La radice malata impone il trapianto dell’albero

Sono passati parecchi anni da una sera in cui volli leggere la ricostruzione, così come pubblicata dai giornali ed emergente dagli atti processuali, dell’orrendo delitto di Novi Ligure: l’uccisione a coltellate, da parte di Erika (16 anni) e del fidanzato Omar (17 anni), della madre della ragazza e del fratello di 11 anni, un piano criminale in cui era prevista anche la soppressione del padre di Erika.

Ad un certo punto dovetti interrompere la lettura: emergevano elementi di tale ferocia da mettere in crisi anche il più imperturbabile appassionato di racconti horror e io non ero e non sono imperturbabile e tanto meno amante dell’horror.

L’emergenza horror è tornata di grande attualità con l’incredibile omicidio di una giovane donna ad opera di un ragazzo che uccide per motivi non meglio precisabili chiedendo addirittura scusa durante il misfatto e il pluriomicidio dei propri famigliari ad opera di un diciassettenne che non si dà una spiegazione e lascia solo intendere un certo malessere relazionale.

La crudeltà totalmente immotivata, la bestiale violenza omicida ridotta a mero esercizio e riscatto della propria (im)maturità, l’efferata uccisione dei propri famigliari considerata come rimozione di una pietra d’inciampo: cosa può succedere nell’animo delle persone per portarle a simili catastrofi umane?

Sono le domande che anche in questi giorni mi sono rifatto, leggendo ed ascoltando le fastidiose, in quanto insistite e compiaciute, cronache dei suddetti delitti. Emergono motivazioni risibili, molto simili fra di loro e paradossalmente sconvolgenti. Forse sarebbe opportuno fare silenzio, non cercare spiegazioni, provare solamente grande pietà senza imbarcarsi in giudizi temerari.

Allora come ora invece mi sono dato due (non) risposte, legate tra di loro: una di carattere religioso e una di tipo etico. Non sono un fanatico portato a drammatizzare e schematizzare la lotta fra il bene e il male, ma davanti a questi fatti ammetto di pensare con una certa insistenza alla presenza del demonio, che approfitta della debolezza di certi soggetti arrivando ad impersonificarsi in essi e ad agire con una forza distruttiva arginabile solo a monte e non a valle. La seconda risposta, causa/effetto rispetto alla prima, mi porta a ritenere che nel vuoto assoluto valoriale e ideale si possa rischiare di essere posseduti dal demonio ed essere sopraffatti da vampate maligne di ribellione estrema contro chi simboleggia le regole di vita e magari osa ricordarle.

L’elemento che rende più umanamente inspiegabile questi comportamenti delittuosi, non è tuttavia  tanto la crudeltà (un dato presente in molte vicende umane personali e collettive), non è tanto la futilità dei motivi scatenanti, né la giovane età dei protagonisti, né i legami con i destinatari della violenza (talora stretti, talora inesistenti), ma l’imbambolata indifferenza del dopo-delitto, che si accompagna  alla mancanza di rimorso e di ravvedimento (all’atto della confessione del delitto stesso). È vero che nella coscienza di un individuo non si riesce a leggere, ma tutto lascia pensare alla mancanza di coscienza (qualcuno dice mancanza del senso di colpa). Se un uomo è senza coscienza, non è una bestia perché gli rimane l’intelligenza, è un demonio. È questo che mi induce a considerare demoniaci questi comportamenti, non in senso figurato ma in senso proprio.

Il recupero è sempre possibile e deve essere tentato. Il cammino si presenta molto arduo: qualcuno sostiene che l’unica medicina efficace sia il lavoro, un lavoro duro, faticoso, non una tortura ma nemmeno un breve stage pseudo-professionale. Creare la coscienza in un individuo è molto più difficile che aiutarlo a pulirla, se esiste.

La psicologia, la sociologia, la scienza medica possono trovare per questi episodi tante motivazioni sociali, familiari, ambientali, educative: le conosco, le rispetto, ma non mi convincono. Queste analisi possono servire a responsabilizzare tutti coloro che operano a contatto con i giovani e tutti noi che viviamo in questa società così strampalata. Lasciamo perdere le sbrigative risposte repressive, certe strumentali e vomitevoli analisi pseudo-politiche e anche le argomentazioni del sociologismo datato (tutta colpa della società) e del psicologismo fragile (gli stress della vita moderna).

Chiedo scusa se faccio un balzo nel mio vissuto famigliare. Mia madre, pur partendo dal sostanziale rigore con cui impartiva i suoi pragmatici ma “dogmatici” insegnamenti, perdonava molto, quasi tutto, ai giovani, era inflessibile con le persone attempate cui assegnava un compito educativo imprescindibile. Così come era rigorosa ed implacabile con gli anziani era portata a giustificare chi delinqueva, commentando laconicamente: “jén dil tésti mati”.

Qui mio padre, in un simpatico gioco delle parti, ricopriva il ruolo di intransigente accusatore: “J én miga mat, parchè primma äd där ‘na cortläda i guärdon se ‘l cortél al taja.  Sät chi è mat? Col che l’ätor di l’à magnè dez scatli äd lustor. Col l’é mat!”

Non mi improvviso esperto di teologia, di psicologia e di sociologia, scienze verso cui mantengo un sano atteggiamento di scetticismo.  Rimangono comunque davanti a noi dei comportamenti che temo possano essere riconducibili direttamente o indirettamente al demonio; se la vogliamo dire in senso laico, al gusto di fare il male per il male (se non è demoniaca questa pulsione più che bestiale…gli animali infatti hanno sempre un motivo per i loro attacchi violenti…).

Racconta Vittorino Andreoli, il noto esperto e studioso di psichiatria criminale, di avere avuto un importante e toccante incontro con papa Paolo VI, durante il quale avranno sicuramente parlato non di meteorologia ma di rapporto tra scienza e religione nel campo della psichiatria e dello studio dei comportamenti delinquenziali. Al termine del colloquio il pontefice lo accompagnò gentilmente all’uscita, gli strinse calorosamente la mano e gli disse, con quel tono a metà tra il deciso e il delicato, tipico di questo incommensurabile papa: «Si ricordi comunque, professore, che il demonio esiste!».

Gira e rigira, tutto serve, la sociologia, la criminologia, la psicologia, la psichiatria (ho letto e ascoltato gli esperti: bravissimi…), ma niente risolve. Ricordo un breve dialogo con un mio carissimo collega di lavoro: anche lui si chiedeva i motivi e gli sbocchi di queste derive umane (peraltro giovanili). Non seppi che introdurre la similitudine dell’automobile in corsa senza freni: non si sa dove possa andare a finire. Non resta che fermare la macchina, sottoporla ad una totale revisione e ripartire con obbligo di rodaggio.

Nel Vangelo Giovanni Battista presenta Gesù come “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. Scrive p. Ermes Ronchi a commento: «Toglie il peccato del mondo, il peccato al singolare, non i mille gesti sbagliati con cui continuamente laceriamo il tessuto del mondo, ne sfilacciamo la bellezza. Ma il peccato profondo, la radice malata che inquina tutto. In una parola il disamore. Che è indifferenza, violenza, menzogna, chiusure, fratture, vite spente…».

Ho cominciato la mia riflessione con una disperata ammissione di presenza maligna, la termino con la delicata “rivoluzione della tenerezza” di Dio in Gesù Cristo (papa Francesco).

 

Le destre che cantano per farci affogar

L’ultradestra tedesca conquista per la prima volta il primo posto in un Land, la Turingia. E a raggiungere questo storico risultato è il politico più radicale di Alternative fuer Deutschland, l’estremista Bjoern Hoecke, l’uomo che la giustizia in Germania ha autorizzato a definire “fascista” e che i servizi interni tengono sotto sorveglianza.

 Il leader della ultradestra tedesca in Turingia, Bjoern Hoecke, ha perso l’elezione diretta nella circoscrizione in cui si era candidato. A vincere è stato infatti il concorrente della Cdu, Christian Tischner, con un 43% contro il 38,9% raggiunto dal candidato di punta dell’Afd, il partito che stasera ha trionfato nel Land di Erfurt. Nel tentativo di non perdere la partita sul mandato diretto, Hoecke aveva addirittura lasciato quello di origine, in una circoscrizione molto cattolica, a Eichsfeld, dove 5 anni fa pure aveva perduto. Il leader Afd potrebbe comunque entrare nel parlamentino attraverso la lista di partito.

Le amministrative nell’Est del Paese, in Turingia e in Sassonia, hanno consegnato il terremoto atteso: il trionfo dei nazionalisti, il crollo dei partiti del governo di Olaf Scholz, la deriva della Linke e l’ascesa di Sahra Wagenknecht, con il suo controverso soggetto politico sospettato di ‘rosso-brunismo’. L’unico argine alla deriva populista, nelle regioni di quella che fu la Ddr, è costituito dai cristiano democratici della Cdu, che ora si sentono investiti della responsabilità di governare. Alternative fuer Deutschland resta però isolata, e anche la sera della sua “sensazionale, storica vittoria”, come l’ha definita il leader nazionale Tino Chrupalla, il cordone sanitario eretto dagli altri sembra reggere. Nessuna collaborazione con l’ultradestra, hanno ribadito infatti i cristiano democratici e la stessa Sahra Wagenknchet, la quale però ha anche annunciato che “stabilire che tutto quello che dice l’Afd sia sbagliato per principio, anche quando afferma una cosa giusta, non fa che rafforzarla”. Basta coi tabù, è la linea della donna che ha distrutto la sinistra nell’Est, dal punto di vista degli ex compagni della Linke. Le coalizioni possibili non sono tante: se si escluderà l’estrema destra, la Cdu dovrà comunque governare con Bsw e scegliere fra Linke e socialdemocratici. (ANSA.it)

Non so se il campione tedesco sia significativo di una tendenza generale. Temo di sì e allora mi chiedo: perché la destra tende ad aumentare i consensi in modo addirittura clamoroso? L’unica risposta veramente plausibile la trovo nell’incapacità della politica a dare risposte credibili ai problemi, ragion per cui gli elettori si affidano a chi non dà risposte ma contesta addirittura le domande.

Il quadro si complica anche se le altre forze politiche sembrano sollevare una sorta di conventio democratica ad excludendum nei confronti dell’estrema destra. Fino a quando terrà questa barriera? Temo che col passare del tempo la spinta elettorale a destra possa diventare inarrestabile e tale da legittimare politicamente la destra con tutti i rischi del caso.

In Italia qualcosa del genere sta succedendo e si sta addirittura consolidando. L’indice di gradimento di Giorgia Meloni è in aumento. E la sanità che va a puttane? E i salari che calano? E la miseria che aumenta?

Forse occorrerà aspettare che i problemi si facciano talmente pesanti da essere sentiti sulla pella e costringere i cittadini a passare dalle scorciatoie ideologiche neofasciste alle pur leggere idealità democratiche.  Gli elettori non capiscono nemmeno il pericolo storico di un ritorno al passato: lo ritengono inesistente e/o insussistente.

Gli intellettuali chic sostengono che sia inutile gridare al lupo del neofascismo. E allora cosa si fa? Si aspetta che il lupo si materializzi e cominci a sbranare la democrazia? Si alzano le spalle e si lascia che ci si svegli a tempo scaduto? Provo a rifugiarmi nella musica mozartiana.

Nelle Nozze di Figaro, il protagonista mette in guardia dalle donne, mentre io mi prendo la licenza poetica di adattare la romanza agli elettori nei confronti dei politici di destra: “Aprite un po’ quegl’occhi, uomini incauti e sciocchi, guardate queste femmine, guardate cosa son! Queste chiamate Dee dagli ingannati sensi a cui tributa incensi la debole ragion, son streghe che incantano per farci penar, sirene che cantano per farci affogar, civette che allettano per trarci le piume, comete che brillano per toglierci il lume; son rose spinose, son volpi vezzose, son orse benigne, colombe maligne, maestre d’inganni, amiche d’affanni che fingono, mentono, amore non senton, non senton pietà, no, no, no, no! Il resto nol dico, già ognuno lo sa!”.

Gli smadonnatori raffinati

Due associazioni cattoliche, Marie de Nazareth e La petite Voie, hanno presentato una denuncia al tribunale di Parigi contro il settimanale satirico Charlie Hebdo, accusato di «provocazione e incitamento all’odio religioso». La rivista è finita sotto accusa dopo la pubblicazione, il 16 agosto, di una caricatura della Vergine Maria dipinta con i sintomi del vaiolo delle scimmie e insultata pesantemente. La denuncia è stata presentata contro il vignettista Pierrick Juin e contro Riss, direttore editoriale di Charlie Hebdo.

Anche la Tribune Chrétien aveva denunciato la vignetta parlando di «incitamento gratuito all’odio verso i cattolici di Francia» e lanciato una petizione per ottenere il ritiro della caricatura ritenuta «insultante, provocatoria, incitante esplicitamente all’odio verso la comunità cattolica». La petizione ha raccolto quasi 25mila firme. La caricatura è stata fortemente denunciata anche da alcuni religiosi, in particolare dal vescovo di Bayonne Marc Aillet, che aveva scritto che «la libertà di espressione non può giustificare una caricatura così abietta». (dal quotidiano “Avvenire” – Redazione Esteri)

Come cattolico non mi sento né odiato né tanto meno scandalizzato da questa insulsa e gratuita porcheria. Davanti a fatti del genere, mio padre, nel suo originale, saggio e acuto senso religioso, reagiva ammettendo di provare una grande pena per gli autori di queste provocazioni. «’m fan compasión» diceva e non aggiungeva altro, consapevole del rischio di dare importanza a ciò che non ne ha alcuna. Cerco di imitarlo.

Come persona informata dei fatti mi sento di inquadrare queste sciocchezze spacciate per trasgressioni culturali nella supponenza francese detentrice del primato pseudo-rivoluzionario a tutti i livelli e in tutte le dimensioni. C’è poco da fare i francesi si sentono superiori a tutti, anche alla Madonna. Anche come bestemmiatori. Chi bestemmia mi dà solo fastidio, ancor più se la sa lunga: preferisco uno scaricatore di porto…

Il ruolo della figura della Vergine col suo bambino nella civiltà europea. Il filosofo Massimo Cacciari, parlando del suo libro Generare Dio, pubblicato nel 2017 dall’editore Il Mulino, nella collana Icone, rispondendo a chi gli chiedeva ironicamente il perché di tanta attenzione alla Vergine da parte di un uomo di cultura dichiaratamente ateo, affermò che preferiva di gran lunga interessarsi di Maria piuttosto che dei politici, lasciando intendere che mentre la prima ha qualcosa di importante da dire a tutti, credenti e non credenti, i secondi non hanno purtroppo niente da dire a nessuno. Dopo di che ci sono diversi modi per approcciare il messaggio mariano: c’è chi ha il coraggio di discuterne seriamente anche se laicamente e c’è chi, come Charlie Hebdo, preferisce ridere e irridere. Questione di gusti… Non mi si dica che questa è dissacrazione: sì, dissacrazione dei cervelli…

Ecco perché in conclusione, come osservatore politico (la politica c’entra sempre!), me la cavo invitando i francesi e i loro maître à penser a lasciar perdere la Madonna e ad occuparsi vignettisticamente del loro presidente della repubblica: si potrebbero sbizzarrire e farebbero anche un ottimo servizio alla cultura e alla democrazia.

 

La sguaiataggine dei governanti e la compostezza dei governati

Ogni speculazione politica sul delitto di Terno d’Isola, adesso che il presunto assassino è stato arrestato, è un’offesa a Sharon Verzeni, una donna che ha avuto in modo assurdo (forse il più assurdo, se vere le prime ricostruzioni) la sua giovane esistenza spezzata, e a tutti coloro che l’amavano, colpiti da un enorme dolore. In premessa, va detto questo: alle vittime dovrebbe essere orientata la maggiore sollecitudine. Ma c’è chi ha subito approfittato di quel nome, Moussa Sangare, dato in pasto ai social media prima ancora che emergessero elementi forti del suo coinvolgimento nel delitto – e in totale spregio della presunzione d’innocenza – per alimentare una meschina polemica sulla cittadinanza.

Sarebbero questi gli italiani che vogliamo?, si è detto in sostanza, soprattutto da parte di esponenti della Lega. Se Sangare risulterà colpevole, dovrà pagare senza sconti il reato abietto compiuto. Ma che c’entrano la sua origine maliana e i documenti italiani poi ottenuti? Che dire allora delle donne massacrate dai loro italianissimi compagni e dei genitori fatti scomparire o dei neonati maltrattati da nativi della Penisola dai caratteri “caucasici”? Ripugna fare questi confronti, ma si deve chiaramente affermare che c’è una vittima da rispettare insieme a un razzismo risorgente da evitare e, se ricompare, da condannare senza alcuna esitazione. (dal quotidiano “Avvenire” – Andrea Lavazza)

La strumentale sguaiataggine del ministro Salvini e c. (che si sono penosamente precipitati a targare la delinquenza) è stata preceduta da una garbata, misurata e toccante dichiarazione alla stampa di Bruno Verzeni, rilasciata poco tempo dopo aver scoperto l’identità dell’assassino della figlia.

Uscito di casa, dove lo attendevano numerosi giornalisti appostati lì da tempo, l’uomo ha indossato gli occhiali e letto un lungo e toccante discorso. “A un mese dalla morta di nostra figlia, la notizia di oggi ci solleva – sono le parole di Verzeni – anche perché spazza via le speculazioni fatte sulla vita di Sharon e Sergio”. L’uomo riserba un pensiero alle forze dell’ordine: “Ringraziamo Carabinieri e Procura della Repubblica di Bergamo per competenza e tenacia dimostrate”. Gratitudine anche nei confronti di legali e testimoni: “Inoltre, un grazie sentito ai nostri avvocati, che ci hanno supportato in questo periodo doloroso. Grazie a coloro che hanno testimoniato e hanno permesso di arrivare ai risultati di oggi”. E infine: Che la morte assurda di Sharon non sia vana e provochi una maggiore sensibilità sulla sicurezza del nostro vivere. Ci affidiamo a Dio per convivere con il nostro dolore. (da V:Notizie)

Non ho niente da aggiungere se non un’amara riflessione socio-politica.

Ogni popolo ha il governo che si merita è molto più di un semplice proverbio. Sembra quasi una sentenza, un modo di dire che è entrato nella dialettica quotidiana e che non ha come significato solamente quello testuale ma anche una versione metaforica che potremmo identificare con ognuno riceve quello che merita.

“Ogni nazione ha il governo che si merita” è una frase celebre che risale intorno ai primi anni dell’800, per essere più precisi è contenuta in una lettera del 1811 e si riferiva al governo zarista. De Maistre era stato inviato come ambasciatore del Regno di Sardegna a San Pietroburgo, per le sue idee conservatrici e giudicava il governo russo troppo aperto alle idee illuministiche che proliferavano in Europa.

Ebbene, Bruno Verzeni ha smentito categoricamente De Maistre, dimostrando che il popolo, da lui autorevolmente e credibilmente rappresentato, non merita i governanti che si ritrova. Potremmo addirittura capovolger il suddetto proverbio: i governanti leghisti (e non solo loro) non meritano di rappresentare quella che dovrebbe essere la loro base popolare. La famiglia Verzeni non vive forse in quel Nord-Italia così male interpretato da Salvini e c.?

Già che ci sono aggiungo che la famiglia Verzeni ha dato una lezione di stile e di serietà anche verso i media che l’hanno torturata con basse insinuazioni e speculazioni. Troppa e cattiva informazione si sta facendo sui casi drammatici di cronaca: questa informazione inflazionata e drogata fa bene solo a chi la vende!

 

E la chiamano Unione…

Tensione nell’Unione europea sulle dichiarazioni dell’alto rappresentante Josep Borrell che propone di togliere le limitazioni sull’uso delle armi occidentali inviate all’Ucraina e di sanzionare i ministri di Israele che “hanno lanciato messaggi d’odio, incitazione a commettere crimini di guerra contro i palestinesi”.

“Le restrizioni all’uso delle armi date all’Ucraina devono essere revocate, ci deve poter essere pieno utilizzo per colpire obiettivi militari in Russia in linea con le regole internazionali”, ha detto l’alto rappresentante Ue Josep Borrell accogliendo il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba a Bruxelles per il consiglio informale esteri.

L’Unione Europea “ha iniziato a trasferire all’Ucraina” i proventi dei beni russi immobilizzati e a finanziare direttamente gli Stati membri per fornire armi a Kiev, ha detto Josep Borrell. “Abbiamo già trasferito 1,4 miliardi”, ha precisato.

 I limiti per Kiev per quanto riguarda le armi italiane ‘restano’ e l’idea di sanzionare esponenti del governo israeliano è ‘irreale’, replica il ministro degli Esteri Tajani.

“Proposte sconsiderate da Bruxelles sia sull’Ucraina che sul Medio Oriente. La pericolosa furia dell’Alto Rappresentante deve essere fermata. Non vogliamo altre armi in Ucraina, non vogliamo altri morti, non vogliamo un’escalation della guerra, non vogliamo un’escalation della crisi in Medio Oriente. Oggi continuiamo ad adottare una posizione pacifica e di buon senso”. Lo scrive in un post su Facebook il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó.

Un’alta fonte diplomatica europea, intanto, dice all’ANSA che ‘sono possibili negoziati Kiev-Mosca prima delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti’, anche perché ‘i ritardi negli aiuti forzano Zelensky a trattare’.

“Abbiamo discusso delle sanzioni ai due ministri d’Israele, oggi non c’era l’unanimità, ma io proporrò lo stesso al Consiglio queste misure ristrettive, poi decideranno i ministri come sempre, prendendo una decisione politica, dopo aver analizzato con attenzione le ragioni a sostegno di questa proposta”. Lo ha detto l’alto rappresentante Ue Josep Borrell al termine del Consiglio Esteri informale. (ANSA.it)

Prescindo dal merito delle proposte formulate dall’alto rappresentante Ue Josep Borrell: avrei molto da dire contro quelle riguardanti la liberalizzazione dell’uso delle armi da parte ucraina e a favore di quelle inerenti le sanzioni ai ministri di Israele. Mi limito invece a due riflessioni sul modo di essere e di operare delle istituzioni europee.

Le posizioni in politica estera sono a dir poco diversificate: ne esce un’immagine sconcertante assieme alla certezza della irrilevanza europea nello scenario internazionale. Una politica estera europea non esiste ed è lasciata ai singoli Stati membro: una gravissima sostanziale rinuncia!

La seconda riflessione riguarda la inadeguatezza di Borrel, che spara a vanvera sconvolgendo e confondendo i piani istituzionali: è impegnato a spararle grosse a livello mediatico per poi fare penose marce indietro. Roba da dilettanti allo sbaraglio.

Tutto ciò finisce con l’essere funzionale al mantenimento degli scenari di guerra. Credo che i padri ideatori e fondatori dell’Unione europea avranno di che scaravoltarsi nelle loro tombe, mentre le vittime delle guerre in atto avranno di che chiedere vendetta al cospetto di Dio. È una vergogna. Che i ministri degli Esteri dei Paesi Ue non riescano a trovarsi d’accordo per pronunciare qualche parola di vera pace e per assumere qualche iniziativa diplomatica concreta è cosa incredibile. Non posso che indignarmi. E la chiamano Unione…

 

I capponi di Elly

La situazione politica nel campo della sinistra italiana, a prescindere dai contenuti (e questo è già un controsenso, un’autentica bestemmia procedurale), è tormentata da due dubbi “atroci”: l’eventuale accoglienza da riservare al rientro a casa di Matteo Renzi e l’attenzione da riservare alla contesa pentastellata fra Grillo e Conte. Si tratta di due questioni anacronistiche.

Matteo Renzi ha incarnato una fase politica ormai morta e sepolta pur avendo suscitato a suo tempo qualche interesse (anche da parte del sottoscritto). Si è trattato di un’implosione dovuta sostanzialmente a due motivi: la mancanza di un gruppo dirigente, col ripiegamento su una selezione autoreferenziale, operata dal capo per garantirsi la comoda sopravvivenza; la mancanza di legami col territorio sostituiti da una visione centralistica e personalizzata. Una strategia che parte su questi binari morti non può che restringersi a tattica di brevissimo periodo anche se gonfiata e spinta al massimo della scommessa politico-istituzionale.

La rivoluzione grillina ha avuto un successo iniziale esagerato proveniente dall’antipolitica, che l’ha messa immediatamente alla prova governativa, miseramente fallita con ben due esperimenti di segno politico opposto: l’alleanza fra due antipolitiche che non poteva fare una politica; il rientro in una logica riformista che sapeva tanto di strumentale conversione. Del movimento cinque stelle rimangono le macerie, le ossa inaridite e nessuno sembra in grado di rivitalizzarle: Conte vivacchia a sinistra succhiando il sangue al PD, Grillo non sa che cazzo fare, ma cerca di dirlo bene.

Tutto qui. Siamo di fronte a cadaveri in cerca di rianimazione. Se il Pd vuole resistere e coltivare qualche prospettiva politica seria, ammesso e non concesso che ne abbia la capacità, non si deve assolutamente far imbrigliare in questi giochini. Elabori una strategia e poi chi ci sta ci sta. Non faccia prima la verifica degli aderenti al progetto per poi rimanere paralizzato dai veti e penalizzato nei voti. Non faccia i conti con le aprioristiche pretese di chi vuol soltanto riciclarsi e sfruttare le ruote altrui.

Io non ho ancora capito se Elly Schlein sia all’altezza del compito, ma certamente non si deve bloccare su Renzi e Conte, peraltro molto simili ai capponi di Renzo. Sono entrambi disperati e, come noto, salvare chi sta affogando è impresa assai rischiosa. Questi potenziali alleati non hanno storia, non hanno tradizione, non hanno collegamenti sociali, non hanno più voti, non hanno idee, non hanno prospettive.

È a dir poco patetico che alle feste dell’Unità si discuta sulla credibilità del ritorno di Renzi e sulla affidabilità di Conte (peraltro indebolito dagli attacchi grillini). Posso dire che il Pd è già di suo in gravi difficoltà, se proprio vuole andare in malora del tutto, presti attenzione a queste sirene del cosiddetto campo largo, laddove si potrà giocare in scioltezza ma in amichevole certezza di perdere.

Alle ultime elezioni politiche, perso per perso, valeva la pena provare qualche patto di desistenza. che magari avrebbe sortito qualche interessante effetto. Oggi siamo fuori tempo massimo. Lasciamo perdere e, se ci riusciamo, guardiamo avanti.

 

Il derby delle caricature

Dopo la “tregua olimpica” vera o presunta della politica francese, a Parigi torna a animarsi la battaglia istituzionale, ed è nuovamente ripartito il braccio di ferro tra i partiti transalpini e Emmanuel Macron. Il presidente sta lavorando per isolare politicamente il Nuovo Fronte Popolare, primo ma senza la maggioranza assoluta al voto del 30 giugno e 7 luglio scorso che ha ridefinito l’Assemblea Nazionale. Ma ad oggi il tentativo di Macron sembra risolversi in un boomerang.

Nella giornata di lunedì 26 agosto Macron ha formalmente rifiutato di concedere l’incarico di primo ministro alla candidata di bandiera della coalizione di sinistra, Lucie Castets, economista dell’amministrazione municipale di Parigi vicina al Partito Socialista. E questo, nei limiti delle prerogative presidenziali, non è di per sé qualcosa di inatteso. Più complicata, però, la contromossa del presidente, che ha destato polemiche: Macron ha invitato a consultazioni i membri di Ensemble, la sua coalizione presidenziale imperniata sul suo partito centrista Renaissance, assieme a una sola parte del Nfp. Convocati per martedì 27 all’Eliseo i socialisti, i Verdi e il Partito Comunista di Francia. Esclusa, invece, la prima forza del Nfp, La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. 

Una mossa che nell’ottica del presidente avrebbe dovuto fornire la base per una negoziazione volta a creare una coalizione. Con le sinistre attratte dall’ipotesi della stanza dei bottoni e gli alleati del presidente, come il partito Horizons dell’ex premier Edouard Philippe, chiamati a far da pontieri col centro-destra per chiudere il cerchio. Mossa che nei fatti, però, si è rivelata un autogol. La sinistra ha rifiutato la mossa di Macron, accusato di confondere la carica di presidente con quella di leader di coalizione.

“La Repubblica è nata dal rifiuto del potere personale”, ha affondato il segretario socialista Olivier Faure. Il leader del Pcf, Fabien Roussel, ha rincarato la dose: “Si apre una crisi molto grave per il Paese” dopo la scelta di Macron. Parole che hanno ricompattato la coalizione attorno al rifiuto del veto su Melenchon, per il coordinatore del cui partito, Manuel Bompard, Macron avrebbe addirittura sfiorato la deriva autoritaria: “In nessuna democrazia al mondo esiste il diritto di veto del presidente della Repubblica sui risultati delle elezioni”, ha notato. (Inside Over – Andrea Muratore)

Non conosco il sistema partitico della Francia e quindi faccio una certa fatica a capire cosa stia succedendo. Mi ero sinceramente compiaciuto dell’esito elettorale conseguente alla coraggiosa alleanza resistenziale contro l’avanzata della destra che sembrava ormai a due passi dal potere.

Non avevo però fatto i conti con Macron: dopo aver convocato le elezioni e averle perse ottenendo però il blocco della destra, ha cominciato a fare il pesce in barile e sta tuttora continuando a giocare una partita molto equivoca e pericolosa per la democrazia, al limite dei poteri costituzionali che detiene.

Macron teme di varare un equilibrio politico nuovo che potrebbe finire col metterlo alle corde costringendolo alle dimissioni ed allora non trova di meglio che fare il prestigiatore: una deriva presidenziale alla faccia del parlamento e degli elettori. Se questo è il presidenzialismo o il semi-presidenzialismo, come dir si voglia, mi tengo fino alla morte il parlamentarismo con tutti i suoi difetti.

Sul piano politico non vedo niente di serio se non la volontà macroniana di protagonismo a tutti i costi: è vero che i partiti non sono certamente all’altezza della situazione, ma di qui a bypassarli con trucchi e tatticismi di bassa lega…

Sconfitto alle elezioni europee, Macron ha tentato il colpaccio di aprire quella porta su cui tutti spingevano, sperando di salvarsi, facendo miseramente cadere gli oppositori: non è andata così e allora il sistema francese è diventato un susseguirsi di porte che vengono aperte improvvisamente per fare un gran casino su cui si potrebbe ergere il pur penoso salvatore della patria. Un gioco al massacro le cui conseguenze non si fermeranno alla Francia. E pensare che avrebbe potuto nascere un laboratorio compromissorio di un certo livello, tale da ispirare anche la politica italiana. Una volta tanto che i francesi non avevano fatto gli “stronzoni”, il ruolo di stronzo se lo è accaparrato tutto il presidente. In buona sostanza, quando si dice i piccoli…, mentre noi in Italia abbiamo in Giorgia Meloni la caricatura del presidente del Consiglio, i francesi in Emanuel Macron hanno la caricatura del presidente della Repubblica: per ora in materia di macchiette istituzionali ci battono, ma col premierato siamo sulla buona strada per sorpassarli.

Il pericoloso gioco del ciapa Europa no

La legge di bilancio entra nel vivo, la Banca d’Italia ha appena lanciato un appello sul debito e l’Italia deve inviare il suo piano strutturale a Bruxelles fra poche settimane.

Ma al meeting di Rimini non si parla di manovra: va in onda un ‘botta e risposta’ fra il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il Commissario Ue agli Affari economici Paolo Gentiloni sul Pnrr. “Potrei riempirvi di titoli di piani e progetti Pnrr sulla formazione che ricordano i piani quinquennali dell’Unione sovietica, scusate la battuta”, dice il ministro. Che poi rincara parlando del nuovo Patto Ue che costringe a un’ottica “di corto respiro” mentre invece secondo Gentiloni dà “l’impulso a lavorare sul medio e lungo periodo” con il debito dell’Italia che “a differenza di quello greco non ha ancora imboccato come deve imboccare nei prossimi dieci anni una via sicura di graduale riduzione”.

Ci prova, Gentiloni, a prendere alla larga le domande dei giornalisti sui tiri di fioretto del ministro con cui “la collaborazione è sempre stata ottima”. “Che il Pnrr sia fatto di interventi sovietici mi pare una battuta, del resto conosco bene il ministro Giorgetti e le sue battute”, prova a stemperare Gentiloni. Ma non riesce a schivare il merito degli argomenti sollevati da Giorgetti: con gli eurobond per finanziare il Pnrr l’Unione “ha attraversato il Rubicone” e con 190 miliardi di risorse “l’Italia ne é il principale beneficiario”.

Piuttosto – è la contro-frecciata di Gentiloni, il cui mandato scade fra poche settimane – “se non riuscissimo a spendere questi quattrini, attuare questi investimenti, allora ci sarebbe un problema di burocrazia, ma da parte nostra (delle autorità italiane, ndr), non da parte di chi ha immaginato i progetti, cioè i governi italiani e chi li ha autorizzati, cioè la Commissione Europea”. Il nuovo Patto Ue – replica poi Gentiloni – è “un piano pluriennale di quattro o addirittura sette anni che i diversi Paesi devono presentare alla Commissione nelle prossime settimane, cioè adesso. Quindi penso che sia una prospettiva di lungo periodo”. (ANSA.it)

Stupisce innanzitutto la superficialità con cui il ministro Giorgetti affronta una questione politico-economica epocale quale quella del Pnrr. In secondo luogo, pur sforzandomi di comprendere il ragionamento sotteso, non ho afferrato il senso del paragone fra l’attuale Piano nazionale di ripresa e resilienza e i passati piani quinquennali dell’Unione sovietica. Capisco una certa targata allergia storico-culturale al tentativo di pianificare l’economia, ma se proprio vogliamo fare un parallelo lo dovremmo fare tra Pnrr e piano Marshal del dopoguerra.

L’economia non deve essere calata dall’alto, ma non deve nemmeno essere subita dal basso. Nella testa di chi regge il Paese mi pare che tutto possa andare bene finché arrivano fondi da investire, ma, quando chi eroga questi fondi pretende giustamente di verificare come, quando e a favore di chi vengono utilizzati, cominciano le insofferenze.

La frecciata di Giorgetti è ignorante e inopportuna. A cosa voleva alludere? Al fatto che a livello europeo sia stata avviata una pur difficile e problematica collaborazione fra socialisti e popolari di stampo tardo-comunista (quando le destre sono in difficoltà, la buttano sull’anticomunismo, sta succedendo anche negli Usa, dove Trump accusa Kamala Harris di portare al fallimento l’economia americana sulla carrozza comunista), tagliando fuori le destre fra cui si colloca il partito del ministro dell’economia? Al fatto che esista il rischio dell’isolamento politico italiano (peraltro sembra più un auto-isolamento) e che tale isolamento possa ripercuotersi sui rapporti fra rigorismo Ue e “spendaccionismo” italiano? Al fatto che gli scheletri negli armadi italiani possano pesare di più di quelli dei partner europei? Al fatto che l’economia italiana, nonostante i tentativi dirigisti e burocratici della Ue, vada meglio di quella degli altri Paesi europei considerati virtuosi?

Una cosa è certa: quando si hanno code di paglia che si chiamano mafia, evasione fiscale, burocrazia, storica incapacità di utilizzare i fondi europei e patologica tendenza a sprecarli, non è proprio il caso di fare gli spiritosi e di buttarla in ridere. La battutina di Giorgetti ha fatto scalpore: speriamo non venga presa sul serio a livello europeo, perché potrebbe essere un guaio. D’altra parte la Lega ha brillato anche in passato per l’insolenza rivolta alla dirigenza Ue, persino a quella ben disposta verso l’Italia (tutti ricorderanno le stupide allusioni di Salvini all’alcolismo del lussemburghese Jean-Claude Juncker, che non mancava mai di dimostrare amicizia e disponibilità verso il nostro Paese).

In un certo senso bene ha fatto Paolo Gentiloni a sdrammatizzare questo corto-circuito dialettico, dimostrando apprezzabile serietà e grande senso di responsabilità (forse fin troppo…): speriamo che uguale lungimiranza abbiano i nostri interlocutori nella futura Commissione europea e che il futuro nostro rappresentante in seno ad essa (si parla con insistenza di Raffaele Fitto) usi uguale diplomazia. Non illudiamoci che le battute di Meloni, Salvini e Giorgetti vengano dimenticate: verranno al contrario memorizzate ed enfatizzate al momento opportuno.

Ci sono in ballo enormi interessi per l’Italia e speriamo proprio che i nostri attuali governanti la smettano di giocare a “ciapa Europa-no” e pensino, almeno un po’, alle future generazioni, lasciando perdere le future elezioni.

 

 

Le Chiese ortodosse in guerra

«I parrocchiani della comunità di San Michele nel villaggio di Zeleniv, diocesi di Chernivtsi, hanno acquistato un’auto per le forze armate ucraine. Il veicolo è stato benedetto dall’arciprete Ihor Popivchu». La vettura grigia è circondata dai fedeli e dal rettore della parrocchia nella foto che apre il sito della Chiesa ortodossa ucraina: quella che, secondo le autorità nazionali, rimane un’emanazione del patriarcato di Mosca. La notizia della donazione a favore dell’esercito di Kiev viene pubblicata mentre il Parlamento ucraino approva le nuove norme che mettono al bando ogni «organizzazione religiosa subordinata a quelle del Paese aggressore». Dopo un anno e mezzo di tensioni e battute d’arresto, diventa legge il testo che punta a difendere la «sicurezza nazionale» e che rafforza «la nostra indipendenza spirituale», commenta il presidente Volodymyr Zelensky. Il via libera arriva a larga maggioranza: con 265 voti a favore e appena 25 contrari. Nelle disposizioni non si fa riferimento alla Chiesa che affonda le sue radici in Russia ma la legge ha come unico bersaglio la comunità ecclesiale che, secondo la commissione speciale del Servizio statale per la libertà di coscienza, è «ufficialmente collegata con il patriarcato di Mosca». (dal quotidiano “Avvenire”)

Mia sorella Lucia, in questi giorni ne ricorre l’undicesimo anniversario della morte, quando vedeva in televisione immagini relative alla Chiesa ortodossa, non andava per il sottile e, riferendosi al perverso intreccio consolidatosi con il potere politico, affermava spietatamente: “Brutta gente!”.

La concatenazione degli eventi accennati nel succitato articolo dimostra ancora una volta che religione e potere non possono andare d’accordo se non a pena di combinare disastri.

Non mi piace affatto che una comunità cristiana acquisti un’auto per le forze armate e, ancor più, che questo veicolo venga benedetto nel nome di Dio.

Non mi piace affatto che la Chiesa ortodossa si divida tra fedeltà al patriarcato di Mosca e, tramite esso, sostenga la Russia, ma non mi piace nemmeno che gli ortodossi ucraini si schierino acriticamente dalla parte dell’esercito e del potere nazionali.

Mi piace ancor meno che il parlamento ucraino vari una legge che fissa sostanzialmente l’indipendenza spirituale dal Patriarcato di Mosca. Le coscienze non si guidano con le leggi, ma con la Parola di Dio.

Questa mescolanza fra religione e politica, fra pace e guerra, fra fede ed eserciti è antievangelica, in Russia come in Ucraina. La Chiesa ortodossa non sta certamente facendo un buon servizio alla causa della pace.

Gesù si guardò bene dallo schierarsi politicamente a favore degli ebrei contro l’invasore romano e, con ogni probabilità, fu uno dei motivi che lo portò in croce. Ha persino invitato Pietro a rimettere la spada nel fodero nonostante fosse servita per legittima difesa.

Mio zio Ennio sacerdote, durante il periodo della Resistenza al nazi-fascismo, si dette molto da fare, non per benedire le armi dei resistenti, ma per scambiare i prigionieri, per nascondere gli ebrei perseguitati, per alleviare le sofferenze di tutti, rischiando grosso in nome di un Vangelo incarnato ma non politicizzato.

Mi rendo perfettamente conto di come non sia facile evitare il rischio di stare dalla parte sbagliata del manico senza affilare la lama di chi sta in prima linea dalla parte “giusta”: è la scommessa evangelica di stare con chi soffre e di rifiutare la violenza e la guerra senza se e senza ma.

 

La ciambella di salvataggio dei poveri

Sul naufragio di Palermo, in molti – soprattutto sui social – hanno avanzato il seguente ragionamento. “Ma il naufragio di un gommone di migranti vale quanto il naufragio di un veliero di ricchi?”. Come a dire: di questo si parla tanto, dei poveracci sui barconi no. Un ragionamento falso, oltre che patetico. Primo: una notizia per definizione è un evento che si distingue da tutti gli altri. Non è un caso se “a fare notizia” sono i grandi naufragi con centinaia di migranti a bordo e non i piccoli in cui muoiono cinque o sei persone. Sarà cinico, ma è la legge della notiziabilità. Funziona così da secoli. Che un superyacht si inabissi davanti alle coste siciliane per una tempesta improvvisa è uno di quegli eventi che accade una volta nella vita, come la Concordia o il Titanic. Ecco spiegato il motivo di tanta attenzione. Chi usa la tragedia con quel fare malevolo da rivincita classista (“anche i ricchi annegano”) non vuole difendere i migranti, poveri cristi, ma esprime solo invidia sociale. Forse, un po’, anche se non l’ammettono, godono per tutto quello champagne inabissatosi col Bayesian. (Il Giornale – Storia di Giuseppe De Lorenzo)

Confesso di aver fatto istintivamente lo stesso ragionamento che Giuseppe De Lorenzo tenta elegantemente e puntigliosamente di confutare. Resto sulla mia macabra impressione: i due pesi e le due misure esistono anche di fronte alle disgrazie e alla morte.  L’unico rimedio a questa discriminazione totalizzante sarebbe almeno il silenzio, che metterebbe tutti sullo stesso piano. Invece la cronaca e l’insistente e persino impietosa attenzione mediatica non ne vogliono sapere. Sì, perché anche i ricchi e i big avrebbero diritto ad essere lasciati in pace almeno dopo la loro morte e non ad essere esposti in bella vista per fare cassetta.

Mio padre sosteneva che la morte non è giusta, ma imparziale: tocca tutti, giovani e vecchi, uomini e donne, ricchi e poveri, etc. etc. Certo, anche i ricchi annegano. Non si tratta di fare del classismo, ma di prendere atto della realtà. Un barbone, sia da vivo che da morto, non interessa a nessuno, di un delone (Alain Delon), da vivo e da morto, tutti parlano. Fin qui giunge incolume la graffiante ingiustizia della nostra società, ma non finisce qui.

C’era un uomo ricco, che era vestito di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo.  Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. (il resto della parabola evangelica del ricco epulone è noto…)

Come disse Fra Cristoforo a don Rodrigo, ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni, “verrà un giorno…”. Don Rodrigo era fin allora rimasto tra la rabbia e la maraviglia, attonito, non trovando parole; ma, quando sentì intonare una predizione, s’aggiunse alla rabbia un lontano e misterioso spavento. Afferrò rapidamente per aria quella mano minacciosa, e, alzando la voce, per troncar quella dell’infausto profeta, gridò: – escimi di tra’ piedi, villano temerario, poltrone incappucciato.

Le arzigogolate argomentazioni giornalistiche di Giuseppe De Lorenzo serviranno ai don Rodrigo di tutti i tempi a cacciar fuori e mettere a tacere i provocanti fra Cristoforo (che non hanno nulla a che fare con i pagani classisti più o meno fegatosi). Davanti al Padre Eterno tutto ciò non servirà più…