La bótte di Meloni dà il vino di Musk

“Calpesta le formiche”? Questa domanda, tra l’ironico e il surreale, è stata posta alla presidente del Consiglio Girogia Meloni durante la conferenza stampa annuale a Palazzo Chigi. 

La premier ha risposto al quesito di Alexander Jakhnagiev di Vista TV con un sorriso: “Cerco di evitarlo, quando me ne accorgo”. 

Ormai è diventato una sorta di appuntamento fisso quello con le domande ‘creative’ del direttore dell’Agenzia Vista, Alexander Jakhnagiev, nel corso della conferenza stampa di fine anno. Quest’anno il tema sono le formiche: “Se calpesta le formiche, ci fa caso mentre cammina? Un detto popolare vuole che quando si calpestano le formiche, poi piove”.

Un quesito accolto con ironia dalla Meloni, che si è lasciata andare ad un dialettale “eccallà”, espressione che si usa a Roma per il concretizzarsi di un evento ‘temuto’. “Non lo so – ha replicato, divertita – Le confesso, se le vedo, no. Poi, non le vedo sempre… Ci starò più attenta”.

Nel 2022 lo stesso giornalista parlamentare aveva invece chiesto alla premier se il proprio tempo fosse “circolare o lineare”. (canale whatsapp del Tgla7)

Certo se per formiche si intendono le ragioni del vivere civile, la domanda può essere trasformata in “si rende conto delle cazzate che dice e fa senza calcolarne le conseguenze?”.

Tra me e me mi sono posto la domanda e mi sono dato la risposta seguendo appunto la tradizionale annuale conferenza stampa tenuta dalla premier Giorgia Meloni, organizzata dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e dall’Associazione stampa parlamentare.

Mentre procedeva la trasmissione in mezzo a domande più finalizzate a non disturbare il manovratore che a metterlo alle strette, mi chiedevo quale motivato giudizio si possa azzardare su questo a dir poco bizzarro presidente del Consiglio.

Innanzitutto non mi sento di rinunciare alla pregiudiziale di carattere ideologico nei suoi confronti: non la ritengo in linea con i principi costituzionali, con la condivisione dei valori della Resistenza e dell’anti-fascismo. Scusate se è poco!

In secondo luogo più passa il tempo e più concordo pienamente col giudizio di Silvio Berlusconi sulla persona Meloni: supponente, prepotente, arrogante e ridicola.

Da queste premesse non può discendere che una conseguenza negativa sul suo comportamento istituzionale-politico-programmatico. Ogni botte dà il vino che ha. Posso solo aggiungere una nota negativa sul suo dilettantismo-populismo e sulla sua incompetenza-furbizia, niente a che vedere con un sano popolarismo e con una necessaria intelligenza.

Tratta l’Italia come un Atreju nazionalizzato, tratta l’Europa come un’Italia allargata, tratta la Nato come la ruota di scorta italiana, tratta il mondo come un immenso luna park in cui passare dalla ruota panoramica al calcinculo.

I problemi del Paese vengono filtrati e decantati mediaticamente, mai affrontati se non in superficie. La critica viene pregiudizialmente e strumentalmente vissuta come atto d’inimicizia. La stampa viene considerata terra di conquista. L’amministrazione dello Stato viene portata avanti come cassa di risonanza della propria perpetua propaganda elettorale.

E allora si spiega la fuga dei migliori dalla Rai, i recenti abbandoni di Ruffini all’agenzia delle entrate, di Belloni ai servizi segreti. In buona sostanza una politica che non va oltre il proprio naso e che dovrebbe lasciare gli italiani con un palmo di naso, senonché il fiuto dei cittadini è molto carente forse perché preferiscono un’alzata di spalle ad una seria autocritica.

Il trionfalismo post liberazione di Cecilia Sala è fastidioso e ingiustificato. Così come il governo chiese il silenzio ai media e alla politica ora sarebbe opportuno che il silenzio venisse chiesto al governo a livello mediatico, anche perché più ci si interroga sulla vicenda e più emergono dubbi e perplessità da chiarire nelle competenti sedi istituzionali.

La vacuità della politica estera meloniana non fa che prendere atto dello strapotere americano: solo con l’assenso degli Usa si possono trattare le questioni. La vita umana viene prima di qualunque altra considerazione: giustissimo! Mi sia concessa una eloquente digressione per chiedermi allora perché la vita di Aldo Moro non venne prima di ogni altra ragione. Perché gli Usa avevano deciso che dovesse morire in quanto non potevano sopportare una svolta politica italiana di apertura verso il Pci.

Giorgia Meloni ha preso atto di questa esasperata dipendenza, è volata in America per chiedere permesso e nel giro di pochi giorni Cecilia Sala è stata liberata. Evidentemente Trump ha dato l’ok (un Abedini in libertà vale molto meno di una Meloni al guinzaglio); gli iraniani dal canto loro si sono accontentati di una piccola concessione in capo al connazionale in odore di costruzione di droni esplosivi, che potrebbe anche diventare un vero e proprio salvacondotto. Qualcuno ritiene che una parte della dirigenza iraniana abbia preso paura della gamba tesa con cui Trump affronta le questioni internazionali e che quindi non se la senta di andare verso un conflitto con gli Usa. Come si vede l’abilità diplomatica di Giorgia Meloni ne esce molto ridimensionata se non addirittura annullata.

Se poi aggiungiamo lo spiazzamento italiano nei confronti dell’Europa, la frittata è fatta: durante la conferenza stampa da cui sono partito si è parlato molto di Elon Musk, si è ripetutamente e volgarmente fatta una sua difesa d’ufficio, mentre all’Europa si è fatto solo qualche rapido ed insignificante cenno.

L’incapacità politica, in una contingenza mondiale così complessa e difficile, porta inevitabilmente a stare pedissequamente dalla parte del più forte a prescindere da ogni seria argomentazione. L’equivoco collegamento con un certo passato, combinato con la presunzione di saper governare, non può che portare a sgovernare, vendendo il Paese al miglio offerente (non per il Paese, ma per la lunga vita politica di Giorgia Meloni).

Un mio carissimo amico a margine della performance meloniana mi ha inviato il seguente messaggio: “Tanto va la gatta al lardo che prima o poi ci lascia lo zampino…”. Speriamo che lo zampino ce lo lasci lei e non lo scriteriato popolo italiano.

Spesso ricorro agli aneddoti paterni per spiegarmi meglio. A mio padre piaceva molto questo: durante una partita di calcio un giocatore si avvicinò all’arbitro che stava facendone obiettivamente di tutti i colori. Gli chiese sommessamente e paradossalmente: «El gnu chi lu cme lu o agh la mandè la federassion » (Lei è stato inviato ad arbitrare questa partita dalla Federazione o è venuto qui spontaneamente, di sua iniziativa?). Si beccò due anni di squalifica.

 

 

 

Prove di Sala per un’inquietante cantata

Si era capito che la vicenda di Cecilia Sala doveva servire per la premier Meloni da trampolino di lancio per tuffarsi nella piscina trumpiana. È stato così con esito positivo quanto alla liberazione della giornalista italiana, ma con prospettive inquietanti per il nostro Paese e per l’Europa.

Prendendo atto della situazione di stallo europea e partendo dalla mancanza pressoché totale di fiducia nella prospettiva, peraltro imprescindibile, di un Europa veramente unita e protagonista sulla scena mondiale, si preferisce, a livello del governo italiano (sarebbe meglio dire a livello del governo meloniano), puntare ad essere il riferimento preferito della politica trumpiana, che gioca allo sfascio dei rapporti di problematica collaborazione, sostituendoli con quelli di spietata concorrenza.

Giorgia Meloni, per mania di grandezza e ansia protagonistica, al di fuori di qualsiasi disegno strategico e finanche tattico, sta mettendo l’Italia nella scomoda posizione di “quinta colonna trumpiana”: non è dato capire quali vantaggi ne ricaveremo non tanto e non solo in una prospettiva ideale di pace e di progresso globale, ma anche in una logica realistica di concreti interessi economici e commerciali.

È molto pericoloso infatti giocare il ruolo di nazione favorita, rischiando di svolgere la funzione di mero tassello in un mosaico scombinato e sconclusionato e di rimanere schiacciati in uno splendido e tattico isolamento. Questi giochini pseudo-diplomatici non portano da nessuna parte.

Che Donald Trump giochi a dividere l’Europa lo si è capito fin dagli albori della sua prima esperienza presidenziale, ma che l’Italia si presti a fargli da sponda in questa autentica “maialata” è roba inaccettabile da tutti i punti di vista. Alla fine non saremo figli di nessuno! Peraltro non vedo alcun piatto di lenticchie se non l’illusione di mangiare alla tavola dei padroni mentre ci dovremo accontentare semmai delle briciole che si danno ai cagnolini.

È molto pericoloso inserirsi alla cieca nei giochi neo-imperialisti degli Usa. Dove vuole parare Trump? Non certo a farsi suggerire le mosse da Giorgia Meloni… Il governo italiano è senza politica estera e sale sul primo treno che passa nella speranza che porti da qualche parte, non importa quale.

È decisamente umiliante assistere alla precipitosa corsa alla reggia mediatica di Elon Musk per prostrarsi ai suoi piedi, per legarsi alle sue mire espansionistiche. Ma in che mondo viviamo? E pensiamo di migliorarlo adeguandoci ad esso? Questa è la catastrofe dell’Italia altro che successi della diplomazia italiana!

Non vorrei che la liberazione di Cecilia Sala diventasse la vittoria di Pirro per l’Italia: sarebbe una beffa anche per la giornalista, che, dopo aver battagliato giustamente per i diritti laddove vengono calpestati, si trovasse suo malgrado ad inaugurare un corso storico in cui i diritti dei forti diventano rovesci dei deboli.

Concludo queste amare riflessioni ricordando l’episodio avvenuto in Scozia ai tempi della Brexit. La propensione degli scozzesi verso l’Unione europea, seppure almeno in parte strumentale rispetto alle loro mire indipendentiste dal Regno Unito, sfociò in rabbia e trovò, per ironia del destino, un ulteriore motivo di ribellione nelle parole proferite proprio in Scozia nei giorni del referendum dall’aspirante candidato repubblicano alle presidenziali americane, Donald Trump: «Vedo un reale parallelo fra il voto per Brexit e la mia campagna negli Stati Uniti». Come ha riferito Pietro Del Re, inviato di Repubblica, nel pub di John Muir a Edimburgo, quando Trump è apparso in tv, tutti i clienti si sono avvicinati allo schermo. Poi, hanno tutti assieme cominciato a urlargli insulti di ogni genere, il cui meno offensivo è stato senz’altro pig, porco.

Ebbene non so cosa diranno i clienti dei bar italiani quando appariranno le immagini di Giorgia Meloni in dolce compagnia di Trump e Musk. Si lasceranno incantare dalle sirene di una premier che ha il potere di parlare con gli aspiranti padroni del mondo oppure andranno oltre le prime impressioni e sentiranno anche in questo caso la puzza di porcilaia?

Militava nelle file della Democrazia Cristiana un personaggio di secondo piano, che però ostentava i suoi legami con i big dell’epoca. Cosa faceva? Durante i convegni, saliva di soppiatto alla tavola dei relatori, si avvicinava furtivamente a qualche esponente politico di spicco e osava chiedergli qualcosa, probabilmente gli poneva una innocua e insignificante domanda, che serviva tuttavia ad apparire mediaticamente in rapporti confidenziali con i politici che contavano. Si accontentava di questo. Saprà Giorgia Meloni accontentarsi di sembrare potente? Non credo proprio. E allora…vedi sopra.

 

 

La telenovela plutocratica

In Austria la destra può tornare al potere. A Vienna si potrebbe presto realizzare una coalizione di governo guidata dalla destra populista Fpö. Il presidente federale austriaco, Alexander van der Bellen, ieri ha incaricato il leader del partito della libertà d’Austria (Fpö) Herbert Kickl, in qualità di vincitore delle ultime elezioni (29%), di tentare di formare una coalizione di governo con i conservatori dell’Övp. Una riedizione di una coalizione, in cui l’Fpö era il però il partito di minoranza realizzata nel 2017 dal cancelliere dell’Övp, Sebastian Kurz, e anche nel 2000, guidata sempre da un cancelliere conservatore, Wolfgang Schüssel e sostenuta dall’allora leader dell’Fpö, Jörg Haider, criticato in quegli anni in Austria ed in Europa per aver elogiato pubblicamente la politica socio-economica di Adolf Hitler.

Il nuovo leader del partito della libertà d’Austria (Fpö), Herbert Kickl non si è spinto a tanto, ma nel corso dei suoi comizi, durante la campagna elettorale, ha spesso utilizzato slogan cari all’estrema destra. Dopo la vittoria alle elezioni del 29 settembre, Kickl non ha mai nascosto la sua posizione favorevole alla Russia, con cui vorrebbe riaprire dialoghi e gasdotti dalla Siberia. Inoltre il leader di destra ha riscosso sempre maggiori consensi per una politica migratoria estremamente severa, che prevedono deportazioni su larga scala. «Chi non lavora e crea problemi o compie reati, deve andarsene e deve essere rimandato a casa», ha tuonato spesso nei suoi comizi.

(…)

L’eco delle vicende austriache, come spesso accade, si riverbera oltre le Alpi e giunge fino a Berlino. Ieri molti politici tedeschi, impegnati nella campagna elettorale in vista del voto anticipato del 23 febbraio, hanno interpretato l’incarico a Kickl come un avvertimento e un segnale d’allarme per la Germania. Il vicecancelliere del governo federale di minoranza e leader dei Verdi, Robert Habeck, teme che dopo il voto del 23 febbraio possa crearsi uno scenario politico simile a quello di Vienna, ovvero «che i partiti diano priorità alle loro tattiche rispetto alle possibilità di formare alleanze di governo. In questo modo si favorirebbero solo le posizioni e gli obiettivi dei populisti». Preoccupazioni e timori sono giunti anche da socialdemocratici e liberali. (dal quotidiano “Avvenire” – Vincenzo Savignano)

In quietante ma realistico! Da tempo in Europa tira una aria di destra-destra: in Francia è stata bloccata pur nell’equivoco e nella precarietà, in Austria sta prendendo corpo a meno di resipiscenze democratiche dell’ultimo minuto, in Germania sembra ne abbiano molta paura, in Italia quest’aria la stiamo respirando, magari senza accorgercene fino in fondo anche perché Giorgia Meloni, che ne è la protagonista incontrastata, gioca a farsene garante nei confronti delle istituzioni europee e madre putativa nei confronti del nuovo corso trump-muskiano degli Usa.

Una missione lampo. Ventiquattr’ore negli Usa, in Florida, nella residenza privata di Trump a Mar-a-Lago. Un confronto largo. Da una parte Giorgia Meloni. Dall’altro il neo presidente Usa. Al loro fianco una squadra da serie A: il futuro segretario di Stato Usa, Marco Rubio; il futuro segretario al Tesoro, Scott Bessent; il futuro ambasciatore Usa in Italia, Tilman Fertitta, e l’ambasciatrice d’Italia negli Usa, Mariangela Zappia. I temi del “faccia a faccia” sono noti: Dazi, Nato e caso Sala. Il motivo della “missione” lo spiega una analisi del New York Times: rafforzare le «speranze dei sostenitori di Meloni che il primo ministro italiano conservatore diventerà l’alleato di Trump in Europa». Cinque ore di confronto largo. E, convitato di pietra della missione top secret è il patron di Space X, Elon Musk. Il miliardario patron di Tesla non compare infatti nelle immagini della serata, ma tra i primi a confermare la visita di Meloni negli Usa (l’incontro tra i due leader era infatti fissato per il prossimo 20 gennaio in occasione della cerimonia di insediamento di Trump) è stato tuttavia, Andrea Stroppa. In un post su X, il referente di Musk in Italia ha utilizzato l’intelligenza artificiale per creare un’immagine di Trump e Meloni raffigurati l’uno accanto all’altra vestiti da antichi romani con lo stesso imprenditore che compare un pò defilato. C’è Trump. C’è il rapporto Stati Uniti Europa. La Nato. C’è il ruolo di Giorgia Meloni. E ci sono gli affari. Le scelte economiche. Il nodo Dazi. E la collaborazione con Musk. È Bloomberg a dare i primi dettagli di un accordo che già fa discutere: l’Italia è «in discussioni avanzate» con la Space X di Musk per un contratto di 5 anni che prevede la fornitura al governo di servizi di telecomunicazione sicuri. Una operazione dal valore di 1,5 miliardi di euro. Un progetto che prevederebbe un sistema criptato di massimo livello per le reti telefoniche e i servizi internet del governo, le comunicazioni militari e i servizi satellitari per le emergenze. (dal quotidiano “Avvenire” – Massimo Chiari)

L’Italia sarà quindi protagonista, seppure per ora a livello di telenovela, di una saldatura mondiale pluto-tecno-socio-politica, tale da far tremare ai polsi le vene democratiche? Siamo solo alle prove di Sala, ma lo spettacolo promette sfracelli.

Potrebbe essere il definitivo tramonto del rilancio democratico guidato dall’Europa, di una classe politica veramente europeista, di un assetto mondiale aperto e pacifico. E a mettere la ciliegina su questa vomitevole torta sarebbe Giorgia Meloni, che si sta candidando a svolgere il ruolo di saldatura tra le destre condite all’italiana.

La speranza è che Trump e c. se la stiano vezzeggiando senza prenderla sul serio: non posso credere che pensino veramente a lei come interlocutrice per un nuovo disordine mondiale. Fin che si scherza la lasceranno sfogare, poi, quando si comincerà a fare sul serio, le daranno il benservito. A quel punto in Italia ci sarà ancora un Mattarella capace di toglierci dalla cacca? Il premierato infatti è già operante. Pensate al protagonismo meloniano, al comprimariato tajaniano e al divertissement vonderleyeniano. Non resta che aspettare la passerella erotica delle ballerine nude per divertirsi un po’.

 

 

Corretti nel poco per essere credibili nel molto

Il collegio di garanzia elettorale costituito presso la Corte d’appello di Cagliari ha dichiarato decaduta dalla carica di consigliere regionale Alessandra Todde, che perderebbe quindi, di conseguenza, anche la poltrona da presidente della Regione.

Il collegio ha studiato per lunghi mesi le carte e alla fine è arrivato a una conclusione: ci sono state inadempienze da parte dell’esponente M5s nelle comunicazioni relative alle spese elettorali. Ciò ha indotto l’organismo regionale che controlla la regolarità delle votazioni a emettere un’ordinanza-ingiunzione indirizzata al Consiglio regionale, che adesso è chiamato a stabilire una data per la decisione sulla decadenza.

Plausibile che la maggioranza Pd-5s che regge la Sardegna voti contro la decadenza, ma il caso non sarebbe comunque archiviato.

Le irregolarità contestate dal collegio riguardano la rendicontazione delle spese elettorali. Poco dopo la diffusione della notizia, la governatrice Alessandra Todde ha fatto sapere in via informale che gli aspetti contestati verranno chiariti in sede giudiziaria. Todde aveva già provveduto attraverso una memoria che però non è servita a evitare l’ingiunzione, quindi adesso dovrà impugnare l’atto che le imporrebbe di lasciare la guida della Regione.

Poco dopo i primi umori informali, Todde rilascia una dichiarazione ufficiale: «La notifica della Corte d’appello è un atto amministrativo che impugnerò nelle sedi opportune. Ho piena fiducia nella magistratura e non essendo un provvedimento definitivo continuerò serenamente a fare il mio lavoro nell’interesse del popolo sardo».

Choc nella Regione, ma choc anche nel campo largo. Alessandra Todde ha conquistato la guida della Sardegna lo scorso 25 febbraio raccogliendo 331.109 preferenze, appena 3mila in più del rivale Paolo Truzzu, espressione di FdI. Quella di Todde è stata la prima importante vittoria dell’alleanza tra il Pd di Schlein e il Movimento cinque stelle. Non solo: l’ex sottosegretaria del governo Conte 2 è l’unica pentastellata ad aver scalato una Regione. Aveva fatto rumore anche il fatto che la vittoria fosse arrivata senza il contributo dei centristi, orientando invece l’alleanza a sinistra. Ora questa vittoria andrà difesa in tribunale. (dal quotidiano “Avvenire”)

Non sono solito buttare la croce addosso a nessuno, so perfettamente come sia questione di un attimo cadere nei guai giudiziari, mi rendo conto come spesso la giustizia possa (s)cadere nel mero accanimento burocratico, tuttavia penso e spero che il collegio di garanzia elettorale abbia controllato e ricontrollato bene le carte prima di emettere un provvedimento così grave dalle notevoli conseguenze amministrative e politiche.

Mi permetto di osservare come sarebbe indispensabile il massimo rigore comportamentale in coloro che intendono ricoprire incarichi pubblici: non è la prima volta che le spese elettorali costituiscono una sgradevole buccia di banana per quanti se le fanno rimborsare. Quando si ha a che fare con il pubblico denaro non si può scherzare!

Mi auguro che Alessandra Todde riesca a chiarire la vicenda: in questo caso non mi interessa la sua collocazione politica, mi interessa la credibilità delle istituzioni, che ne esce comunque indebolita assieme alla sua immagine di pubblica amministratrice.

In una fase storica in cui la politica si sta sempre più compromettendo con gli affari, in cui gli scandali fioccano come la neve, in cui gli interessi privati si sovrappongono a quelli pubblici, la vicenda del presidente della regione Sardegna diventa quasi un’inezia. Però, evangelicamente parlando, l’onestà di chi amministra il denaro altrui parte dalla fedeltà nel poco per legittimare il potere su molto.

Non voglio esagerare passando ai massimi sistemi, ma ormai purtroppo la morale viene scambiata per moralismo. Mentre il moralismo è un atteggiamento di rigida e talora ipocrita difesa dei princìpi della morale comune, la morale è una guida che implica coerenza a principi umani più significativi per il bene come.

È moralismo pretendere la massima correttezza da chi detiene il potere? In un clima progressivamente e laidamente trasgressivo, può sembrare di sì. In un quadro di rispetto e valorizzazione del bene comune, assolutamente no.

 

 

 

 

Un papa coraggioso e i don Abbondio sparsi nel mondo

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu “ignora le leggi internazionali e i diritti umani”.  Sono parole attribuite a Papa Francesco dall’agenzia iraniana Irna che le ha raccolte dal rettore dell’Università delle Religioni e delle Denominazioni dell’Iran, Abolhassan Navab, che ha incontrato lo stesso Papa Francesco in questi giorni. Parole pesanti che il Vaticano, finora, non ha smentito. Il Rettore aveva detto: “L’Iran non ha alcun problema con il popolo ebraico, il nostro problema è con assassini come il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu”. Quindi il commento attributo dai media iraniani al Pontefice: “Anche noi non abbiamo problemi con gli ebrei; l’unico problema è con Netanyahu che, ignorando le leggi internazionali e i diritti umani, ha creato crisi nella regione e nel mondo”. Il Papa ha aggiunto, sempre secondo l’Irna, che le organizzazioni internazionali devono affrontare urgentemente questa questione. “Non c’è nessuno che abbia il diritto di calpestare i diritti umani e limitare la loro libertà. Ma oggi ci sono coloro che vogliono schiavizzare gli esseri umani e l’umanità per raggiungere i propri obiettivi,” avrebbe dichiarato ancora il Papa.

La fonte è un nemico storico di Israele ma è evidente che queste parole rischiano di far scattare un nuovo contrasto tra la Santa Sede e Tel Aviv. Dure reazioni del governo israeliano ci sono state di recente sia quando il Papa ha detto che si dovrebbe verificare se a Gaza si stia perpetrando “un genocidio” sia quando il Pontefice, negli auguri natalizi alla Curia e nell’Angelus prima di Natale, aveva espresso il suo dolore per i “bambini mitragliati a Gaza”. Il ministero degli Esteri israeliano aveva risposto con una lunga e dura nota accusando Papa Francesco di usare “due pesi e due misure”. (ANSAit)

Non so se l’Iran stia strumentalizzando o addirittura forzando il pensiero di papa Francesco: è molto probabile. Tuttavia il pensiero del Papa è molto chiaro, lineare e motivato. Gli attuali governanti di Israele stanno forzando a dismisura la situazione e massacrando senza pietà, giustificando queste azioni come risposta difensiva agli attacchi terroristici di Hamas. Come minimo siamo all’eccesso doloso in legittima difesa. Nella peggiore delle ipotesi siamo di fronte ad un vero e proprio genocidio.

Il mondo sta a guardare, solo il Papa ha il coraggio di prescindere dalla realpolitik per dire la verità. L’accusa di usare due pesi e due misure è pretestuosa, semmai è Israele che si comporta così, adottando una misura bellica spropositata rispetto al pur deplorevolissimo peso dell’odio pseudo-palestinese.

Il mondo sta isolando il Papa, esponendolo ai rischi della strumentalizzazione da parte araba: è in prima linea, tutti lo applaudono e nessuno lo appoggia. È un vergognoso comportamento da parte degli Stati che dovrebbero avere una particolare sensibilità in tema di pace.

Qualcuno sostiene magari che il Papa dovrebbe essere più prudente e diplomaticamente più avveduto. Come si fa a non inorridire e a non reagire con vigore al massacro di donne e bambini palestinesi, usando la scusa infantile della ricerca di chi ha cominciato il litigio.

Chi osa mettere in discussione l’operato di Netanyahu viene immediatamente classificato come imperdonabile anti-semita e/o amico del giaguaro arabo-palestinese. Questa è la schematica prevalente narrazione.

“Certo il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare” … scriveva Alessandro Manzoni nel capitolo XXV de” I Promessi Sposi”. Chi non ce l’ha dovrebbe però almeno ascoltare chi ce l’ha e non snobbarlo più o meno vigliaccamente.

 

 

La culla di Bari e la mangiatoia di Betlemme

«Il neonato senza nome, ritrovato esanime nella culla, è una speranza di vita negata, e rappresenta il culmine di una serie di fragilità e difficoltà sociali, che spesso non emergono alla luce dei riflettori. È un richiamo urgente per tutti noi: nessuna vita, dal concepimento fino all’ultimo respiro, sia abbandonata nell’indifferenza. È un invito a un impegno più forte, collettivo, per dare supporto a chi si trova in condizioni di vulnerabilità, per costruire una società che non lasci indietro nessuno, anche nelle situazioni più difficili. Con amarezza profonda prendiamo coscienza che dietro la vetrina luccicante del Natale, esistono storie di solitudine, di fragilità e di disperazione, che non possiamo ignorare. Simbolo di rinascita, di solidarietà e di vicinanza, il Natale di Gesù ci invita a guardare oltre le apparenze, a cogliere le difficoltà e le sofferenze che talvolta si nascondono dietro a sorrisi forzati e auguri di circostanza».

È un passaggio della lettera che il vescovo di Bari ha scritto sul fatto del neonato morto nella culla termica. Non sono un integralista, ma sono sempre più condizionato dalla saggezza proveniente dalla vecchiaia: di fronte a questi incresciosi episodi l’unica reazione plausibile è quella offerta dalla religione e allora faccio di seguito riferimento al commento di padre Ermes Ronchi al prologo del vangelo di Giovanni.

Questo ci assicura che un’onda amorosa viene a battere sulle rive della nostra esistenza, che c’è una vita più grande e più amante di noi, alla quale attingere. Cristo non è venuto a portarci una nuova teoria religiosa, ci ha comunicato vita, pulsante di desiderio. Sono venuto perché abbiate la vita, in pienezza (Gv 10,10). Gesù non ha compiuto un solo miracolo per punire o intimidire qualcuno. I suoi sono sempre segni che guariscono, accrescono, sfamano, fanno fiorire la vita in tutte le sue forme.  Il Vangelo ci insegna a sorprendere perfino nelle pozzanghere della vita il riflesso del cielo. E in noi, il suo volto.

“Veniva nel mondo la luce vera che illumina ogni uomo”, nessuno escluso. “La luce splende nelle tenebre, ma esse non l’hanno vinta”.   Ripetiamolo a noi e agli altri, in questo mondo duro: le tenebre non vincono. Mai.

“Venne fra i suoi ma i suoi non l’hanno accolto”. Dio non si merita, si accoglie. Facendogli spazio in te, come una donna fa spazio al figlio che le cresce in grembo.

Purtroppo la similitudine della donna e del figlio non basta, ma resta il dolce, pressante e imprescindibile imperativo ad accogliere Dio: solo Lui ha risposte convincenti ai drammi umani.

Aborto: non è una risposta, ma una scappatoia. La culla termica di riserva: funziona, più che mai, fino ad un certo punto. I servizi sociali: non possono aiutare chi non può o non vuole essere aiutato. La comunità cristiana: deve ammettere i propri limiti e i propri difetti. La società: arranca, si può arrabattare, ma finisce col lasciare comunque indietro qualcuno.

E allora, dopo aver fatto tutti i doverosi sforzi possibili e immaginabili, ci dobbiamo convincere della nostra inadeguatezza, non per arrenderci, ma per impegnarci nella logica della carità che va oltre l’umana solidarietà. Dobbiamo cioè buttare la palla in quella tribuna dove si gioca la vera partita: la tribuna della fede in un Dio che si è fatto uomo e che rappresenta l’unica risposta concreta ai drammi umani, perché è disposto a condividerli fino in fondo.

“E la vita era la luce”. Cerchi luce? Ama la vita, abbine cura, falla fiorire. Amala, con i suoi turbini e le sue tempeste ma anche con il suo sole e i suoi fiori appena nati, in tutte le Betlemme del mondo. Amala! È la tenda del Verbo, il santuario che sta in mezzo a noi.

Mio padre, non certo un bigotto, ma nemmeno un credente convinto, forse, come si dice oggi, un diversamente credente, quando qualcuno definiva assurda ed illusoria la risposta della religione cattolica ai misteri della vita, della morte, dell’aldilà e dell’aldiquà, era solito rispondere “Catni vùnna ti !!!”.   

 

 

 

 

Ogni simile ama il suo simile

È una intervista lunga, ricca di spunti, quella che la premier rilascia al settimanale 7 del Corriere della sera. Meloni parla del governo, del mondo, dei temi caldi, della sua vita. Domande e risposte si accavallano. Com’è il suo rapporto con Elon Musk, il fondatore di Tesla, il capo di X e oggi il più ascoltato consigliere di Trump? «Elon Musk è un uomo geniale ed è sempre molto interessante confrontarsi con lui… Musk è una grande personalità del nostro tempo, un innovatore straordinario e che ha sempre lo sguardo rivolto al futuro. Certo, ci sono cose su cui il nostro punto di vista è più simile, altre che ci vedono più distanti, ma questo non impedisce il confronto… Fa abbastanza sorridere chi fino a ieri esaltava Musk come un genio e oggi invece lo dipinge come un mostro, solo perché ha scelto il campo ritenuto “sbagliato” della barricata. Io, da sempre, non ragiono così». (dal quotidiano “Avvenire”)

Parecchi anni or sono ero stato invitato a cena da un carissimo amico. Al termine della serata, quasi in modo provocatorio, mi chiese quale fosse il personaggio che più mi incuriosiva ed affascinava. Non ebbi alcuna esitazione e risposi: Madre Teresa di Calcutta (forse allora non era ancora stata canonizzata). Notai un certo imbarazzo e capii che la mia risposta era stata considerata un tantino evasiva rispetto alle categorie culturali imperanti. Non ci fu bisogno di spiegare il perché di questo mio forte riferimento e il dialogo fortunatamente proseguì senza intoppi.

Ognuno ha i riferimenti che crede. Questione di gusti! Oggi, per essere al passo coi tempi, non esiterei a rispondere papa Francesco, anche se non sono catalogabile come un integralista cattolico. Elon Musk non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello. Mi sono sempre dichiarato a-berlusconiano (non anti-berlusconiano) per segnare la totale estraneità rispetto ad una certa concezione della vita e della politica. Figuriamoci cosa posso pensare di Musk e di Giorgia Meloni che lo ritiene un uomo geniale, una grande personalità, un innovatore straordinario.

Ogni simile ama il suo simile diceva spesso mia madre. Il solo pensiero di essere governato da una fan di Musk mi fa ribrezzo. Forse sto esagerando, ma forse chi sta esagerando è Giorgia Meloni. Se si parte dall’ideologia sbagliata non se ne esce vivi e allora credo bene che «togliere la fiamma dal simbolo non sia una questione all’ordine del giorno».

La premier nell’intervista al settimanale 7 ha detto: «Non ho pentimenti, né rimpianti e non ho fatto scelte di cui vergognarmi». E pensare che io non faccio che pentirmi degli errori commessi, che rimpiangere le occasioni che mi sono lasciato sfuggire, che vergognarmi di tante mancanze di serietà, coerenza e generosità. Non mi voglio paragonare a Giorgia Meloni, la lascio indisturbata nel suo olimpo. Mi imbarazza però vedere a capo del governo italiano una persona così presuntuosa e superba. Se avessi età e opportunità, chissà dove andrei per fuggire da questo penoso andazzo politicante.

L’indimenticabile esponente democristiano Mino Martinazzoli a chi gli chiedeva di “sputare” certezze, ammetteva di avere molti dubbi. Altra stoffa! Oggi tutti sparano certezze e nessuno ha il coraggio di esprimere qualche dubbio. Bisognerebbe diffidare e invece ci si prostra ai piedi di questi vanagloriosi personaggi. I media hanno enormi responsabilità nel legittimare l’ignoranza dei politici, inserendoli nel loro circo pieno di prestigiatori che si spacciano per acrobati.

Edith Bruck, scrittrice, poetessa e traduttrice sopravvissuta alla shoah, scappata dall’Ungheria, suo Paese d’origine, oltre settant’anni fa, ha trovato rifugio in Italia ed è rimasta a viverci. Nel settembre del 2022, intervistata da “La Stampa”, espresse giudizi profondamente critici all’indirizzo di Giorgia Meloni e del suo successo elettorale. Riporto di seguito alcune frasi che ritengo la migliore risposta (ben più autorevole e convincente della mia) alle dichiarazioni meloniane di questi giorni.

La massa spesso non ragiona: va dietro a chi urla di più (…) Le persone, specie nei momenti di crisi, si affidano a chi sbatte i pugni e grida. Giorgia Meloni lo fa spesso (…) La prima premier donna: questo non è un bene in sé. Anzi: spesso, nei posti di vertice, le donne diventano peggiori degli uomini, tendono a volerli superare e fanno peggio di loro, sono ancora più spietate (…) Meloni è circondata da uomini di un certo tipo, lavora in una struttura di un certo tipo, è amata da chi le dice cose terribili come “hai le palle”, cioè vali perché sei come un uomo.

 

 

La moltiplicazione dei murali

Qualche giorno fa era comparso, sulla facciata della Stazione di Venafro, un murale dedicato a Cecilia Sala, la giornalista imprigionata a Teheran dal regime iraniano lo scorso 19 dicembre. Ma, dopo poco, è ‘sparito’. A realizzarlo lo street artist Drugi, che aveva raffigurato la reporter seduta, e una colomba, simbolo di libertà, che portava in volo un quadernetto per gli appunti ed una penna. Un messaggio per la libertà di stampa e la difesa dei diritti delle donne.

Un fatto che ha creato sconcerto e ora arriva la proposta di rifarlo non solo a Venafro, ma in tutto il Molise. A metterla nero su bianco in una lettera-appello è lo scrittore molisano Pier Paolo Giannubilo, finalista del Premio Strega e figura di spicco nel panorama culturale.

“Sarebbe bello – scrive sulla sua pagina Facebook – se a Venafro venisse subito riconvocato Drugi, lo street artist autore del murale dedicato a questa brava e coraggiosa reporter di soli 29 anni, per realizzare di nuovo, nello stesso posto, l’opera che qualcuno ha rimosso pochi giorni dopo che ha fatto la sua comparsa in stazione.

Ventinove anni.  Ventinove anni aujourd’hui in Italia è un’età in cui la gran parte delle coetanee e dei coetanei di Cecilia Sala – e non certo solo le coetanee e i coetanei, tutt’altro: ma non apriamo questo argomento, se no divaghiamo troppo – trascorrono la giornata a scrollare idiozie su Instagram e Tiktok, o a confezionare tristi video con i connotati stravolti da qualche magico filtro social.

Il lavoro, coraggioso, di Cecilia, 29 anni, dovrebbe essere d’esempio per tutti noi su come si vive.

La sua, coraggiosa, fede nella ricerca della verità dovrebbe ispirarci. Dovremmo organizzare fiaccolate notturne e scioperi veri per costringere il governo a pretendere, coraggiosamente, la sua liberazione costi quel che costi, perché Cecilia è tenuta in un carcere in condizioni degradanti da un regime criminale solo perché è un essere umano libero e occidentale.

E invece a Venafro, qui in Molise, un bel murale eseguito con una tecnica che rende molto facile l’asportazione è stato subito eliminato proprio perché è un monito a proteggere i nostri valori più alti, come il coraggio, per dirne uno, contro il potere barbaro da parte di qualcuno che in quei valori non crede.

Chiamiamo Drugi, anzi, a rieseguire quel murale in ogni città e morente borgo molisano, non solo a Venafro.

Tempestiamo la regione di questa bellissima immagine – sottolinea infine Giannubilo – a parziale ristoro dell’ingiustizia subita dall’artista e dalla comunità, che non vogliamo accettare passivamente; ma, soprattutto, per Cecilia. (da isNews – è notizia)

Chi ha rimosso il murale? Non credo possa essere stato un solerte pulitore dell’Azienda Ferroviaria Italiana, non credo si sia staccato automaticamente. E allora? Lo stupido di turno che vuol fare una bravata per poi vedere di nascosto l’effetto che fa? Mi sembra assai improbabile anche questa ipotesi. Sono portato invece a pensare che, tutto sommato, la testimonianza di Cecilia Sala dia fastidio, si tenti di rimuoverla dalla coscienza collettiva e di screditarla: chi la ritiene, magari senza il coraggio di affermarlo apertamente, una impicciona in cerca di guai, addirittura un’esibizionista in cerca di notorietà, la solita contestatrice piantagrane che fa casino e poi pretende di esserne tirata fuori.

C’è poco da fare, la vicenda di questa coraggiosa giornalista mette il dito nella piaga: scopre tutti quanti vogliono imporre il silenziatore alle critiche. Tra coloro che invocano la pace c’è purtroppo, a tutti i livelli, chi la intende alla stregua di “pace dei sepolcri” (cfr. Don Carlo di Giuseppe Verdi, duetto tra il re Filippo II e il marchese di Posa a proposito della indipendenza delle Fiandre).

Mio padre mi raccontava come, ai tempi del fascismo, bastasse trovarsi a passare in un borgo, dove era stata frettolosamente apposta sul muro una scritta contro il regime, per essere costretti, da un gruppo di camicie nere, a ripulirla con il proprio soprabito (non c’era verso di spiegare la propria estraneità al fatto, la prepotenza voleva così). Certo i graffitari di oggi sarebbero ben serviti, ma se, per tenere puliti i muri, qualcuno fosse mai disposto a cose simili, diventerei graffitaro anch’io. Dietro l’ansia di pulizia dei muri spesso si cela la volontà di coprire ben altre sporcizie.

Sarò malizioso, ma la scomparsa del murale di cui sopra tendo ad ascriverla all’insofferenza verso ogni e qualsiasi critica ai regimi, che si tengono tutti per mano (Italia compresa). Non la voglio buttare in politica, semmai lo ha fatto subdolamente chi ha rimosso il significativo murale di solidarietà verso Cecilia Sala.

Ben vengano quindi le iniziative volte a moltiplicare i murali, ancor meglio se di fattura artistica, sperando che risveglino il senso e il gusto della critica democratica che stanno venendo meno nella nostra società. Si sente tanto la mancanza di voci genuine e libere per scuotere l’impalcatura anti-democratica che, badiamo bene, non riguarda solo i regimi autoritari ma anche quelli sedicenti democratici in via di snaturamento progressivo.

Quando c’è in ballo la libertà, si scoprono un po’ tutte le posizioni, quelle chiaramente anti-libertarie, quelle fintamente libertarie, quelle libertarie con tanti se e tanti ma, quelle libertarie a servizio dello status quo, quelle di chi si accontenta di disturbare, condizionare e silenziare le libertà altrui. Ecco perché il fronte per la liberazione di Cecilia Sala non sarà poi così largo e unitario come si potrebbe pensare.

 

 

 

 

Il pentolino italiano per il brodo di coltura terroristico

Il probabile attentato di natura islamica accaduto a New Orleans colpisce ma non stupisce. In un caos generale di tutti contro tutti ci sta alla perfezione anche il terrorismo islamico. L’Occidente è in guerra con tutti: con la Russia a sedicente difesa dell’Ucraina, con la Palestina a sedicente argine contro Hamas, con l’Iran a sedicente appoggio verso Israele.

Da sempre la questione palestinese è la madre, a catena, di tutti i problemi del mondo arabo-israeliano anche nei rapporti tra religioni che fanno da sfondo a ben altri interessi geo-politici. Dal momento che l’Occidente, succube della folle strategia israeliana, non è in grado di mettere mano ad un accettabile assetto di questa zona caldissima, deve dare per scontato di subire contraccolpi terroristici.

La morte dell’ex presidente Usa Jimmy Carter porta alla mente gli sforzi che furono fatti per tentare una coesistenza pacifica in quel territorio tramite accordi di pace fra Israele ed Egitto, pagati a prezzo della vita dei leader di questi due Paesi. Allora almeno si tentava di fare qualcosa per la pace, adesso si rinuncia a priori e poi magari ci si scandalizza per gli attentati terroristici, non capendo che la disperazione di certe popolazioni non ha altra strada per sfogarsi.

La presidenza Trump è una mina vagante in un terreno minato. Questo losco figuro finirà, prima o poi, per trascinare anche l’Europa in un vortice bellico senza via d’uscita. Per la verità le cose non sono andate bene nemmeno con la presidenza Biden, ma temo che peggioreranno ulteriormente.

Finora l’Italia ha potuto barcamenarsi contro i rischi terroristici islamici grazie ad una decennale politica di apertura verso i Paesi arabi e soprattutto verso i palestinesi. Il progressivo appiattimento sulla politica americana finirà col trascinarci nella bagarre totale.

Un piccolo “antipasto” potrebbe essere il provocatorio e ingiustificato arresto della giornalista Cecilia Sala: l’Italia è stata giudizialmente coinvolta nell’arresto di un equivoco personaggio considerato filo-terrorista dal governo statunitense. Ora può darsi che per il nostro Paese si ponga il dubbio amletico fra scendere a patti con l’Iran per salvare la pelle della Sala o sacrificare la vita della nostra connazionale sull’altare di uno scriteriato ed aprioristico atlantismo. Non vorrei che fosse solo l’inizio di una fase tragica con tanti ringraziamenti alla pazza e crudele intransigenza israeliana, tanti baci alla pantofola trumpiana e tanti sì ai diktat Usa.

La situazione si sta complicando: in Europa ogni Paese membro fa i cavoli propri, il governo italiano non sa che pesci pigliare, la diplomazia è esilarante, le pubbliche opinioni sono inconsistenti. Stiamo preparando il brodo di coltura ideale per una recrudescenza terroristica, illudendoci che basti fare la faccia feroce e riempire gli arsenali militari per evitare le catastrofi.

Mattarella ci ricarica le pile civiche e costituzionali

Durante la mia adolescenza ho avuto l’opportunità di imparare a pensare e a vivere sulla scorta di preziosi consigli civici da parte dei miei insegnanti. Oggi mi viene spontaneo ricordarne uno: il professor Flavio D’Angelo, che non amava la retorica e il patriottismo di maniera. Si chiedeva sarcasticamente: “Perché la gloriosa Marina? Non sono forse gloriosi anche gli insegnanti che fanno il loro dovere? E che dire degli operai che lavorano alla catena di montaggio? E di tutti coloro che fanno silenziosamente il proprio dovere?”.

Ebbene penso sarebbe più che soddisfatto delle parole contenute nel messaggio di fine anno del Presidente Mattarella, che riporto testualmente nel passaggio riguardante il delicato discorso del patriottismo.

“Nella quotidiana esperienza di tanti nostri concittadini si manifesta un sentimento vivo, sempre attuale, dell’idea di Patria.

Mi ha colpito, di recente, l’entusiasmo degli allievi della nostra Marina militare, su nave Trieste, all’avvio del loro servizio per l’Italia e per i suoi valori costituzionali. Come stanno facendo in questo momento tanti nostri militari in diversi teatri operativi. Ad essi rinnovo la riconoscenza della Repubblica.

Patriottismo è quello dei medici dei pronto soccorso, che svolgono il loro servizio in condizioni difficili e talvolta rischiose. Quello dei nostri insegnanti che si dedicano con passione alla formazione dei giovani. Di chi fa impresa con responsabilità sociale e attenzione alla sicurezza. Di chi lavora con professionalità e coscienza. Di chi studia e si prepara alle responsabilità che avrà presto. Di chi si impegna nel volontariato. Degli anziani che assicurano sostegno alle loro famiglie.

È patriottismo quello di chi, con origini in altri Paesi, ama l’Italia, ne fa propri i valori costituzionali e le leggi, ne vive appieno la quotidianità, e con il suo lavoro e con la sua sensibilità ne diventa parte e contribuisce ad arricchire la nostra comunità”.

Di fronte a Sergio Mattarella ho avuto l’impressione di tornare umilmente sui banchi di scuola ad imparare l’educazione civica. Sì, perché il suo discorso è proprio una lezione a trecentosessanta gradi. Davanti alle vere lezioni, prima di dissertare, si ascolta attentamente, si approfondisce e si impara. Ecco perché ho evitato accuratamente di seguire le reazioni dei politici. Ho ascoltato e riascoltato, letto e riletto il testo integrale dell’intervento magistrale del Capo dello Stato. Cercherò di farne tesoro. Lo ringrazio.

Consiglio a tutti di fare altrettanto, uscendo dagli schemi e tornando a ciò che viene prima della politica e ne dovrebbe costituire la base, vale a dire il senso civico rafforzato e alimentato dai valori contenuti nella nostra Costituzione. Quando Mattarella parla, in filigrana se non apertamente, si vede la Costituzione: prendere o lasciare…io la prendo e me la tengo ben stretta.