Chi semina errori raccoglie orrori

Ferma condanna e forte indignazione ha suscitato, in Italia e nel mondo, il barbaro attacco condotto da Hamas contro inermi cittadini israeliani lo scorso 7 ottobre 2023″, afferma il capo dello Stato Sergio Mattarella sottolineando tra l’altro che è più che mai necessario giungere a un cessate il fuoco immediato per porre termine alla sequela di orrori che si sono susseguiti dal 7 ottobre dello scorso anno ad oggi e scongiurare l’allargamento del conflitto, prospettiva che gli accadimenti recentissimi rendono purtroppo vicina e concreta”. (ANSA.it)

Come non essere d’accordo col nostro Presidente? Ma non basta! L’analisi deve andare più a fondo e deve estendersi al periodo precedente il 07 ottobre 2023.

“Credo che ognuno di noi, se fosse nato in un campo di concentramento e non avesse da cinquant’anni nessuna prospettiva da dare ai figli, sarebbe un terrorista”. Cosi parlava sul dramma del Medio Oriente Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio e cinque volte ministro degli Esteri, per decenni protagonista della politica italiana.
Andreotti pronunciò queste parole da senatore a vita intervenendo in un dibattito al Senato sulla guerra in Libano e ricordava che nel ‘48 l’Onu aveva creato lo Stato di Israele e lo Stato palestinese, ma “lo Stato di Israele esiste, lo Stato arabo no. Era il luglio 2006 e alcuni tra i democristiani riciclati a destra e a sinistra si indignarono per le sue parole.
Nella striscia di Gaza si torna a seminare morte, per una settimana i continui attacchi israeliani hanno causato 192 vittime palestinesi, 58 erano bambini e 34 donne, secondo il ministero della sanità di Hamas. Dodici gli israeliani che hanno perso la vita. A Gaza city nel crollo di una casa bombardata dai militari israeliani sono morti 8 bambini e due donne.
Scene di guerra che Andreotti conosceva bene. All’ex leader Dc scomparso nel 2013, figura politica discussa e discutibile per i suoi rapporti accertati con la mafia, molti osservatori riconoscevano in politica estera di essere stato un ponte solido tra il mondo cattolico e quello musulmano, ambasciatore realista nei tentativi di pace nel conflitto arabo israeliano, convinto dell’importanza della politica d’inclusione nello scacchiere mediterraneo e della convivenza tra ebrei, cristiani e musulmani. Una posizione che gli fece guadagnare il titolo di “amico degli arabi”, da Arafat a Gheddafi. (Strump.it)

Non sono mai stato andreottiano, ma mi riconosco nella succitata sua analisi, validissima ancor oggi, e do atto alla classe politica democristiana di avere tenuto, pur nel rispetto delle alleanze internazionali, una posizione aperturista nei confronti del mondo arabo.

Mia sorella, di ritorno da un viaggio/pellegrinaggio in Terra Santa, mi riportò, con la sua consueta dissacrante onestà intellettuale, le sue impressioni politiche in ordine ai rapporti tra israeliani e palestinesi: i primi, mi disse, approfittano e sfruttano i secondi, che purtroppo non capiscono niente e reagiscono alle sistematiche violenze subite con altrettanto sistematiche reazioni scomposte e violente.   

É una versione geopolitica che ho ritrovato in parecchi amici e conoscenti di ritorno da viaggi in Israele e Palestina: un secco e realistico quadro dei rapporti in uno dei punti più delicati del globo.  Alla intransigente e prepotente posizione israeliana dettata soprattutto dagli esponenti del potere religioso degli ebrei fa riscontro una confusa, velleitaria e religiosa reazione palestinese.

Non si può quindi osservare la storia come se tutto cominciasse dal 07 ottobre 2023. Basti ricordare come l’Onu abbia intimato ad Israele di ritirarsi dai territori occupati fin dal 1967: si tratta della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, prese alla Giordania; di Gaza e del Sinai, presi all’Egitto; delle alture del Golan, prese alla Siria. La restituzione incondizionata è stata richiesta e mai attuata.

Non è giusto far partire il cronometro dalla pur sconvolgente e inaudita azione terroristica di Hamas di un anno fa, bisogna andare indietro nel tempo e nello spazio per comprendere i termini del conflitto e provare ad uscirne vivi.

Non so se l’ipotesi dei due popoli-due stati si agibile vista la piega presa dai rapporti, considerato l’odio regnante fra i contendenti, tenuto conto della debolezza istituzionale di chi dovrebbe garantire questo problematico assetto.

Ricordo una vicenda tratta dal mio curriculum professionale. Si discuteva di un problema molto delicato e difficile: un collega, che lo aveva seriamente studiato, propose una soluzione ragionevole, al che il solito saputello d’occasione rispose che di simili soluzioni se ne sarebbero potute escogitare mille. Il bravo ed impegnato collega ribatté: “Mi accontento che me ne fornisca almeno una…”. La risposta fu un silenzio imbarazzato.

Al riguardo tolgo dal cassetto un episodio gustoso da raccontare. Si rappresentava il Trovatore di Giuseppe Verdi, un’opera “da loggione”, nel senso che sembra propria strutturata e concepita per soddisfare i gusti degli appassionati trincerati in piccionaia. Interprete principale era il tenore Richard Tucker, un fuoriclasse americano non molto noto al grande pubblico italiano, ma decisamente un grande cantante. Ebbene, alla prima rappresentazione, il loggione non gradì certe sue emissioni vocali di scuola americana e contestò ripetutamente la sua performance in modo clamoroso. Ricordo l’espressione attonita di mio padre, che non riusciva a capire un simile comportamento del pubblico e mi faceva cenni ripetuti di consenso alla interpretazione del grande cantante. Ma il bello venne durante un intervallo. Un loggionista assai critico fu incalzato da mio padre che gli chiese, un po’ provocatoriamente, da quali tenori avesse ascoltato migliori interpretazioni del ruolo di Manrico del Trovatore, in modo da poter così violentemente contestare quella di Tucker. Il loggionista, gonfio della propria ignoranza, rispose seccamente che aveva sentito cantare molto meglio il Trovatore da suo zio. A quel punto mio padre sbottò e chiuse la conversazione con una battuta lapidaria al limite dell’offensivo: “A m’ sa che to zio al fiss un gran äzon”.

Non esistono soluzioni facili per problemi difficili, quindi sotto a chi tocca: a chi si riempie la bocca con lo slogan “due popoli-due stati l’invito pressante a passare finalmente dalle parole ai fatti; a chi non persegue l’obiettivo suddetto con sufficiente convinzione per storico scetticismo, spetta l’obbligo imprescindibile di metterne in campo un altro. L’importante è saper leggere la storia in modo completo e obiettivo, al di là delle faziosità e dei manicheismi, per costruire su di essa proposte serie per il futuro, rifiutandone lo svolgimento a livello di mero odio vendicativo e di reciproci intenti devastanti.

 

La vestaglia della Vestale

Il ritardo che le Camere stanno perpetuando nella scelta dei giudici costituzionali costituisce uno “strappo” del “tessuto costituzionale”, cui sarebbe necessario porre rimedio al più presto.

La Costituzione, nel definire la composizione e le modalità di scelta dei componenti della Corte costituzionale non detta, infatti, solo regole operative, ma delinea un preciso equilibrio, che mira a garantire il funzionamento dell’intero sistema di giustizia costituzionale. 

Che il Parlamento, titolare della funzione legislativa e depositario della rappresentanza politica nazionale, si spinga a compromettere questo equilibrio, è atto che si pone ai limiti della scorrettezza istituzionale nei confronti di un organo, la Corte costituzionale, deputato a garantire proprio l’osservanza della Costituzione. È un po’ come se il “controllato” mettesse in discussione la legittimità e l’operatività del “controllore”, subordinando le regole costituzionali alle contingenze e alle alchimie della politica. 

Non può, quindi, che auspicarsi che il Parlamento si decida ad ovviare alla propria inerzia e le forze politiche colgano il senso profondo delle regole fissate in Costituzione, che richiedono, anzitutto, che i rapporti tra i poteri dello Stato siano improntati al principio di leale collaborazione, così che l’intero sistema costituzionale si mantenga in equilibrio e possa funzionare fisiologicamente. (Giustizia Insieme – Un ritardo voluto? Considerazioni sulla mancata elezione di un giudice costituzionale da parte del Parlamento in seduta comune di Francesca Biondi e Pietro Villaschi – Conclusioni)  

Cosa sta succedendo? La maggioranza di governo intende nominare a giudice costituzionale Francesco Saverio Marini, figlio d’arte e attuale consigliere giuridico della presidente del Consiglio: suo è l’imprinting sul disegno di legge di riforma costituzionale presentato dal Governo e la premier punta su di lui considerato “padre” del premierato.

Sul requisito della competenza niente da dire, su quello dell’autonomia molto da ridire. L’opposizione è drasticamente contraria a questa nomina dal punto di vista metodologico (si tratta di accettare un diktat della maggioranza) e per quanto concerne i requisiti del candidato, giudicato non indipendente dall’esecutivo e troppo esposto sul fronte legislativo.

Fallita l’operazione di carpire qualche voto dalle minoranze per raggiungere il quorum necessario, il Parlamento è bloccato, dando un pessimo esempio di comportamento istituzionale e di capacità politica. Non è la prima volta che succede, la storia è piena di questi sgarbi di tutti i colori politici. Mal comune mezza costituzione sotto i piedi.

Non so quanti cittadini italiani si rendano conto della gravità di questa situazione. Meno male che le opposizioni non sono cadute nel tranello. Resta una vergognosa impasse, che molto probabilmente verrà superata con un rinvio finalizzato alla nomina di un pacchetto di giudici costituzionali per la quale sarà più facile la solita spartizione della torta.

In Italia, prima di parlare a vanvera di nuovi assetti istituzionali (premierato), ci si dovrebbe mettere in testa di rispettare rigorosamente lo spirito e la norma della Costituzione, smettendo la vergognosa prassi di un governo che fa anche il Parlamento, di un Parlamento che fa di tutto meno che buone leggi, di uno Stato centrale che vuole scaricare responsabilità sulle Regioni per meglio gestire gli interessi dei partiti, di Regioni le quali più che avvicinare i cittadini al sistema li allontanano da esso, di una Rai che di servizio pubblico avrà forse solo i cessi di viale Mazzini.

La scorciatoia del presidenzialismo caricaturizzato dal premierato mette in crisi la Costituzione, ma attenzione perché esiste all’opera un premierato ancor peggiore, vale a dire quello di fatto e strisciante, ad usum Meloni.

 

 

 

 

La strana criminologia bellica

«Non si tratta di un errore né di un incidente, vogliamo spiegazioni reali nei tempi più rapidi possibili. Le abbiamo chieste all’ambasciatore d’Israele e stiamo attendendo». Alle sei di sera, in una conferenza stampa convocata con urgenza, il ministro della Difesa Guido Crosetto dà voce al «fortissimo disappunto» del governo italiano per i colpi sparati da militari israeliani verso le basi del contingente Unifil. La protesta dell’esecutivo è vibrante e parte dalla premier Giorgia Meloni, che poco prima ha bollato l’attacco come «non ammissibile» e vede in prima linea Crosetto e il titolare degli Esteri Antonio Tajani.

Da giorni la situazione era tesa, ma dopo la gragnuola di proiettili israeliani (che ha danneggiato due basi italiane e il quartier generale della missione, ferendo due caschi blu indonesiani), l’ira di Roma è montata. «Unifil ha esortato tutti gli attori coinvolti a cessare immediatamente il fuoco», riferisce il ministro nella sala stampa di Palazzo Chigi, affiancato dal generale Francesco Paolo Figliuolo. «Ciò che è successo negli ultimi due giorni in Libano è totalmente inaccettabile», prosegue Crosetto. Poi avverte a chiare lettere il governo di Benjamin Netanyahu: «Ascolteremo la loro spiegazione. Ma gli atti ostili compiuti e reiterati dalle forze israeliane potrebbero costituire crimini di guerra» perché «si tratta di gravissime violazioni alle norme del diritto internazionali, non giustificate da alcuna necessità militare». (dal quotidiano “Avvenire”)

Ce n’è voluto a capire che Israele non sta solo reagendo in modo spropositato agli attacchi di Hamas, ma sta spadroneggiando militarmente sul mondo intero. É proprio vero che fintantoché non si è toccati nel vivo, non si comprende o non si vuol comprendere ciò che sta succedendo.

Il governo italiano ha mandato in avanscoperta il ministro della Difesa Crosetto, mentre il ministro degli Esteri Tajani ha iniziato la sua intervista con un’infelice e nazionalisticamente disgustosa affermazione: «I soldati italiani non si toccano!». E i bambini palestinesi e libanesi invece si possono tranquillamente massacrare?

La premier Meloni è rimasta più defilata: forse ha paura di disturbare gli Usa, forse si tiene le mani libere a livello diplomatico, forse si è troppo esposta a favore di Israele. Forse sono troppo malizioso…

La retorica anti-Hamas ha subito un duro colpo e non può più essere il paravento dietro cui fare i propri comodi.  Dopo averne insolentito il segretario generale, il signor Netanyahu dichiara guerra all’Onu, pretendendo che ritiri le truppe di intermediazione a suo tempo inviate in Libano col pieno consenso dello Stato di Israele.

Non è un problema che riguarda l’Italia impegnata nei contingenti Unifil, ma tutto l’assetto dei rapporti internazionali a livello Onu. Credo che un simile azzardo abbia pochi precedenti storici. Speriamo che serva a scuotere chi di dovere.

Pongo una domanda altamente provocatoria: sparare contro Unifil è un crimine di guerra (e sono d’accordo!), ma massacrare la popolazione civile palestinese e libanese cos’è? È stata necessaria un’aperta violazione dei patti internazionali per far aprire gli occhi e smascherare il vero volto aggressivo del governo israeliano. Speriamo sia la goccia che fa traboccare il vaso, anche se non si è voluto vedere finora che il vaso era traboccato da parecchio tempo. Gli Usa hanno al riguardo enormi responsabilità assieme a tutto il mondo occidentale, Europa e Italia comprese.

In cauda venenum: fare strage di bambini palestinesi è giustificabile come reazione al terroristico attacco di Hamas; sparare al contingente Unifil e ferire due caschi blu invece non è ammissibile. Pur con tutto il rispetto possibile e immaginabile per l’Onu, strano modo di valutare le guerre, le loro cause e i loro svolgimenti. A Gaza tutto è possibile. Su Unifil non si può! È la diplomazia, stupido!

 

La comica fiscale

Leggo in queste ore dichiarazioni fantasiose secondo cui il governo vorrebbe aumentare le tasse che gravano sui cittadini. É falso. Questo lo facevano i governi di sinistra. Noi le tasse le abbassiamo come sanno bene i lavoratori dipendenti, le mamme lavoratrici, le partite Iva. Voglio essere chiara ancora una volta. La cultura politica di questo governo è quella di ridurre le tasse, sostenere famiglie e imprese, non la cultura di gravare ulteriormente sui cittadini, nonostante dall’opposizione alcuni vorrebbero l’introduzione di patrimoniali o ulteriori imposte. Noi resteremo fedeli al nostro impegno: lavorare per una manovra che rilanci l’economia, migliori la vita degli italiani, senza chiedere loro nuovi sacrifici”. Così sui suoi canali social la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. (Rai News.it)

Un tempo nelle sale cinematografiche, alla fine di un film drammatico, avventuroso o sentimentale, veniva proiettata una comica per alleggerire la tensione e per rimettere a posto l’umore degli spettatori. La situazione che stiamo vivendo nella realtà è decisamente drammatica e avventurosa (non ha purtroppo niente di sentimentale) e allora ecco spuntare il governo italiano che, per tenere alto il morale, ci fa assistere ad una vera e propria comica su un argomento di sicuro interessa per l’opinione pubblica: le tasse.

L’aspetto ridicolo non consiste tanto nella volontà governativa di abbassare le tasse, soprattutto ai ricchi e senza disturbare chi le tasse proprio non le paga, ma nel tira e molla fra ministri e partiti: in estrema sintesi Giorgia zittisce Giorgetti in mezzo ad uno squallido vociare politico.

La farsa è un genere di opera teatrale la cui struttura e trama sono basate su situazioni e personaggi stravaganti, anche se in generale viene mantenuto un certo realismo nei loro aspetti irrazionali. I temi e i personaggi possono essere di fantasia, però devono risultare credibili e verosimili. La definizione mutuata da Wikipedia si attaglia perfettamente all’attuale compagine governativa di destra: qualche ministro è o è stato incredibile e/o inverosimile (gli esempi sono sotto gli occhi di tutti).

È la stravaganza politica generale ciò che fa ridere per non piangere. L’Italia ha enormi problemi di bilancio, le risorse mancano a fronte di problemi enormi come sanità, istruzione, etc. etc. Ebbene, i cittadini vengono tranquillizzati sul fronte delle tasse, e qui la cosa ha già di per sé dell’incredibile, ma il bello viene dopo, perché, dal momento che in qualche modo i conti devono tornare, bisognerà tagliare le spese e sarà ancor peggio che aumentare le tasse.

La politica si riduce a “farsa psicologica”. Un soggetto che fa fatica ad avere i soldi per mangiare non viene aiutato dandogli qualche risorsa tolta magari a chi ne ha fin troppe, ma gli si fa balenare l’idea di mangiare meno, consolandolo col fatto che, se al potere ci fosse la sinistra, gli verrebbero tolti anche i pochi soldi che ha e dovrebbe digiunare di brutto.

La farsa però non ha limiti e si allarga a tutta l’azione di governo a livello interno e internazionale: non c’è argomento su cui esista una linea omogenea. Si marcia divisi per colpire uniti. Il cittadino-elettore, colpito da questa sorta di armata Brancaleone, ha la sensazione di essere premiato, vale a dire, quanto meno, preservato dal disastro di un eventuale sadico governo di sinistra.

Giorgia Meloni, i suoi ministri, i suoi sostenitori, i suoi ideologi (come Bocchino e Sechi tanto per non fare nomi…) partono sempre dal raffronto con l’opposizione di sinistra per dire: come sono cattivi e inconcludenti! Noi si che siamo bravi o almeno siamo migliori e soprattutto abbiamo e continueremo ad avere consenso e voti.

È una squadra che punta esclusivamente e goffamente a salvarsi in corner.  È un continuo rifacimento alla famosa gag del tenore contestato dal loggione, il quale se la cava brillantemente con un “sentirete il baritono…”.

 

 

Il fisco per governare e il fiasco per votare

Una legge europea per tassare i super-ricchi, cioè chi possiede patrimoni superiori ai 5 milioni e 400 mila euro, in Italia 50 mila persone, lo 0,1% della popolazione. L’idea – di cui si discute ormai da qualche anno tra G7, G20 e Nazioni Unite – raccoglie ampi consensi: 7 italiani su 10 sono favorevoli. Di più tra gli elettori di centrosinistra, ma anche tra chi vota per il centrodestra quasi la metà è d’accordo su questo strumento in grado di drenare fino a 16 miliardi di euro l’anno. Lungi dall’essere un tema tabù, quindi, tassare i grandi patrimoni non spaventa gli italiani.

È il messaggio per i politici che emerge dall’indagine di Demopolis per Oxfam Italia, su un campione statistico di 4 mila cittadini. Cosa emerge? Che per il 72% degli italiani la lotta a evasione ed elusione fiscale potrebbe ridurre le disuguaglianze. Ma per il 61% servirebbe anche un sistema fiscale più equo, progressivo e che non comporti disparità. L’85% concorda che il sistema fiscale italiano oggi è «poco o per niente equo».

Il dato più interessante è dunque che il 70% degli italiani è favorevoli ad un’imposta europea sui grandi patrimoni, solo il 21% contrario. Per l’equità del sistema fiscale e per generare considerevoli risorse per le politiche sociali, sanitarie e climatiche. (dal quotidiano “Avvenire” – Luca Liverani)

Comunque si guardi la situazione – dal punto di vista del fabbisogno finanziario delle casse erariali, con riguardo alla necessità di varare progetti impegnativi e straordinari per territorio, sanità, etc., sul piano dell’equità fiscale, sul discorso dell’erogazione di migliori servizi pubblici essenziali a fronte dei bisogni dei cittadini – la fiscalità è il presupposto di ogni e qualsiasi programmazione pubblica. Probabilmente, stando ai dati emergenti dall’indagine di cui sopra, la gente ne è ragionevolmente consapevole.

Mio padre non era un economista, non era un sociologo, non era un uomo erudito e colto. Politicamente parlando aderiva al partito del buon senso, rifuggiva da ogni e qualsiasi faziosità, amava ragionare con la propria testa, sapeva ascoltare ma non rinunciava alle proprie profonde convinzioni mentre rispettava quelle altrui. Volete una estrema sintesi di tutto ciò? Eccola! Rifletteva ad alta voce di fronte alle furbizie varie contro le casse pubbliche: «Se tutti i paghison col ch’l’è giust, as podriss där d’al polàstor aj gat…».

Quindi innanzitutto un’equa ed effettiva ripartizione del carico fiscale: i dati sull’evasione sono sconvolgenti ed effettivamente questo fenomeno tutto italiano è quello che ci squalifica e mette a repentaglio il sistema finanziario pubblico. L’Europa ci guarda e probabilmente scrolla il capo in segno di compatimento, ma al momento giusto ce la fa pagare carissima.

Non basta però nemmeno questo, perché i problemi sono talmente gravi da richiedere e comportare un surplus di denaro pubblico proveniente da ulteriori tassazioni. Da tempo si parla di imposta patrimoniale, salvo escluderla per timori elettorali: in molti infatti reagiscono chiedendo che prima di tassare i patrimoni si faccia di tutto per tassare i redditi, diversamente i patrimoni dei soggetti che non evadono verrebbero tassati due volte, mentre i patrimoni degli evasori non verrebbero tassati mai.

Una seconda reazione negativa dei contribuenti riguarda gli sprechi di pubblico denaro: non vale la pena pagare le tasse se poi il ricavato viene sperperato in mille inutili rivoli e in spese improduttive e clientelari, se non in mance elettorali o addirittura in tangenti. Qui spunta un altro dato estremamente negativo del nostro sistema: una combinazione tra burocrazia ed affarismo.

Une terza scappatoia ideologica e pragmatica riguarda la sfiducia dei cittadini nella politica e nei governanti: una sorta di anarchia di comodo, che legittima la disobbedienza civile e favorisce l’astensionismo. Le tasse? «Sono una cosa bellissima». L’allora ministro Tommaso Padoa-Schioppa disse una frase del genere in tv, intervistato a In mezz’ora su Rai3 da Lucia Annunziata: «La polemica anti- tasse è assolutamente irresponsabile. Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire a servizi indispensabili come la salute e la scuola. Poi — precisò — ci può essere un’insoddisfazione sulla qualità dei servizi ma non una contrarietà di principio per le tasse».

Bisognerebbe avere il coraggio di riformare il fisco rendendolo più equo anche con l’introduzione di un’imposta patrimoniale, che non si limiti ai Paperon de’ Paperoni, ma a chi detiene patrimoni significativi tali da rendere possibile e utile un sacrificio a favore della collettività.

Se è vero che gli italiani, bene o male, ci stanno ripensando, sarebbe opportuno provarci seriamente. Evidentemente i governati dimostrano di essere più seri e ragionevoli degli attuali governanti (tutti intenti a non disturbare nessuno su questo fronte).

Manco a farlo apposta si è scatenata una certa polemica all’interno del governo sulla prossima manovra di bilancio: Giorgetti fa il buon padre di famiglia e chiede sacrifici a tutti: Salvini riduce demagogicamente il problema agli extra-profitti bancari; Tajani non vuol parlare di nuove tasse che rischierebbero di interrompere l’appeal elettorale di Forza Italia; Meloni li lascia litigare per poi fare sintesi coi fichi secchi.

Senonché pretendere o almeno auspicare da un governo di destra l’aumento delle tasse è cosa piuttosto stramba. Gli italiani sono belli come il sole: votano a destra e poi desiderano che la destra faccia politiche di sinistra. Bisognava forse pensarci prima.

 

 

 

La sanità sinistramente in crisi

Insufficiente finanziamento del Servizio sanitario nazionale (Ssn), personale medico-infermieristico demotivato, popolazione che paga le prestazioni di tasca propria quando può, altrimenti rinuncia a curarsi, Livelli essenziali di assistenza (Lea) non rispettati, divari territoriali pesanti. Sono alcune delle criticità che rileva il 7° Rapporto della Fondazione Gimbe sul Ssn, presentato stamattina in Senato, e che motivano l’affermazione del presidente Nino Cartabellotta: «Oggi la vera emergenza del Paese è il Servizio sanitario nazionale». (dal quotidiano “Avvenire” – Enrico Negrotti)

Gimbe è l’associazione Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze che ha l’obiettivo di diffondere in Italia l’Evidence-based Medicine, vale a dire la medicina basata sulle evidenze, definita come “il processo della ricerca, della valutazione e dell’uso sistematici dei risultati della ricerca contemporanea come base per le decisioni cliniche”. I dati da essa forniti quindi non sono i numeri del lotto e le sue analisi sono attendibili e molto significative.

Ad aggravare la situazione, sopra sinteticamente delineata, ci pensano le pandemie, l’innalzamento dell’età dei potenziali assistiti e con essa il numero crescente dei bisognosi di cure sanitarie, gli sprechi e la confusione che regna sovrana in campo politico ed amministrativo.

Non so fino a che punto gli attuali governanti puntino a privilegiare la sanità privata considerandola un importante bacino elettorale o la subiscano non avendo la volontà politica di imporre sacrifici fiscali necessari al reperimento di risorse aggiuntive. Non so fino a che punto gli attuali governanti con la cosiddetta autonomia regionale differenziata intendano scaricare ulteriormente responsabilità sulle regioni e/o differenziare il sistema sanitario su diversi livelli qualitativi all’insegna del si arrangi chi può.

Una cosa è certa: dell’emergenza sanitaria si fa un gran parlare, ma nessuno fa serie e concrete proposte. I cittadini, pur comprendendo che il problema li riguarda in prima persona, preferiscono rimuoverlo, salvo soffrirne le drammatiche conseguenze sulla propria pelle (almeno i soggetti economicamente più deboli). A chi tocca leva e magari a quel punto scoppia la conflittualità fra operatori e utenti sanitari.

Cresce intanto la quantità di risorse spese dalla popolazione, quando può, per curarsi: «Le persone – rileva Cartabellotta – sono costrette a pagare di tasca propria un numero crescente di prestazioni sanitarie, con pesanti ripercussioni sui bilanci familiari. Una situazione in continuo peggioramento, che rischia di lasciare l’universalismo del Ssn solo sulla carta». Già oggi, continua il Rapporto Gimbe riprendendo dati Istat, quasi 4,5 milioni di persone hanno rinunciato alle cure, di cui 2,5 milioni per motivi economici. Le altre cause sono i lunghi tempi di attesa e le difficoltà di accesso, quali struttura lontana, mancanza di trasporti, orari scomodi. (sempre dal quotidiano “Avvenire”)

Sarebbe interessante eseguire un’analisi comparata fra i comportamenti nel tempo degli amministratori pubblici ai vari livelli: temo che ne uscirebbe un “così fan tutti” deludente e sconfortante. Sotto-sotto sono questi i discorsi che inducono la gente all’astensionismo o a votare alla boia.

Mi aspetterei molto di più dalla sinistra e invece devo ammettere che c’è poco da sperare. Se la sinistra non si distingue e caratterizza su queste problematiche… Pretenderei un’attenzione speciale e invece…  Perché l’unità d’azione delle forze di centro-sinistra non si cerca su tali questioni, non dovrebbe essere impossibile trovarla partendo proprio dalla sanità. Ci provino almeno!

 

L’imbarazzante identità leghista

Lo Ius Italiae presentato ufficialmente da Antonio Tajani irrompe sulla scena politica alimentando una violenta bagarre nel centrodestra, con i militanti della Lega che a Pontida attaccano il ministro con striscioni e cori dove viene definito “scafista” e mandato a quel paese. Matteo Salvini interviene direttamente dal pratone scusandosi per l’accaduto ma non cambia la linea: “la legge sulla cittadinanza va bene così e non è una priorità”, dice. Gli attivisti urlano anche cori scandendo dei ‘vaffa…’, lanciando slogan come “noi siamo i giovani padani” e invocando a gran voce “secessione, secessione”. (ANSA.it)

A fare notizia non è stata tanto la presenza di Orban al raduno leghista, ma lo sfogo padan-giovanilista dei militanti: i giovani hanno una grande virtù, non conoscono e non ammettono mezze vie, o tutto o niente, quindi non possono concepire ed accettare i minuetti di Tajani e i patriottismi di Meloni, non possono che tornare all’ideologia secessionista e alla verace ispirazione bossiana.

Tutto sommato mi stanno simpatici, perché hanno il coraggio di gridare nella luce quel che i maggiorenti bisbigliano nelle tenebre.  Loro hanno tirato il sasso e Matteo Salvini si è precipitato a nascondere la mano. Non so fino a qual punto si tratti di folclore o di goliardia, certamente è questione di apprezzabile sincerità.

Le reazioni imbarazzate degli alleati (?) forzisti e degli amici(?) fratelli d’Italia hanno messo ulteriormente in evidenza la debolezza ideologica di una destra troppo nostalgica ed estremista per essere liberale, troppo perbenista per essere innovativa.

La ruspante lezione dei giovani leghisti mette in crisi la politica balbettante della destra. In fin dei conti sempre meglio i sogni consistenti nel mandare affanculo Tajani e nell’invocare la secessione piuttosto che il delinquenziale ripiegamento sulle fanatiche riesumazioni fasciste.

 

Quando la protesta è un diritto-dovere

Roma, scontri tra manifestanti pro Palestina e forze dell’ordine. Sono scoppiati violenti scontri durante la manifestazione pro Palestina, tra attivisti e forze dell’ordine. I manifestanti, scesi in piazza nonostante il divieto della questura, hanno cercato di forzare il blocco su via Ostiense e sono stati respinti dagli agenti in tenuta antisommossa. Almeno 34 persone sono rimaste ferite, di cui 30 tra le forze dell’ordine, mentre una ragazza è stata colpita alla testa e soccorsa sul posto. Dei fotografi sarebbero invece stati bastonati da alcuni manifestanti.

Fin qui la cronaca, ma occorre ragionare e cercare di capire.

Nonostante si parli spesso di manifestazioni “autorizzate” e “non autorizzate” in Italia la legge non prevede che la polizia debba approvare questi eventi, dato che la Costituzione italiana riconosce il diritto a «riunirsi pacificamente». Questa regola ha però dei limiti: per prima cosa ogni volta che qualcuno vuole organizzare una manifestazione deve comunicare almeno 48 ore prima alla questura competente il luogo, la data, l’ora, la motivazione, una stima dei partecipanti e un eventuale percorso. Questa comunicazione non serve ad avere un’approvazione, bensì a dar conto che una manifestazione avverrà, ma è obbligatoria.

Gli unici casi in cui le autorità possono vietare una manifestazione sono quelli in cui è possibile identificare dei «comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica». In relazione alla manifestazione del 5 ottobre a Roma, la polizia nel suo comunicato aveva menzionato anche il rischio di scontri e disordini che avrebbero potuto creare problemi all’ordine pubblico, ma il problema principale, anche nelle dichiarazioni del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, sembrava comunque quello ideologico. Sabato sono state organizzate manifestazioni in favore della Palestina anche in altre città del mondo: circa 40mila manifestanti hanno marciato nel centro di Londra, e migliaia di persone si sono radunate anche a Parigi, Manila e Città del Capo. (da “Il Post”)

Nella mia vita ho partecipato a molte manifestazioni politiche e (quasi) in tutte c’era il rischio di infiltrazioni violente. Ricordo per analogia quelle contro la guerra in Vietnam. La democrazia però non si difende vietando aprioristicamente le manifestazioni, ma semmai controllandone ed arginandone lo svolgimento.

Il divieto preventivo, oltre che essere legalmente e costituzionalmente inammissibile, risulta essere controproducente, diventando una sorta di indiretta istigazione. Il confine tra le motivazioni di ordine pubblico e quelle di ordine ideologico è molto labile: si può sempre trovare un pericolo a livello di disordine nelle manifestazioni di protesta su questioni peraltro caldissime. Allora che si fa? Si vietano tutte le manifestazioni scomode (tali sono le manifestazioni pubbliche che si rispettino)?

Mi sento di auspicare proteste, non violente ma forti, contro tutte le guerre in genere, ma nel caso specifico contro quella a cui stiamo assistendo tra Israele e il resto del mondo. Sì, perché Israele non si sta difendendo, ma vuole distruggere una volta per tutte, ciò che lo circonda e lo disturba. La vile aggressione patita non giustifica ciò che ne è conseguito, vale a dire la distruzione del territorio e del popolo palestinesi, l’attacco al Libano e quant’altro si sta verificando in un macabro balletto fra un attacco israeliano e un contrattacco arabo e viceversa.

Certo condanno con infinito sdegno i misfatti di Hamas, ma non accetto di giustificare tutto alla loro infernale luce. Non mi sembra che quanto Israele sta distruggendo e coloro che vengono uccisi dall’esercito israeliano siano riconducibili a basi e a sostenitori dei terroristi di Hamas (senza dimenticare che quando uno è disperato può arrivare anche a schierarsi con Hamas o roba del genere: lo diceva Giulio Andreotti, non certo un ingenuo pacifista).

Un cittadino italiano avrà oppure no diritto a far sentire la propria voce di protesta, schierandosi magari in difesa del popolo palestinese che, in questa guerra c’entra come i cavoli a merenda? In fin dei conti i manifestanti a favore della Palestina, in modo talora confuso, sbracato e violento, gridano, per lo meno in parte, quanto l’Onu e anche molti Paesi (fra cui gli Usa e finanche l’Italia) osano solo bisbigliare per non dare fastidio ad Israele, che può permettersi tutte le violazioni possibili e immaginabili, nascondendosi dietro una sorta di impunità conseguente alla Shoah.

Non credo proprio che in questo modo si onorino i martiri della colossale strage nazista, ma si finisca col vendicarla facendola ricadere su chi non ha colpe al riguardo. Il torto e la ragione non stanno mai da una parte sola: proprio per questo bisogna finirla con la legittimazione delle guerre che partono mettendo la ragione soltanto ed esclusivamente da una parte.

Dove è scritto che non si possa contestare con veemenza il comportamento dei governanti israeliani? Nella vomitevole realpolitik? Nell’assurdo gioco delle alleanze che peraltro fanno acqua da tutte le parti? Nell’omertoso e vergognoso atteggiamento statunitense preoccupato solo di non disturbare gli elettori di matrice israeliana? Nell’equilibrismo meloniano volto a nascondere la polvere dei problemi interni sotto il tappeto degli schieramenti internazionali? Nella subordinazione dei principi democratici agli striscianti e subdoli regimi in cui rischiamo di essere immersi?

Per me vale sempre e comunque quanto è scritto nell’articolo 11 della Costituzione italiana: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Dal momento che, a mio giudizio, stiamo violando apertamente, seppure indirettamente, il dettato costituzionale, ben vengano le manifestazioni di protesta anche se portano in sé qualche rischio di faziosità e di ricorso alla violenza di piazza. So di dirla grossa, ma preferisco correre questi rischi piuttosto che voltarmi dall’altra parte di fronte ai massacri in atto per non disturbare i manovratori, tra i quali, è inutile negarlo, il governo di Israele ricopre un ruolo di assoluto rilievo.

 

La bilancia evangelica e il bilancino etico

La crescita della durezza nelle invettive papali ex volo è direttamente proporzionale a quella delle trasgressioni etiche della società ex convivenza incivile: evidentemente papa Francesco è stanco di dispensare consigli e punta a distribuire pensieri forti. Lo sta facendo con molta spontaneità, con grande coerenza personale e con ammirevole onestà intellettuale.

È proprio su quest’ultimo aspetto del suo comportamento (l’onestà intellettuale) che mi soffermo. Nell’ultima conferenza stampa concessa durante il viaggio di ritorno dal Belgio, su sollecitazione dei giornalisti al seguito, ha affrontato tre temi estremamente delicati, gravi e attuali: l’aborto ridotto a metodica anticoncezionale, l’abuso sessuale dilagante a tutti i livelli, la guerra considerata uno strumento di pace.

A questi tre argomenti applico tre precisazioni fatte dal Papa. Inizio dall’aborto: la diversa valutazione etica fra il controllo delle nascite, vale a dire il più che accettabile preventivo modo di evitare il concepimento e l’inaccettabile modo di eliminare il concepito. Sul primo aspetto si può ragionare in una logica di maternità e paternità responsabile, sul secondo il discorso cambia e diventa purtroppo il cercare di rimettere nella bottiglia il latte versato senza nemmeno una lacrima di inquietudine. La piaga dell’aborto dovrebbe trovare un freno nelle scelte appropriate dei metodi anticoncezionali, nella valutazione attenta e solidale della drammaticità dei casi e nella responsabilizzazione della coppia genitoriale. Probabilmente papa Francesco sta prendendo atto della superficialità con cui il problema viene affrontato nell’ambito meramente burocratico della difesa sic et simpliciter della volontà della donna. Di qui la sua indignata considerazione dell’aborto come omicidio e conseguentemente, anche se un po’ spregiudicatamente, della complicità in omicidio di chi lo procura sul piano medico.

Non entro nel merito, l’ho già fatto tante volte, distinguendomi coraggiosamente dall’atteggiamento giustizialista della Chiesa cattolica. Mi basta in questa sede sottolineare l’onestà intellettuale del Papa, anche se sacrifica, almeno in parte, alla propria coerenza morale la compassione pastorale. Francesco non è un bigotto, non è un dogmatico, è un sofferto difensore della vita, a cui però sfugge qualche possibile passaggio problematico nell’esistenza delle donne chiamate a scegliere.

Riguardo agli abusi sessuali commessi da uomini di Chiesa ho apprezzato molto il rifiuto di nascondersi dietro il dito statistico, che mette la famiglia al primo posto della classifica degli abusatori. Anche un solo abuso, dice papa Francesco, grida vendetta al cospetto di Dio e richiede ferma e aperta condanna del responsabile, aiuto concreto all’abusato, accurato impegno ad evitare il protrarsi del pericolo. È un bel passo avanti rispetto al vittimismo rovesciato degli inizi, al salvataggio del salvabile con omertose coperture, al ridimensionamento del problema al fine di non affrontare tutti gli aspetti della tematica sessuale in capo ai componenti carismatici della Chiesa. Resta molto da fare per rimuovere alla radice l’esorcismo sessuale che fa rientrare il demonio dalla finestra della trasgressione dopo averlo fatto uscire dalla porta della casta costrizione.

Infine la guerra. Sempre immorale anche se considerata difensiva, sempre condannabile perché inevitabilmente la difesa diventa sproporzionata rispetto all’offesa. Non si può giudicare una guerra col bilancino, ma bisogna introdurre la bilancia a piatto unico della pace. Il Papa è l’unico capo religioso che prescinde totalmente dalla realpolitik, che non riserva trattamenti di favore, che non spacca il capello in quattro per non dispiacere troppo allo Stato X o Y. Nessuno lo ascolta sul serio e lui lo sa benissimo. Ciò non toglie che parli forte alle coscienze di tutti in modo che nessuno possa mai dire che la Chiesa ha taciuto come è purtroppo successo nella storia, lasciando solo ai volonterosi e ai martiri tenere accesa la lampada della pace.

Qualcuno si chiederà: non sarebbe meglio che il Vaticano operasse sotto traccia a livello diplomatico, facesse un po’ di laico silenzio e si guardasse in casa.

Il primo ministro dimissionario del Belgio, Alexander De Croo, ha annunciato che richiederà un colloquio con il nunzio apostolico in seguito alle dichiarazioni di papa Francesco sull’aborto durante la sua recente visita nel Paese. «Il mio messaggio sarà chiaro. Ciò che è successo è inaccettabile», ha detto De Croo in una sessione al Parlamento federale belga. L’appuntamento è stato già fissato, ma non è chiaro se si tratta di una “convocazione” ufficiale (che di solito però viene formulata dal ministero degli Esteri del Paese ospitante) o di un colloquio meno formale. Comunque sia, si tratta di una decisione forte da parte del politico belga. E non è la prima. Quando il Papa, durante la sua visita apostolica, ha incontrato le autorità belghe è successo infatti che De Croo, anche se era previsto solo quello del Re, ha voluto comunque rivolgere un saluto al Papa, esprimendo nell’occasione giudizi particolarmente duri sull’atteggiamento della Chiesa riguardo alla gestione degli abusi perpetrati da chierici («La dignità umana è prioritaria e non gli interessi dell’Istituzione. Per poter rivolgere lo sguardo in avanti, la Chiesa deve chiarire il suo passato»). (dal quotidiano “Avvenire” – Gianni Cardinale)

Mio padre, con la sua abituale verve ironica, così sintetizzava lo scontro fra generazioni: «Quand j’éra giovvon a säve i véc’, adésa ch’a són véc’ a sa i giovvon…». Intendeva sdrammatizzare gli insopportabili schemi sociologici, che ci assillano con le loro sistematiche elaborazioni dell’ovvio. D’altra parte è come nella vita di coppia. Quando non c’è accordo, qualsiasi parola o azione è sbagliata. Meglio tacere e non fare nulla? È quanto, in fin dei conti, molti “falsi criticoni” desiderano ardentemente. Concludeva rassegnato: Con chil bàli chi, mi an so mai…».

La gag paterna si attaglia anche allo scontro fra clericalismo e laicismo: se il Papa tace vuol dire che non ha il coraggio di pronunciarsi, se si pronuncia sarebbe meglio che tacesse. É sempre la solita fola: c’è sempre un motivo per tacere. Papa Francesco ha scelto di parlare spiazzando un po’ tutti, come del resto faceva Gesù, anche se Gesù anziché partire dai principi si muoveva sul terreno onnicomprensivo dell’amore innanzitutto e dopo tutto. L’attuale papa non pretende di essere Gesù, anche in Belgio ha ammesso sinceramente di ritenersi il più grande dei peccatori. Quanto all’amore evangelico ce la sta mettendo tutta e la cosa mi commuove fino alle lacrime.

 

In volo coi giovani iraniani

«Ogni momento che passa il regime sta portando voi, il nobile popolo persiano, più vicino all’abisso, e la stragrande maggioranza degli iraniani sa che al loro regime non importa nulla di loro», ha scritto il premier israeliano nei giorni scorsi. Nella giovane dissidenza il commento a queste parole va dalla derisione all’insulto. Pochi credono alla buona fede del capo israeliano. «Parla come un tizio che si preoccupa dei suoi dirimpettai, ma poi continua ad uccidere quelli che abitano sullo stesso pianerottolo», commenta una ragazza che si fa chiamare “Nada”. La logica secondo cui «il nemico del mio nemico è mio amico», anche per le questioni iraniane è come cibo a breve scadenza. Se davvero a Israele sta a cuore la sorte degli iraniani, «non dovrebbe eseguire una reazione che danneggi la gente», scrive un altro studente: «Dovrebbero colpire solo i Pasdaran e le basi militari. Come pensa Netanyahu di ottenere la nostra considerazione se poi promette di lasciarci senza energia e anche senza casa come fa in Libano?». (dal quotidiano “Avvenire” – Nello Scavo)

Ammiro sinceramente il coraggio e la lucidità dei giovani dissidenti iraniani. Condivido la loro posizione. Evidentemente non vogliono ripetere a rovescio gli errori storicamente commessi dal loro popolo. Quando l’Iran passò dallo Scià di Persia alla guida suprema Khomeini, cadde dalla padella alla brace. Ora c’è il rischio opposto, vale a dire di cadere dalla padella di Khamenei alla brace di Netanyahu.

Ammesso e non concesso che possa aprirsi una fase nuova nella vita dell’Iran – anche se è difficile, ma non impossibile, che dal male di una guerra possa uscire il bene della libertà -, gli iraniani dissidenti dovranno fare i conti con problemi economici enormi che li potranno indurre a cedere alle lusinghe degli israeliani e dell’Occidente, nonché con problemi religiosi  nel senso di reagire scompostamente al regime teocratico che li ha asfissiati, illudendosi di respirare aria di libertà nell’ateo materialismo capitalista. Non so se in Iran ci sia pronta una classe dirigente capace di governare una transizione difficilissima: Cina e Russia sono pronte a blandire l’eventuale nuovo corso ed ecco una ulteriore alternativa brace in agguato.

Ci sarebbe spazio per un ruolo democratico europeo: da qualcuno bisognerà pure farsi aiutare e allora fra i tanti lupi che si aggirano nel mondo, tanto vale affidarsi a quelli coi denti meno aguzzi. E poi le donne: che ruolo potranno avere in una svolta democratica iraniana? Attenzione a non rovinare tutto sposando lo sbracato femminismo occidentale. Ci potrà essere una via iraniana al femminismo?

Forse sto mettendo il carro davanti ai buoi, ma bisognerebbe evitare i rischi di una pseudo-pace che sciolga i fermenti positivi del mondo arabo nella melassa consumistica del mondo occidentale. Ci vorrebbe la lungimiranza economica di un Enrico Mattei, l’apertura etico-religiosa di un Giorgio La Pira, la capacità politica di un Aldo Moro per resistere all’agguato di un colonialismo riveduto e scorretto, di un capitalismo dal volto disumano, di un laicismo reazionario e di un falso terzaforzismo.

Per costruire la pace bisogna volare alto: vale per tutti. Potrebbe essere il turno degli iraniani, che dovranno comunque evitare di bruciarsi le ali prima ancora di spiccare il volo.