Com’è triste il M5S soltanto quindici anni dopo

Beppe Grillo rialza la posta dello scontro con Giuseppe Conte per la leadership di M5s, rivendicando “il diritto all’estinzione” della creatura politica da lui fondata che ora dice di non riconoscere più.

Una frase, come nel suo stile dai toni tra l’evocativo-apocalittico e l’allusione a possibili ricorsi legali. Non ci stanno a queste affermazioni gli attuali parlamentari del Movimento che rivendicano il loro impegno in adesione al progetto originario, e non ci sta soprattutto Giuseppe Conte, che rivendica la fase costituente da lui lanciata esattamente per permettere a M5s di essere quella forza che dà al Paese uno sguardo lungo, proteso al futuro.

Già in passato Grillo aveva parlato di “biodegradabilità” di M5S, ma in termini opposti a quelli odierni, quando cioè avrebbe realizzato i suoi programmi trasformando il Paese: “Quando i cittadini avranno gli strumenti per fare un referendum da casa, il movimento potrà anche sciogliersi, siamo un movimento biodegradabile”, disse per esempio il 2 marzo 2018. Il post scritto oggi sul suo blog è diversissimo, anche se vi si parla ancora di un M5s “biodegradabile” e “compostabile”.

 “Io rivendico da creatore del movimento il mio diritto all’estinzione del movimento. Io quando vedo questa bandiera dei 5 Stelle, con davanti il mago di Oz (cioè Conte ndr) che parla di democrazia diretta, mi viene un buco nello stomaco. Quindi, va benissimo, dobbiamo essere persone civili. Lui si può fare il suo bel partito, si può fare il suo manifesto con la sua faccia bella, simpatica, sincera, con scritto, Oz e i suoi 22 mandati può arrivare all’8%”.

 Grillo critica poi la fase costituente voluta da Conte, lamentando di essere stato lasciato fuori da ogni decisione: “Io accampo questo diritto all’estinzione perché”, “lo sappiamo tutti, il movimento non c’è più è evaporato”. É diverso dal suo M5S visionario del futuro: “Io sono vecchio, posso essere passato di moda, però dentro ci sono ancora delle idee meravigliose, di ripensare anche il mondo di come sarà fra vent’anni”; “C’è tutto un mondo da ripensare e noi invece ribadiamo questa politica ormai stramorta”. (ANSA.it)

In casa pentastellata volano gli stracci. Quando nacque il movimento ero portato a credere che consistesse tutto nell’abilità affabulatoria di Beppe Grillo e ne sono ancora convinto. Giuseppe Conte è un incidente di percorso. Quindi ha ragione il fondatore ha rivendicare almeno il diritto a stendere il certificato di morte di fronte al tentativo di mantenere in vita una creatura politica con l’alimentazione forzata prescritta da Conte.

A questo movimento ho dato fin dall’inizio l’unico merito di avere intercettato una larga e pericolosa deriva antipolitica, dandole rappresentanza a livello parlamentare, ma trasferendola troppo velocemente nelle stanze del potere tramite la costituzione di governi senza capo né coda. È l’errore storico dei movimentisti: non hanno la pazienza di metabolizzare la politica e finiscono col fare una scorpacciata di velleità governative che finisce naturalmente in una indigestione che porta ad una patologia cronico-degenerativa.

Se Grillo ha avuto il merito di intuire un certo malessere sociale trasformandolo in spinta al cambiamento, Conte ha avuto il demerito di contenere la spinta al cambiamento finendo col vivacchiare in chiave polemica nell’area della sinistra nelle sue componenti storiche. Far convivere formazioni politiche che, bene o male hanno una loro storia, con movimenti senza storia che si limitano a disturbare e ad interferire malamente, è una gara dura che può durare qualche tempo ma che forse è durata fin troppo.

L’esito della consultazione elettorale regionale della Liguria conferma la fine del M5S con un ulteriore definitivo crollo nei consensi: i voti se ne stanno andando, a manca il Pd non è in grado di intercettarli se non in minima parte, alcuni se ne tornano a sfogare il malcontento a destra, la maggior parte si rifugia nell’astensione. L’aumento inquietante del non voto è dovuto anche alla fuga senza meta degli elettori grillini. La sinistra, se contava di fare squadra coi pentastellati, deve ricredersi e puntare tutto sulla propria capacità di scaldare i cuori, lasciando perdere da una parte le velleità di Giuseppe Conte e dall’altra parte le sirene centriste dei Calenda e dei Renzi: meglio perdere da soli che tentare di vincere male accompagnati. E chi ha detto che questo bagno identitario e purificatore non faccia bene  alla sinistra e non le consenta di attingere al bacino degli astensionisti a cui, seppure in modo sofferto e discontinuo, riconosco a malincuore di appartenere.

Ecco perché ammetto di concedere l’onore delle armi a Beppe Grillo nonostante gli errori clamorosi che può avere commesso: è sempre meglio un padre confusionario di un patrigno che la sa lunga. Probabilmente il tutto finirà con le carte bollate: chi voleva ferire la burocrazia politica perirà di burocrazia giudiziaria. Un esito inglorioso di cui non riesco a godere, che mi mette tanta tristezza, perché il fallimento di una esperienza politica è pur sempre negativo per la politica stessa.

Quando ho l’occasione di ascoltare qualche dibattito parlamentare colgo generalmente qualcosa di positivo negli interventi dei rappresentanti del M5S: hanno almeno il merito di saper fare polemica, di buttare qualche sasso in piccionaia, di esprimere democraticamente i dolori di pancia della società più viva e reattiva. Ormai però hanno perso il filo della loro pur breve storia, manca un barlume di sintesi politica e uno spiraglio di prospettiva per il futuro. Peccato. Li rimpiangeremo? Può anche darsi, staremo a vedere…

 

   

 

Buttare il cuore di Gesù oltre gli ostacoli del mondo

Il Sinodo sulla sinodalità è finito. Oggi ci sarà la Messa finale in San Pietro. Ma ora comincia il suo cammino nelle comunità ecclesiali di tutto il mondo. Non ci sarà un’esortazione apostolica conclusiva. Il Papa ha annunciato questa sera, a conclusione dei lavori assembleari che vale in tutto e per tutto il documento votato nell’Aula Paolo VI. E già questa è una novità. L’altra è rappresentata dal fatto che continuerà il lavoro delle dieci commissioni su problemi particolari. E lo stesso Francesco continuerà ad ascoltare vescovi e Chiese su questi temi. «Alla luce di quanto emerso dal cammino sinodale – ha detto il Pontefice nel suo discorso finale lungamente applaudito – , ci sono e ci saranno decisioni da prendere». Ma «in questo tempo di guerre dobbiamo essere testimoni di pace, anche imparando a dare forma reale alla convivialità delle differenze», ha osservato. Per tale ragione – ha spiegato Francesco – non intendo pubblicare una esortazione apostolica. Basta quello che abbiamo approvato. Nel documento ci sono già indicazioni molto concrete che possono essere di guida per la missione delle Chiese, nei diversi continenti, nei diversi contesti: per questo lo metto subito a disposizione di tutti» in modo che «sia pubblicato».

 

Forse non è sbagliato cominciare a leggere la nuova enciclica di papa Francesco, Dilexit nos (ci ha amati) dalla fine. E precisamente dalla preghiera del Pontefice che troviamo nelle ultime righe del testo dedicato al culto del Sacro Cuore di Gesù. Perché nella preghiera che papa Bergoglio scrive c’è il nucleo essenziale del suo messaggio. “Prego il Signore Gesù che dal suo Cuore santo scorrano per tutti noi fiumi di acqua viva per guarire le ferite che ci infliggiamo, per rafforzare la nostra capacità di amare e servire, per spingerci a imparare a camminare insieme verso un mondo giusto, solidale e fraterno. Questo fino a quando celebreremo felicemente uniti il banchetto del Regno celeste. Lì ci sarà Cristo risorto, che armonizzerà tutte le nostre differenze con la luce che sgorga incessantemente dal suo Cuore aperto. Che sia sempre benedetto!”. (dal quotidiano “Avvenire” – Mimmo Muolo)

 

Ho volutamente accostato i primi commenti a due eventi, apparentemente indipendenti l’uno dall’altro, forse addirittura in contraddizione metodologica tra di essi, per tentare una brevissima riflessione su quanto possa fare la Chiesa per il disastroso mondo in cui viviamo e in cui rischiamo di asfissiare per mancanza di prospettive, per dirla con una parola grossa per mancanza di speranza.

Da qualsiasi parte ci si volga emergono lutti e tragedie apparentemente senza vie d’uscita: è in atto la normalizzazione della disperazione!? Mentre da una parte la sinodalità ecclesiale offre al mondo un discreto ma pressante metodo di dialogo per costruire qualcosa che vada oltre le tragicomiche architetture vigenti, dall’altra parte l’enciclica papale lo scuote dal torpore di una sorta di illuminismo riveduto e scorretto per proporgli la centralità di Gesù, che metta il suo e il nostro cuore al posto delle menti malate e fuorviate dall’imperante egoismo.

La Chiesa ha qualcosa da dire a se stessa e al mondo? Sembrerebbe proprio di sì, anche se il condizionale è d’obbligo non tanto per la debolezza delle proposte ma per l’indifferenza di chi le dovrebbe ascoltare. Ricordo l’entusiasmo con cui vennero accolte le encicliche “Pacem in terris” e “Populorum progressio”, emanate rispettivamente da Giovanni XXIII e Paolo VI: era un altro mondo, i problemi non mancavano, ma c’era il desiderio, soprattutto da parte delle giovani generazioni, di affrontarli in una logica diversa, oserei dire rivoluzionaria. Oggi a questo fermento innovativo si è sostituito un paludoso scetticismo, assai più pericoloso delle fughe in avanti delle teologie liberatorie.

Papa Francesco in tutto il suo pontificato non ha puntato tanto a riformare la Chiesa sul piano strutturale, ma a ricondurla nel solco evangelico senza se e senza ma, sostenendo che «parlare sempre dei poveri non è comunismo, è la bandiera del Vangelo». Probabilmente con l’enciclica “Dilexit nos” vuole aggiungere che nel cuore di Gesù ci siamo tutti solo se ammettiamo la nostra povertà nel combattere le povertà. La povertà elevata al quadrato può essere contenuta e risolta solo in un cuore elevato all’infinito (la matematica non è mai stata il mio forte, infatti la uso soltanto per rendere l’idea…).

Apprezzabile la decisione di lasciare sostanzialmente aperto il Sinodo, passando la parola alle comunità ecclesiali, che nel cuore di Gesù non trovano soltanto lo sbocco compiaciuto di un devozionismo spinto, ma il kit del cristiano che intende essere nel mondo ma non del mondo.

In conclusione, a prima vista e riservandomi una lettura attenta ed approfondita del documento sinodale e dell’enciclica papale, colgo l’umile ma forte intenzione di allargare la mente a tutto lo scenario dell’umanità dopo avere aperto il cuore (quello di Cristo che tutti accoglie) alle immani sofferenze dell’umanità stessa: il cuore di Gesù è infatti ben più largo ed esauriente delle nostre necessarie ma penose elucubrazioni geopolitiche e delle nostre inevitabili ma inconcludenti conflittualità sociali.

Il cardinal Martini in aperto dialogo con Eugenio Scalfari affermava: «La storia del mondo non sarebbe quella che è se la speranza non alimentasse i nostri sforzi e la carità non illuminasse la nostra vita quotidiana. La Risurrezione dello Spirito è la fiamma che spinge le ruote del mondo. Lei può immaginare un mondo senza carità e senza speranza?».

 

 

 

Obiettivo rimpatri, risultato disumanità

Tra il 2014 e il 2023 sono state 50mila le persone straniere trattenute «in centri che violano i diritti umani e sono un disastro per le finanze pubbliche – denuncia ActionAid –. I Cpr in Italia appaiono come modello di disumanità, gestione incontrollata e fallimentare da cui prendono forma i nuovi centri di trattenimento in Albania». Uno dei primi dati che balza all’occhio è il loro bassissimo “tasso di efficacia”: nel 2023 su oltre 28mila persone straniere colpite da provvedimento di espulsione quelle effettivamente rimpatriate dai Cpr sono state 2.987. «Una politica che ottiene il 10% dei risultati attesi è inammissibile, a meno che non si riconosca che l’obiettivo non è quello esplicito del rimpatrio, ma di assimilare le persone migranti ai criminali, erodendo le basi del diritto d’asilo e del sistema di accoglienza», commenta Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni per ActionAid. (dal quotidiano “Avvenire” – Ilaria Sesana)

Diciamocelo una volta per tutte: per il problema migratorio non c’è alternativa ad una razionale politica di accoglienza-integrazione. Il resto sono illusioni propagandistiche e fantasie (s)governative. Ne abbiamo sentite e viste di tutti i colori: dalla chiusura dei porti alla guerra alle ong, dai rimpatri sbrigativi alla criminalizzazione dei clandestini, dal blocco degli sbarchi alla dissuasione dal rifugiarsi in Italia.

Oltre tutto a fronte di queste menate insensate e inumane abbiamo dati in netta controtendenza: gli immigrati ci servono (guai se non ci fossero), pagano più di quanto ottengono, delinquono né più né meno come i nostri connazionali, vengono spesso sfruttati e trattati come bestie.

Ultima trovata quella dell’Albania, miseramente fallita prima ancora di partire. E il governo ha intenzione di insistere su questa strada…e tanta gente, accecata dall’egoismo, crede ancora che i migranti siano un male per la nostra società e vadano criminalizzati ed espulsi senza pietà.

Il leitmotiv del discorso anti-migratorio è la lamentazione continua verso l’Unione europea e verso i Paesi membri che scaricherebbero sull’Italia gran parte del peso e che guarderebbero la pagliuzza nell’occhio italiano trascurando la trave nei loro occhi. I Paesi europei fanno più di noi: le cifre parlano chiaro. La Ue siamo noi e sta anche a noi varare politiche comunitarie al riguardo.

Smettiamola quindi di raccontare storie sul fenomeno migratorio. Chi cerca di ragionare viene immediatamente bollato come sognante buonista francescano: è la stessa sorte che tocca a chi parla di pace che viene impietosamente considerato assurdo pacifista.

Meglio sognare e puntare ad un avvenire di solidarietà e di pace che ripiegare sulla più triste delle realtà fatta di egoismo e di guerra. Solo partendo da questo presupposto si può dialogare e governare. Ricordiamoci che la politica senza il rispetto dei principi e dei valori parte sempre e comunque col piede sbagliato e crea disumanità ed ingiustizia.  Ecco cos’è la realpolitik!

 

 

Un uomo d’ordine democratico nel putiferio istituzionale

A chi e a che cosa si riferiva Sergio Mattarella nell’auspicare, domenica, che tra le istituzioni vi sia «collaborazione, ricerca di punti comuni, condivisione delle scelte essenziali per il loro buon funzionamento e per il servizio da rendere alla comunità»?

È la domanda che si pone Angelo Picariello sul quotidiano “Avvenire”. Me la sono posta anch’io non appena ho letto le succitate dichiarazioni del Capo dello Stato, rimanendo però piuttosto deluso, perché, in un autentico putiferio istituzionale come quello che stiamo vivendo, mi sarei aspettato molto di più che non un criptico appello al bon ton.

Mi è sembrato un atteggiamento simile a quello di chi immerso nelle acque alluvionali fino al ginocchio non riesce a fare altro che ripararsi il capo con l’ombrello. Presidente, qui diluvia! Dica e faccia qualcosa di più perché stiamo affogando.

Angelo Picariello si dà una prima superficiale risposta: «Nella decennale dimestichezza con il suo galateo istituzionale, è ben nota la sua ritrosia a prendere parola su argomenti al centro delle libere valutazioni del Parlamento e dell’esecutivo. È quindi probabile che il riferimento principale del Capo dello Stato fosse rivolto alla perdurante inadempienza nella nomina del giudice costituzionale»

Insisto osservando come non basti il galateo istituzionale in mezzo a bordate che mettono in discussione i principi fondamentali della Costituzione come la divisione dei poteri, l’autonomia della Magistratura, il primato dei diritti universali etc. etc.

Sono sicuro che Mattarella stia operando molto sotto traccia con la moral suasion telefonica, ma c’è bisogno di sentire direttamente e chiaramente la sua voce. Non basta parlare di collaborazione, non è sufficiente la mozione degli affetti, occorre un fermo invito all’autocritica per tutti, suggerendo anche i punti su cui impostare l’esame della coscienza costituzionale.

Cosa sta facendo il governo in contrasto con la Costituzione e con il principio del buongoverno? Cosa non sta facendo il Parlamento per legiferare seriamente? Cosa sta sbagliando la Magistratura magari per rispondere con eccessi di zelo agli eccessi di pressapochismo del governo e rifiutando aprioristicamente una propria riforma?

Non si tratta di interferire, ma di svolgere fino in fondo il ruolo che la Costituzione assegna al Capo dello Stato. Non è un caso se gli attuali governanti temono il profilo costituzionale del Presidente della Repubblica, vaneggiando un suo depotenziamento di legge e di fatto con l’introduzione del premierato. E allora, intanto che siamo ancora in tempo, proviamo a dire pane al pane e vino al vino.

Sono convinto che i cittadini italiani e tutti quanti guardano alle vicende del nostro Paese con preoccupazione apprezzerebbero un intervento di Mattarella fuori dai denti non per offendere i trasgressori istituzionali, ma per difendere la Costituzione.

Al Parlamento potrebbe inviare un esplicito invito a svolgere con immediatezza i propri compiti avvertendo che in caso contrario procederà allo scioglimento delle Camere (l’unico pericolo che fa veramente paura ai parlamentari).

Al Governo dica chiaro e tondo di smetterla di giocare al massacro istituzionale, di attaccare rozzamente e faziosamente i magistrati pena la richiesta di dimissioni ai componenti del governo che si dedichino a questo deleterio esercizio (parlar male dei magistrati è diventato lo sport adatto per prevenire la tentazione di parlar male dei politici).

Ai Magistrati chieda di rimanere scrupolosamente nell’ambito delle loro competenze e funzioni, di fare l’impossibile per sveltire i tempi della giustizia, di non dare il benché minimo pretesto a chi voglia infangare il loro operato, di non rispondere alle provocazioni, di riconoscere la necessità di apportare modifiche all’ordinamento giurisdizionale e di elaborare a tale riguardo serie proposte di riforma.

Il tutto avvenga nella massima trasparenza senza alcun timore di disturbare i vari manovratori, parlando, se necessario, direttamente anche ai cittadini senza intermediazioni mediatiche e senza paura di interferire nelle vicende politiche (beata interferenza!!!).

In fin dei conti il Parlamento e tutta la politica in generale, con il plauso dei cittadini, hanno voluto che Mattarella rimanesse a tutti i costi al suo posto. Ebbene, abbiano il buongusto di ascoltarne le reprimende e il coraggio di darsi una regolata.

Tutti vedono come il capo dello Stato giri il mondo per aggiustare il tiro alla inconcludente e ondivaga politica estera governativa; tutti ascoltano le sue puntuali parole, in corrispondenza degli eventi che si succedono, per ribadire principi e valori irrinunciabili per la nostra democrazia, valga per tutti il carattere antifascista della nostra Costituzione repubblicana; tutti apprezzano la sua compostezza e il suo garbo che costituiscono una sorta di continua educazione civica (Dio sa quanto ne abbiano bisogno i governanti e i governati); tutti lo ringraziano  per quanto ha fatto e sta facendo per il nostro Paese.

A questo punto, dato il putiferio istituzionale cui accennavo, faccia un ulteriore sforzo interventista per mettere un po’ di ordine prima che il disordine ci sommerga e ci porti alla rovina. Non c’è tempo da perdere e non c’è ritrosia che tenga. Non rimane che aspettare che il Quirinale diventi sempre più il palazzo della democrazia in mezzo ai palazzi del potere, sperando che il potere si pieghi alle esigenze democratiche e…antifasciste.

 

 

 

 

L’ingestibile zeppa reazionaria

“Ad ogni giorno basta la sua pena”: il detto evangelico si attaglia perfettamente alla burrascosa vita governativa della premier Giorgia Meloni, la quale, dopo aver messo precipitosamente una pezza nuova (decreto sui Paesi sicuri) sul vestito vecchio (accordo con Albania per l’esportazione di migranti), è alle prese con un secondo sexgate al ministero della cultura (dopo il caso Boccia, il caso Spano).

Ho l’impressione che dietro le dimissioni del capo di gabinetto Francesco Spano ci sia un caso di conflitto di interessi (queste cose ormai si sprecano e non fanno più notizia), ma soprattutto una intolleranza della destra di Fratelli d’Italia (“Barbarico clima di mostrificazione” di cui parla il neoministro Giuli?)  verso le unioni omosessuali collocate nel bel mezzo della politica e considerate in netto contrasto con il “Dio-Patria-Famiglia” riassunto a programma ideologico.

Il ministro Giuli sfida Fratelli d’Italia: “Non mi faccio commissariare”. Colloquio a Palazzo Chigi con Mantovano dopo le tensioni, contrasti con il sottosegretario Fazzolari. Rissa sfiorata in Transatlantico tra la sorella del ministro e il dirigente di FdI Mollicone: «Mi minacci?» (dal quotidiano “La Stampa” – Francesco Olivo)

Questa rogna pseudoculturale scoppiata in Fratelli d’Italia se la dovrà grattare Giorgia Meloni: quando si raccattano a scopo elettorale le pulsioni reazionarie della destra, dalle nostalgie dei raduni neofascisti alle riesumazioni bigotte delle crociate omofobe, ai patriottismi xenofobi, diventa problematico fare sintesi politica e si resta in balia delle onde. Anche l’Europa sta problematicamente a guardare cosa sta succedendo (potrebbe farne le spese Raffaele Fitto).

Non si può essere tolleranti con i giovani sbandieratori fascisti, accoglienti con i movimentisti perbene del pro-vita e comprensivi con i razzisti riveduti e scorretti: una simile zeppa non regge alle esigenze di un programma di governo, che oltre tutto avrebbe l’ambizione di monopolizzare la cultura da destra.

Queste pulsioni ogni tanto esplodono e creano imbarazzanti e squalificanti casi. Oggi è la volta dei bacchettoni, ieri era quella dei fascistoni, ieri oggi e domani quella dei “razzistoni”. Buon lavoraccio signora Presidente!

Il naso europeo in giro per l’Italia

Il caso di Hasib Omerovich che si buttò dalla finestra per sfuggire alle torture. Le accuse di Romelu Lukaku e Paola Egonu, che hanno raccontano di essere stati vittime di episodi di razzismo. E le parole d’odio della politica, con un campionario di frasi che vanno da Matteo Salvini a Roberto Vannacci. Oltre ai «resoconti di profilazione razziale da parte della polizia». Che prende di mira «rom e persone di origine africana». In quella che potrebbe definirsi come «una potenziale forma di razzismo istituzionale». La Commissione Europea contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri) del Consiglio d’Europa ha messo insieme fatti di cronaca e accuse precise nel dossier che ieri ha scatenato la reazione del governo e del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Accusando più la politica che la polizia. (Open)

Il Consiglio d’Europa ha evidentemente il naso e la memoria lunghi, molto più di noi italiani. Ha fiutato un clima politico maleodorante a riprova che, come spesso succede nella vita, le cose si vedono e si valutano meglio dall’esterno. Non prendo per buone ed assodate le critiche europee, ma qualcosa di vero e di preoccupante lo colgono. Evidentemente a livello nazionale siamo talmente abituati alla puzza di bruciato, da non accorgerci più dei rischi che stiamo correndo.

Nel bel mezzo dell’affaire Albania, con pesanti accuse da parte di diversi ministri del governo Meloni alle “toghe rosse”, il Consiglio d’Europa scatta una fotografia allarmante, quella di un’Italia in cui “il discorso pubblico è diventato sempre più xenofobo” e di una classe politica che “mina l’indipendenza della magistratura quando si occupa di casi di immigrazione”.

Il tempismo scelto dalla Commissione del Consiglio d’Europa contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri) per pubblicare il rapporto adottato già il 2 luglio scorso è perfetto. Perché nelle ultime settimane la violenza del discorso politico nei confronti dei giudici si è impennata: non solo le furiose reazioni del governo alla sentenza del Tribunale di Roma che ha rimandato in Italia i 12 migranti destinati ai centri albanesi, ma anche la crociata di Matteo Salvini contro i giudici di Palermo per il processo Open Arms. (eunews)

Quindi secondo la Commissione del Consiglio d’Europa non è solo questione di polizia razzista, ma anche di politica che si occupa malamente di immigrazione, creando un perfetto assist alla montante xenofobia. Dubbi e perplessità di gravità eccezionale.

Affermazioni che hanno suscitato l’indignazione della premier Giorgia Meloni e lo “stupore” del presidente Sergio Mattarella. Il capo dello Stato, in una telefonata, ha espresso al responsabile della Polizia, il prefetto Vittorio Pisani, “stima e vicinanza” alle forze dell’ordine. La presidente del Consiglio ha sparato invece ad alzo zero contro le valutazioni dell’Ecri: “Le nostre forze sono composte da uomini e donne che, ogni giorno, lavorano con dedizione e abnegazione per garantire la sicurezza di tutti i cittadini, senza distinzioni, meritando rispetto, non simili ingiurie”. (ANSA.it – Europa)

Non mi sorprende la solita lumacosa e penosa reazione della premier, mentre mi stupisce lo stupore di Mattarella, che peraltro in questi giorni aveva già reagito in modo molto blando e formale agli attacchi governativi verso i magistrati. Non è, tra l’altro, anche Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura?

“Tra le istituzioni e al loro interno la collaborazione, la ricerca di punti comuni, la condivisione delle scelte sono essenziali per il loro buon funzionamento e per il servizio da rendere alla comunità”. Lo ha affermato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, intervenendo a Bari all’inaugurazione del terzo Festival delle Regioni e delle Province autonome.

“Vi sono, in particolare, dei momenti nella vita di ogni istituzione in cui non è possibile limitarsi ad affermare la propria visione delle cose –approfondendo solchi e contrapposizioni- ma occorre saper esercitare capacità di mediazione e di sintesi. Questo è parte essenziale della vita democratica poiché le istituzioni appartengono e rispondono all’intera collettività e tutti devono potersi riconoscere in esse”, ha detto il Capo dello Stato. (adnkronos)

Capisco l’imbarazzo e la preoccupazione del Capo dello Stato, ne ammiro l’equilibrio e la saggezza, ma ogni tanto non mi dispiacerebbe se facesse qualche intervento più spinto: i cittadini sono sicuro che lo apprezzerebbero.  Sarebbe auspicabile che parlasse meno in punta di forchetta e più in punta di coltello: non è questione di intromissione nella politica, ma di estromissione di atteggiamenti e comportamenti anti-costituzionali.

Quanto al discorso della Magistratura, non voglio santificarla perché ha certamente tanti difetti: Mattarella li conosce benissimo e preferirei che fosse lui a incoraggiarne l’autoriforma piuttosto che lasciarla nelle grinfie dell’invasivo potere esecutivo.

Tornando al fiume carsico della “xenofobia pubblica” mi viene spontaneo superare il fastidio di queste bacchettate europee per andare al merito delle questioni sollevate: i rimproveri possono imbarazzare, ma devono provocare reazioni positive. Di peccati in materia razzista ne abbiamo tanti: a livello privato e a livello pubblico. Ho il timore che la politica, anziché tentare di favorire una maturazione della mentalità popolare in senso solidale, ne cavalchi i peggiori istinti camuffandoli in senso orgoglioso e patriottico.

La vicenda dell’esportazione migratoria in Albania, al di là degli aspetti di irresponsabilità tragicomica e propagandistica nel comportamento governativo, può dare l’impressione alla gente di poter vivere chiudendo porte e finestre in faccia a chi è disperato. L’egoismo al governo!

Gli attacchi ai “magistrati rompicoglioni”, al di là della ignoranza e scorrettezza istituzionali, al di là, come sostiene Massimo Cacciari, della dimostrazione di debolezza cronica in capo alla politica, potrebbero essere funzionali ad un inquietante progetto di rovinosa riforma (anti) costituzionale: le derive del premierato autoritario, del regionalismo divisivo, della repressione a tutta canna ne costituiscono le avvisaglie.

Mentre dal livello europeo – pur tra contraddittorie sparate orbaniane alla viva il sovranismo, opportunistiche e gattopardesche strizzate d’occhio ursuliane, burocratiche e conservatrici difese dello status quo – si percepisce qualcosa di strano nel paesaggio italiano e si mette in qualche evidenza, a livello interno si finisce con l’accettare acriticamente tutto in nome di una governabilità illusoriamente conveniente. Una sorta di qualunquismo strisciante da cui non usciremo se non con un bagno di sangue fatto di lotta alla povertà, di scontri sociali, di rifiuto categorico ed intransigente delle esperienze del passato remoto, di avversione alla partitocrazia. Butteremo tanta acqua sporca. Ci rimarrà il bambino costituzionale!?

 

Tutta l’anti-immigrazione fa brodo

L’Italia manda in Albania sedici migranti che vengono dal Bangladesh e dall’Egitto, dando attuazione concreta, per la prima volta, al costosissimo (ma molto ammirato a Bruxelles) accordo tra Edy Rama e Giorgia Meloni. Esternalizzazione dei disperati, affinché il messaggio arrivi forte e chiaro: se provate a venire da noi finisce male. Deterrenza spiccia. Mezza Europa applaude – stai a vedere che si può fare davvero – l’altra metà osserva indispettita. I giudici italiani applicano una norma europea piuttosto facile da capire. Esiste una lista di Paesi considerati insicuri. Chi arriva da quei confini deve essere protetto. Egitto e Bangladesh sono in quell’elenco. Non esiste alcuna ambiguità, persino in Italia dove ogni parola è ambigua interpretabile e scivolosa. Morale: i sedici disperati tornano da noi con tanto di sentenza di accompagnamento e grandinata di polemiche. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, cresciuto nei tribunali, dice: «Se la magistratura esonda dobbiamo intervenire». Allarme, allarme, allarme. Rilanciato da Salvini, da Meloni («È difficile dare risposte al Paese quando si ha contro anche parte delle istituzioni») e persino dal moderato Tajani. L’intero governo si schiera contro le Toghe. Poteri dello Stato l’un contro l’altro armati. La pubblica opinione – noi – guarda sbadigliando perché allo spettacolino indegno è abituata da quarant’anni. Ma se volessimo prendere sul serio le parole di chi ci guida dovremmo pensare di essere sull’orlo di una guerra civile. (Andrea Malaguti – lastampa.it)

Ho preso a riferimento questa ricostruzione del tira e molla albanese per i migranti: mi è sembrata la più oggettivamente attendibile, che mi induce a porre qualche spietata riflessione.

Possibile che un governo metta in cantiere simili progetti senza verificarne preventivamente applicabilità giuridica, sostenibilità finanziaria ed efficacia programmatica? Persino qualcuno in Europa, per motivi ideologici o di opportunità politica, ha salutato l’accordo italo-albanese come interessante canovaccio su cui costruire un’accettabile gestione del fenomeno migratorio.

Possibile che, dopo l’insuccesso clamoroso, il ravvedimento operoso governativo sia costituito soltanto da una vergognosa caciara istituzionale (la magistratura considerata amica del giaguaro) e da una ridicola sanatoria legislativa (un decretino sui Paesi insicuri)? E pensare che la gente magari ragionerà così: almeno ci hanno provato…

Possibile che l’Europa stia a guardare e tolleri le malefatte italiane compensandole con quelle dei suoi partner? Possibilissimo che il saldo dei cadaveri migratori porti ad un vomitevole pareggio sulla pelle dei disperati.

Possibile che la raffazzonata e improvvisata politica migratoria serva a deviare l’attenzione degli italiani dai problemi impellenti della sanità e dell’istruzione? Un vittimismo oggi e uno domani servono a difendere la propria incapacità politica. Chissà cosa succederà se Matteo Salvini verrà condannato. Per quarant’anni ce lo troveremo al governo: nessuno oserà più toccare il martire di Open arms.

L’allertismo e il fancazzismo

Lungi da me fare del qualunquistico sciacallaggio o addirittura del gufaggio sulle ricorrenti e sconvolgenti disgrazie ambientali, che stanno sempre più connotando e precarizzando il nostro vivere. Vorrei solo di seguito riportare ad un costruttivo e fattivo atteggiamento ciò che rischia di diventare invece un devastante e rassegnato fatalismo, preceduto da uno stucchevole allertismo, sconfinante nell’allarmismo e seguito dai burocratici appelli allo stato di calamità naturale. Spero di non essere frainteso, ma la sincera partecipazione ai drammi di tanti miei concittadini mi induce a spietate (forse esagerate) considerazioni critiche sul contesto amministrativo entro cui avvengono i disastri alluvionali.

Lo stare all’erta nasce da una espressione del linguaggio militare che significava originariamente ‘stare su un’altura (per poter vedere in tempo l’arrivo dei nemici)’ e che poi ha acquisito il significato più generico di ‘stare attenti, vigili’.

Il susseguirsi continuo di variopinti messaggi di all’erta meteorologici lascia il tempo che trova se non è accompagnato da precise istruzioni e consigli comportamentali e sembra fatto soltanto su misura per sgravare di responsabilità gli amministratori pubblici competenti per materia e/o territorio. E allora ecco il rischio di scadere nel gridare “al lupo! al lupo!”, vale a dire nel dare allarmi per nulla, soprattutto se ciò avviene ripetutamente, creando pericoloso ed abitudinario scetticismo nei cittadini, salvo farsi trovare impreparati quando arriva la vera alluvione.

“Io ve l’ho detto, sappiatevi regolare…”: questo in filigrana il senso degli avvertimenti sparati “alla viva la protezione civile…”.  Così seccamente divulgati sono destinati a creare inutile e controproducente allarmismo con reazioni simili a quelle provocate nella moglie di uno storico ruspante meteorologo, esibito, tra il serio e li faceto, dalla Gazzetta di Parma, la quale, rispetto al brutto tempo previsto dal marito, si regolava di conseguenza, facendo sistematicamente il bucato quando sentiva, provenienti dal coniuge, previsioni di grandi piogge. Non è forse vero che un generico “stai attento” crea ansia e paura più paralizzanti che efficaci?

Penso che, complice il susseguirsi di eventi atmosferici assai invasivi e dannosi, ci sia la tendenza a ingigantire il minimo motivo di sospetto o di apprensione, creando uno stato di tensione provocato da notizie più o meno attendibili, anche perché la meteorologia è la non scienza per antonomasia. Non si fa un servizio alla collettività, ma si mettono solo le mani avanti per prevenire eventuali contestazioni a livello di errori ed omissioni.

I pubblici poteri farebbero meglio, anziché ripararsi dietro il generico dito degli o delle all’erta, a impegnarsi nella difesa e manutenzione del territorio, diventato un autentico colabrodo. Bastano infatti normali piogge stagionali per scatenare frane, smottamenti, allagamenti, esondazioni, etc. etc. Credo che solo in casi veramente preoccupanti sia utile la diramazione degli all’erta in quanto accompagnata da precise indicazioni sulla chiusura delle scuole, sui blocchi al traffico, sull’abbandono delle abitazioni, sul non uscire di casa, sul salire ai piani alti, etc. etc. Nei giorni scorsi a Parma sono stati diramati messaggi telefonici di all’erta. La mia immediata reazione è stata: cosa devo fare allora? Mi si dica qualcosa in più, altrimenti non serve a niente se non a coprire le spalle ai pubblici amministratori.

Lasciatemi poi nutrire qualche dubbio sul fatto che a fronte di uno straripamento torrentizio ci sia (quasi) sempre un quantitativo di pioggia annuale concentrato in pochissime ore. Qualche volta sarà così, ma non sempre. Un modo come un altro per scaricare le colpe sul buco dell’ozono, coprendo i propri buchi di gestione del territorio? Senza contare che il buco dell’ozono è anche e forse soprattutto colpa dell’uomo e quindi siamo al cane ecologico che si morde la coda.

Ai media non par vero di cavalcare queste situazioni, facendo cassa sulle emergenze vere o fasulle che siano. Anche questo è un malcostume che sta improntando tutta la nostra società e che non ha niente a che vedere con un’informazione corretta, completa e tempestiva.

Lasciamo perdere poi la stucchevole inflazione degli interventi grilloparlanteschi di scienziati e tecnici interpellati al riguardo. Mio padre sarebbe oltremodo d’accordo col mio scetticismoed aggiungerebbe: “Sì. I päron coj che al’ ostaría, con un pcon äd gess in simma la tävla, i mètton a pòst tùtt; po’ set ve a veddor a ca’ sòvva i n’en gnan bon äd fär un o con un bicér…”.

Nelle opere liriche si cantano spesso “allarmi-allarmi” (famosissimo quello del Trovatore di Verdi), accompagnati dai partiam-partiam…e tutti rimangono regolarmente in scena: chi è che va a combattere non è dato sapere. Per fortuna nel nostro vivere civile, mentre molti lanciano allarmi e dicono di partire con azioni di bonifica e risanamento che non si vedono, c’è chi combatte veramente la buona battaglia del salvataggio e del soccorso, vale a dire la protezione civile, l’unica istituzione che non mi mette ansia e mi concede un po’ di relativa tranquillità.

 

E vissero insieme indebitati e contenti

Il rapporto. Il mondo ha sempre più debiti: siamo oltre i 100mila miliardi di dollari. Allarme del Fmi: il debito pubblico raggiungerà il 93% del Pil globale entro la fine del 2024 e toccherà il 100% entro il 2030, un livello maggiore di quello rilevato durante la pandemia.

Gli Stati Uniti e gli altri Paesi in cui si prevede che il debito continui a crescere, tra cui la stessa Italia, oltre a Brasile, Gran Bretagna, Francia e Sudafrica, potrebbero dover affrontare conseguenze costose.

“Rinviare l’aggiustamento significherà solo che alla fine sarà necessaria una correzione più ampia, e aspettare può anche essere rischioso, perché l’esperienza passata dimostra che un debito elevato e la mancanza di piani fiscali credibili possono innescare reazioni avverse del mercato e limitare lo spazio che i Paesi hanno per confrontarsi con choc futuri”, spiega Era Dabla-Norris, vicedirettore per gli affari fiscali del Fmi.

Secondo l’analista, i tagli agli investimenti pubblici o alla spesa sociale tendono ad avere un impatto negativo molto maggiore sulla crescita rispetto ai sussidi meno mirati, come quelli per il carburante. Alcuni Paesi hanno spazio per ampliare le proprie basi imponibili e migliorare l’efficienza della riscossione delle imposte, mentre altri possono rendere i propri sistemi fiscali più progressivi tassando le plusvalenze e il reddito in modo più efficace. (dal quotidiano “Avvenire” – Paolo M. Alfieri)

A buon intenditor poche parole. I richiami del Fondo monetario internazionale calzano a pennello rispetto alla situazione italiana dei conti pubblici e delle sue preoccupanti prospettive socio-economiche. Ho però la netta sensazione che scivolino sui vetri del nostro scriteriato modo di governare.

Il Fmi, per dirla con Marcello Dell’Utri e parafrasando una sua celebre frase, per L’Italia può dire quello che vuole. È come il nonno di casa: fai finta di niente anche se esce in mutande.

Non prendo per oro colato le allarmistiche analisi di questo organismo pilastro tecnico del capitalismo mondiale, ma dal momento che, come sostiene Giorgio Ruffolo in un suo importante libro, il capitalismo ha i secoli contati, bisognerà pure farci un pensierino.

Non sono un rigorista perché ritengo che una linda tovaglia sulla tavola di uno Stato non garantisca affatto una dispensa piena di beni di prima necessità. Tuttavia occorre ragionare e non si può impunemente e continuamente vivere al di sopra delle proprie possibilità, scaricando i conseguenti problemi sui soggetti più deboli non in grado di arrangiarsi.

Il consiglio fondamentale emergente dall’analisi del Fmi riguarda l’utilizzo intelligente della leva fiscale e l’adozione di una razionale politica di tagli alle spese. Uso al riguardo una metafora di carattere famigliare. Se si è fortemente indebitati e si fa molta fatica a vivere dignitosamente, il buon padre di famiglia cosa fa? Propone a chi spende troppo di limitarsi e addirittura di contribuire con maggiori risorse al riequilibrio del bilancio in modo da garantire a tutti i componenti una vita sobria ma accettabile, in modo da tranquillizzare i creditori sulla solvibilità, in modo da investire un po’ di soldi per migliorare le condizioni di vita.

Se invece si prosegue all’insegna del “qualcuno pagherà” e del “si salvi chi può”, alla non tanto lunga si andrà a sbattere. Certo che il padre di famiglia dovrebbe essere credibile, dare il buon esempio, riuscire a convincere anche i più recalcitranti…Qui viene il brutto! Alla mancanza di senso della famiglia si aggiunge la scarsissima autorevolezza del capo che balla nel manico famigliare.

La metafora credo sia abbastanza trasparente. Ce n’è per tutti. Non snobbiamo quindi il Fmi, non facciamo finta che le cose, tutto sommato, vadano bene, non pensiamo di cavarcela all’italiana.  Uno scatto di responsabilità sarebbe indispensabile, anche se la botte dà il vino che ha e il vino, pur non essendo buono, purtroppo serve ad ubriacare i commensali.

Riprendo in amara conclusione la suddetta irriverente gag del nonno. Attenzione perché può anche darsi che le mutande del Fmi adombrino le braghe di tela dell’Italia.

 

Dove predomina il potere manca la politica

Arriveranno già nelle prossime ore a Bari direttamente dall’Albania. Con un decreto di espulsione, un potenziale ricorso in tasca e la possibilità comunque di rimanere in Italia e ritentare la carta dell’asilo. È la storia (rocambolesca) di un viaggio Italia-Albania andata e ritorno in meno di una settimana che si gioca sulla pelle di persone che hanno subito torture, ingiustizie e soprusi. È il destino dei 12 migranti che dopo essere stati trasferiti con il pattugliatore Libra della Marina militare prima nell’hotspot di Shëngjin e poi nel centro di prima accoglienza di Gjadër ora ritornano in Italia. La sezione immigrazione del tribunale di Roma non ha infatti convalidato il trattenimento dei migranti all’interno del centro italiano di permanenza per il rimpatrio di Gjader in Albania. I dodici migranti devono tornare in Italia. «Il diniego della convalida dei trattenimenti nelle strutture ed aree albanesi equiparate alle zone di frontiera o di transito italiane é dovuto all’impossibilità di riconoscere come “paesi sicuri” gli Stati di provenienza delle persone trattenute» spiegano i magistrati, facendo riferimento alla recente pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 4 ottobre 2024 a seguito del rinvio pregiudiziale proposto dal giudice della Repubblica Ceca. Per i giudici, Egitto e Bangladesh non sono Paesi sicuri.

(…)

Le prime stoccate alle toghe arrivano dalla Lega, già schierata a Palermo nel giorno dell’arringa di difesa del vicepremier Matteo Salvini nel processo Open arms, e da Fratelli d’Italia. L’ordinanza del tribunale di Roma è «inaccettabile e grave – si legge in una nota del Carroccio -. I giudici pro-immigrati si candidino alle elezioni, ma sappiano che non ci faremo intimidire». Toni aspri pure dal partito della premier: «Assurdo! In aiuto della sinistra parlamentare arriva quella giudiziaria – lamenta un post sul profilo X di Fratelli d’Italia, in una grafica con una toga di colore rosso -. Alcuni magistrati politicizzati hanno deciso che non esistono Paesi sicuri di provenienza: impossibile trattenere chi entra illegalmente, vietato rimpatriare i clandestini. Vorrebbero abolire i confini dell’Italia, non lo permetteremo». 

(…)

La premier, in viaggio nel tormentato Medio Oriente e subito messa al corrente dal suo staff della pronuncia del tribunale capitolino, reagisce. «È molto difficile lavorare e cercare di dare risposte a questa nazione», lamenta da Beirut, «quando si ha anche l’opposizione di parte delle istituzioni che dovrebbero aiutare a dare risposte». Meloni definisce «pregiudiziale» la decisione dei giudici di Roma. (dal quotidiano “Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

Lo scivolone governativo sulla paradossale strategia in tema di immigrazione non stupisce più di tanto: quando si vuole fare propaganda sulla pelle dei disgraziati non può che finire così. La soluzione albanese, frettolosamente e irresponsabilmente promossa a schema emblematico, crolla miseramente non appena partita. Fin qui l’ennesimo errore clamoroso dell’attuale governo.

Che preoccupa però è soprattutto la caciara che si è scatenata sui capisaldi dei rapporti istituzionali nella nostra democrazia: la messa in discussione della distinzione dei poteri e della conseguente autonomia della magistratura. Giorgia Meloni lamenta mancanza di collaborazione da parte dei giudici, che nei loro compiti non hanno affatto quello di collaborare col governo, ma quello di applicare le leggi e di garantire i diritti fondamentali delle persone. Non so se definirla ignoranza o arroganza, forse l’una e l’altra cosa insieme. Ne risulta la presunzione di intoccabilità del potere esecutivo, giustificata da una maggioranza (peraltro minoranza) di voti elettorali e da una maggioranza di voti parlamentari. Anche se Fratelli d’Italia avesse ottenuto il cento per cento dei consensi il discorso non terrebbe, perché, a maggior ragione sarebbero necessari i contrappesi istituzionale a salvaguardia della democrazia così come impostata dalla Costituzione.

Non merita nemmeno di essere preso in considerazione l’attacco leghista dal momento che è soltanto la miglior (?) difesa di Matteo Salvini a giudizio nel processo Open arms. La questione è comunque sempre quella della intoccabilità del governo e la strenua difesa del potere. Le istituzioni che, nello svolgimento delle loro funzioni osano direttamente o indirettamente andare contro il governo e i suoi componenti, vengono bollate come antipotere, come amici del giaguaro per dirla in modo colorito. Siamo solo agli inizi perché la madre di queste battaglie antidemocratiche è il cosiddetto premierato passando attraverso la riforma della magistratura, l’autonomia differenziata regionale ed altre simili amenità istituzionali.

Il tema attorno a cui ruotiamo è il “potere in democrazia”. Se si prova ad allargare la visuale geopolitica, c’è da rimanere sbigottiti.

Mi ha fatto impressione una constatazione ascoltata non ricordo da chi (forse Enrico Letta): negli Usa il candidato più quotato è Donald Trump, un personaggio che, oltre tutte le gravissime pecche accumulate in senso etico e politico, ha tramato contro lo Stato democratico, istigando i suoi simpatizzanti alla sollevazione violenta per la conquista del potere (riuscendo peraltro ad ottenere una sorta di impunità). É detto tutto. La scuola democratica americana? Ma fatemi il piacere.

Durante la recente puntata della trasmissione “Di martedì” su La 7 mi ha impressionato la ricostruzione fatta dal bravissimo giornalista Sergio Rizzo in ordine al sistema di potere di cui è protagonista principale e regista Ignazio La Russa, attuale presidente del Senato. Ne esce un quadro inquietante di fronte al quale la collezione dei busti di Mussolini è una semplice goliardata. L’altra sera ho capito perché Giorgia Meloni lo abbia designato a ricoprire la seconda carica dello Stato: non tanto e solo per fare un piacere ai nostalgici della sua armata Brancaleone, ma per chiudere a livello istituzionale i cerchi del potere per il potere.

In Europa, pur non essendo delle mammolette, sono attenti a certe anomalie italiane. Forse non è un caso che stiano provando a rimettere in discussione la nomina di Raffele Fitto a componente della Commissione Ue (i socialisti sembra che battano un colpetto…). Come può un personaggio che non crede all’Europa (leggi gradimento di Orban nei suoi confronti) governarla in campo economico (la delega di Fitto riguarda infatti l’economia)? Il potere del governo italiano troverebbe un consistente appoggio a livello europeo in nome della mera rappresentanza nazionale a prescindere dalla politica e dai suoi schieramenti: il potere basato sul patriottismo antieuropeo. L’Europa diventa cioè una istituzione ingombrante da giubilare con l’aiuto di Orban e con la sponda opportunistica di Ursula von der Leyen.

Allarghiamo ulteriormente la visuale. Come è possibile che Netanyahu, rappresentante dello strapotere israeliano possa fare il bello e cattivo tempo senza che qualcuno osi metterlo in seria discussione? Lo preserva da tutto la forza del potere stesso, anche religioso, che lo rende inattaccabile. In parecchi mi hanno detto che negli Usa la politica è in mano a due lobby: quella degli omosessuali e quella degli ebrei. Si dice che gli elettori americani cattolici siano orientati a sostenere Trump in quanto lo considerano “l’Antidemonio”, che sventola la bandiera anti-abortista: tutto si tiene, roba da matti…

Domenica scorsa ho ascoltato Francis Coppola intervistato da Mara Venier: si poneva il problema del come mai la tanta cultura che esiste nel mondo non riesca a connettersi con la politica; fra di esse esiste una frattura insanabile. La risposta è nella concezione del potere che tutto assorbe e tutto strumentalizza.

Il potere della scienza e della cultura? Ci sarebbe da discutere sul concetto, ma soprattutto sulle porcherie dell’asservimento di cultura e scienza alla peggior politica. La cultura, che dovrebbe essere il modo di porsi di fronte alla realtà, sta diventando il mediatico modo di porsi al di fuori della realtà.

Che spaventa è la totale incapacità dei cittadini a reagire all’asfissiante morsa del potere esercitato, con l’aiuto decisivo dei media (vedi Rai in Italia), dalle destre, ma con le sinistre che sembrano andare per la tangente del mantenimento delle loro fette di potere più salottiero che popolare, con i valori democratici ridotti a divertimento innocuo per cittadini ingenui.