L’imperialismo Usa ha gettato la maschera

Fuori dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, fuori dagli Accordi di Parigi sul clima, fuori dall’intesa globale dell’Ocse sulla minimum tax. La cifra delle prime ore della presidenza Trump 2.0 è la rottura. Determinato a fare da spartiacque tra un prima e un dopo, a livello nazionale e internazionale, il tycoon ha spaccato a colpi di ordini esecutivi anche l’impianto sui programmi di assistenza estera. (dal quotidiano “Avvenire”)

Sono anziano e ricordo quindi benissimo come nel tempo il giudizio politico sugli Usa abbia sempre oscillato fra quello di nazione imperialista e quello di più grande nazione democratica. Non ho mai sposato nessuna delle due tesi e mi sono sempre collocato nel mezzo formandomi un giudizio assai critico.

Non era facile sposare democrazia e imperialismo, ma gli Stati Uniti hanno tentato di farlo, coniugando all’interno la democrazia col populismo e all’estero l’imperialismo con la difesa del mondo dal comunismo.

Questo schema è saltato, ogni maschera, più o meno ipocrita, è stata tolta e populismo e imperialismo si sono definitivamente abbracciati.

Mi chiedo tuttavia: c’era più ingerenza negli affari altrui con i colpi di stato favoriti dai servizi segreti ai tempi del tanto osannato Kissinger o ce n’è più oggi con i servizi tecno-mediatici messi in campo da Elon Musk? C’era più sporcizia ieri con gli assassinii di Allende e Moro oppure oggi con la chiusura della porta, il menefreghismo globale e il divide et impera strisciante?

Allora, cosa è cambiato? Tutto e niente! In passato, nonostante tutto, c’era qualche prospettiva democratica proveniente dagli Usa oggi non più. In passato, nonostante tutto, con gli Usa si poteva ragionare, seppure fino ad un certo punto, oggi non più.

Non rimane altro da fare che stringere i denti e provare ad andare per la nostra strada, convinti che la democrazia ha in se stessa gli anticorpi per combattere anche le più gravi malattie. La democrazia nei rapporti internazionali si chiama Europa, a livello interno si chiama fedeltà alla Costituzione repubblicana.

L’Italia è stata protagonista nella fondazione dell’Europa Unita ed è stata capace di varare quella che è la più democratica e progressista delle Costituzioni. Attualmente, con l’attuale governo, sono in discussione questi due caposaldi: stiamo puntando follemente ad un compromessone euro-statunitense dove l’Europa dovrebbe fare la parte del parente povero senza dignità e stiamo tentando di distruggere la Costituzione a colpi di contro-riforma.

È ora di cercare in sede europea e italiana un doppio patto storico: un patto europeo e un patto costituzionale. I cattolici potrebbero e dovrebbero svolgere un ruolo fondamentale se non altro per reagire alla blasfema dottrina di Trump-uomo della provvidenza, salvato da Dio per…distruggere il mondo, abbattendo gli umili e innalzando i potenti.

La sinistra dovrebbe risvegliare le coscienze anche in modo da sopportare i sacrifici che la riscossa comporterà. Forse abbiamo toccato il fondo: scuotiamoci e diamo un colpo di reni. Siamo uomini democratici o siamo caporali di Trump?

 

 

Vestivamo alla degasperiana

Per L’Osservatore Romano, «il presidente Trump è chiamato a lavorare per superare le divisioni e le polarizzazioni che ormai da anni contraddistinguono la vita politica americana e che hanno avuto nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 una delle date più tristi della storia nazionale». Un compito «difficile, certamente – sottolinea il quotidiano d’Oltretevere, diretto da Andrea Monda -. Eppure necessario per la nuova Amministrazione. Perché gli Stati ‘disuniti’ d’America sarebbero un grave pericolo per un mondo già lacerato e frammentato».

In un editoriale dedicato alla nuova amministrazione degli Stati Uniti e firmato da Alessandro Gisotti, vice direttore editoriale dei Media Vaticani – il giornale ricorda anche che storicamente, «gli Stati Uniti d’America hanno dato il meglio di sé quando si sono aperti al mondo (le Nazioni Unite sono in fondo ‘un’invenzione americana’) e assieme ai propri alleati hanno costruito un sistema che, con i limiti di ogni opera umana, ha garantito libertà, sviluppo economico e progresso nei diritti umani». E quindi «un’America ripiegata su sé stessa sarebbe un controsenso». L’Osservatore ricorda inoltre che «dieci anni fa, Papa Francesco, il primo Papa venuto dalle Americhe, si rivolgeva al Congresso degli Stati Uniti pronunciando un discorso che metteva l’accento sui valori fondanti della nazione americana. Un intervento la cui lettura potrebbe essere utile anche al presidente Donald Trump e al vice-presidente J.D. Vance». «Una nazione — diceva Papa Francesco in quella occasione — può essere considerata grande quando difende la libertà, come ha fatto Lincoln; quando promuove una cultura che consenta alla gente di “sognare” pieni diritti per tutti i propri fratelli e sorelle, come Martin Luther King ha cercato di fare; quando lotta per la giustizia e la causa degli oppressi, come Dorothy Day ha fatto con il suo instancabile lavoro, frutto di una fede che diventa dialogo e semina pace nello stile contemplativo di Thomas Merton». «Sono questi i valori – conclude perciò L’Osservatore Romano – che hanno fatto grande l’America. E di cui il mondo ha ancora bisogno».

Le reazioni al discorso di insediamento del presidente Donald Trump si possono collocare in tre categorie: quelle pur imbarazzate ma soddisfatte per la elaborazione destrorsa ai massimi livelli; quelle scioccate per la prefigurazione di un mondo completamente a rovescio; quelle preoccupate per le ricadute negative sull’Europa e sull’Italia. Le prime le definirei “irrazionalmente faziose”; le seconde le definirei “sbrigativamente catastrofiche”; le terze le chiamerei “opportunisticamente preoccupate”. In tutte c’è un po’ di vero.

Personalmente mi sono vergognato di essere un uomo! E poi ho tremato per le sorti dell’umanità!  Seguendo la vomitevole cerimonia del giuramento devo ammettere di avere paradossalmente rivalutato le riunioni del Soviet supremo: non so se ci fosse più democrazia in queste piuttosto che nella masnada di personaggi così ben assemblati al Campidoglio.

Faccio fatica a riprendermi ed ecco perché mi sono rifugiato nella felpata ma incisiva analisi, più etica che politica, dell’Osservatore Romano: una boccata d’ossigeno! Non tutto è perduto se nella storia gli Usa hanno saputo fare qualcosa di buono in mezzo a tante iniquità politiche (tra le quali non esito ad inserire l’assassinio di Aldo Moro).

La sera stessa della giornata dell’insediamento ho potuto riascoltare le dignitose e commoventi dichiarazioni di De Gasperi al termine del suo viaggio negli Usa in cerca di aiuto per l’Italia disastrata e ho tentato due parallelismi impossibili.

Alcide De Gasperi con un cappotto preso a prestito va in America sfoggiando dignità nonostante le rovinose disavventure belliche del fascismo, fede democratica credibile anche e soprattutto grazie alla Resistenza, fiducia nel ruolo di un grande Paese come gli Usa. Giorgia Meloni si pavoneggia al Campidoglio sfoggiando sbracato opportunismo, dimenticandosi dell’Europa e chiedendo un posto al sole trumpiano.

Gli Usa di allora si dimostrano generosi (?) con De Gasperi e la sua Italietta allo sbando.  Gli Usa di oggi strizzano l’occhio alla Meloni facendole balenare l’idea di entrare nell’internazionale della destra tecnopopulista e consigliandole di lasciare l’Europetta allo sbando.

Devo rassegnarmi a vivere e rifugiarmi nei ricordi alla faccia di Elena Granata, ideologa del novellato cattolicesimo democratico, che consiglia di voltare pagina perché l’acqua passata non macina più. Vorrei tanto che mi spiegasse cosa trova di macinante nell’acqua presente…

 

 

 

L’acrobatico tecnopopulismo senza rete

Si tratta di una visione del tutto nuova, che apre questioni importanti. Prima fra tutte, il ruolo di una Europa sempre più periferica. Quanto accade a Washington, dunque, è foriero di grandi cambiamenti. Gli Stati Uniti hanno ormai preso atto della fine dell’“ordine liberale globale” sorto con la caduta del muro di Berlino. La seconda presidenza Trump si presenta con l’ambizione di cambiare culturalmente e geopoliticamente gli Stati Uniti. I fatti diranno se questo disegno si trasformerà in realtà. E se sarà per il meglio o per il peggio.

Qualunque cosa accada, le vicende americane costringono a una riflessione sulle idee di libertà e di democrazia; sul ruolo della tecnologia in rapporto a fondamentali questioni antropologiche; sugli equilibri geopolitici e sulla possibilità della pace. Tutti temi di primaria importanza. Se l’Europa – culturalmente, politicamente, economicamente – esiste, batta un colpo. (dal quotidiano “Avvenire” – Mauro Magatti)

È la migliore sintesi del travagliato momento che sta attraversando la storia. L’inquietante e vergognoso ritorno in pista di Donald Trump ci mette di fronte ad un autentico guazzabuglio anti-democratico e oserei dire anti-umano.

La questione dell’immigrazione affrontata con l’accetta delle deportazioni di massa; il rapporto tra economia e politica vissuto come un marxismo a rovescio, con la politica che rinuncia a priori a governare l’economia; il rapporto tra economia e tecnologia vissuto come omologazione supina, acritica, globale e impazzita della tecnostruttura concettualmente elaborata nel 1967 dall’economista statunitense J.K. Galbraith; la coesistenza pacifica subordinata allo strapotere delle superpotenze (Usa e Cina).

Siamo ai titoli di coda della democrazia occidentale salvo un rigurgito di vitalità da parte dell’Europa. Sapranno i Paesi europei gestire il fenomeno migratorio all’insegna dell’accoglienza e dell’integrazione? Sapranno farsi promotori di un’economia a misura d’uomo? Sapranno interporsi a livello geopolitico nel gioco al massacro funzionale a Usa e Cina? Sapranno elaborare e portare avanti una politica estera comune che fronteggi il protezionismo statunitense e l’aggressività cinese? Sapranno impostare una difesa militare comune che razionalizzi le spese e renda possibile una certa autonomia rispetto allo strapotere della Nato? Sapranno essere protagonisti di una politica ambientale credibile e possibile?

La risalita al potere di Donald Trump impone la riedizione riveduta e corretta dell’Europa unita, pena la disfatta della democrazia. Lo sciocco e rassegnato ragionamento dell’accettazione della deriva statunitense o l’ancor più stupida illusione di cercare di sedersi in qualche modo al tavolo non portano da nessuna parte. Equivarrebbe ad emigrare su Marte sperando di trovarvi accettabili forme di vita.

Non pensiamo che nel giro di qualche anno, se non addirittura di qualche mese, il trumpismo finisca implodendo tragicamente. Questa volta il trumpismo va ben oltre Trump, che comunque ci sta consegnando e ci consegnerà un mondo diverso in cui vivere senza diritti o, senza voler essere catastrofici, in cui avere solo il diritto di morire.

 

 

 

La separazione delle polemiche

Non riesco a districarmi nell’annoso dibattito, ora arrivato nelle aule parlamentari, tra le motivazioni favorevoli e contrarie alla separazione delle carriere dei magistrati. Mi sembrano pretestuose: quelle a favore partono da un presupposto pregiudizialmente punitivo della categoria, quelle contrarie altro non sono che un’aprioristica e acritica difesa dello status quo.

La magistratura deve essere rispettata nella sua autonomia, ma non per questo deve essere intoccabile, così come le riforme dell’ordinamento giudiziario non devono indebolire i giudici per renderli più esposti, direttamente o indirettamente, all’influenza del potere esecutivo.

Ho ascoltato e letto parecchio su questo tema anche se non riesco a cogliere la capitale importanza che ad esso viene attribuita. Forse non è il caso di intestardirsi in stucchevoli diatribe, anche se gli indirizzi generali dell’attuale governo creano non pochi sospetti sulle sue effettive intenzioni riformatrici. Riforme o voglia di silenziare il dissenso dalle piazze alle aule giudiziarie passando attraverso la sordina al giornalismo in generale e a quello d’inchiesta in particolare?

Dei quattro poteri su cui è sostanzialmente fondata la democrazia rischia di rimanere intatto, e forse addirittura pompato a dismisura, solo quello esecutivo: quello legislativo è condizionato o dribblato o bypassato dal governo, che, per urgenza o per accorciare la tempistica tende a svolgere un ruolo non suo; quello giudiziario è polemicamente sopportato e talora clamorosamente attaccato; quello mediatico è monopolizzato e strumentalizzato come non mai.

Scendendo dall’approccio ideologico a quello pragmatico, dalla polemica astratta all’analisi  concreta mi sento di fare sintesi riportando l’autorevole parere dell’avvocato, professore, ex senatore nonché amico Giorgio Pagliari che così sintetizza la questione: “La separazione delle carriere appare, nel quadro attuale, l’unico rimedio possibile per creare le condizioni di un’effettiva indipendenza tra la magistratura inquirente e la magistratura giudicante, così da assicurare un vaglio vero da parte di quest’ultima delle richieste dei PM, troppo spesso oggi senza un filtro vero”.

 

 

Governatori sì, ma non troppo

La Lega e Matteo Salvini sono al bivio. C’è un altissimo dirigente del Carroccio veneto, Luca Zaia, che vuole una risposta. Ex ministro, tre volte governatore, vincitore delle ultime elezioni regionali con il 76%, capo di una lista che porta il suo nome e che sul territorio vale più del 40%. Chiede di poter correre per il quarto mandato, in autunno 2025 o nella primavera 2026, ma la premier Giorgia Meloni, FdI e FI sono contrari. Non solo: il partito della presidente del Consiglio ritiene di avere il diritto di indicare il prossimo candidato a governatore. Ora Zaia ha messo sul tavolo l’artiglieria pesante: se non avrà il via libera della maggioranza, è pronto a correre da solo. E, probabilmente, a battere in beata solitudine sia il centrodestra sia il centrosinistra. Una pistola carica messa non solo sul tavolo del centrodestra, ma anche del suo partito, la Lega, sinora “timida” nel prendere le sue difese. (dal quotidiano “Avvenire” – Marco Iasevoli)

La questione, così ben sintetizzata, se abbiamo l’accortezza di toglierla dal pollaio della politica per trasferirla nel salotto istituzionale, contiene parecchi spunti di riflessione.

Innanzitutto va presa in considerazione la funzione di presidente della giunta regionale impropriamente, enfaticamente e forzatamente trasformata in quella di governatore della regione: una sorta di piccolo premier a contatto diretto con la popolazione. Non siamo affatto in linea con l’ordinamento istituzionale, ma scadiamo in un populismo decentrato che pur sempre populismo è.

In seconda battuta viene il punto del limite ai mandati: considerato lo strapotere “governatorale”, bisogna porvi un limite temporale per evitare inconvenienti democratici e ancor prima etici: attaccarsi alla seggiola è pericoloso!

Mettendo in collegamento questi due elementi saltano all’occhio le contraddizioni: se il governatore regionale risponde direttamente agli elettori bisognerebbe lasciare ad essi il potere di mandarlo o meno a casa; se la democrazia ha bisogno di questi sbarramenti legali vuol dire che è gracile e non appartiene al popolo. Della serie, governatori sì, ma non troppo!

Mi sembra che il limite dei mandati non risponda ad effettive esigenze di salvaguardia democratica, ma alla necessità di difendere e mantenere una sorta di primazia del governo centrale per il quale non esistono simili lacci e lacciuoli.

Non sono un patito regionalista, più volte ho detto e scritto che le regioni hanno sostanzialmente fallito la loro mission, trasformandosi più in centri di potere che in decentramenti della pubblica amministrazione, aggiungendo burocrazia incompetente piuttosto che snellimento razionale, dando ai cittadini l’illusione della vicinanza ai pubblici poteri mentre al contrario il rapporto con essi viene ulteriormente complicato e frastagliato in un pernicioso gioco allo scaricabarile delle responsabilità.

Mancava solo la riforma della cosiddetta autonomia differenziata per accentuare i difetti dell’attuale ordinamento andando a mettere in discussione persino i principi costituzionali basilari del nostro sistema.

Adesso stiamo mettendo la ciliegina sulla torta regionale, portandola nella cucina della bassa politica spartitoria: un governatore a me, un sindaco a te, e via discorrendo, con tanto di bilancino fondato sul consolidato (?) consenso elettorale dei partiti. Una “cencellata” di cui francamente non si sentiva il bisogno. E la tanto conclamata qualità delle candidature dove va a finire? Nello zaiaismo e deluchismo spinti all’eccesso in contrapposizione all’antizaia e all’antideluca?

Infatti Veneto e Campania potrebbero finire in caciara elettorale con le liste dei partiti del centro-destra e del centro-sinistra messe in concorrenza con le liste dei governatori uscenti. Una complicazione personalistica che finirebbe col togliere ulteriormente credibilità al sistema democratico. I cittadini sarebbero costretti a scegliere fra la strada maestra della sacrosanta e costituzionale funzione dei partiti e la scorciatoia del personalismo leaderistico regionale. Un casino pazzesco!

Per favore tolgano di mezzo il limite dei mandati e non se ne parli più, tanto se un eletto vuole mettere radici antidemocratiche al suo operato lo può fare sempre e comunque in mille modi, direttamente, indirettamente, per interposta persona, etc. etc.

 

 

I capricci salviniani e i sandali bossiani

Mentre la politica interna statunitense è alle prese con gli effetti devastanti degli incendi in California (fa un certo effetto che uno Stato capace di andare sulla luna non riesca a domare gli incendi sulla propria terra), la politica interna francese e quella tedesca sono condizionate dalle imminenti elezioni, quella austriaca dall’inquietante dopo elezioni, le questioni italiane di politica interna girano attorno alle ansie governative di Matteo Salvini, il quale, stando alle indiscrezioni ed ai retroscena, punterebbe vigorosamente a tornare ad occupare il posto di ministro degli Interni.

Faccio sinceramente fatica a capire il perché di questa irrequietezza salviniana. Probabilmente il Ministero dei trasporti e delle infrastrutture, al di là della insopportabile megalomania del ponte sullo stretto, non gli concede la desiderata visibilità, ma addirittura lo mette in qualche serio imbarazzo (vedi le disavventure ferroviarie che, per la verità molto strumentalmente, gli vengono totalmente addebitate).

Forse il ministero degli interni gli offrirebbe maggiori possibilità di intervenire sulla questione immigrazione, sulla lotta alla delinquenza, sulla gestione dell’ordine pubblico, tutti argomenti caldi a livello di pubblica opinione orientata a destra.

Forse l’eccessiva esposizione politico-mediatica di Giorgia Meloni lo infastidisce e non gli lascia scampo se non quello di cercare qualche contrappeso con cui far valere la propria identità.

Forse i contrasti interni al suo partito (il libro cuore leghista: Salvini-Franti contro Zaia-Garrone) lo obbligano a qualche manovra che distragga l’attenzione e lo riporti in primo piano almeno dal punto di vista dell’immagine.

Forse Matteo Salvini è stanco di vedersi scippare quote consistenti di elettorato e intende recuperare a costo di creare qualche grosso grattacapo al governo di cui fa parte.

Forse la recente sentenza assolutoria riguardo ai reati in materia migratoria, se da una parte lo ha paradossalmente privato del comodo ruolo di “vittima”, dall’altra parte lo sta spingendo ad un ruolo protagonistico non sufficientemente coperto dagli attuali incarichi governativi.

Peraltro il discorso ha avuto eco persino nella conferenza stampa di inizio anno della premier.

Francesco Bechis (Il Messaggero): Buongiorno Presidente, siamo un po’ al giro di boa della legislatura, c’è una parola che ha iniziato a fare capolino nel dibattito politico, rimpasto. Le chiedo allora se lei esclude categoricamente che Matteo Salvini possa diventare Ministro dell’interno entro la fine della legislatura, come lui stesso ha detto di aspirare un giorno a fare e ha detto ne avreste parlato insieme e poi restando in tema se Daniela Santanché sarà rinviata a giudizio dovrà dare dimissioni da Ministro del turismo? Grazie.

Presidente Meloni: Allora, lei dice che la parola rimpasto ha cominciato negli ultimi giorni a fare capolino, le segnalo che la parola rimpasto ha fatto capolino più o meno dopo due settimane che ero al Governo, una parola alla quale sono abituata e alla quale non sono tendenzialmente favorevole. Segnalo oltretutto che prima del giro di boa del Governo, a due anni e qualcosa, questo è già il settimo Governo per longevità nella storia d’Italia su 68 governi, se non vado errata, nella storia nazionale e quindi procediamo a grandi falcate per scalare ulteriori posizioni. Dopodiché Matteo Salvini sarebbe un ottimo Ministro degli Interni. Ho già risposto su questo e ha ragione Matteo Salvini quando dice che in assenza del procedimento giudiziario – che abbiamo visto come è andato – ragionevolmente Matteo Salvini avrebbe chiesto e ottenuto di avere il Ministero degli Interni, però anche Piantedosi è un ottimo Ministro degli Interni, lo voglio ringraziare, e quindi non penso che allo Stato attuale, diciamo, sia per la vicenda del rimpasto, sia perché abbiamo già un ottimo Ministro degli Interni, questa cosa sia all’ordine del giorno. Sulla Santanchè vediamo, diciamo non sono la persona che giudica queste cose prima che accadano, per cui vediamo che cosa deciderà la magistratura e poi ne parlerò ovviamente col Ministro Santanchè. 

La risposta di Giorgia Meloni è stata all’insegna di un “promoveatur ut firmum sit”: la premier non vuol cercare freddo per il letto, ha ben altre questioni in testa e muovere le biglie potrebbe innescare situazioni politicamente pericolose.

Salvini lo sa benissimo e allora perché continua, seppure sotto traccia, a rompere i coglioni? Non è un gran dilemma! Siamo ben lontani dalle grane che Umberto Bossi sapeva creare a Silvio Berlusconi. Sì, sarò esageratamente passatista, ma ho nostalgia per il leader storico leghista a cui Salvini non è degno nemmeno di slegare i lacci dei sandali.

In conclusione azzardo una ipotesi di quadratura del cerchio. La politica è alla disperata ricerca di un ruolo al di fuori dei reali problemi del Paese: la presidente del Consiglio, al riguardo, ha la chance di giocare a fare la statista a livello internazionale, il ministro delle infrastrutture ha la possibilità di fare i capricci puntando ad ottenere un giocattolo alternativo. I media vanno sempre più alla deriva ciarliera e trovano qualcosa su cui scaricare penosamente la loro inconsistente verve giornalistica.

 

 

Il macabro balletto dei vincenti-perdenti

«Abbiamo ottenuto così tanto senza nemmeno essere alla Casa Bianca» ha scritto Trump su Truth. «Immaginate tutte le cose meravigliose che accadranno quando la mia amministrazione sarà pienamente confermata». Il presidente Joe Biden ha ricordato che lui aveva «delineato i contorni precisi di questo piano il 31 maggio 2024 e aveva ricevuto il sostegno unanime del Consiglio di sicurezza dell’Onu. La mia diplomazia – ha detto – non si è mai fermata negli sforzi per ottenere questo risultato». Con Trump «abbiamo fatto un gioco di squadra», ha aggiunto, ammettendo che «l’accordo è stato uno dei più difficili» della sua carriera. (dal quotidiano “Avvenire” – Anna Maria Brogi)

Una prima caustica considerazione riguarda Donald Trump: onnipotente ed eterno, tutto può ancor prima di averne il potere. Dio ci scampi e liberi dagli dei pagani: forse gli americani assomigliano agli Ebrei che si lasciavano incantare dai simulacri, dagli dei stranieri, dal vitello d’oro. Trump non è forse un vitello d’oro. Nella Bibbia gli ebrei si pentivano solo dopo avere pagato le conseguenze delle loro sbrigative idolatrie. Speriamo che occorra meno tempo e meno disastri per ravvedersi. Forse anche gli ebrei di oggi si fanno incantare da Trump, ma a loro può darsi convenga e non si convertiranno mai, addirittura faranno proseliti in tutto il mondo.

Seconda riflessione: checché se ne possa dire, c’è una bella differenza di stile fra Biden e Trump. Ce ne accorgeremo e sono sicuro che rimpiangeremo l’insicurezza del primo dopo avere provato la tracotante baldanza del secondo.

Terza osservazione: non è ancora finita la guerra, siamo nell’alto mare di un precario cessate il fuoco ed è già partita la gara fra chi ha vinto e chi ha perso. Il Papa da tempo insiste sul fatto che in guerra perdono tutti, ma non lo si vuol capire…

Quarto rilievo: come mai si è giunti ad un accordo solo ora sulla base di ovvie concessioni reciproche da tempo sull’ipotetico tavolo delle trattative?

C’è però una voce non smentita, giunta dall’interno del governo israeliano, che rivendica di aver a lungo sabotato l’intesa. È quella del ministro della Sicurezza nazionale Ben Gvir, esponente dell’estrema destra israeliana. «Nell’ultimo anno, attraverso il nostro potere politico, siamo riusciti a impedire, ripetutamente, che questo accordo venisse portato a termine». Ben Gvir, che neanche stavolta ha approvato l’intesa, è rimasto al governo per tutto questo tempo. Chi è stato allontanato è Yoav Gallant, fino a pochi mesi fa ministro della difesa e coindagato con Netanyahu nell’inchiesta sui presunti crimini israeliani (separata ma parallela all’indagine sui crimini di Hamas) condotta dalla Corte penale internazionale. Dopo essere stato cacciato, Gallant aveva dichiarato che Israele già in luglio aveva raggiunto tutti i suoi obiettivi a Gaza, rimproverando l’ostinazione di Netanyahu. Mesi di detenzione per gli ostaggi e di stragi per i palestinesi di Gaza che si sarebbero potuti evitare. Non è un caso che in queste ore all’Aja guardino anche a quello che succede in Italia. Dove il ministro degli esteri israeliano Gideon Sa’ar, che tra gli altri ha incontrato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, sarebbe venuto a chiedere un salvacondotto per Netanyahu, ricercato in campo internazionale, nel caso in cui si recasse nella città che ha dato il nome all’atto costitutivo del tribunale internazionale: lo “Statuto di Roma”. (dal quotidiano “Avvenire” – Nello Scavo)

Quinta dubbiosa valutazione: cosa faranno l’Italia e l’Europa schiacciati fra Trump e Netanyahu? Sono due farabutti in libertà! Non invidio chi dovrà destreggiarsi. Io mi rifiuterei di parlare con entrambi. Ma io non sono nessuno! Ci starei comunque a rimetterci il cotto e il crudo a livello diplomatico pur di mandarli entrambi all’inferno.

 

La piazza in balìa di angeli e demoni

“Mi hanno chiesto di spogliarmi, di togliermi le mutande e fare tre squat per dei controlli, a detta loro”. Lo racconta una delle attiviste di Extinction Rebellion in un video pubblicato sulla pagina Telegram del movimento ambientalista ieri sera. I fatti sarebbero avvenuti in questura a Brescia, dove sono stati portati i militanti di Extinction Rebellion, Palestina Libera e Ultima Generazione che ieri mattina hanno bloccato l’ingresso della sede di Leonardo.  

Il video è stato pubblicato ieri sera, quando “dopo oltre 7 ore di fermo in questura, sono state rilasciate le 23 persone di Extinction Rebellion, Palestina Libera e Ultima Generazione che erano state fermate dopo la manifestazione alla Leonardo spa di Brescia”. La richiesta di spogliarsi ed eseguire gli squat – a quanto denuncia Extinction Rebellion – sarebbe stata fatta solo alle donne, non agli uomini. “Chiederemo giustizia, anche questa volta, affinché il diritto al dissenso venga difeso, onorato e protetto”, scrive il movimento ambientalista, chiedendo di diffondere la testimonianza.  

Sull’episodio il vice capogruppo di Avs alla Camera Marco Grimaldi ha depositato un’interrogazione parlamentare. “Spieghino gli agenti della questura di Brescia come mai hanno sottoposto a 7 ore di fermo persone che avevano fornito i documenti e quindi non dovevano essere trattenute in base all’articolo 349 del codice di procedura penale. Ma, soprattutto, spieghino perché donne e ragazze sarebbero state costrette a spogliarsi e a eseguire piegamenti sulle gambe”, chiede Grimaldi, aggiungendo che “di questi abusi, dopo il 2001, ne abbiamo abbastanza. Come ne abbiamo abbastanza delle denunce arbitrarie, che regolarmente cadono davanti al pm, e dei fogli di via elargiti a chiunque manifesti”. (Adnkronos)

Nei giorni scorsi si sono verificati gravi disordini durante le manifestazioni di protesta contro il comportamento delle forze dell’ordina nella vicenda di Ramy Elgaml, 19 anni, egiziano, ma residente in Italia da anni, morto in un incidente avvenuto il 24 novembre a Milano, mentre era a bordo di uno scooter guidato dall’amico tunisino Fares Bouzidi, di 22 anni, dopo un inseguimento di 8 chilometri da parte di tre pattuglie dei carabinieri.

Avrebbe compiuto 20 anni lo scorso 17 dicembre. Subito dopo la sua morte sono scoppiate tensioni e violenze nel quartiere periferico di Corvetto. Successivamente, sono circolati diversi video dell’inseguimento. Per i carabinieri il giovane è caduto dallo scooter, per i legali delle famiglie di Ramy e di Fares si è trattato di uno “speronamento volontario”.

In varie città italiane e in un clima sempre più incandescente, molti giovani sono scesi in piazza per protestare per la morte del ragazzo, chiedendo “verità e giustizia”. Le ultime manifestazioni si sono svolte ieri a Roma, dove tra gli altri era presente anche Zerocalcare, Milano, Bologna. Nella capitale ieri sera sono avvenuti scontri con la polizia e il dibattito politico è tornato ad infuocarsi sui temi della sicurezza. (Ansa.it)   

Nella confusione venutasi a creare sulla triste realtà del problema nei rapporti tra forze dell’ordine e trasgressori delle regole nonché tra manifestanti e forze dell’ordine (una delicata zeppa!), è emersa l’intenzione governativa di varare provvedimenti urgenti a radicale discolpa dei comportamenti a dir poco borderline dei poliziotti altrimenti sottoposti a inchiesta da parte della magistratura.

Sono perfettamente d’accordo col professor Massimo Cacciari che ha enumerato i tanti motivi di protesta che sussistono nel nostro Paese: le proteste possono dare fastidio, ma sono il sacrosanto sale della democrazia. I cittadini non devono aspettare le elezioni per manifestare vigorosamente il loro dissenso, sarebbe troppo comodo per chi esercita il potere.

Si può esprimere dissenso anche verso il comportamento di polizia e carabinieri: nessuno è esente da colpe, vale a dire da eccessi colposi in difesa dell’ordine pubblico. L’attuale governo ha debuttato con le cariche agli studenti e continua con la santificazione ante litteram delle forze dell’ordine.

Detto questo so benissimo, per annosa esperienza diretta, che nelle pubbliche manifestazioni di protesta si insinuano persone che approfittano del clima surriscaldato per sfogare con violenza la loro rabbia più o meno comprensibile. Inaccettabile è comunque la violenza da parte dei manifestanti, ma anche da parte delle forze dell’ordine.

Non accetto il manicheismo dell’ordine pubblico che ritiene tutti i manifestanti demoni divisori e tutti i poliziotti angeli custodi. Chi può escludere a priori che chi indossa una divisa possa approfittare nel reagire con eccessiva violenza o addirittura con sadismo ai comportamenti provocatori di manifestanti e trasgressori. Gli esempi nella storia passata e presente purtroppo non mancano. E allora andiamo adagio a colpevolizzare chi protesta e a santificare chi argina la protesta.

Sono ancora una volta d’accordo con Massimo Cacciari quando non accetta la pretesa che gli immigrati debbano dimostrare la loro integrazione rinunciando a protestare, quasi che la loro accoglienza fosse condizionata alla supina accettazione del sistema. Non lo accetto io, che sono cittadino italiano, non vedo perché dovrebbe accettarlo pedissequamente un immigrato.

Allora parliamo seriamente di violenza! È certamente violenza quella di chi sfascia le vetrine dei negozi, quella di chi aggredisce i tutori dell’ordine pubblico, ma è violenza anche quella di chi sfrutta vergognosamente il lavoro degli immigrati e anche quella dei poliziotti che trasformano i loro compiti in veri e propri pestaggi.

A volte i confini tra protesta e violenza sono difficili da stabilire così come i confini tra difesa dell’ordine pubblico e attacco violento ai manifestanti. Lo dico per esperienza diretta, essendomi trovato in mezzo a certe caotiche situazioni in cui i doveri e i diritti si confondono e si scontrano. Non per questo si possono direttamente o indirettamente vietare le manifestazioni e criminalizzare chi vi partecipa.

Dovrebbe essere compito della magistratura individuare i suddetti confini, indagare chi li abbia superati e punire i trasgressori, ammesso e non concesso che i giudici abbiano il coraggio di farlo senza parteggiare per gli uomini in divisa come spesso è accaduto. Il governo non può fare di ogni erba un fascio. So perfettamente che fare il ministro degli Interni non è un mestiere facile, ma, se uno non se la sente o non è capace, tolga il disturbo e non aggiunga casino a casino.

Durante la conferenza stampa di inizio anno la premier Giorgia Meloni ha definito professionale il comportamento dei carabinieri nella triste vicenda Ramy. Non è meglio aspettare i risultati dell’indagine in atto prima di assolverli o addirittura elogiarli?

Che senso ha poi inserire nell’ordinamento giudiziario una norma che copre aprioristicamente le responsabilità delle forze dell’ordine? Non rischierebbe di dare ad esse una sorta di inquietante licenza a sbrigativo intervento?

E poi perché è inaccettabile la violenza in certe manifestazioni pubbliche (sia chiaro la considero anch’io inaccettabile), mentre si tollerano i raduni neofascisti dove si inneggia alla violenza del passato regime, molto più grave di quella delle attuali scaramucce?

Il grido della fraternità e il silenzio della politica

Immagini choccanti, video dell’orrore che raccontano le brutalità a cui vengono sottoposti i migranti che cadono nelle mani degli aguzzini libici. Sono le testimonianze terribili che corrono sui social e che hanno l’obiettivo di raggiungere i familiari e gli amici dei detenuti nel carcere di Garnada, situato a circa 200 chilometri a nord-est di Bengasi, torturati per estorcere denaro in cambio della libertà. Video che “Agenzia Nova” ha scelto di pubblicare, oscurando i volti delle persone torturate. Intanto più di 600 migranti del Niger sono stati deportati con la forza dalla Libia attraverso il Sahara, in quella che è considerata una delle più grandi espulsioni dal Paese nordafricano fino ad oggi.

Anche l’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (Oim) ha confermato che 613 persone, tutte nigeriane, sono arrivate nella città desertica di Dirkou lo scorso fine settimana a bordo di diversi camion. «C’è stata l’espulsione di 400 persone lo scorso luglio, ma questo convoglio è il numero più grande fino ad oggi», ha affermato Azizou Chehou, di Alarm Phone Sahara secondo cui il viaggio attraverso la regione del Sahara tra la Libia e il Niger è stato «pericoloso e traumatizzante».

Le espulsioni giungono mentre i Paesi dell’Ue sono stati accusati di ignorare le diffuse e sistematiche violazioni dei diritti umani e gli abusi contro i migranti in Libia e allo stesso tempo cercano di ridurre il numero di persone che arrivano in Europa. «Questa è la politica di confine dell’Europa messa a nudo, esternalizzando espulsioni di massa e morte alla Libia, dove il deserto diventa un cimitero», ha detto David Yambio, portavoce dell’organizzazione non-profit Refugees in Libya. (dal quotidiano “Avvenire” – Daniela Fassini)

Nella presentazione al libro “Salvato dai migranti” di Don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea Saving Humans, papa Francesco scrive così.

«Il dramma dei migranti interpella la nostra identità più profonda: si tratta di scegliere se essere veramente fratelli e sorelle o no. L’ho ribadito all’incontro dei vescovi e dei giovani del Mediterraneo a Marsiglia il 22 settembre 2023: “Davanti a noi si pone un bivio: da una parte la fraternità, che feconda di bene la comunità umana; dall’latra l’indifferenza che insanguina il Mediterraneo. Ci troviamo di fronte a un bivio di civiltà. O la cultura dell’umanità e della fratellanza, o la cultura dell’indifferenza: che ognuno si arrangi come può”.

(…)

La fraternità è un grido: le persone migranti che bussano alle nostre porte portano in sé questo grido: chiedono di essere riconosciute come fratelli e sorelle, di camminare insieme. Il soccorso e l’accoglienza non sono solo gesti umanitari essenziali, sono gesti che danno carne alla fraternità, che edificano la civiltà».

La politica fa orecchie da mercante di morte, scarica l’accoglienza sui Paesi africani di frontiera trasformandola in  tortura e deportazione, tratta i migranti come polvere da nascondere sotto  tappeti cimiteriali, si nasconde dietro l’alibi della lotta agli scafisti, ricorre alle sottigliezze per distinguere tra migrante economico, migrante irregolare, clandestino, richiedente asilo, profugo e rifugiato, criminalizza genericamente ed ipocritamente i poveri diavoli che cadono nella delinquenza di sussistenza, cavalca senza scrupoli gli istinti razzisti della gente, gioca allo scaricabarile intereuropeo, si illude di respingere un’autentica alluvione di povertà e disperazione raccogliendola col cinico cucchiaino della difesa dei confini, continua ad affrontare il fenomeno migratorio con una negativa logica emergenziale anziché in una positiva prospettiva di normalità.

Se non si cambia l’approccio al tema, passando dal compromesso dell’indifferenza alla radicalità della fratellanza, non se ne esce vivi: i migranti moriranno affogati in mare e noi moriremo asfissiati nel pantano del nostro egoismo.

 

 

 

La diplomazia alla puttanesca

Mohammed Abedini Najafabadi, l’uomo dei droni, è libero ed è tornato nel suo Paese. Il Guardasigilli Nordio ha firmato la richiesta di revoca dell’arresto dell’ingegnere iraniano bloccato a Malpensa lo scorso 16 dicembre: su di lui pendeva il mandato di arresto internazionale degli Stati Uniti, che lo accusano di aver avuto un ruolo chiave in un attentato in Giordania un anno fa, dove persero la vita tre militari americani. Con l’atterraggio di Abedini a Teheran, scarcerato dopo 27 giorni di reclusione in Italia, si chiude una vicenda complessa, intrecciatasi con l’arresto della giornalista Cecilia Sala in Iran, che ha visto lavorare sottotraccia il nostro Paese assieme a Usa e Iran. (dal quotidiano “Avvenire” – Massimo Chiari)

Penso sia ormai più che dimostrato il legame esistente fra la liberazione di Cecilia Sala e quella dell’iraniano Abedini. Non è un fatto scandaloso, ma nemmeno da osannare come un grande successo diplomatico. Purtroppo ha comportato un certo qual riconoscimento delle pretese iraniane: ricordiamoci che siamo di fronte ad un Paese che calpesta i diritti fondamentali (delle donne in primis), che non esita ad utilizzare la tortura e che arriva a condannare a morte chi gli si oppone.

In secondo luogo l’Italia ne esce scopertamente e spudoratamente “usa-dipendente”: nel nostro Paese non si muove foglia che l’America non voglia. L’improvviso e teatrale viaggio di Giorgia Meloni lo dimostra: non ci si è rivolti al presidente in carica Joe Biden, ma a quello eletto Donald Trump, mettendo le mani avanti a scanso di equivoci. Abbiamo così ottenuto il nulla osta che dovremo in futuro onorare come una sorta di cambiale in bianco che gli americani non mancheranno di mettere all’incasso. Non è la migliore delle versioni della storica nostra alleanza con gli Usa.

In terzo luogo e in conclusione non c’è proprio niente da sbandierare e celebrare e di cui andare fieri, ma semmai c’è da ingoiare il boccone amaro e da tacere. Solo la vita di Cecilia Strada è salva. Per la dignità italiana meglio lasciar perdere. Oltre tutto il ministro Nordio si è rimangiato la parola anticipando e scavalcando con una certa nonchalance il parere della magistratura competente: non era infatti il caso di rischiare un altolà giudiziario…

Un tempo queste cose si facevano e non si dicevano, oggi si spettacolarizzano addirittura prima e dopo averle fatte. Non era ipocrisia quella di un tempo, era soltanto buongusto; non è coraggio quello di oggi, è soltanto cinico protagonismo.

L’unico rigurgito di dignità potrebbe in prospettiva consistere in un’azione internazionale decisa e coerente a favore dei diritti democratici in tutto il mondo, nella interruzione del pericoloso e sbrigativo flirt con gli Usa, nel ritorno ad una seria politica europeista. La pazienza strategica che sfida l’improvvisazione tattica.