visto e rivisto soprattutto contro Silvio Berlusconi». Ossia «un sistema di potere che usa ogni metodo e ogni sotterfugio – spiega – pur di sconfiggere un nemico politico che vince nelle urne la competizione democratica». Quindi dopo aver «setacciato la vita mia e di ogni persona a me vicina, senza trovare nulla», la «peggior politica» è passata a «mosse squallide e disperate». (dal quotidiano “Avvenire” – redazione romana)

C’è un vecchio proverbio che dice: “Male non fare paura non avere”. Ce n’è un altro che recita: “La prima gallina che canta ha fatto l’uovo”.

Se Arianna Meloni non sta trafficando influenze, non ha nulla da temere e tutto questo can-can non ha alcun fondamento.

“Excusatio non petita, accusatio manifesta” è un proverbio latino di origine medievale. La sua traduzione letterale è “Scusa non richiesta, accusa manifesta”, forma proverbiale in italiano insieme all’equivalente “Chi si scusa si accusa”.

Il senso di questa locuzione è: se non hai niente di cui giustificarti, non scusarti. Affannarsi a giustificare il proprio operato senza che sia richiesto può infatti essere considerato un unico indizio del fatto che si abbia qualcosa da nascondere, anche se si è realmente innocenti.

Una giustificazione non richiesta è un’implicita ammissione di colpa. Il giustificarsi da una colpa, senza la richiesta da parte di nessuno, vuol significare ammettere il torto. E al contrario: se non hai fatto niente di male, non giustificarti.

Nel caso in questione non ci si giustifica, ma addirittura si colpevolizza in anticipo chi eventualmente si potesse permettere di sollevare dubbi e perplessità e/o di avviare indagini, collocandolo nel campo dei complottisti.

Senonché “il vittimismo è la moderna terra promessa dell’assoluzione dalla responsabilità personale (Laura Schlessinger).  Tra le forme di manipolazione, il vittimismo è la più subdola e soffocante (Anna_Pensil, Twitter).

Oltre tutto Arianna Meloni non si difende in proprio, ma per interposta persona, vale a dire con l’intervento della sorella premier. Anche questo equivoco sistema induce nella tentazione di pensare che il filo politico di Arianna lo tenga in mano Giorgia: lo chiamano nepotismo…

Collocare propri famigliari o parenti stretti in posti di responsabilità collegabili alla propria funzione politica non è una scelta raccomandabile, ma è mettersi su un terreno scivoloso su cui si può cadere, magari anche per le spinte maliziose di qualcuno. Bisognerebbe evitare accuratamente il rischio più che gridare allo scandalo per eventuali insinuazioni. Invece, siccome la miglior difesa è l’attacco, meglio partire in anticipo con le insinuazioni sulle possibili insinuazioni.

Morale della favola: un gran casino pseudo-garantista che suona più a minaccioso e preventivo assalto che non a rassicurante e tempestiva resistenza.

Amministratori che sognano cancelli chiusi

Lo chiamano “il dente cariato”: un po’ per la morfologia, un po’ perché dà proprio l’idea di qualcosa andata a male, con quel brutto colpo d’occhio, una volta usciti dalla stazione Termini sulla sinistra, di un “serpentone” con oltre 20 tra negozi e fast food. Una “carie” che si spinge verso piazza dei Cinquecento, i cui due portici al tramonto diventano l’unica dimora di chi un posto per dormire proprio non ce l’ha e si adatta alla meglio, tra cartoni, vecchie coperte, sporcizia ovunque e piccioni che arrivano a beccare anche i piedi.

In base ad un progetto avviato dal I Municipio, il “dente cariato” è destinato ad essere abbattuto e ricostruito in maniera più decorosa, mentre per i due portici di piazza dei Cinquecento, realizzati un secolo e mezzo fa con l’intenzione di farne il biglietto d’ingresso della Capitale per quanti arrivavano a Termini, il proposito è quello di chiuderlo con dei cancelli, recintarli in pratica, per impedirne l’accesso notturno ai senzatetto. Cancellate che dovrebbero poi estendersi all’area del Giardino di Dogali, nella limitrofa piazza della Repubblica, e a viale Pretoriano. Un progetto che, come detto, è del I Municipio, ma che al Comune di Roma già conoscono e a quanto pare condividono, come ha affermato l’assessore ai Lavori pubblici, Ornella Segnalini, al Messaggero: «Lavoriamo in strettissimo contatto. La soluzione studiata per evitare che quei portici diventino il dormitorio di senza fissa dimora è di apporre una cancellata». (dal quotidiano “Avvenire” – Igor Traboni)

Della serie “nascondiamo la povertà”, mettiamola sotto il tappeto, come si fa con i problemi che non si ha il coraggio di risolvere, ma che danno fastidio e quindi li si vuole nascondere e/o trasferire chissà dove. Naturalmente insorgeranno i residenti che si ritroveranno il dormitorio sotto casa e i commercianti che l’indomani troveranno davanti al negozio i rifiuti lasciati di notte dai senza tetto.

Massimiliano Signifredi, che quelle zone attorno alla stazione Termini le conosce come le sue tasche, visto che è il coordinatore delle cosiddette “Cene itineranti” di Sant’Egidio e in particolare dei 30-40 giovani universitari fuori sede che portano cibo, amicizia e calore umano agli ultimi di questa zona tra le più degradate della Capitale, nel solco di un’esperienza e di una presenza ultraventennale della Comunità, dice: «Della tutela del decoro pubblico, della salute, della sicurezza e anche dell’opportuna salvaguardia di monumenti che hanno una loro storia si parla da tanti anni, ma noi crediamo che l’inizio della soluzione sia invece quello dell’installazione delle quattro tensostrutture, una delle quali è prevista proprio vicino alla stazione Termini. Questo consentirebbe ai volontari delle associazioni di incontrare le persone in un contesto senza dubbio migliore di quello della strada.

Per Sant’Egidio non esistono soluzioni generali e generalizzate, «ma siamo convinti che qualsiasi intervento va affrontato con la singola persona. Le cause che portano una persona a finire sulla strada, senza più un tetto, possono essere diverse e vanno affrontate singolarmente, conosciute al meglio, per proporre soluzioni adeguate, come ci insegna la nostra esperienza molto radicata a Roma con i senza dimora e rispetto alla quale ci muoviamo già con interventi concreti. Poco tempo fa, ad esempio, i nostri volontari hanno incontrato una donna indiana che viveva in condizioni estreme proprio sotto i portici di via Giolitti e aveva messo su una sorta di capanna con dei cartoni: incontrandola, cercando di capirne esigenze e aspettative e dialogando anche con pazienza, siamo riusciti a trovare una soluzione adatta per lei che ora vive in una struttura fuori Roma. Questo non sarebbe stato possibile realizzando dei luoghi chiusi che, ripeto, alla fine sposterebbero solo il problema di qualche centinaio di metri. Invece noi vogliamo incontrare le persone che hanno dei problemi, compresi quelli di salute mentale, sempre più numerosi». Ed ecco dunque che per la Comunità di Sant’Egidio tornerebbero invece utili le quattro tensostrutture: una per l’appunto nei paraggi di Termini e le altre nei pressi delle stazioni Tiburtina, Ostiense e San Paolo. (ancora dal quotidiano “Avvenire” – Igor Traboni)

La pubblica amministrazione non è in grado di affrontare seriamente questi problemi. Stupisce che un sindaco a capo di un’amministrazione di sinistra non abbia alcuna sensibilità al riguardo: in cosa si dovrebbero distinguere destra e sinistra, se non nell’affrontare i problemi della gente più in difficoltà collocata ai margini della società? Invece purtroppo non è così.

Il volontariato fornisce degli assist, ma non vengono colti: troppo scomodo e difficile incontrare le persone emarginate per trovare qualche soluzione ai loro problemi.

Mi si dirà che il comune di Roma non è La Caritas e nemmeno la Comunità di Sant’Egidio. Posso dirla grossa? E se facessimo un esperimento, collocando nei posti di comando in Municipio i responsabili delle Organizzazioni di Volontariato e mandando i pubblici amministratori sulla strada a diretto contatto con la disperazione di tanti cittadini in gravissime difficoltà.

Sarò un demagogo? La demagogia è la degenerazione della democrazia, per la quale al normale dibattito politico si sostituisce una propaganda esclusivamente lusingatrice delle aspirazioni economiche e sociali delle masse, allo scopo di mantenere o conquistare il potere. Demagoghi quindi, per rimanere al discorso di cui sopra, sarebbero coloro che intendono installare le cancellate e non coloro che vogliono cercare di risolvere i problemi concreti di chi dorme in stazione.

L’attuale sindaco di Parma, Michele Guerra, al quale mi onoro di “non” avere dato il voto, amministra la città tramite una rete di demagogiche relazioni con le forze economiche, con i media, con il mondo culturale e con i giovani. In poche parole il sindaco “chiacchierone”, che è stato recentemente incoronato come il miglior sindaco d’Italia, vale a dire quello che ha un più alto indice di gradimento fra i cittadini del proprio comune. È a capo di un’amministrazione di sinistra, non fa un cazzo per la “povera gente”, ma lo dice bene, anzi benissimo. Mi aspetto da lui che partorisca qualche cancellata per nascondere i poveri diavoli. Forse sarebbe il caso che fosse lui a nascondersi, in buona compagnia, magari assieme al sindaco della capitale.

 

 

 

 

Le cazzate sono virali, ma stanno in poco posto

Circola ormai virale sul web un video di Giorgia Meloni che all’età di 19 anni, in un servizio del telegiornale francese Soir 3, parla di Benito Mussolini. “Io penso che Mussolini fosse un buon politico – disse – vuol dire che tutto quello che ha fatto, l’ha fatto per l’Italia. Non ci sono stati altri politici come lui negli ultimi 50 anni”. Era il 1996 e l’Italia si apprestava al voto: da un lato il centrodestra con Forza Italia, Alleanza Nazionale e il Ccd. Dall’altra parte della barricata il centrosinistra con l’Ulivo. Berlusconi contro Prodi. All’epoca la Meloni venne descritta come una militante molto attiva di Alleanza Nazionale. Oggi, la quarantacinquenne politica romana guida il partito di Fratelli d’Italia primo nei sondaggi in vista delle elezioni politiche del 25 settembre. (Gazzetta del Sud online – 16 agosto 2022)

 

Carlotta Nonnis Marzano, nominata assessora al Clima e alla Transizione ecologica, in quota Alleanza Verdi Sinistra, del comune di Bari il 16 agosto dal sindaco Vito Leccese, ha deciso di rinunciare alle deleghe dopo le polemiche per alcuni suoi post social, uno in particolare contro il Papa. Il 31 maggio Nonnis Marzano ha condiviso su Facebook un articolo del Fatto Quotidiano accompagnandolo con queste parole: «Non vi sembra arrivato il momento di congedare questo anziano molesto dalle cronache quotidiane e accompagnarlo ai giardinetti per dare becchime ai passeri? Ah meglio di no, data la tradizione non vorrei rivolgesse piuttosto le sue attenzioni ai bambini». (Leggo – 17 agosto 2024) 

 

Chiedo allo sparuto gruppo dei miei lettori di riunirsi in una cabina telefonica e di farmi sapere quale delle due cazzate di cui sopra giudicano più indecente. Io non mi esprimo per non influenzarli. Probabilmente ne potrebbe uscire un gustoso “così è se vi pare”.

Giorgia Meloni era molto giovane, mentre Carlotta Nonnis Marzano è maggiorenne e vaccinata…

La Marzano doveva essere un assessore comunale, mentre la Meloni è diventata premier…

La Marzano ha avuto il coraggio di rinunciare all’incarico, mentre la Meloni è incollata alla sua seggiola…

La Meloni ha esposto un giudizio politico, mentre la Marzano ha offeso il capo della Chiesa cattolica…

La Meloni può dire di essersi ravveduta, mentre la Marzano si è solo dimessa…

Provate a continuare! Buon divertimento!

 

Sintomi di ‘post-pecoronismo’

  • La recente nuova eruttazione dell’Etna ha portato disagi sulla città di Catania e non solo. Nello specifico ci sono state problematiche anche sull’aeroporto i cui voli sono stati dirottati a Palermo. In questo senso, vice capogruppo vicario di Fratelli d’Italia alla Camera, Manlio Messina, ha annunciato di voler “interrogare” Matteo Salvini e anche Daniela Santanchè.

Come riportato da Fanpage, Manlio Messina ha spiegato in una nota: “La questione della cenere vulcanica dell’Etna non dovrebbe essere considerata un’emergenza, ma una normalità, e come tale deve essere trattata. Nei prossimi giorni interrogherò il Ministero delle Infrastrutture, l’ENAV e l’ENAC per capire se ci siano carenze nella gestione dello scalo aeroportuale. Mi sembra anomalo che ancora oggi non esistano strumenti adeguati per affrontare questa situazione con maggiore celerità”.

Secondo il deputato di FdI si dovrebbe “disporre di mezzi idonei per rendere l’aeroporto operativo più (velocemente rispetto ai tempi attuali. È necessario anche valutare quanto si stia facendo per potenziare l’aeroporto di Comiso, affinché sia in grado di assorbire i flussi di traffico che vengono regolarmente dirottati da Catania. L’aeroporto di Catania è troppo strategico per permettere che la questione della cenere vulcanica venga trattata con superficialità da parte dei gestori dello scalo”.

Allo stesso tempo, Messina ha spiegato che oltre a Salvini anche la Santanchè finirà nel suo mirino. In questo senso, il politico di FdI ha detto: “Interrogherò la ministra del Turismo per comprendere se intenda sostenere la città di Catania e il suo hinterland con una campagna mediatica che chiarisca come gli eventi legati all’Etna non siano catastrofici, come a volte appare su certi quotidiani, anche esteri. Si tratta di fenomeni sporadici che non arrecano alcun pericolo per la cittadinanza e i turisti”. (da newsmondo)

 

 

  • I Probiviri FdI hanno deciso, a quanto si apprende, l’espulsione dal partito del deputato Andrea De Bertoldi. In conseguenza, analogo provvedimento vale anche quanto al gruppo parlamentare alla Camera, dal quale il politico trentino aveva annunciato poche ore prima le dimissioni, senza preavviso, dopo che un quotidiano aveva addirittura anticipato il verdetto dei Probiviri.

È infatti almeno da aprile, viene riferito, che la Commissione nazionale di garanzia e disciplina FdI aveva avviato nei confronti di De Bertoldi un procedimento “per motivi etici” conclusosi in queste ore e che – sottolineano le stesse fonti – avrebbe portato all’espulsione dal partito, “tra oggi e domani”, del parlamentare.

I rapporti tra De Bertoldi e FdI sono andati deteriorandosi dalla fine del 2023. La prima frattura si è registrata in coincidenza con il Congresso provinciale, quando De Bertoldi sostenne Alessia Ambrosi, ‘sfidando’ il commissario uscente, Alessandro Urzì. Una rivalità che potrebbe anche arrivare in tribunale a proposito di un audio, forse ‘rubato’, in cui, secondo Urzì, De Bertoldi criticava il partito. “Dovremmo essere Fratelli d’Italia, non ‘fratelli-coltelli’, un partito dove l’autorevolezza prevale sull’autorità”, avrebbe detto l’ormai ex FdI.

Il deputato eletto nel collegio uninominale del Trentino-Alto Adige, aveva annunciato di avere “rassegnato con effetto immediato le dimissioni dal gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia” e anticipato che “alla ripresa dei lavori farò assieme alla mia famiglia politica le valutazioni per individuare la mia prossima allocazione, che non potrà che essere improntata ai valori della moderazione, e del cattolicesimo liberale”.

“La mia decisione – spiega – è frutto di un lungo processo di dissenso politico dal partito nata per difendere le ragioni della mia Provincia Autonoma dalla volontà di accentramento decisionista del partito. Ho inoltre più volte chiesto chiarezza su alcuni importanti temi, che da cattolico mi stanno a cuore, ma non sempre ho osservato la risposta che speravo. Mi sono spinto ad aprire un dibattito, che però è caduto nel vuoto”.

“L’unica risposta – segnala ancora De Bertoldi – è arrivata dai Probiviri, con un’indagine strumentale e senza alcun fondamento, su fatti che ho già avuto modo di chiarire ampiamente”. “Oggi arrivo a leggere che ci sarebbe un provvedimento di espulsione. La mia libertà politica e professionale mi hanno consentito una scelta netta che non è più rinviabile. Su questa vicenda sono peraltro pronto ad agire in ogni sede opportuna – avverte – a tutela della mia reputazione e della mia integrità personale e professionale”. (AGI)

 

Non so se questi due fatti costituiscano la prova che nel partito di Fratelli d’Italia qualcosa si sta muovendo: credo e spero di sì. Su entrambi, esplicitamente o in filigrana, si staglia l’imbarazzante figura di Daniela Santanchè (Santa de ché direbbe ancora Dagospia): una ministra inconcludente e una politica ben al di sotto di parecchi sospetti.

Come mai i probiviri di FdI sono stati così solleciti ad espellere De Bertoldi per questioni etiche di lana caprina, mentre sono stati silenziosi o silenziati di fronte alle mastodontiche questioni etiche della Santanché. Come mai nel primo caso si anticipano eventuali provvedimenti della Magistratura e nel secondo i provvedimenti della Magistratura vengono considerati un disturbo bello e buono.

E dietro le interrogazioni di Messina ci vedo anche un attacco al miracolismo salviniano (leggi ponte sullo Stretto), deviante rispetto alla normalità delle problematiche siciliane. Qualcuno comincia a ragionare con la propria testa…

Forse c’è però qualcosa di più in senso squisitamente politico: una chiara insofferenza di alcuni verso l’impostazione monocorde del partito. Spero, per quanto interessar mi possa, che al post-fascismo di Meloni e c. faccia riscontro il post-pecoronismo di Messina, De Bertoldi e c. Sarebbe un bel passettino avanti.

 

Il pallone aerostatico

Al di là dei prezzolati e prezzolanti entusiasmi televisivi, al di là delle pochissime stelle nascenti, (tutte da dimostrare nel tempo) e cadenti (tutte da sopportare con enfasi), al di là delle figuracce italiche, al di là dell’autentica indigestione calcistica a cui mi sono colpevolmente sottoposto, mi sembra che dai recenti campionati europei sia emersa un’inflazione svalutante i calciatori e tutto il loro ambaradan, di cui essi sono peraltro soltanto una parte secondaria: sanno tirare  molto bene il cassetto, ma non sanno tirare in porta; propongono il giropalla come schema basilare di gioco, ma rovinano completamente lo spettacolo; strizzano l’occhio al patriottismo, ma cantano l’inno ai loro compensi da nababbo; ostentano il loro divismo, ma evidenziano limiti tecnico-professionali incredibili.

Al termine di questa sarabanda il mercato calcistico, se la ragione valesse ancora qualcosa, dovrebbe subire un autentico crollo dei costi, dei ricavi e dei bilanci. Invece, siccome la razionalità non è del mondo calcistico, tutto proseguirà come se niente fosse successo.

Prendiamo l’esempio della Rai, che finalmente è riuscita a proporre qualche evento in diretta oltre le solite stucchevoli, noiose e fastidiose chiacchiere. Pensate all’esercito di cronisti e commentatori impiegati, al loro costo direttamente proporzionale alla loro penosa esibizione, allo sciocchezzaio delle polemiche scatenate, alla futilità e ripetitività degli argomenti trattati, ai clamori artificiali inversamente proporzionali ai reali contenuti sportivi.

Come mai in un mondo scetticamente globalizzato e annoiato, il fenomeno calcio resiste e riesce a coinvolgere milioni e milioni di spettatori (compreso il sottoscritto), enormi risorse economiche, tanti interessi e tante attività?

I ladri hanno fatto ancora una volta irruzione nell’appartamento dell’ala della Lazio e della Nazionale Mattia Zaccagni e Chiara Nasti, sua moglie, influencer. Guardando le foto pubblicate online proprio da Nasti, il bottino sembrerebbe importante: su Instagram si vedono diverse scatole vuote di Rolex e di gioielli. Immediata la reazione di sdegno della compagna del calciatore biancoceleste: «Prima che lo scrivano i giornali, questa è l’Italia». Quindi lo sfogo a caratteri cubitali su Instagram: «Pezzi di merda». (dal quotidiano “La Stampa”)

Sì, hanno proprio ragione, questa è l’Italia che consente ad un soggetto capace (?) solo di tirare calci ad un pallone, di guadagnare un sacco di soldi al punto da permettersi una collezione di Rolex, roba da schiaffo in faccia alla povertà. Non so chi siano i pezzi di merda a cui alludono i coniugi Zaccagni: ce ne sono parecchi nel mondo del calcio.

“Se a vundoz muradór igh disson i sold chi dan ai zugadór äd fotbal i vensrisson tutti il partidi anca colli contra i squadrón”, commentava mio padre di fronte alle iniquità calcistiche ed al fanatismo delle folle per i divi superpagati del pallone.

Mio padre era un soggetto che seguiva il calcio in modo distaccato, anche se ne era molto coinvolto, lo amava, lo considerava lo sport più bello del mondo perché semplice, giocabile da tutti, per tutti molto comprensibile, affascinante e trascinante nella sua essenzialità, spettacolare nella sua variabilità ed imprevedibilità, sentiva fortemente l’attaccamento alla squadra del cuore (soprattutto nelle partite stracittadine con la Reggiana soffriva fino in fondo) e non sottovalutava il fenomeno “calcio” (fotball come amava definirlo in una sorta di inglese parmigianizzato).

Cosa farebbe e direbbe oggi? Del calcio, così come viene impostato e propinato oggi, si sarebbe stufato! Si sarebbe consolato con le Olimpiadi (per quello che ha trasmesso la Rai al netto di sigle, chiacchiere e pubblicità), che viveva con tanta partecipazione al punto da augurarsi ciclicamente di poter essere ancora in vita alla futura edizione.

Noi, invece, non ci siamo ancora stancati di farci prendere in giro. Aveva forse ragione un mio simpatico zio che, intendendo dissacrare la passione calcistica, affermava ironicamente e paradossalmente che avrebbe frequentato uno stadio solo a condizione che ci fossero undici palloni che rincorrevano un uomo.

Troppi interessi in gioco, troppi affari, troppa gente che ci gioca dentro, troppi mangiapane a tradimento. Il troppo generalmente guasta, invece…

Il calcio è come la guerra, non finirà mai. E pensare che lo sport dovrebbe essere un antidoto alla cattiveria umana, invece ne è diventato lo sfogatoio. Arrivederci al prossimo campionato! Ormai ci siamo!

 

 

Le sassate migratorie differenziate

Forza Italia è determinata a sostenere lo ius scholae malgrado gli attacchi della Lega. Ma la nota del Carroccio postata ieri sui social ha scatenato l’ennesimo braccio di ferro tra i due partiti di maggioranza. Per il leader azzurro Antonio Tajani è troppo.

«La legge sulla cittadinanza va benissimo così – recita il post leghista – e i numeri di concessioni (Italia prima in Europa con oltre 230mila cittadinanze rilasciate, davanti a Spagna e Germania) lo dimostrano. Non c’è nessun bisogno di ius soli o scorciatoie», scrive il partito di Matteo Salvini. Ma la goccia che fa traboccare il vaso è la foto che correda la nota: un fotomontaggio con i volti di Tajani e della segretaria del Pd Elly Schlein con la scritta “il Pd rilancia lo ius soli, FI apre un varco a destra”. (dal quotidiano “Avvenire”)

Mio padre sosteneva con molta gustosa acutezza: «Se du i s’ dan dil plati par rìddor, a n’è basta che vón ch’a guarda al digga “che patonón” par färia tacagnär dabón».

Mi sembra che l’aforisma paterno di cui sopra si attagli abbastanza ai finti cortocircuiti del centro-destra, che tutti da tempo chiamano destra e che invece i coalizzati cercano disperatamente di riportare ad una combinazione più aperta e articolata.

Forza Italia non perde occasione per distinguersi dagli alleati e quella della cittadinanza è indubbiamente una questione calda, riportata d’attualità dalle recenti Olimpiadi. Mi sembra tuttavia una pantomima continua e quasi programmata: far finta di non essere d’accordo, marciare divisi per catturare consensi fra gli elettori titubanti salvo poi colpire uniti quando veramente si fa sul serio.

C’è in atto una sorta di sfogatoio nella politica di destra, che rischia di essere uno sfigatoio per gli italiani che votano a destra. Se devo essere sincero, il volto buono di Tajani mi piace ancor meno di quello cattivo di Salvini. I perbenisti post-berlusconiani mi fanno rabbiosa tenerezza più degli anticonformisti post-bossiani. Tutto sommato preferisco le vannacciane pernacchie cattiviste ai forzitalioti sorrisetti buonisti.

Se gli stranieri in predicato di diventare cittadini italiani aspettano di risolvere il problema della loro integrazione con la stucchevole querelle Salvini-Tajani-Meloni, si devono mettere il cuore in pace e rimanere vita natural durante nel limbo degli apolidi. Per la verità finora non è che abbiano trovato grande accoglienza a sinistra: anche lì le preoccupazioni elettorali la fanno da padrone. Lo sfogatoio sempre in agguato nella politica di sinistra rischia di rappresentare uno sfigatoio per gli immigrati in cerca di patria.

Andando nel merito al problema degli immigrati e alla vera linea politica del governo di destra (sintetizzabile nell’accoglienza differenziata), mi fa sinceramente pena la diatriba sull’accertamento dei motivi che spingono i rifugiandi alla fuga dai loro paesi di origine. Ci sarebbero i rifugiandi di comodo? Pensate un po’, gente che scappa disperatamente e mette a repentaglio la propria vita, abbandona tutto, paga cifre pazzesche a scafisti senza scrupoli, si sottopone ad un viaggio in condizioni disastrose senza alcuna garanzia di arrivare a destinazione, rischia di morire annegata. E tra questi ci potrebbe essere un disperato di comodo? Ma fatemi il piacere. Arrivano e nessuno li vuole accogliere. Tutti li scansano e li sballottano di qua e di là, come se fossero dei rifiuti da far sparire: “cme i rosp al sasädi”. Poi c’è qualcuno che dopo aver lanciato il sasso nasconde la mano, anzi addirittura finge di porgerla in soccorso. Ma come è buono lei…