Un voto poetico di progresso contro l’astensione prosaica di regresso

Usando, a contrariis, il vergognoso anche se legittimo linguaggio di Giorgia Meloni, in occasione dei prossimi referendum andrò al seggio, ritirerò le schede e voterò “sì”.

Gli argomenti a sostegno dell’abrogazione delle leggi in questione – vale a dire normative in materia di lavoro e di cittadinanza – mi sembrano convincenti, inoltre, come sempre inevitabilmente accade, i referendum assumono forti connotazioni politiche e quindi intendo contribuire a dare un messaggio estremamente critico verso l’attuale maggioranza che, manco a dirlo, è schierata per l’astensione.

Questo non significa che voterò “sì” solo per fare un dispetto a La Russa, Meloni, Tajani, Salvini e c., ma per dare un segnale di riscossa politica rispetto ad un andazzo inaccettabile, partendo dalle questioni del lavoro e dell’immigrazione.

Abbiamo celebrato – seppure in modo contraddittorio, in mezzo a parate militari degne di  regimi non democratici, a mega-ricevimenti di dubbio gusto e fanfaronate varie – la festa della Repubblica che è fondata sul lavoro: i costituenti la sapevano lunga e quindi proviamo a tornare al loro senso istituzionale e politico, mettendo il lavoro al centro dell’attenzione, facendone un elemento di crescita e non di precarietà, di certezza e non di rischio, di uguaglianza e non di squilibrio.

Quanto al discorso dell’immigrazione, sforziamoci una buona volta di affrontarlo e impostarlo in modo positivo, offrendo possibilità di piena integrazione anziché brandire ad ogni piè sospinto le armi del respingimento e del rimpatrio.

Le regole sulla flessibilità del lavoro erano state introdotte dal governo Renzi con il rispettabile intento di togliere una serie di lacci e lacciuoli nella legislazione, che si riteneva rappresentassero un freno per lo sviluppo dell’occupazione: obiettivo fallito, perché non si può mercanteggiare, concedendo un lavoro a prezzo di sminuirne la dignità, la certezza e la sicurezza.

Vado quindi abbastanza convintamente alle urne: me lo chiedono le innumerevoli vittime di infortuni sul lavoro, i giovani condannati alla precarietà, i lavoratori a rischio del proprio posto di lavoro, gli stranieri che attendono di inserirsi a pieno titolo nella nostra società. Se questa è demagogia allora accetto la qualifica di demagogo.

Vado a votare per respirare finalmente una boccata di aria democratica in un Paese politicamente alla deriva, in un’Europa sempre più sovranista e inopinatamente collegata agli Usa da un filo nazionalista, in un mondo in guerra dove vige la legge del più forte, dove domina l’egoismo individuale e nazionale, dove si vive male e si muore ancor peggio. Se questa è poetica illusione allora mi sento onorato di ragionare sentimentalmente da poeta e di sfogliare e leggere testardamente il libro dei sogni democratici.

La rifondazione sentimentale

Il sempre più impellente e sconvolgente fenomeno dei femminicidi impone serie riflessioni a tutti, ma soprattutto richiede almeno l’inizio di un’azione di rifondazione culturale sulle macerie di una società che sta divorando le sue figlie.

Nel dibattito, che si apre ad ogni femminicidio sospinto, si scontrano sostanzialmente due tesi apparentemente in contrasto, vale a dire quella della prioritaria, se non addirittura esclusiva, riscoperta del ruolo dell’educazione scolastica orientata sulle relazioni sentimentali e sessuali e quella dell’irrinunciabile e fondamentale recupero del ruolo della famiglia nell’educazione giovanile attorno a cui fare ruotare l’intervento delle altre istituzioni a servizio delle giovani generazioni.

La prima impostazione parte dal presupposto del totale sfasciamento dell’istituto famigliare o quanto meno della sua inadeguatezza ad affrontare quella che ormai si profila come una vera e propria emergenza del nostro tempo; la seconda ritiene che, senza il rigoroso rispetto del ruolo famigliare, si possa finire col trasferire tutto nel freddo laboratorio educativo della scuola a scapito del caldo e problematico vissuto quotidiano.

Non vorrei che questo pur importantissimo dibattito finisse in una disputa simile a quella dei teologi bizantini i quali erano soliti discutere tra di loro sul sesso degli angeli, anche quando i Turchi di Maometto II stavano per espugnare Costantinopoli, ponendo fine all’impero romano d’Oriente.

Anche la politica oscilla fra le due suddette tesi: il governo di destra non crede nell’educazione sessuale e sentimentale nelle scuole, non ci investe sopra risorse umane e finanziarie, la subordina al consenso genitoriale; a sinistra si punta tutto sulla scolarizzazione del problema e sul taumaturgico potere della scuola per mettere i giovani in una dimensione corretta dei rapporti maschio-femmina con una visione moderna e post-patriarcale della società.

Se devo essere sincero non mi rassegno alla insignificanza dell’istituto famigliare. Mia sorella, acuta ed appassionata osservatrice dei problemi sociali, nonché politicamente impegnata a cercare, umilmente ma “testardamente”, di affrontarli, di fronte ai comportamenti strani, drammatici al limite della tragedia, degli adolescenti era solita porsi un inquietante e provocatorio interrogativo: «Dove sono i genitori di questi ragazzi? Possibile che non si accorgano mai del vulcano che ribolle sotto la imperturbabile crosta della loro vita famigliare?». Di fronte ai clamorosi e tragici fatti di devianza minorile, andava subito alla fonte, vale a dire ai genitori ed alle famiglie: dove sono, si chiedeva, cosa fanno, possibile che non si accorgano di niente? Aveva perfettamente ragione. Capisco che esercitare il “mestiere” di genitori non sia facile ed agevole: di qui a fregarsene altamente e delegare il ruolo educativo totalmente alla scuola…

Nello stesso tempo nutro grande fiducia nella scuola nonostante le sue lacune e i suoi difetti. Mio padre si era imposto una semplice ma non banale regola nei rapporti scuola-famiglia: “Mo vót che mi digga quél a un profesór, par poch ch’al nin sapia al nin sarà sempor pu che mi”.

Sbaglia quindi l’attuale ministro dell’Istruzione e del Merito a subordinare l’introduzione dell’educazione sessuale al consenso dei genitori: ci puzza tanto di Dio-Patria-Famiglia, di paura verso una aperta e disincantata impostazione della sessualità e di un ritorno alla mera e rigorosa negazione delle diversità.

Però forse sbaglia anche chi dà per perso il ruolo della famiglia: ci puzza di esagerata laicità e schematicità nell’affrontare problemi educativi molto complessi.

Non voglio banalizzare il discorso, ma penso che gli adolescenti debbano sostanzialmente capire, tramite insegnamenti teorici e testimonianze di vita, che l’amore è una cosa seria. Le ragazze tengano conto che le esperienze sentimentali non sono un semplice flirt “usa e getta”, anche perché nella psicologia maschile esiste la tendenza contraria, vale a dire quella di considerare definitivi e imprescindibili i più precari rapporti e allora si può creare un corto circuito devastante.

I ragazzi imparino che la donna non è una preda, una persona di loro proprietà, che l’amore non è possesso ma dono, non è una conquista ma una ricerca.

I genitori dovrebbero avere questi concetti e valori nel loro Dna e nella loro esperienza esistenziale da trasmettere con l’esempio e la testimonianza; gli insegnanti dovrebbero fornire ai giovani gli elementi di conoscenza culturale e scientifica, una base su cui costruire un comportamento sano nella sua problematicità.

E la religione, siamo sicuri che non abbia niente da insegnare a tutti, giovani, genitori, ministri, uomini di cultura e professori?

Mio padre, non credente o diversamente credente, laico ma non anticlericale, accettava di buon grado che io da ragazzo frequentassi assiduamente la parrocchia. Faceva un ragionamento profondo anche se piuttosto minimalista: riteneva che da quell’ambiente potessi ricevere comunque insegnamenti buoni. Sì, infatti attualmente si sente molto la mancanza di questa sponda nell’educazione dei giovani, pur con tutti i limiti e i difetti che poteva avere.

La famiglia è in crisi profonda, la scuola è dequalificata, la parrocchia è ridotta ai minimi termini: rimangono i social e la discoteca. C’è paradossalmente persino da meravigliarsi che esistano tanti giovani che si dedicano al volontariato, che si battono per un mondo di pace e di solidarietà. Dedicarsi agli altri è un’ottima medicina per prevenire e curare le patologie psico-sociali delle persone, dei giovani in particolare.

Vogliamo provare a fare qualcosa al di là dei pianti dirotti a posteriori, che assomigliano sempre più allo spargimento di lacrime di coccodrillo?

 

 

 

 

 

Il conclave ha cambiato la musica ecclesiale

Le mie ecclesiali perplessità su papa Leone sono purtroppo piuttosto statiche: ci ritorno sopra per fare una sorta di punto della situazione a distanza di un mese circa dalla sua nomina.

Innanzitutto ho il dubbio (atroce?) che la scelta di Prevost risponda ad esigenze politiche, vale a dire andamenti e scenari del mondo (“siate nel mondo, ma non del mondo”, dice Gesù).

Checché se ne dica un papa di origini statunitensi avrà pure un significato! E non è difficile individuarlo nella necessità di calmare i bollenti spiriti dell’elettorato cattolico di Trump: un papa diverso dal tanto ingombrante Bergoglio, che soffriva di parecchie ostilità negli Usa in quanto troppo aperto rispetto ai falsi rigorismi etici degli americani.

Nell’altra faccia della medaglia c’è la volontà/illusione di contrapporre la Chiesa cattolica alla deriva trumpiana, di porre un limite allo sbandamento politico americano, di aggiungere alla magistratura la gerarchia cattolica come potere antagonista rispetto allo strapotere presidenziale.

Due piccioni con una fava: salvaguardare l’unità della Chiesa recuperando il malcontento d’oltre oceano che tanto ha fatto soffrire papa Francesco nonché alzare la bandiera dell’Amore mettendo in atto una deterrenza rispetto alla egoistica deriva socio-culturale.

A prima vista sembrano intenti lodevoli e condivisibili, senonché l’unità della Chiesa non è un valore se viene subordinato ad una inversione pastorale piuttosto evidente, mentre la battaglia politica contro Trump non è mestiere della Chiesa ma dei cattolici impegnati in politica negli Usa e nel mondo.

Esista un secondo fronte di perplessità. Le prime “uscite” concrete di Prevost sono in netta controtendenza rispetto a quelle tanto osannate e ben presto dimenticate di Bergoglio. Mi riferisco all’abbigliamento papale, alla sua dimora invernale ed estiva (i ventilati ritorni al palazzo apostolico e alla residenza di Castelgandolfo), al mezzo di trasporto scelto, all’atteggiamento morbido verso la curia, al precipitoso riavvicinamento all’Opus Dei: sarò prevenuto, ma sono sintomi di un cambiamento di linea pastorale, sembrano quasi un comportamento studiato per tranquillizzare i tradizionalisti. Si dirà che sono fatti puramente formali: non ne sono convinto e sto ad aspettare la sostanza.

Ho il grave timore che non sia tanto all’opera lo Spirito Santo, ma lo spirito di contraddizione. La speranza è – come spesso è accaduto nella storia della Chiesa, con i papi che non hanno rispettato i presupposti programmatici (quasi sempre indietristi) della loro elezione – che papa Leone, dopo il primo contentino ai nostalgici (cardinali, vescovi, preti e laici), faccia di testa sua. Lo Spirito Santo si è tante volte vendicato in questo modo.

Tornando al senso politico dell’elezione di papa Leone, vengo ad un fatto poco evidenziato dai media.

Louis (Lou) Prevost, uno dei fratelli maggiori del nuovo Papa, che vive a Port Charlotte in Florida, ha condiviso di recente meme Maga (Make e insulti contro l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama e l’ex speaker della Camera Nancy Pelosi). Il Daily Beast ha scoperto i post di Lou, peraltro tuttora visibili sulla sua pagina social.

“Questi fottuti liberal che piangono per i dazi sono incredibili. Non sanno che c’è una cosa chiamata video?”, commentava all’inizio di aprile il maggiore dei Prevost alludendo ad accuse mai provate che Paul Pelosi avesse avuto una relazione gay con il suo aggressore David DePape. In un altro post, Lou suggerisce ai suoi amici “sinistrorsi” che “piangono per la vittoria di Trump” di “ibernarsi” per i prossimi quattro anni.

A proposito di Obama e dei democratici, scrive che “fanno schifo. Sono a un passo dal diventare comunisti a tutti gli effetti, desiderosi della distruzione totale del nostro stile di vita e di trasformare questo Paese in una dittatura, per di più razzista”.

Che il Partito Democratico sia invaso dai comunisti è un tema ricorrente: in un post Lou afferma che “Kamala Harris e i democratici distruggeranno gli Stati Uniti e ne saranno fieri”, mentre in un altro sostiene che “ai tempi della fondazione del nostro Paese, prima che i progressisti prendessero il controllo e rovinassero le scuole, tutti questi democratici di sinistra sarebbero stati coperti di catrame e piume e cacciati dalla città su un asino, o peggio ancora, fucilati o impiccati per aver rovinato così tanto la vita delle persone”.

Si passa poi ai contenuti anti-vax e anti-woke. Un video condiviso di un manicomio viene corredato dalla didascalia: “Ecco dove vivevano i woke prima degli anni Settanta”.

Lou non ha fatto trapelare lo spirito Maga in una intervista con il New York Times dopo l’elezione del fratello: “Mi sembra ieri che lo spingevo giù dalle scale e ora è Papa”, ha detto.

Al Times il maggiore dei Prevost, che ha ammesso di non essere pacifista come il fratello, ha suggerito che Leone sarà “un po’ più conservatore del suo predecessore”. (da Blitz quotidiano -Amedeo Vinciguerra) 

Trovo profondamente ingiusto e disgustoso andare alla maliziosa ricerca del pelo nell’uovo prevostiano (gli appunti sopra mossi, almeno nelle mie più buone intenzioni, non sono inquadrabili in questo andazzo), così come trovo inaccettabili i giudizi assurdi espressi dal fratello di Leone XIV sull’attuale politica statunitense.

Evidentemente negli Usa c’è una gran confusione politica, provocata e cavalcata da Donald Trump, che sta infettando il mondo intero, cattolici e gerarchie cattoliche comprese.

Cos’è la cultura woke contro la quale si è scatenata negli Usa una vera e propria intolleranza sostenuta dai Maga (Make America Great Again), uno slogan utilizzato nella politica statunitense, reso popolare da Donald Trump nella sua campagna elettorale presidenziale del 2016 e quella del 2024?

La parola woke viene utilizzata inizialmente nella cultura afroamericana nella declinazione “stay woke” per indicare la consapevolezza delle ingiustizie sociali, l’essere desti ed attenti, non abbassare la guardia e lottare contro tutte le discriminazioni nella società.

Nel tempo il significato si è allargato per includere un ampio range di tematiche sociali. Nella cultura e ideologia woke rientrano: opposizione alla discriminazione razziale e promozione dell’uguaglianza; sostegno ai diritti delle donne e alle pari opportunità di genere; inclusività e sostegno ai diritti delle persone queer e trans; promozione di azioni contro il cambiamento climatico e l’ecologismo; riconoscimento delle diversità dei gruppi sociali.

Un conto è dubitare, come fa il sottoscritto, dell’opportunità in questo momento storico di nominare un papa statunitense, volenti o nolenti costretto a fare i conti con il dilagante trumpismo: non vorrei infatti che finisse in un imbarazzato silenzio neutrale, come è successo storicamente nella Chiesa verso certi movimenti politici a dir poco ideologicamente folli e concretamente delinquenziali.

Altra musica è screditare il neoeletto papa strumentalizzando i gusti politici di un suo fratello: un tempo in Vaticano vigeva il nepotismo, ora verso Leone XIV vige l’esatto contrario. L’onestà intellettuale mi impone di prendere le distanze da questo subdolo farneticante chiacchiericcio.

Il tritacarne mediatico si è gettato su Prevost: una lama lo cattura in modo opportunistico per disgustosi fini di religioso consolidamento del potere; un’altra lama lo riduce a mero occupante dell’anticamera del potere vigente.

Ricordo come a mio zio, grande sacerdote antifascista impegnato nel movimento scoutistico contrario al regime, facesse da paradossale contraltare sua sorella maggiore che non nascondeva simpatie per il Duce, sostenendo che facesse un gran bene alla Chiesa. L’antifascismo di mio zio ne usciva ulteriormente rafforzato.

Papa Prevost saprà sicuramente distinguere tra l’affetto verso suo fratello Louis e le strambe idee politiche di quest’ultimo.

Resta lo sgomento per quanto sta avvenendo a livello culturale, etico e politico negli Usa di Trump e per le simpatie raccolte in Europa e in Italia. Chissà che un papa americano – che viene peraltro impropriamente e volgarmente incensato da certa destra nostrana – in rotta di collisione (?) con gli Usa di Trump non serva almeno a portare a più miti consigli anche tanti italiani ed europei.

 

Dalla provata medicina di Pellegrini alla ipotetica chirurgia di Marotta

«A Paola, con stima e affettuosa scoperta». Queste è la dedica che nel luglio del 2023 mi fece Ernesto Pellegrini sul suo libro Una vita, un’impresa, pubblicato da Mondadori. Quel libro ha un sottotitolo: “Grazie all’Inter ho trovato il senso vero della fede”.

Quella parola – “fede” – che dà un’idea di inclusione che si fa azione concreta, esperienza condivisa e crescita collettiva. Il calcio, in questo contesto, non è solo sport, ma uno strumento di dialogo, partecipazione e inclusione.

(…)

La Fondazione Ernesto Pellegrini Onlus è nata nel 2013 con il proposito di fornire aiuto concreto a chiunque si trovi in situazione di difficoltà. Per questo ha dato vita a Milano a un ristorante speciale, sostenendo parallelamente altri progetti per il sociale.

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Il nome del ristorante è ispirato a una persona che ha vissuto come lavorante nella cascina di Ernesto Pellegrini e che, trovandosi senza più una casa negli anni Sessanta, in seguito all’esproprio dei terreni della Cascina, è morto di freddo nella sua baracca di lamiera. Il fondatore del Gruppo, Ernesto Pellegrini, non lo dimenticò mai e proprio alla sua memoria volle intitolare un luogo pensato per tutte le persone che si trovano in una situazione di difficoltà. Queste le parole che mi disse Ernesto per raccontare la vision e la motivazione che lo guidavano: «Vorrei aiutare qualcuno dei tanti Ruben che, per una ragione o per l’altra, vivono il loro momento di difficoltà e disagio».

(…)

Ernesto Pellegrini ha portato avanti per tutta la sua vita una rivoluzione dei valori che vale in ogni ambito, come mi ha detto qui al Festival Calcio Comunità Educante il presidente dell’Associazione Italiana Allenatori Calcio Renzo Ulivieri, parlando di lui: «È stato un presidente umano, riconosciuto dai suoi calciatori e riconosciuto dagli alti dirigenti. Umano vuol dire anche di grande generosità, che non significa buttare via i soldi, ma impegnarli in ambito sociale; questa è la caratteristica che contraddistingue la vita di quest’uomo di grande generosità. Lui tendeva a una specie di eguaglianza nei rapporti». (da Avvenire.it – Paola Severini Melograni)

Allora è possibile coniugare lo sport sempre più affaristico con l’aiuto a chi è in difficoltà!? Mi sovviene al riguardo la testimonianza di un sacerdote amico, che svolse tempo fa la funzione di cappellano dell’allora glorioso Parma calcio. Mi confidò di avere rivolto insistentemente questo invito ai ricchi giocatori: “Voi guadagnate tanti soldi…lasciamo stare se sia giusto…cercate almeno di guardare ed aiutare chi non ha nulla…”.

Ernesto Pellegrini non fece la rivoluzione all’Inter di cui era presidente, ma ne fece l’occasione per collegare il calcio alla umana solidarietà. Forse è inutile radicalizzarsi in questioni di principio, meglio fare concretamente qualcosa in controtendenza.

Proprio nel giorno della morte di Ernesto Pellegrini la squadra calcistica dell’Inter ha vissuto uno dei momenti peggiori della sua storia agonistica, una umiliante sconfitta.

La finale di Champions League è durata dodici minuti. Tanto è bastato al Paris Saint-Germain per indirizzare la partita con l’Inter all’Allianz Arena di Monaco di Baviera ed aggiudicarsi la prima vittoria nella Coppa più importante. È toccato proprio ad un ex-nerazzurro, Hakimi, aprire le marcature, dando il via allo show del Psg. Alla fine i gol sono stati cinque (oltre ad Hakimi hanno segnato Douè una doppietta, Kvaratskhelia e Mayulu), una manita mai vista all’ultimo atto della Coppa Campioni, in settant’anni. Un risultato (5 a 0) che dice molto della differenza di forze in campo. Da un lato, il Psg di Gigio Donnarumma e di tanti ex del nostro campionato, che arrivava prima su tutti i palloni, non concedendo nemmeno un metro di campo. Dall’altra, un’Inter timida e quasi impacciata che, dopo lo svantaggio iniziale, non ha mai saputo rialzare la testa. Anzi, ogni volta che i transalpini acceleravano, creavano potenziali azioni da gol, dando una vera e propria lezione di calcio agli avversari. Troppo netta, quasi imbarazzante, la differenza, sia fisica che tecnica, tra le due squadre, che parevano di due categorie diverse. E la Coppa dalle grandi orecchie ha preso la via di Parigi. Grande la delusione dei tifosi interisti, che in massa hanno seguito la squadra in Germania, mentre a Milano in 50mila hanno assistito alla partita dal maxischermo di San Siro. Che, alla fine, si è mestamente svuotato. (da Avvenire.it – Paolo Ferrario)

 

Quali conclusioni trarne? Innanzitutto se mi trovassi al posto di Giuseppe Marotta, attuale presidente dell’Inter, dimezzerei immediatamente i compensi di dirigenti, allenatore e giocatori, superpagati rispetto al loro valore nonché, soprattutto, rispetto ad un minimo di equità che dovrebbe esistere nella nostra società, destinando questi risparmi sugli ingaggi alla Fondazione Ernesto Pellegrini. Due piccioni con una fava: ridimensionamento del divismo calcistico e adozione del cosiddetto bilancio sociale.

Secondo la definizione dell’Unione Europea, il bilancio sociale è: «Integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali e ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate».

Sarebbe il modo migliore per onorare la memoria di Ernesto Pellegrini andando persino ben oltre le sue scelte, scavalcandolo in senso solidale. Ne sarebbe oltre modo soddisfatto.

Poi, come sarebbe bello che la mia storica squadra del cuore diventasse antesignana di una simile operazione di chirurgia calcistica…

 

 

 

 

Le pentole e i coperchi di Trump

In un clima di incertezza globale, Donald Trump tiene in bilico l’economia globale. Dopo un fine settimana di pressioni diplomatiche, il presidente statunitense ha annunciato che prorogherà fino al 9 luglio il termine per l’Unione Europea prima che vengano applicati dazi del 50%. È il frutto del colloquio telefonico avuto nel weekend con la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. «Abbiamo avuto una conversazione molto piacevole e ho accettato di posticipare la scadenza», ha detto Trump domenica ai giornalisti all’aeroporto di Morristown, nel New Jersey, mentre era diretto a Washington. (da Milano Finanza)

 

Una corte federale americana blocca temporaneamente i dazi di Donald Trump, definendoli «illegali» e stabilendo che il presidente non ha l’autorità di imporre tariffe globali. Lo riportano i media americani, citando la decisione della Us Court of International Trade. La reazione dell’amministrazione Trump non si è fatta attendere. La Casa Bianca ha fatto sapere che presenterà appello, innescando uno scontro giudiziario che potrebbe finire all’attenzione della Corte Suprema Usa, lasciando ai saggi un caso di alto profilo che potrebbe avere un impatto di migliaia di miliardi sull’economia mondiale. (da Unione Sarda).

 

La Corte d’appello ha deciso di consentire che i dazi restino per ora in vigore. Il presidente Trump ha vinto in appello il primo ricorso contro lo stop alle tariffe. (da televideo) 

 

Elon Musk volta pagina e torna alle sue aziende, Tesla in primis. Dopo mesi di presenza al fianco del presidente Donald Trump, il patron di Tesla e SpaceX ha annunciato il proprio addio all’amministrazione americana, mettendo fine al suo controverso ruolo alla guida del Doge – il dipartimento per l’efficienza governativa creato su misura da Trump per affidargli il compito di ridurre gli sprechi federali. Dietro le righe del congedo si intravede una frattura. In un’intervista rilasciata alla Cbs, Musk ha apertamente criticato la legge di bilancio proposta dall’amministrazione Trump, definendola «una proposta di spesa francamente deludente, che aumenta il deficit federale». Il riferimento è al maxi-disegno di legge attualmente al vaglio del Congresso, fortemente voluto da Trump per finanziare promesse elettorali come l’estensione dei crediti d’imposta, ma che – secondo un’analisi dell’agenzia di bilancio del Congresso – potrebbe far crescere il disavanzo federale di 3.800 miliardi di dollari nel prossimo decennio. L’addio di Musk rappresenta la prima vera crepa pubblica in un’alleanza che fino a poche settimane fa sembrava granitica. Dall’insediamento del secondo mandato Trump a gennaio, il fondatore di Tesla era stato onnipresente: nello Studio Ovale, a bordo dell’Air Force One, in eventi stampa alla Casa Bianca. Sempre in prima fila accanto al presidente, soprattutto quando si trattava di annunciare tagli agli aiuti esteri o riorganizzazioni delle agenzie federali. (da Milano Finanza)

 

Lunedì il presidente statunitense Donald Trump ha detto che il presidente russo Vladimir Putin è «completamente IMPAZZITO», dopo che durante il fine settimana la Russia ha compiuto il più grande attacco aereo sull’Ucraina per numero di armi utilizzate dall’inizio della guerra. In un messaggio sul suo social, Truth, Trump ha scritto che Putin sta «uccidendo inutilmente molte persone», lanciando droni e missili sulle città ucraine «senza alcun motivo», e che il suo tentativo di conquistare tutta l’Ucraina porterà alla fine della Russia. Gli attacchi russi sui civili ucraini avvengono in realtà dall’inizio della guerra e non c’è stato alcun cambiamento nella strategia di Putin. Le parole di Trump mostrano però il suo Progressivo allontanamento dal presidente russo, con cui ha sempre detto di avere un «ottimo rapporto», e una crescente frustrazione da parte dell’amministrazione statunitense nei confronti della Russia. (da Il POST)

Si tratta di un pazzesco zibaldone di contraddizioni provenienti da un personaggio che, volenti o nolenti, ha nelle sue mani gran parte dei destini dell’umanità. I casi sono due: o tutto rientra in una perfida sfida all’O.K. Corral oppure questi tira e molla dimostrano che il diavolo insegna a fare le pentole e non i coperchi.

Gli americani se lo sono voluto e se lo tengono più o meno stretto, noi lo abbiamo ricevuto in dono da Oltre Atlantico e in qualche modo ce lo dobbiamo tenere. In 24 ore non doveva risolvere il conflitto russo-ucraino? Con la politica dei dazi non doveva sconvolgere i rapporti commerciali col mondo intero?

Sul fronte ucraino è riuscito soltanto a portare Zelensky (il modo ancor l’offende) a più miti consigli. Putin è un osso duro, è molto più furbo di lui: sarà una gara dura mettergli il guinzaglio.

I dazi si stanno rivelando un boomerang: forse, tutto sommato, più per necessità che per virtù, gli eventi paradossalmente stanno dando ragione all’Unione europea che fa il pesce in barile in attesa dell’implosione americana.

In campo internazionale devo ammettere, e me ne vergogno, di fare il tifo per la compagnia di merende Putin-Xi Jinping: tra i delinquenti preferisco quelli intelligenti rispetto a quelli stupidi (come Trump).

Quanto a Musk, l’ignobile connubio non poteva durare molto: l’economia, seppure rivestita con l’abito della festa tecno-mediatica, tiene in scacco la politica e i suoi falsi poteri. Forse Marx non aveva tutti i torti…

Di tutte le cazzate messe in campo da Trump quella che mi preoccupa di più è tuttavia il tentativo di mettere le mani sulle istituzioni culturali come l’università di Harward, cancellandone l’autonomia: qui siamo al regime vero e proprio.

Dopo aver fatto la voce grossa sugli stranieri che vengono a studiare nelle università d’elite e minacciato un’”aggressiva” stretta su quelli provenienti dalla Cina, Donald Trump incassa una nuova sconfitta in tribunale: nel giorno delle lauree di Harvard, l’ateneo bersaglio numero uno della campagna della Casa Bianca contro l’indipendenza del sistema accademico, la giudice di Boston Allison Burroughs ha nuovamente bloccato l’ordine dell’amministrazione che avrebbe cancellato i visti degli studenti internazionali dell’ateneo. (dal Quotidiano Nazionale)

Non resta che votarsi alla magistratura americana ed alla sua relativa e scomposta indipendenza: un monito per quanti in Italia stanno tentando di imbrigliare i giudici condizionandone l’autonomia. Berlusconi lo faceva con più eleganza, ma comunque il gattone, che andava al lardo, ci lasciò lo zampino. La rozzezza dei governanti attuali lascia ben sperare anche se picchia oggi picchia domani…

 

 

 

 

Una maschera che smaschera il governo

Quando a mio padre rimproveravano di essere esageratamente suscettibile di fronte a certe espressioni, era solito affermare convintamente: «L’ è al tón ch’a fà la muzica…».

È stata licenziata la maschera della Scala che lo scorso 4 maggio, all’ingresso della premier Giorgia Meloni in teatro, ha urlato «Palestina Libera». Lo denuncia il Cub del Piermarini. «È arrivato il verdetto ghigliottina della direzione nei confronti della giovane donna del personale di sala che dalla prima galleria ha urlato “Palestina libera” prima del concerto del 4 maggio, all’ingresso di Giorgia Meloni in palco reale», informa il sindacato scaligero. «Evidentemente per la direzione la giovane ha detto qualcosa da punire severamente – aggiungono -. Nel provvedimento di licenziamento, firmato dal sovrintendente Fortunato Ortombina, viene sottolineato che ha tradito la fiducia disobbedendo a ordini di servizio ma a noi vien da dire che lei ha dato retta alla sua coscienza. L’obbedienza non è più una virtù, così come scrisse Don Milani». (da lastampa.it)

Questa è una stonatura fotonica che fa musica antidemocratica, antisindacale, “antipacifica”: un’autentica cazzata di regime! Viene alla mente Arturo Toscanini quando si rifiutò di eseguire l’inno fascista “Giovinezza” a Bologna nel 1931. Per questo motivo, fu aggredito e picchiato da fascisti. Questo evento contribuì alla sua decisione di lasciare l’Italia e andare in esilio.

Ma cosa sta diventando questo Paese in cui si licenziano le persone per non dispiacere alla premier? Probabilmente la Cocomeri non sarà nemmeno stata informata di questo insulso provvedimento, ma non bisogna darle fastidio. Siamo a questo punto?

Un semplice gesto di protesta costa il posto di lavoro? Si rende conto il sovrintendente alla Scala di avere commesso un gravissimo atto contro la democrazia? Se ha verso la musica lo stesso rispetto che dimostra di avere verso i diritti dei lavoratori, povera Scala…

D’altra parte forse bisogna ringraziarlo perché ha contribuito a scoprire un “altarone” della nostra attuale politica estera: siamo schiacciati su Israele al punto che chi osa reclamare i diritti dei palestinesi perde il posto di lavoro e quindi, se due più due fa quattro, ciò significa che Giorgia Meloni è culo e camicia con Israele e vuol essere la più filo-israeliana di tutti.

Non so come finirà la causa contro il licenziamento totalmente ingiustificato, so come sta finendo la democrazia in Italia: una gara alla piaggeria nei confronti di un governo che di democratico ha solo una lontana parvenza. L’aria che tira è viziata e faccio fatica a respirare…

L’uovo razzista e la gallina populista

Invitato per domattina al Quirinale dal presidente della Repubblica Mattarella, il capo della Polizia, Vittorio Pisani, per riconfermare la stima e la fiducia dello Stato nelle Forze dell’ordine, “la cui azione si ispira allo spirito democratico e ai valori della Costituzione”, come si legge in un comunicato della Presidenza della Repubblica a seguito del Rapporto del Consiglio d’Europa che solleva dubbi su ipotesi di razzismo nell’operato delle forze dell’ordine italiane.

Il Consiglio d’Europa, nell’ultimo rapporto annuale della sua Commissione contro Intolleranza e Razzismo, presentato oggi a Bruxelles, ha raccomandato all’Italia uno studio sulla profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine. Il documento rileva tuttavia la presenza del fenomeno della profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine in diversi Paesi europei – e dunque non solo in Italia. Come ha riferito il presidente della Commissione del Consiglio d’Europa Bertil Cottier, la raccomandazione indirizzata all’Italia e al governo di Roma è stata quella di condurre uno studio indipendente sulla profilazione razziale per valutare la situazione reale. Il fenomeno sarebbe in aumento in molti Paesi europei, si legge nel rapporto, in particolare in Francia e in Italia.

“Agenti di polizia fermano le persone basandosi sul colore della loro pelle, o sulla loro presunta identità o religione violando così i valori europei” ha aggiunto Tena Simonovic Einwalter, vicepresidente della Commissione intolleranza e razzismo. Sempre secondo Einwalter, si sarebbero osservati miglioramenti ad esempio nelle forze di polizia britanniche grazie all’adozione di misure come una più accurata raccolta dati e l’utilizzo di bodycam da parte degli agenti di polizia.

La Commissione ritiene che “i governi e i vertici delle forze dell’ordine debbano intraprendere azioni risolute, volte a prevenire e contrastare efficacemente il profiling razziale, incluso il riconoscerlo come una forma specifica di discriminazione razziale e come potenzialmente indicativo di razzismo istituzionale all’interno delle forze dell’ordine”. (Rai News.it)

Non mi stupisce, non mi scandalizza e non mi offende questo invito del Consiglio d’Europa: mi preoccupa. Vado a prestito da Gioacchino Rossini Parafrasando la sua “calunnia”.

“Il razzismo è un venticello, un’auretta assai gentile che insensibile, sottile, leggermente, dolcemente, incomincia a sussurrar. Piano, piano, terra terra, sottovoce, sibilando, va scorrendo, va ronzando nelle orecchie della gente s’introduce destramente, e le teste ed i cervelli fa stordire e fa gonfiar”.

La polizia svolge un compito molto importante e delicato e viene indubbiamente a contatto con persone di tutte le razze che vivono spesso borderline: è normale che possa riscontrare comportamenti scorretti in soggetti provenienti da altri Paesi in gravi difficoltà di inserimento e integrazione e quindi in pericolo di cadere in fenomeni delinquenziali. La tentazione di generalizzare e di intervenire col pugno particolarmente duro è sicuramente dietro l’angolo. Aggiungiamo pure che la Polizia non è un organo estraneo alla società e quindi risente di tutte le pulsioni sociali, anche le più sbagliate come la discriminazione razziale.

La preoccupazione di difendere l’ordine pubblico può portare ad estremizzare, schematizzare e fuorviare il concetto stesso di sicurezza del quale si sta facendo un uso politico strumentale per scaricare tutti i problemi addosso ai comportamenti anche solo potenzialmente trasgressivi.

Il clima di ostilità preconcetta che sta dilagando nei confronti degli immigrati, pregiudizialmente criminalizzati, influisce sicuramente sul comportamento delle forze di polizia. Bisogna affrontare il fenomeno migratorio in termini positivi: non è facile, ma è eticamente imprescindibile, socialmente indispensabile e politicamente utile.

In questo contesto va studiato e controllato l’operato della polizia, senza il pregiudizio dell’intoccabilità e senza squalifiche sommarie. Giusto quindi, come sta facendo il Presidente della Repubblica, partire dalla stima e dalla fiducia dello Stato nelle Forze dell’ordine, la cui azione si dovrebbe ispirare allo spirito democratico e ai valori della Costituzione. Dopo di che occorre la massima attenzione per verificare che la realtà corrisponda sempre e comunque a questa virtuosa ed irrinunciabile ispirazione. L’invito europeo non va rigettato sdegnosamente, ma accolto positivamente e corrisposto concretamente.

In cauda venenum: siamo sicuri che il retroterra culturale e la prassi politica della destra al potere nel nostro Paese non stiano comportando un clima sociale di intolleranza che può sfociare anche nella discriminazione razziale? Stiamo quindi bene attenti all’uovo razzista, ma anche alla gallina populista del pollaio europeo e mondiale.

 

Parlamento nel pallone e Consulta in superallenamento

È arrivata la sentenza della Corte Costituzionale sui casi di madri intenzionali che ricorrono alla Procreazione medicalmente assistita legittimamente praticata all’estero: possono riconoscere il proprio figlio nato in Italia. Il divieto per i giudici è incostituzionale.

 

La Corte Costituzionale oggi ha anche pubblicato un’altra sentenza, relativa al divieto per le donne single di ricorrere alla Pma in Italia: i giudici hanno stabilito che il divieto non “irragionevole”, ma hanno anche aggiunto che estendere questo diritto alle donne single che vogliono diventare madri in Italia tramite Pma non sarebbe incostituzionale.

 

Suicidio medicalmente assistito: la Corte conferma che il requisito del trattamento di sostegno vitale non è in contrasto con la Costituzione e rinnova i propri appelli al legislatore.
Non è costituzionalmente illegittimo subordinare la non punibilità dell’aiuto al suicidio al requisito che il paziente necessiti, secondo la valutazione medica, di un trattamento di sostegno vitale.

 

Penso di avere una mentalità molto aperta sulle problematiche etiche quali appunto la Procreazione medicalmente assistita e il suicidio medicalmente assistito, ma anche in materia di adozioni da parte delle coppie omosessuali e su tutte le questioni inerenti alle coppie di fatto. Chi mi legge e/o mi conosce me ne può dare ampiamente atto.

Non intendo entrare nel merito di questi temi, mi limito ad una considerazione politico-istituzionale. Mi sembra che l’inerzia parlamentare costringa in un certo senso la Corte Costituzionale a debordare, affrontando di necessità questioni che meriterebbero una seria regolamentazione legislativa.

Invece il Parlamento è teatro di scontri sul piano ideologico e non fa il proprio mestiere di legislatore, nonostante i frequenti inviti provenienti dalla Consulta. Capisco la difficoltà di legiferare in materie così delicate, ma lasciare aperto il campo non è eticamente e costituzionalmente accettabile.

Anche la confusione che ne deriva a livello di interventi regionali dimostra il vuoto legislativo che regna sovrano sulla pelle delle persone.

Quando una regione interviene si grida subito allo scandalo dell’invasione di spazi propri del Parlamento nazionale: invece di gridare sarebbe meglio studiare e lavorare sodo. In fin dei conti il compito del Parlamento è quello di varare buone leggi e non tanto quello di litigare sui massimi sistemi della politica.

Dall’alto della Presidenza della Repubblica e della Corte Costituzionale arrivano forti sollecitazioni a coprire le aree di competenza parlamentare; dal basso delle Regioni arrivano interventi (quasi) di supplenza.

Con licenza parlando, ad esempio, mi fa sorridere il voler contrapporre il diritto alle cure al diritto a chiudere la propria esistenza di malato terminale: una sorta di “paccaterapia” sulle gracili spalle di chi soffre in modo insopportabile.

Ho fatto solo un esempio per chiarire un concetto, quello della necessità di un legislatore che, rispettando i diritti e le volontà delle persone, individui le possibilità legali di scelte adeguate allo status di cittadino.

Non si dovrà quindi più, come disse in una stupenda battuta polemica Pier Luigi Bersani, accettare che a decidere della nostra vita e della nostra morte siano il senatore Gaetano Quagliariello e i politici in ordine sparso, preoccupati solo di compiacere i cattolici dotati di dogmatici paraocchi: infatti personalmente penso di avere il sacrosanto diritto a decidere in proprio, dal momento che la vita è stata donata a me ed io ne devo e ne dovrò rispondere. Ho fatto esperienze tali da convincermi che non solo il testamento biologico sia sacrosanto, ma anche la prospettiva di una seria legislazione in materia di eutanasia non sia da scartare a priori. Non è questione di egoismo o di mancanza di coraggio, ma si tratta di rispetto per la persona e per la sua volontà. Il Parlamento è obbligato costituzionalmente ad operare in tal senso.

 

Acid test per la destra troppo meloniana

Il pur piccolo test elettorale amministrativo del 25 e 26 maggio qualcosa ha indicato. La incontestabile affermazione del centro-sinistra, salvo clamorosi e improbabili rovesciamenti ai ballottaggi, evidenzia una timida ma significativa voglia di cambiamento rispetto all’aria che tira: forse la gente è stanca della stucchevole passerella meloniana e comincia a desiderare qualcosa di più e di meglio.

In secondo luogo probabilmente l’elettorato apprezza una certa semplificazione degli schieramenti politici: effettivamente non se ne può più dei contrasti all’interno del centro-destra così come di quelli nel centro-sinistra. La gente è pragmaticamente orientata su proposte politiche semplici, trasparenti e unificanti: di qui l’incoraggiamento al perseguimento di una certa unità nell’area progressista e il fastidio verso la vuota e litigiosa rincorsa a destra per vedere chi è più trumpiano di Trump, più cattolico del Papa e più euroscettico di Orban.

Mentre la conflittualità a sinistra ha una certa seppur striminzita base politico-culturale (pace, riarmo, Europa, etc.) anche se spesso brandita strumentalmente, a destra si intravede un contrasto di mero potere in quanto, strada facendo, gli accordi tendono a lasciare il posto alla populistica smania di prevalere nei consensi.

Probabilmente il debordante presenzialismo di Giorgia Meloni sta logorando la sua immagine troppo mediaticamente esposta: infatti tutti i troppi sono troppi… E la eccessiva personalizzazione sta esaurendo la sua efficacia e innescando una sorta di rigetto da parte dell’elettore medio rifugiatosi finora nell’astensionismo. Della serie “di questa nana megalomane non se ne può più!”.

Non so quindi se prevalga la critica verso una destra inqualificabile dall’autore invadente e prevaricante o se susciti qualche interesse una sinistra in cerca d’autore autorevole e dialogante.

Non so fino a qual punto comincino a farsi sentire anche le preoccupazioni per una situazione internazionale in cui il governo italiano fa molto fumo e pochissimo e bruciacchiato arrosto.

Forse qualcosa si sta muovendo: qualche cambiamento sta timidamente emergendo, l’astensionismo ha toccato il fondo, i votanti non sono ulteriormente calati, la prossima prova del voto referendario potrebbe fornire ulteriori segnali di novità. Speriamo!

 

Savio ma non Saviano

La copertina di Gomorra di Roberto Saviano come simbolo negativo, contrapposto all’immagine di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. È il messaggio diffuso sui social da Fratelli d’Italia nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci. Nella didascalia del post si legge: “Esempi da evitare, esempi da emulare. Diffida di chi ha migliorato la propria vita speculando sulla criminalità. Prendi esempio da chi l’ha combattuta, pagando con la vita”. Senza nominare l’autore del libro, Saviano. (dal quotidiano “La Repubblica”)

Ha fatto un certo scalpore l’iniziativa mediatica di Fratelli d’Italia: è una vecchia consuetudine quella di squalificare chi si oppone alla criminalità considerandolo un mestierante che tutto sommato vive alle spalle della criminalità stessa.

Roberto Saviano è da anni sotto scorta per la sua convinta e convincente opera di intellettuale impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata. In questa virtuosa battaglia non risparmia colpi ai governanti di turno che molto spesso direttamente o indirettamente offrono spazi di manovra alle mafie di vario tipo.

Molti pensano che le più delinquenziali realtà non dovrebbero essere descritte e approfondite in quanto questa opera di verità finirebbe col diventare una distruttiva cassa di risonanza anziché una istruttiva denuncia. È il vecchio discorso de “i panni sporchi si lavano in famiglia”: significa che è meglio non rendere pubblici i problemi e le questioni delicate.  Questa prassi si attaglia perfettamente al discorso e alla mentalità mafiosi: della serie “la mafia non esiste”.

I morti di mafia possono “parlare”, i vivi è meglio che se ne stiano zitti. Così facendo virtualizziamo il problema, lo decantiamo e ce ne laviamo le mani. Le voci scomode vanno squalificate e tacitate. Lasciamo fare gli organi dello Stato, a loro compete difenderci dalla delinquenza, che però parte dalle coscienze individuali e collettive. Se manca una forte presa di coscienza non si va da nessuna parte. E qui sta la preziosa opera di chi studia e spiega i fenomeni mafiosi, di chi si impegna a promuovere iniziative concrete a livello di società civile.

È clamoroso che un partito politico come Fratelli d’Italia si faccia risucchiare nella logica sostanzialmente negazionista dei fenomeni mafiosi. Ancor più grave il fatto che questo partito stia ricoprendo responsabilità di governo. Se possibile, ancor più inaccettabile che questa formazione politica sia capeggiata dalla premier.

Non si tratta di un infortunio mediatico, ma di un tentativo maldestro di evitare l’individuazione delle responsabilità precise in chi governa: troppe infatti sono le linee governative, dai pubblici appalti alla sanità, che strizzano subdolamente l’occhio a chi vuole approfittare in senso delinquenziale di spazi finanziari aperti all’intromissione delle mafie.

Meglio allora limitarsi ad incensare i martiri e non preoccuparsi di fare giustizia a valle e ancor più di cambiare a monte i meccanismi socio-culturali nonché di smascherare le assenze, le connivenze e le omertà della politica.