Governanti da processare, patti orrendi da cancellare

In meno di 24 ore, dal piano giudiziario, il turbolento affaire Almasri deflagra anche su quello politico, con uno scontro al calor bianco fra maggioranza e opposizione, che finisce per innescare la paralisi dell’attività delle Camere fino all’inizio della prossima settimana. Uno stop parlamentare che potrebbe sembrare, prima facie, un punto segnato dalle opposizioni, che protestano a ripetizione in aula, fanno ostruzionismo e alla fine ottengono nelle conferenze dei capigruppo di fermare i lavori fino a che il governo non si presenterà a riferire sul caso. Ma che, a ben vedere, fa comodo pure all’esecutivo per tirare il fiato, evitare di stare h24 sulla graticola e per ragionare su una possibile exit strategy.

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Dal canto suo, l’Associazione nazionale magistrati respinge i dardi di membri di governo che dipingono l’indagine come «una ripicca delle toghe per la riforma costituzionale». Per il segretario uscente, Salvatore Casciaro, è «disinformazione e mi rincresce che simili dichiarazioni provengano da chi ha cariche istituzionali». Alla Procura di Roma, nessuno parla. Ma l’Unione camere penali critica la decisione «disinvolta» del procuratore Lo Voi di dare corso alla denuncia: «Una scelta sbagliata, perché così sulla vicenda Almasri i ministri sono sottratti al confronto col Parlamento – argomenta il presidente degli avvocati penalisti, Francesco Petrelli -. Ci sono evidenti opacità nelle scelte del governo, ma sono di natura politica e andavano sciolte in sede parlamentare». (dal quotidiano “Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

L’opinione prevalente è che la vicenda Almasri sia una questione di carattere politico e non giudiziario. Mi permetto di non essere totalmente d’accordo. Siamo proprio sicuri che non si configurino reati nel comportamento dei membri del governo? Lasciamo che decida il competente Tribunale dei ministri per poi eventualmente richiedere al Parlamento l’autorizzazione a procedere, che quasi sicuramente non verrà concessa. Un simile sviluppo della vicenda non coprirebbe ma amplierebbe le responsabilità politiche.

Se non altro il dovuto approccio giudiziario, innescato da un esposto tutt’altro che peregrino, ha portato a galla una vicenda che rischiava di venire insabbiata sotto la coltre della mera ragion di Stato, sulla cui consistenza nutro seri dubbi. Quale può essere la tanto seria motivazione da giustificare una violazione degli obblighi assunti nei confronti della Corte penale internazionale che ha richiesto l’arresto di Almasri in conseguenza di tremendi reati da esso commessi. Accordi con la Libia che peraltro non stanno funzionando? Il flusso migratorio non è peraltro stato arrestato e viene regolato dalla mafia libica al potere, che sfrutta gli aiuti italiani per gestire autentici campi di concentramento tali da far invidia ad Auschwitz e Mauthausen. E questo riguarderebbe la sicurezza della Nazione e l’interesse degli italiani, che Giorgia Meloni sta sbandierando? Ma fatemi il piacere… Si parla di segreto di Stato: non facciamo ridere i polli e soprattutto non facciamo piangere i migranti.

Due magistrati ed un prefetto prestati alla politica, tre polli ruspanti assieme ad una gallina giovane da allevamento stanno facendo cattivo brodo. Rispondano del loro operato sia politicamente che giudiziariamente: ci puzza di bruciato lontano un miglio! Nel caso non può essere accampata la scusa del dilettantismo, peraltro presente nell’attuale governo ad ogni piè sospinto. Come è possibile un simile cortocircuito internazionale? Qui non c’è in ballo una cotta ministeriale, un artistico-culturale conflitto d’interessi, un affarismo aziendale (ogni riferimento è sottinteso), c’è in ballo la vita di migliaia di persone torturate, seviziate, violentate ed ammazzate. Voglio sapere se ciò è avvenuto e sta avvenendo con il tacito e inconfessabile assenso del nostro Paese. Ho il diritto-dovere di saperlo! Non posso che ringraziare l’avvocato Li Gotti e il procuratore Lo Voi per avere innescato una virtuosa procedura e avere tolto il coperchio ad una sciagurata pentola.

Mi stupisce che un autorevole giurista come Sabino Cassese abbia dichiarato, durante un’intervista rilasciata a la7, come il caso Almasri stia sollevando molto rumore per nulla e finisca col deviare la pubblica opinione dai veri problemi italiani. Se il rumore finirà nel nulla non so prevederlo, ma bisogna considerare che a volte il nulla serve a scoprire una parte del tutto o almeno la prepotenza dei capaci di tutto. E poi, forse che le torture di migliaia di migranti eseguite in Libia con l’omertoso se non addirittura complice assenso italiano non rappresentano un problema? La lucidità giuridica non deve distoglierci dall’ancoraggio ai valori e dalla difesa dei principi che sono alla base della civiltà.

Ragion di Stato? Follia di Stato! Segreto di Stato? Complicità di Stato! La questione mi disturba ancor più la coscienza se penso che ad iniziare questo ignobile connubio italo-libico è stato alcuni anni or sono un ministro dell’Interno di sinistra (Marco Minniti) componente di un governo di centro-sinistra (presieduto da Paolo Gentiloni).

Un accordo da 8 miliardi di dollari per aumentare la produzione di gas a favore del mercato interno libico e garantire l’esportazione in Europa, accompagnato da un’intesa per supportare la Libia con cinque imbarcazioni attrezzate nel campo della ricerca e soccorso di migranti in difficoltà in mare.

Stiamo ulteriormente legittimando il governo libico quale partner commerciale e garante del freno al flusso migratorio. Nessuno si preoccupa di vedere come la Libia utilizzi gli aiuti per contenere l’immigrazione verso le nostre coste.  Un patto “vergognoso” come risulta dal rapporto choc dell’Onu che svelò la detenzione arbitraria, le torture e gli stupri a cui sono sottoposti i migranti per mano della guardia costiera libica.

«Se c’è Minniti, allora non vado io». Questo il motivo per cui papa Francesco decise di non partecipare all’incontro finale fra vescovi e sindaci del Mediterraneo, che si tenne a Firenze circa due anni fa: la presenza dell’ex ministro degli Interni Marco Minniti, definito da Bergoglio senza mezzi termini «criminale di guerra» – visto il suo impegno come presidente della Fondazione “Med-Or”, creatura di Leonardo spa, la principale azienda armiera italiana – nonché “padre” degli accordi fra Italia e Libia che consentono di respingere i migranti nei «campi di concentramento» allestiti nel Paese nordafricano (dal quotidiano “il Manifesto”).

In buona sostanza cosa stiamo facendo per (non) gestire il fenomeno migratorio? Facciamo gli schizzinosi e deleghiamo alla Libia e non solo il lavoro sporco per bloccare le migrazioni; non riusciamo a varare uno straccio di politica di accoglienza ed integrazione a livello italiano ed europeo; tolleriamo indirettamente e conseguentemente l’arrivo degli immigrati clandestini da utilizzare speculativamente per i lavori in nero, da sfruttare e ghettizzare vergognosamente, da consegnare ai sottofondi della criminalità.

Dopo l’Onu è stata la volta della Corte penale internazionale dell’Aia e l’Italia fa orecchie da mercante. Non voglio che i miei interessi siano difesi in questo modo da governanti senza scrupoli e senza dignità. Si faccia almeno un po’ di chiarezza. Da italiano non intendo avere nulla a che fare con queste oscenità politiche. Si vergogni chi di dovere e se ne vada a casa su invito del Parlamento e/o della Magistratura. Il Presidente della Repubblica batta un colpo!

Una marchesa in preda alla follia di stato

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano hanno ricevuto un avviso di garanzia da parte della Procura di Roma in merito alla vicenda del libico Almasri. 

Meloni pubblica un video sui suoi canali social in cui mostra l’avviso di garanzia e ripercorre la vicenda: “La notizia di oggi è questa: il procuratore della Repubblica Francesco Lo Voi, lo stesso del fallimentare processo a Matteo Salvini per sequestro di persona, mi ha appena inviato un avviso di garanzia per i reati di favoreggiamento e peculato in relazione alla vicenda del rimpatrio del cittadino Almasri avviso di garanzia inviato anche al ministro Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano presumo al seguito di una denuncia che è stata presentata dall’avvocato Luigi Li Gotti ex politico di sinistra molto vicino a Romano Prodi conosciuto per avere difeso pentiti del calibro di Buscetta, Brusca e altri mafiosi”. 

“Vale oggi quello che valeva ieri: non sono ricattabile, non mi faccio intimidire. È possibile che per questo sia invisa a chi non vuole che l’Italia cambi e diventi migliore ma anche e soprattutto per questo intendo andare avanti per la mia strada a difesa degli italiani, soprattutto quando in gioco c’è la sicurezza della nazione”. Così conclude la premier. 

 

Diceva Oscar Wilde per bocca del suo straordinario personaggio Dorian Gray: “There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about.”

Come spesso accade con le traduzioni, non rendono fino in fondo il significato della frase. Quella generalmente adottata è: “Parlarne bene o parlarne male non importa, purché se ne parli.” o “Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli.”

Ho ripreso questa famosa frase perché mi sembra che si attagli perfettamente al profilo mediatico di Giorgia Meloni: tutto fa brodo! Le carinerie di Biden, gli applausi a Trump, i sorrisi di Ursula, i viaggi a destra e manca, i ministri impresentabili, quelli rinviati a giudizio, i famigliari in pista, le cavolate sparate alla viva il duce o alla viva Trump, gli svarioni costituzionali, le polemiche, le cazzate fotoniche, etc. etc.

La vicenda Almasri ben si inquadra in questo curriculum in divenire. La miglior difesa è l’attacco e quando l’attacco è troppo difficile scatta il vittimismo. La giustizia deve guardarci dentro? Ce l’hanno con me! Si è mosso doverosamente un procuratore della Repubblica? È un magistrato che ha già dimostrato di prendere lucciole per lanterne! C’è stata la denuncia da parte di un avvocato? È di sinistra! È un amico di Prodi! È stato difensore di mafiosi! E cosa c’entra? Tutto è (bassa) politica!

Il magistrato in questione ha fatto soltanto quello che prevede la legge: ha preso la denuncia e l’ha girata al tribunale dei ministri e ha notificato il fatto ai soggetti chiamati in causa. Nossignori, fanno così perché ce l’hanno con me. Io li voglio riformare e loro si vendicano.

E poi questo magistrato ha perso la causa contro Salvini, cosa volete che capisca di giustizia, fa solo il gioco della sinistra. Una manciatina di fango non fa male…poi si vedrà.

L’avvocato Li Gotti, che ha presentato la denuncia, è soltanto un personaggio imprevedibile e incredibile, un voltagabbana, un amico del giaguaro. Altra manciata di fango…poi si vedrà.

Non sono ricattabile! La rivendicazione valeva nei confronti di Berlusconi, vale nei confronti dei poteri forti, la stampa, i magistrati, la Ue, finanche la Corte penale internazionale: allora mi devo per forza difendere flirtando con i veri poteri forti mondiali (Musk e c.) o trafficando con i trafficanti di morte (Almasri e c.).

Mi vogliono intimidire perché voglio cambiare l’Italia! E io vado avanti per la mia strada a zig-zag: per difendere la nazione scendo a patti anche col diavolo (follia di stato), col peggiore dei torturatori, purché mi aiuti a frenare l’emorragia migratoria; per difendere gli interessi dell’Italia bacio anche la più puzzolente delle pantofole purché mi garantisca qualche dazio in meno; per rendere veloce la democrazia me ne frego del Parlamento, della Corte Costituzionale e del Presidente della Repubblica e decido io in quanto eletta dal popolo; per riformare e snellire la giustizia  tolgo spazio al potere giudiziario e lo riassegno al potere esecutivo, imbastendo una infantile rissa-trappola in cui spesso cadono anche i giudici ; per sburocratizzare e decentrare la pubblica amministrazione baratto il nazionalismo con il sovranismo regionale concedendo spaccona autonomia alle regioni a costo di calpestare i principi costituzionali.

In questa gara al “Mi dispiace, ma io so’ io e voi non siete un cazzo!” (marchese del Grillo) o, se volete nella competizione per decidere “al pu zbragavérzi dal ciòp”, non ha paradossalmente tutti i torti Daniela Santanché (Santadeché…come diceva Dagospia) alle prese con un rinvio a giudizio piuttosto pesante (e probabilmente non sarà l’unico), che dovrebbe ragionevolmente comportare le dimissioni da ministra: “Vado avanti, me ne frego del pressing di FdI. La Russa sempre con me. Vedrò Meloni in Consiglio dei ministri. L’impatto sul mio lavoro? Lo valuto io”.

Mio padre, quando qualcuno si pavoneggiava e si dava un contegno, tenendo, come si suol dire, su le carte, ammetteva sconsolatamente: «L’importansa s’a t’ spét ch’ a t’ la daga chiätor…bizoggna ch’a te tla dàgh da ti».

Cosa volete che vi dica? Mi è diventato simpatico l’ex ministro della Cultura Sangiuliano, che ci ha “impropriamente” rimesso le penne.

Forse sarebbe il caso di smettere ogni e qualsiasi polemica verso Giorgia Meloni: tutto infatti si ritorce a suo favore. Furbizia sua o dabbenaggine popolare? Più il clima è incasinato e più il torto e la ragione si confondono e non se ne esce vivi. Meglio chiudersi in un fiducioso silenzio (il più bel tacer non fu mai scritto): una sorta di Aventino mediatico. Prima o poi qualcuno capirà. Scommettere sul popolo bue non garantisce la vittoria. Speriamo che la partita non si allunghi troppo e non si risolva alla lotteria delle astensioni.

 

 

 

Una canzone di parole senza musica

Il piano nazista di persecuzione e di sterminio del popolo ebraico è stato “un abominio condotto dal regime hitleriano”, con “la complicità” in Italia “anche di quello fascista”. Giorgia Meloni, nel suo terzo giorno della Memoria da premier, non esita a puntare il dito contro gli orrori che si consumarono durante il ventennio, con “l’infamia delle leggi razziali e il coinvolgimento nei rastrellamenti e nelle deportazioni”. Una condanna dura ed esplicita che ribadisce e rafforza quella del 2024 (quando puntò il dito contro la “malvagità del disegno criminale nazifascista”) a cui segue un annuncio: è in arrivo la nuova strategia nazionale per la lotta all’antisemitismo, “un documento articolato e di scenario che fissa obiettivi e azioni concrete per contrastare un fenomeno abietto che – afferma – non ha diritto di cittadinanza nelle nostre società”. (Ansa.it)

Ha fatto un certo scalpore la secca condanna contenuta nella dichiarazione della premier, soprattutto per l’accenno alla complicità italiana del fascismo. È doverosa innanzitutto una precisazione storico-ideologica: il fascismo non è stato solo complice del nazismo per quanto concerne la persecuzione degli ebrei, ma ne è stato l’ispiratore e l’inevitabile alleato.

Ricordo i rari colloqui tra i miei genitori in materia politica: tra mio padre, antifascista a livello culturale prima che a livello politico, e mia madre, donna pragmatica, generosa all’inverosimile, tollerante con tutti. «Al Duce, diceva mia madre con una certa simpatica superficialità, l’à fat anca dil cozi giusti…». «Lasemma stär, rispondeva mio padre dall’alto del suo antifascismo, quand la pianta l’é maläda in-t-il ravizi a ghé pòch da fär…». Poi si lasciava andare a sintetizzare la parabola storica di Benito Mussolini, usando questa colorita immagine: «L’ à pisè cóntra vént…».

È tuttora in vigore la narrazione storica che assolve il fascismo dal suo peccato originale, condannandolo soltanto per la deriva filonazista e bellicista del suo ultimo periodo. È un processo ideologicamente pericoloso e fuorviante. Giorgia Meloni non può andare oltre questa analisi di comodo pena la disintegrazione culturale della sua politica, del suo partito e del suo consenso.

Ma c’è di più, molto di più. Questa condanna meloniana arriva proprio nel momento in cui la sua azione politica evidenzia, oserei dire clamorosamente, chiare ed inaccettabili scelte filo-trumpiane, anti-migratorie e simili, che, se non sono zuppa, sono pan bagnato rispetto al nazionalismo, al razzismo e al populismo di stampo più o meno nazifascista.

Come può Giorgia Meloni applaudire il discorso di Donald Trump, essere amica di Elon Musk, puntare testardamente alla deportazione degli immigrati in Albania, per poi tentare di sciorinare condanne contro fenomeni storici che hanno molti punti in comune con l’attualità del suo campo ideologico, culturale e politico.

Generalmente si dice come, per essere credibili, sia necessario passare dalle parole ai fatti: Giorgia Meloni passa dai fatti alle parole entrando comunque in evidenti contraddizioni. La politica, oggi più che mai non ha bisogno di parole ma di fatti o, quanto meno, di parole inequivocabilmente nuove e propedeutiche a scelte di giustizia e democrazia.

Quindi mi interessa poco la strumentale conversione meloniana, che puzza tanto di contrappeso mediatico rispetto alle sue esagerate ed avventate scorribande in politica internazionale.  Preferirei che scegliesse apertamente e concretamente di aderire a quanto scrive Enrico Giovannini su “Avvenire”.

Dobbiamo essere non soltanto fieri della nostra democrazia “europea” ma anche pronti a difenderla se dovesse finire sotto attacco, anche solo in uno dei Paesi dell’Unione.
Una tale considerazione non vale unicamente per la statistica ma per la democrazia, la società, l’economia e i nostri valori. Richiamando il famoso titolo de il manifesto del 28 giugno 1983 “Non moriremo democristiani” (subito dopo le elezioni politiche che avevano visto il Pci a un soffio dal sorpasso sulla Dc), non dobbiamo necessariamente scegliere tra “morire trumpiani” e “morire cinesi”, ma possiamo vivere e prosperare da europei, ricordando che il Trattato dell’Unione europea indica come suo fine quello di «promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli».

Questa è la strada per prendere le distanze dai nazifascismi di ieri, oggi e domani!

 

 

 

Il mondo cambia, le shoah rimangono

Il 21 novembre 2024 la Corte penale internazionale (Cpi) ha emesso mandati d’arresto per crimini di guerra e crimini contro l’umanità nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dell’ex ministro della difesa israeliano Yoav Gallant e del capo del braccio armato di Hamas Mohammad Deif.

 

Sono molto entusiasta per l’AfD, sei davvero la migliore speranza per la Germania”: lo ha detto Elon Musk, il miliardario stretto collaboratore di Donald Trump e componente del suo governo, rivolgendosi alla candidata alla cancelleria tedesca del partito di estrema destra AfD Alice Weidel. Il partito della AfD si è presentato nei suoi primi anni come un movimento euroscettico moderato e conservatore di centro-destra. Ha poi ampliato le sue ideologie per includere l’opposizione all’immigrazione, all’Islam, all’Unione europea e si è gradualmente spostato verso l’estrema destra. Alcune fazioni interne dell’AfD hanno tendenze razziste, islamofobe, antisemite, xenofobe e identitarie e sono state accusate di legami col neonazismo. 

 

È stata avviata negli Usa la più grande operazione di deportazione di massa della storia, lanciata con l’arresto di «538 criminali immigrati clandestini» e l’espulsione di centinaia di loro con aerei militari statunitensi, due dei quali sono già atterrati in Guatemala. Trump intanto ordinava la chiusura degli uffici immigrazione aperti da Joe Biden in Colombia, Costa Rica, Ecuador e Guatemala per esaminare le domande d’ingresso e dissuadere i cittadini di quei Paesi dall’attraversare il confine americano in modo illegale e sospendeva il programma di ammissione per i profughi provenienti da guerra e violenza, annullando i permessi ottenuti da 1,4 milioni di persone negli ultimi quattro anni dopo aver superato interviste e screening di sicurezza.

 

Violenze, torture, malattie: le organizzazioni internazionali hanno ripetutamente denunciato gli abusi nei centri di detenzione libici, conosciuti come lager libici. Ma l’orrore rimane.

 

Sono le più eclatanti e paradossali fotocopie della Shoah, che rendono oltre modo ipocrite e retoriche le celebrazioni per il giorno della Memoria. Il risorgente antisemitismo trova facile terreno di coltura nei fenomeni suddetti, che ne sono alimento o quanto meno collegamento.

Singolare che il capo del governo del Paese di Israele sia accusato di crimini contro l’umanità, gli stessi crimini perpetrati dai nazisti contro gli Ebrei. Inquietante che i governanti del più grande Stato democratico (?) stiano mettendo in atto una vera e propria deportazione a danno degli immigrati e che sostengano in tutto il mondo partiti e movimenti di chiara ispirazione neo-nazista. Inaccettabile che i Paesi europei (Italia inclusa) facciano finta di niente, dopo averli addirittura favoriti e sostenuti, rispetto ai lager libici dove avvengono istituzionalmente torture nei confronti dei potenziali migranti in uscita o dei migranti in forzato rientro.

Sono purtroppo di coccodrillo certe lacrime versate in ricordo della Shoah: così come sono inascoltabili certi appelli provenienti da Stati, governanti, partiti ed esponenti politici, che non riescono a fare fino in fondo i conti con un passato squalificante fatto di omertosi silenzi e di colpevoli simpatie o che ricadono sistematicamente nei vizi antichi.

Tanti si riempiono la bocca di insegnamenti da fornire alle giovani generazioni a cui peraltro si danno cattivi esempi ad ogni piè sospinto. Il mondo è sempre più in preda a violenza, razzismo, ingiustizia e guerra. Nelle discipline sportive si chiede il time per ripristinare la propria tattica di gara. Il giorno della memoria rischia di essere una sorta di logorroica pausa per poi continuare a fare i propri porci comodi.

Speriamo che qualcosa si muova almeno nelle coscienze alla riscoperta dei valori calpestati in passato e non meno nel presente.

Il Papa prova “un sentimento di pietà e di vergogna: pietà, perché dobbiamo aprirci al dramma della Shoah; e vergogna, perché noi uomini siamo stati capaci di fare quello”. Mi permetto di aggiungere la vergogna per quanto siamo tuttora capaci di fare.

 

 

 

Trump e i trumpini

Nel giorno della Marcia per la vita di Washington – alla quale Donald Trump ha partecipato nella tarda serata italiana in video dalla California – la Casa Bianca posta sui social l’immagine di una fila di immigrati in catene che vengono imbarcati su un cargo militare e la scritta «i voli di deportazione sono iniziati», mentre il presidente ordina raid nelle chiese e nelle scuole. Allo stesso tempo, il tycoon grazia 23 attivisti pro-life, condannati per aver bloccato l’accesso alle cliniche abortive.

(…)

Mentre migliaia di manifestanti sfilavano per le vie della capitale Usa, incoraggiati dall’ingresso nello Studio ovale di un Commander in chief contrario all’aborto e di un vicepresidente cattolico e pro-life come J.D. Vance (intervenuto in persona alla marcia), la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt annunciava l’avvio della «più grande operazione di deportazione di massa della storia», lanciata con l’arresto di «538 criminali immigrati clandestini» e l’espulsione di centinaia di loro con aerei militari statunitensi, due dei quali sono già atterrati in Guatemala. Trump intanto ordinava la chiusura degli uffici immigrazione aperti da Joe Biden in Colombia, Costa Rica, Ecuador e Guatemala per esaminare le domande d’ingresso e dissuadere i cittadini di quei Paesi dall’attraversare il confine americano in modo illegale e sospendeva il programma di ammissione per i profughi provenienti da guerra e violenza, annullando i permessi ottenuti da 1,4 milioni di persone negli ultimi quattro anni dopo aver superato interviste e screening di sicurezza. (dal quotidiano “Avvenire” – Elena Molinari)

La contraddizione è evidente e stridente: da una parte una bigotta contrarietà all’aborto, dall’altra parte una cinica, sbrigativa e confusa lotta all’immigrazione illegale. Con quale credibilità afferma di essere pregiudizialmente contrario all’aborto chi si impegna nella più grande operazione di deportazione di massa della storia? Oltre tutto chi garantisce che l’espulsione riguarderà soltanto criminali immigrati clandestini e non immigrati fastidiosi tout court? L’immigrato diventa un soggetto indesiderato per il solo fatto di essere tale a prescindere dal suo comportamento.

Donald Trump sta scatenando autentiche guerre fra poveri, vale a dire fra immigrati già integrati e immigrati che desiderano essere accolti: i primi si chiudono nella loro “fortuna” all’insegna del “chi tardi arriva male alloggia”; i secondi sono rastrellati senza pietà e rispediti al mittente con procedure assai poco trasparenti e rispettose dei diritti umani.

Vorrei però tornare un attimo sul discorso dell’aborto. Gli americani e il mondo non capiscono che questo problema viene affrontato alla stregua di specchietto per le allodole, strumentalizzando la sensibilità dei cattolici, usando l’accetta del perbenismo brandita peraltro da un soggetto che fa dell’immoralità il suo stile di vita? Fate come dico e non come faccio! Sono un pregiudicato, ma mi ergo a paladino di una strana morale per la quale un feto ha diritto di vivere, un povero cristo ha diritto di morire e un soggetto sessualmente diverso non è nessuno.

Non si tratta soltanto di un nuovo corso politico, ma di uno stravolgimento totale nelle regole del vivere civile. Cosa pensa la gente? Dopo averlo votato si renderà conto dell’inganno perpetrato ai suoi danni? Si può, sulla base di una maggioranza di voti, cambiare totalmente i principi e violare i valori costituenti di una società? Questo non è un colpo di stato, questo è un colpo di jungla!

E gli italiani cosa pensano? Applaudono acriticamente sulla base di mere impressioni? Sperano che il nuovo corso si riverberi positivamente sul nostro Paese?  Credono che la rogna se la debbano grattare solo gli americani? In fin dei conti Trump ha il coraggio di dire e fare quel che l’italiano medio ha nella pancia? Si illudono che il tormentone possa creare presupposti di pace nel mondo? Quale pace? Quella dell’intesa fra uno dei più grandi delinquenti della storia (leggi Putin) e uno che ce la sta mettendo tutta per imitarlo? Quella della nuova guerra fredda con la Cina? Quella dell’Europa ridotta ad entità insignificante e irrilevante? Quella dei forti che schiacciano i deboli? Quella pontificata dai ricchi epuloni che ignorano o addirittura perseguitano i Lazzaro?

Non mi convincono affatto le analisi del realismo in cui è maestro Federico Trumpini (sic!): ci vuole far credere che Cristo è morto per il freddo ai piedi, vale a dire che gli Usa hanno quello che vogliono, che il trumpismo è l’ultimo atto di una tragedia annunciata, che mancano alternative praticabili e quindi non resta che prendere atto di una situazione spiacevole che covava da tempo sotto la cenere. In fin dei conti le trivellazioni alla ricerca del petrolio non si erano mai interrotte, la politica migratoria era un autentico casino, l’Europa si è da tempo vocata all’irrilevanza, le guerre c’erano già, lo strapotere della finanza è una realtà del sistema capitalistico moderno: non scandalizziamoci delle nostre vergogne sbandierate e riscattate da Trump.

Forse la cosa più grave è proprio la mancanza di senso critico sostituito da uno sfrenato, irrazionale e rassegnato egoismo. Se non fosse così Donald Trump non sarebbe stato eletto. Ora ce l’abbiamo e ce lo dobbiamo tenere? Pensiamo addirittura ad un mondo a sua misura, a tanti “trumpini” sparsi sulla terra e addirittura su Marte?

Io non ci sto, voglio scendere, a costo di rompermi una gamba (e qualcosa d’altro…), meglio vivere con una sola gamba che sprofondare con tutte due nell’inferno trumpiano.

 

 

Il popolare salotto dei cattolici democratici

Nell’anniversario dell’appello di don Sturzo ai “liberi e forti” (18 gennaio 1919) che di fatto mise fine al “non expedit” di Pio IX (il divieto di far politica per i credenti), i cattolici democratici escono allo scoperto con un evento che è andato al di là delle migliori previsioni. Gli organizzatori, a cominciare dal capofila Graziano Delrio, si aspettavano che a Palazzo Lombardia, a Milano, giungessero cinquecento persone al massimo, si entrava a inviti, ma ne sono arrivati più del doppio. C’è voglia di politica tra i credenti di area Pd, finora educatamente tenuti nell’angolo dalla segreteria di Elly Schlein. Il leitmotiv di tutti gli interventi era proprio questo: fine dell’afasia. «Abbiamo vissuto un periodo in cui sembrava che la politica non avesse più bisogno di noi», ricorda Fabio Pizzul, uno dei maggiori esponenti dei cattolici democratici dentro il partito, «ma poi …». Poi è arrivata la settimana sociale dei cattolici di Trieste, che ha mostrato un mondo vivo e appassionato. I cattolici erano come errabondi sparsi nell’oscurità che si riconoscono perché la città giuliana finalmente ha acceso la luce.

(…)

E allora? Come esplicitare questa ritornata voglia di far politica con i suoi valori che affondano le radici fino al Vangelo? Vengono in mente i versi di Montale: “codesto oggi solo possiamo dirti: ciò che non siamo ciò che non vogliamo”. Non siamo di destra, non siamo per i sovranisti che aggrediscono l’Europa, non siamo per i movimenti nazisti supportati dai Tycoon come Musk o Zuckemberg, non siamo per un partito nuovo. Ma abbiamo tanti progetti e vogliamo tornare a imporli all’attenzione del dibattito politico. Le assise di Milano, unite a quelle di Orvieto e Brescia, sono state un segnale concreto: i cattolici in politica vogliono contare. (Famiglia Cristiana.it)

Non faccio per vantarmi, ma di cattolici impegnati in politica un po’ me ne intendo, se non altro per esperienza personale (sono cattolico e per tanti anni mi sono impegnato in politica). Come, quindi, non essere interessato a questi tentativi di rilancio di ruolo e di azione.

Ho seguito in lontananza l’evento di Milano, in streaming e su Radio radicale; ho letto i resoconti giornalistici, prevalentemente fuorvianti e volti a inquadrare e sminuire questa iniziativa collocandola nel circo della politica politicante: tra questi ho scelto quello di Famiglia Cristiana, che mi è parso il più obiettivamente centrato; ho riflettuto, peraltro da tempo, sul contributo che i cattolici potrebbero dare alla politica al di là di qualsiasi intento integralista e passatista.

Dico la verità: mi aspettavo di più da questo convegno, sono rimasto parzialmente deluso, pur apprezzandone l’humus socio-culturale di riferimento, pur condividendo sostanzialmente le intenzioni degli organizzatori e pur prendendo in seria considerazione i contributi dei relatori.

Sarò oltre modo franco: la prima spietata e sbrigativa impressione è stata quella di un salotto chic di taglio catto-progressista da contrapporre al salotto radical-chic della sinistra. Il popolarismo lo si intravedeva solo in filigrana, coperto da un velleitario protagonismo, da uno sfoggio parolaio, da una saga di luoghi comuni. Probabilmente si trattava dello sfogo discorsivo di chi per tanto tempo ha taciuto e vuol dire tutto finendo col non dire niente.

Capisco l’ansia che però rischia di essere cattiva consigliera: prima di dire tanti pur sacrosanti “no”, sarebbe opportuno avere il coraggio di affrontare alcune precise discriminanti sui temi fondamentali e qualificanti, vale a dire la pace, l’emigrazione e le povertà.

Non basta uscire a parole dal prepolitico, ma occorre sfrondare e vivere la politica riconducendola alle scelte di fondo. Cosa dicono gli attuali cattolici democratici sul bellicismo atlantista e sui suoi presupposti quali le spese militari in odore di vertiginoso aumento. Cosa dicono gli attuali cattolici democratici dell’enorme gap esistente fra lo sgusciante impegno (anche quello di sinistra) nella politica migratoria e il dramma umano e cristiano del salvataggio e dell’accoglienza dei migranti. Cosa dicono delle regioni e degli enti locali governati dalla sinistra, che non si distinguono affatto per l’impegno nella difesa del territorio (vedi disastri ambientali), nelle politiche sociali (vedi crisi della sanità pubblica) e nella lotta alle povertà (vedi gli inquietanti dati sciorinati da chi è impegnato in prima linea).

Al riguardo è molto apprezzabile l’attenzione riservata alle numerose e virtuose esperienze presenti sul territorio: forse varrebbe la pena partire da esse e non dalle asettiche elaborazioni culturali che finiscono col guardare al dito trascurando la luna.

Un convegno non può certo dare risposte esaurienti sugli enormi temi a cui ho accennato, ma si tratta di formulare concretamente proposte indicative e dirimenti da cui far scendere una politica autenticamente democratica. Serve gridare al lupo solo se si è disposti a stare dalla parte delle pecore e non basta discutere come arginare gli attacchi degli animali selvatici sparsi in tutto il mondo.

Apro una parentesi sul discorso dell’europeismo interpretato autenticamente dai cattolici, altro capitolo fondamentale: cosa significa oggi essere europeisti? Non certo limitarsi ad evocare ed auspicare la riedizione della cosiddetta maggioranza “Ursula” come ha fatto Ernesto Ruffini, al quale mi permetto di rivolgere una forte provocazione. Non era meglio se rimaneva a svolgere la funzione di direttore dell’Agenzia delle Entrate, battagliando nella vera lotta all’evasione fiscale, piuttosto che abbandonare il fronte e ripiegare frettolosamente su un impegno politico, che sta creando solo dietrologici equivoci e fantasiose prospettive?

Spero che il convegno promosso da “Comunità democratica” sia l’inizio di un risveglio. Mi inducono alla speranza soprattutto la considerazione e l’ammirazione che nutro per la sintesi esperienziale di un irrefrenabile Castagnetti (si è commosso parlando di pace) e per il coerente impegno di un credibilissimo Delrio (la sua timidezza è coinvolgente).

Ho sentito che non si può restare ancorati al passato dei De Gasperi e dei Moro: forse un presuntuoso svarione di Elena Granata dettato dal suo sacro furore post-settimana sociale dei cattolici di Trieste. Attenzione a non ripiegare sul presentismo senza passato e senza futuro (lo ha fortunatamente affermato Pier Luigi Castagnetti in riferimento a quanto sosteneva Mario Tronti, uno dei padri culturali della sinistra).

 

 

 

 

 

Bastone per gli scafisti, carota per i torturatori

Il fronte delle opposizioni inchioda Giorgia Meloni alle dichiarazioni altisonanti sulla «lotta ai trafficanti di uomini in tutto il globo terracqueo» e il caso Almasri trasforma il proclama pronunciato all’indomani della tragedia di Cutro in un boomerang. Per la premier adesso sarà davvero complicato evitare di esporsi su quanto accaduto e la conferenza stampa convocata ieri dal campo progressista (mai così largo e unito da mesi) è un richiamo perentorio alla responsabilità di Palazzo Chigi. Del resto, il ritorno a casa del torturatore libico, specie dopo la richiesta di spiegazioni a Roma da parte della Corte penale internazionale (giunta anche questa ieri assieme a nuovi dettagli sulla vicenda), rischia di assestare un colpo fatale alla credibilità del Paese e questa volta, promettono i leader del centrosinistra, non basterà un intervento del plenipotenziario Alfredo Mantovano né tanto meno l’informativa del titolare degli Interni Matteo Piantedosi, confermata per la settimana prossima. Nel mirino c’è anche il guardasigilli Carlo Nordio: le opposizioni ne chiedono la testa, perché «nel migliore dei casi», sintetizza per tutti il leader di Si, Nicola Fratoianni, «fa una pessima figura» e ammesso e non concesso che non sapesse del mandato di arresto della Corte internazionale nei confronti di Almasri, il rilascio del capo della polizia giudiziaria libica resta una prova inconfutabile di inadeguatezza. (dal quotidiano “Avvenire” – Matteo Marcelli)

Dilettantismo? Difficile da appioppare ad un ministro come Carlo Nordio. Sbadataggine? Difficile da immaginare per una vicenda così delicata. Incoscienza? Difficile da immaginare per un governo guidato da una furbacchiona come Giorgia Meloni. E allora? Probabilmente c’è sotto qualcosa di losco: un debito di riconoscenza verso la Libia e i suoi torturatori, il timore di ritorsioni sul piano del contenimento dei migranti, la paura di ricatti e di verità inconfessabili, di tutto un po’. Bastone per gli scafisti e carota per i torturatori?

Fatto sta che l’Italia si dimostra inadempiente rispetto alle decisioni della Corte penale internazionale: evento molto negativo! Ci stiamo accodando alla mentalità trumpiana? Un gran brutto segnale! E ogni giorno ce n’è una fresca. Salvini grida all’attentato contro le Ferrovie dello Stato proprio mentre lo Stato italiano compie un attentato contro un’importante istituzione internazionale. Dove va l’Italia? Allo sbaraglio? O c’è qualcosa di molto più grave? Forse ci stiamo adeguando all’andazzo sovranista che si fa beffe delle istituzioni e delle entità sovranazionali per ripiegare sui propri miseri ed illusori tornaconti nazionali?

Da Bruxelles è giunta la richiesta degli indipendenti in quota dem, Marco Tarquinio e Cecilia Strada, per un’informativa del ministro Nordio: «Il rilascio di Almasri, deciso in modo cavilloso dal Ministero della Giustizia, lascia attoniti – hanno scritto in una nota – e getta una luce inquietante sulle ambigue relazioni tra governo italiano ed esponenti degli apparati libici fatte emergere dalle inchieste di giornalisti come l’inviato di Avvenire Nello Scavo». (così conclude il succitato pezzo di “Avvenire”)

Sul più bello il ministro dell’Interno Piantedosi si presenta al Senato dando una versione semplicistica della vicenda: non si è capito se sia stato mandato in avanscoperta solo per prendere tempo (ci sarà un’informativa di maggiore dettaglio), se avesse l’intenzione di sgravare di responsabilità il suo Ministero (“Vai avanti tu che mi vien da ridere”) scaricando la questione sul governo nel suo complesso, sul collega Nordio o addirittura sulla premier che se ne sta zitta, se non sapesse che pesci pigliare e buttasse fumo securitario in faccia al Parlamento e al Paese (gridare al lupo in un primo tempo funziona).

Il cittadino libico Najeem Osema Almasri Habish è stato rilasciato nella serata del 21 gennaio “per poi essere rimpatriato a Tripoli, per urgenti ragioni di sicurezza, con mio provvedimento di espulsione, vista la pericolosità del soggetto.

Il governo ha dato la disponibilità a rendere un’informativa di maggiore dettaglio sul caso in questione. Sarà quella l’occasione utile per approfondire e riferire su tutti i passaggi della vicenda, ivi compresa la tempistica riguardante la richiesta, l’emissione e l’esecuzione del mandato di cattura internazionale, che è poi maturata al momento della presenza in Italia del cittadino libico”. Così il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al question time al Senato sul caso Almasri.  

 “A seguito della mancata convalida dell’arresto da parte della Corte d’appello di Roma, considerato che il cittadino libico era a piede libero in Italia e presentava un profilo di pericolosità sociale, come emerge dal mandato di arresto emesso in data 18 gennaio dalla Corte Penale Internazionale, ho adottato un provvedimento di espulsione per motivi di sicurezza dello Stato” ai sensi della legge. “Il provvedimento è stato notificato all’interessato al momento della scarcerazione e, nella serata del 21 gennaio, ha lasciato il territorio nazionale”. Per Piantedosi l’espulsione in quel momento “era la misura più appropriata, anche per la durata del divieto di reingresso”. (ANSA it)

Morale triviale della favola: la cacca più la giri e più puzza. Infatti, manco a dirlo, sta emergendo, seppure a livello di retroscena, uno squallido quadro di equilibri internazionali.

Una rete di traffici e posti di potere da tutelare. Il militare libico è oggi il nuovo “ras” che spadroneggia lungo tutta la ricca fascia costiera che va verso la Tunisia. Se fosse stato portato davanti alla Corte penale internazionale, all’Aja si sarebbe finalmente potuto aprire il primo processo sulla Libia, che per regolamento può essere celebrato solo in presenza dell’imputato. Ma a Tripoli ci sarebbe stato un altro vuoto di potere da riempire in fretta, e non è detto che Paesi come l’Italia abbiano pronto un nome per il dopo Almasri. Che con Roma sarà in debito per sempre. (dal quotidiano “Avvenire” – Nello Scavo)

 

 

Ci voleva una vescova per disturbare Trump

Timothy Broglio, presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, si è congratulato con Trump all’indomani del suo successo elettorale. «La Chiesa cattolica non è allineata con nessun partito politico, e nemmeno la Conferenza episcopale – ha scritto l’arcivescovo in una dichiarazione –. Come cristiani e come americani, abbiamo il dovere di trattarci a vicenda con carità, rispetto e civiltà, anche se possiamo non essere d’accordo su come portare avanti questioni di ordine pubblico». (dal quotidiano “Avvenire”)

 

Cancellare – come ha annunciato Trump – «l’opprimente ideologia del gender» è solo un «gesto di buon senso». L’unica voce libera ad aver rotto il silenzio è quella del vescovo cattolico Athanasius Schneider, conosciuto per le sue posizioni conservatrici e, nello stesso tempo, per essere uno strenuo difensore del magistero e del papato (l’altro giorno ha avuto un intenso e cordialissimo colloquio con Francesco in Vaticano). Contattato dal Messaggero, monsignor Schneider ha riconosciuto che «l’annuncio del Presidente americano, sul fatto che ci sono solamente due sessi, cioè maschio e femmina, è una vittoria semplicemente del buon senso, della logica elementare e del riconoscimento della realtà». (dal quotidiano “Il Messaggero”)

 

Martedì, durante il suo secondo giorno da nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha partecipato a una funzione religiosa alla cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a Washington D.C., una delle chiese più importanti degli Stati Uniti, gestita dalla Chiesa episcopale (una delle molte confessioni di cristiani protestanti del paese). Durante la funzione Trump ha ascoltato un intervento molto duro nei suoi confronti pronunciato dalla vescova episcopale di Washington D.C., Mariann Edgar Budde, che ha fatto esplicito riferimento alle sue politiche discriminatorie nei confronti delle persone che appartengono alla comunità LGBTQ+ e durissime per i migranti. Budde ha chiesto a Trump di avere «pietà» nei confronti «delle persone che in questo momento nel nostro paese sono spaventate. Ci sono bambini gay, bambine lesbiche e giovani persone transgender nelle famiglie Democratiche, Repubblicane e in quelle indipendenti, e alcune di queste persone temono per le loro vite». Budde ha anche ricordato a Trump che «le persone che raccolgono la frutta nei campi e puliscono i nostri uffici», cioè i lavoratori migranti, «forse non sono cittadini o non hanno i documenti in regola», ma «pagano le tasse e sono buoni vicini».Budde ha poi fatto un esplicito riferimento a una promessa elettorale di Trump, cioè quella di espellere dagli Stati Uniti tutti gli stranieri che non hanno un permesso di soggiorno. «Le chiedo di avere pietà, signor presidente, dei nostri vicini i cui figli temono che i loro genitori verranno portati via». Trump e il suo vicepresidente J.D. Vance hanno seguito l’intervento con facce piuttosto perplesse. (da ilpost.it)

 

Il messaggio di Francesco al quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti in occasione del suo insediamento alla Casa Bianca: «È mia speranza che sotto la sua guida il popolo americano si sforzi sempre di costruire una società più giusta, dove non ci sia spazio per odio, discriminazione o esclusione». E sulla mediazione negli scenari di guerra: «Chiedo a Dio di guidare i suoi sforzi nella promozione della pace e della riconciliazione tra i popoli». (da “Famiglia Cristiana”)

 

E pensare che Trump non ha esitato a considerarsi l’unto del Signore, bestemmiando clamorosamente. Ci sarà senz’altro chi contestualizzerà prontamente le fandonie religiose del presidente americano (quella del colpo di striscio all’orecchio, considerato come una grazia di Dio finalizzata a spianargli la strada, sembra una macabra barzelletta degna del miglior Berlusconi…).

Mi sarei aspettato di più dai massimi esponenti della Chiesa Cattolica: hanno prevalso la diplomazia, la posizione piuttosto tradizionalista e contraria alle linee pastorali di papa Francesco da parte dell’episcopato statunitense e la conseguente realistica considerazione per la stragrande maggioranza dei cattolici che ha votato per Trump. Un po’ più di coraggio, anche da parte di papa Francesco, non guasterebbe. Maria Vergine si sarà scandalizzata nel vedere capovolto il suo Magnificat. Il Padre Eterno avrà chiesto conto allo Spirito Santo, che, attonito, avrà balbettato qualche motivazione. Il Figlio avrà concluso con un laconico c.v.d. (come volevasi dimostrare), pensando ai tantissimi crocifissi in nome della realpolitik (sempre la solita storia).

Il coraggio lo avrebbero peraltro dovuto avere in campagna elettorale, invece, condizionati dal discorso sull’aborto hanno finito per spianare la strada a Trump. Una retromarcia sull’aborto val bene l’appoggio clericale e laicale ad un Erode riveduto e scorretto, che vuol salvare i bambini dall’età del concepimento in giù per poi magari trattarli da cani dagli zero anni in su?

È quindi tardi per sollevare il ditino della verità evangelica, anche se non è mai troppo tardi. Nel frattempo faremo l’inventario delle iniquità commesse dal salvatore Trump e/o in suo nome e/o per suo conto.

A livello di gerarchie religiose per ora si salva solo la vescova episcopale di Washington. Una donna vescovo: provocazione nella provocazione.

 

 

 

 

L’imperialismo Usa ha gettato la maschera

Fuori dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, fuori dagli Accordi di Parigi sul clima, fuori dall’intesa globale dell’Ocse sulla minimum tax. La cifra delle prime ore della presidenza Trump 2.0 è la rottura. Determinato a fare da spartiacque tra un prima e un dopo, a livello nazionale e internazionale, il tycoon ha spaccato a colpi di ordini esecutivi anche l’impianto sui programmi di assistenza estera. (dal quotidiano “Avvenire”)

Sono anziano e ricordo quindi benissimo come nel tempo il giudizio politico sugli Usa abbia sempre oscillato fra quello di nazione imperialista e quello di più grande nazione democratica. Non ho mai sposato nessuna delle due tesi e mi sono sempre collocato nel mezzo formandomi un giudizio assai critico.

Non era facile sposare democrazia e imperialismo, ma gli Stati Uniti hanno tentato di farlo, coniugando all’interno la democrazia col populismo e all’estero l’imperialismo con la difesa del mondo dal comunismo.

Questo schema è saltato, ogni maschera, più o meno ipocrita, è stata tolta e populismo e imperialismo si sono definitivamente abbracciati.

Mi chiedo tuttavia: c’era più ingerenza negli affari altrui con i colpi di stato favoriti dai servizi segreti ai tempi del tanto osannato Kissinger o ce n’è più oggi con i servizi tecno-mediatici messi in campo da Elon Musk? C’era più sporcizia ieri con gli assassinii di Allende e Moro oppure oggi con la chiusura della porta, il menefreghismo globale e il divide et impera strisciante?

Allora, cosa è cambiato? Tutto e niente! In passato, nonostante tutto, c’era qualche prospettiva democratica proveniente dagli Usa oggi non più. In passato, nonostante tutto, con gli Usa si poteva ragionare, seppure fino ad un certo punto, oggi non più.

Non rimane altro da fare che stringere i denti e provare ad andare per la nostra strada, convinti che la democrazia ha in se stessa gli anticorpi per combattere anche le più gravi malattie. La democrazia nei rapporti internazionali si chiama Europa, a livello interno si chiama fedeltà alla Costituzione repubblicana.

L’Italia è stata protagonista nella fondazione dell’Europa Unita ed è stata capace di varare quella che è la più democratica e progressista delle Costituzioni. Attualmente, con l’attuale governo, sono in discussione questi due caposaldi: stiamo puntando follemente ad un compromessone euro-statunitense dove l’Europa dovrebbe fare la parte del parente povero senza dignità e stiamo tentando di distruggere la Costituzione a colpi di contro-riforma.

È ora di cercare in sede europea e italiana un doppio patto storico: un patto europeo e un patto costituzionale. I cattolici potrebbero e dovrebbero svolgere un ruolo fondamentale se non altro per reagire alla blasfema dottrina di Trump-uomo della provvidenza, salvato da Dio per…distruggere il mondo, abbattendo gli umili e innalzando i potenti.

La sinistra dovrebbe risvegliare le coscienze anche in modo da sopportare i sacrifici che la riscossa comporterà. Forse abbiamo toccato il fondo: scuotiamoci e diamo un colpo di reni. Siamo uomini democratici o siamo caporali di Trump?

 

 

Vestivamo alla degasperiana

Per L’Osservatore Romano, «il presidente Trump è chiamato a lavorare per superare le divisioni e le polarizzazioni che ormai da anni contraddistinguono la vita politica americana e che hanno avuto nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 una delle date più tristi della storia nazionale». Un compito «difficile, certamente – sottolinea il quotidiano d’Oltretevere, diretto da Andrea Monda -. Eppure necessario per la nuova Amministrazione. Perché gli Stati ‘disuniti’ d’America sarebbero un grave pericolo per un mondo già lacerato e frammentato».

In un editoriale dedicato alla nuova amministrazione degli Stati Uniti e firmato da Alessandro Gisotti, vice direttore editoriale dei Media Vaticani – il giornale ricorda anche che storicamente, «gli Stati Uniti d’America hanno dato il meglio di sé quando si sono aperti al mondo (le Nazioni Unite sono in fondo ‘un’invenzione americana’) e assieme ai propri alleati hanno costruito un sistema che, con i limiti di ogni opera umana, ha garantito libertà, sviluppo economico e progresso nei diritti umani». E quindi «un’America ripiegata su sé stessa sarebbe un controsenso». L’Osservatore ricorda inoltre che «dieci anni fa, Papa Francesco, il primo Papa venuto dalle Americhe, si rivolgeva al Congresso degli Stati Uniti pronunciando un discorso che metteva l’accento sui valori fondanti della nazione americana. Un intervento la cui lettura potrebbe essere utile anche al presidente Donald Trump e al vice-presidente J.D. Vance». «Una nazione — diceva Papa Francesco in quella occasione — può essere considerata grande quando difende la libertà, come ha fatto Lincoln; quando promuove una cultura che consenta alla gente di “sognare” pieni diritti per tutti i propri fratelli e sorelle, come Martin Luther King ha cercato di fare; quando lotta per la giustizia e la causa degli oppressi, come Dorothy Day ha fatto con il suo instancabile lavoro, frutto di una fede che diventa dialogo e semina pace nello stile contemplativo di Thomas Merton». «Sono questi i valori – conclude perciò L’Osservatore Romano – che hanno fatto grande l’America. E di cui il mondo ha ancora bisogno».

Le reazioni al discorso di insediamento del presidente Donald Trump si possono collocare in tre categorie: quelle pur imbarazzate ma soddisfatte per la elaborazione destrorsa ai massimi livelli; quelle scioccate per la prefigurazione di un mondo completamente a rovescio; quelle preoccupate per le ricadute negative sull’Europa e sull’Italia. Le prime le definirei “irrazionalmente faziose”; le seconde le definirei “sbrigativamente catastrofiche”; le terze le chiamerei “opportunisticamente preoccupate”. In tutte c’è un po’ di vero.

Personalmente mi sono vergognato di essere un uomo! E poi ho tremato per le sorti dell’umanità!  Seguendo la vomitevole cerimonia del giuramento devo ammettere di avere paradossalmente rivalutato le riunioni del Soviet supremo: non so se ci fosse più democrazia in queste piuttosto che nella masnada di personaggi così ben assemblati al Campidoglio.

Faccio fatica a riprendermi ed ecco perché mi sono rifugiato nella felpata ma incisiva analisi, più etica che politica, dell’Osservatore Romano: una boccata d’ossigeno! Non tutto è perduto se nella storia gli Usa hanno saputo fare qualcosa di buono in mezzo a tante iniquità politiche (tra le quali non esito ad inserire l’assassinio di Aldo Moro).

La sera stessa della giornata dell’insediamento ho potuto riascoltare le dignitose e commoventi dichiarazioni di De Gasperi al termine del suo viaggio negli Usa in cerca di aiuto per l’Italia disastrata e ho tentato due parallelismi impossibili.

Alcide De Gasperi con un cappotto preso a prestito va in America sfoggiando dignità nonostante le rovinose disavventure belliche del fascismo, fede democratica credibile anche e soprattutto grazie alla Resistenza, fiducia nel ruolo di un grande Paese come gli Usa. Giorgia Meloni si pavoneggia al Campidoglio sfoggiando sbracato opportunismo, dimenticandosi dell’Europa e chiedendo un posto al sole trumpiano.

Gli Usa di allora si dimostrano generosi (?) con De Gasperi e la sua Italietta allo sbando.  Gli Usa di oggi strizzano l’occhio alla Meloni facendole balenare l’idea di entrare nell’internazionale della destra tecnopopulista e consigliandole di lasciare l’Europetta allo sbando.

Devo rassegnarmi a vivere e rifugiarmi nei ricordi alla faccia di Elena Granata, ideologa del novellato cattolicesimo democratico, che consiglia di voltare pagina perché l’acqua passata non macina più. Vorrei tanto che mi spiegasse cosa trova di macinante nell’acqua presente…