I ripescati di ferro

I dati elettorali evidenziano una sfilza di candidati trombati e…ripescati: sono stati cioè bocciati dagli elettori a livello di sistema maggioritario nei collegi uninominali, ma, siccome erano inseriti in pole position anche nel sistema proporzionale, vale a dire nei collegi plurinominali su liste bloccate, si sono salvati in corner e andranno in Parlamento, alla faccia di chi pontificava sul garantire la possibilità di scelta agli elettori. Si tratta di una ventina di candidati, personaggi politici di primo piano soprattutto del Pd, ma anche di LeU, del centro-destra e persino del M5S. Sarebbe interessante scorrerne l’elenco, non è mia abitudine tuttavia sparare a casaccio, ma, come si vedrà, intendo solo fare un certo ragionamento. I partiti hanno offerto ad alcuni loro esponenti una sorta di scialuppa di salvataggio (non mi si racconti che le pluricandidature volevano catturare consensi): un meccanismo che, seppure in modo diverso, è sempre esistito ed è sempre stato praticato a copertura del rischio personale di bocciatura da parte dell’elettorato.

Non mi scandalizzo più di tanto di questi giochetti e di questa rete protettiva concessa dai partiti a loro dirigenti ritenuti meritevoli di elezione a prescindere dai voti raccolti dalla gente: un tempo le preferenze erano l’antidoto rispetto a questi meccanismi partitocratici, ma nel tempo si scoprì che la cura era peggiore della malattia. Le preferenze innescavano infatti gare truccate, accordi opachi, mercanteggiamenti vari e brogli elettorali: la loro eliminazione, tramite un referendum, diede la stura al discorso del cambiamento del sistema politico. Poi ci si è accorti che togliere la preferenza voleva dire dare troppo potere ai partiti che potevano scegliere l’ordine di precedenza delle candidature nel chiuso delle loro stanze. Tutti questi discorsi cominciano e finiscono nel gran busillis della legge elettorale e dei suoi meccanismi più o meno democratici. Negli ultimi anni ha costituito uno degli argomenti principali di discussione, legato alle riforme istituzionali, al rispetto della legittimità costituzionale, alle garanzie di rappresentanza, governabilità e stabilità.

Tra i bocciati a livello di uninominale c’è un mio caro amico, Giorgio Pagliari, candidato per il Pd nel collegio Parma 7, che comprendeva anche il territorio reggiano. Una sconfitta imprevista e, per certi versi, inspiegabile. Al di là del suo inevitabile coinvolgimento nella debacle del partito anche nei territori considerati un tempo vere e proprie roccaforti della sinistra, la ragione credo stia tutta nel fatto che il senatore Pagliari, giustamente, ha lavorato molto e si è fatto intervistare poco. I suoi numeri in Parlamento parlano chiaro: 95,4% di presenze, 21 disegni di legge presentati come primo firmatario, 138 interrogazioni, 464 emendamenti proposti sempre come primo firmatario. Pagliari ha fatto cioè in modo egregio il suo dovere, quello che gli richiedeva la Costituzione, vale a dire impegnarsi soprattutto nella funzione legislativa propria del Parlamento. Secondo l’ultimo rapporto OpenPolis è stato il parlamentare più produttivo della scorsa legislatura, tra Camera e Senato. Una pagella invidiabile, ma non gli è bastata. In questo paese di merda (scusate, ma quando ci vuole…) che valgono sono le chiacchiere, le stronzate sparate alla viva il parroco, la ossessiva cura della propria immagine, la risonanza mediatica, le balle, la scorrettezza verbale nei confronti di avversari e amici, le sgomitate, le leccate di piedi a tizio e caio e l’opportunismo.

Mi si dirà che sto spezzando una lancia a favore di un mio amico. A parte il fatto che lo faccio a elezioni (mal) celebrate, l’amicizia mi impone di dare a Pagliari quel che è di Pagliari. A lui sono mancate le precondizioni (negative) di cui sopra e la sua rigorosa e sdegnosa lontananza dai giochi della politica politicante, gli ha impedito paradossalmente la sacrosanta rielezione e financo il ripescaggio ai tempi supplementari. Il miglior parlamentare italiano bocciato dall’elettorato e trattato malissimo dal suo partito: per lui niente doppia candidatura e niente ripescaggio, la rete protettiva era bucata. Per Pagliari esistono dei precedenti, forse ancor più clamorosi: nel 2012 gli venne negata dal Pd la candidatura a sindaco di Parma, ritenuta da tutti una scelta imprescindibile, valida e vincente; e fu una catastrofe elettorale ed amministrativa per la nostra città. Allora segretario nazionale del Pd era Bersani (oggi un ripescato di LeU). A gestire le candidature politiche di quest’anno è stato Matteo Renzi. Ebbene, per Pagliari non è cambiato molto.  Un comune amico sacerdote di lui ha sempre detto: “è troppo bravo per essere vincente”.

Poi stiamo a chiederci perché i partiti hanno perso il contatto con i cittadini, perché la sinistra è in crisi, perché stravincono i grillini, perché ritorna a galla Berlusconi, perché gongola Salvini. Bisogna però anche avere il coraggio di rispondere che, oltre il sistema politico balordo, abbiamo un corpo elettorale che vota con la pancia (piena o vuota che sia) e, in molti casi, col paraocchi mediatico o social come dir si voglia.

 

Dalle stelle del sistema alle stalle dell’anti-sistema

Non ho saputo resistere e mi sono lasciato coinvolgere dalle maratone televisive del post-voto, durante le quali ho visto personaggi perdenti di grande spessore etico, culturale politico, come Piero Fassino, subissati dal vuoto e arrogante clamore dei vincenti, grillini e leghisti. Mi sono chiesto cosa stia capitando in Italia e confesso di avere la tentazione di voltarmi dall’altra parte, considerata la mia anzianità, il mio impegno conseguentemente ridimensionato, il mio legame con un passato fulgido della politica, il mio ormai scarso interesse diretto nelle questioni politiche del paese: largo ai giovani mi sono detto, stiamo a vedere quel che succede, lasciamo fare e lasciamo passare.

Non riesco però a chiudermi in uno splendido isolamento culturale, forse non è nemmeno giusto e allora ho pensato di prendere la rincorsa dal passato remoto per arrivare a interpretare il presente e guardare al futuro. Parto con tanta nostalgia dai fitti e vivaci dialoghi che, alla fine degli anni ottanta del secolo scorso, intessevo con un indimenticabile amico, un anziano comunista tutto d’un pezzo, col quale avevo collaborato a livello di base seppure da opposte sponde. Capivamo come la politica si stesse allontanando dalle ideologie, ma anche dai valori e dalle idee, che erano state il collante dell’anti-fascismo, della Repubblica nata dalla resistenza, dei rapporti politici impostati a livello alto sulla scia del patto costituzionale. Registravamo, con una certa apprensione, come la politica si stesse incamminando sulla strada del confronto pragmatico sui programmi di governo, lontano dalle tensioni ideali e dagli ancoraggi valoriali, dopo un compromesso storico interrotto prematuramente dalla morte di Aldo Moro e dopo la degenerazione craxiana. Eravamo rassegnati.

Poi arrivò tangentopoli che mise in crisi il sistema partitico, ma il berlusconismo, il leghismo padano e il revisionismo post-fascista riuscirono a riciclare in qualche modo questo sistema: si formarono nuovi partiti in un certo rimescolamento di carte, sparirono i partiti tradizionali ed emersero nuovi schieramenti. Si aprì un periodo di oltre un ventennio di alternanza destra-sinistra, che avrebbe potuto finalmente incarnare quel pragmatismo governativo della politica da me tanto temuto, sommerso purtroppo dall’anomalia berlusconiana, dalle difficoltà economiche e dai cambiamenti epocali a livello europeo e mondiale. Arrivo rapidamente e semplicisticamente ai giorni nostri in cui in un certo senso si è tornati indietro, ma nel peggiore dei modi, non per riscoprire ideali e valori, ma per impostare una sbrigativa crociata anti-sistema, capace di accarezzare la pancia alle spinte ed ansie di un paese cambiato, che non riesce a coniugare con la realtà dei fatti i capisaldi dell’età moderna: europeismo, globalizzazione e immigrazione. Un ritorno di fiamma del nazionalismo, del protezionismo, della protesta fine a se stessa, del populismo: tutti i connotati di un paese irriconoscibile e mutato, interpretato dalle forze che sono risultate vincenti alle ultime elezioni, il M5S e la Lega. Non so se si tratti di una svolta epocale, ma certamente qualcosa di importante è successo.

Matteo Renzi aveva capito l’esigenza di impostare una forte riforma del sistema politico-istituzionale e vi si è buttato anima e corpo: purtroppo non è stato capito e il sistema è finito in pasto alle derive protestatarie del rinnovato leghismo e dell’improvvisato grillismo.   I cambiamenti nel sistema, obiettivamente bisognoso di profonde riforme, rimangono a livello epidermico, ma incontrano il favore degli arrabbiati e danno risposta al malcontento generale (soprattutto dei cittadini del sud, dei giovani e di quanti si sentono insicuri). Si resta sulle parole, si vota sui proclami, si trascurano completamente i comportamenti governativi: tutti stupidi e tutti ladri.

Prima o poi dalle parole si dovrà pur passare ai fatti, trascorrerà forse molto tempo e intanto non si capisce cosa possa capitare. Questa spinta antisistema non è solo italiana, ma americana (Trump) ed europea. Negli altri paesi europei però i partiti tradizionali, pur essendo in grave crisi a livello di consenso, per ora riescono a contenere questa spinta. In Italia la debacle del partito democratico mette in seria difficoltà il sistema al limite della sua tenuta. Probabilmente a questo partito, uscito malconcio dal turno elettorale, si porrà il problema se allungare una mano sistemica agli anti-sistema o se lasciare che la situazione marcisca nella ingovernabilità e nella confusione politica e parlamentare. Non basteranno la saggezza e l’abilità di Mattarella. Probabilmente ne dovremo vedere delle belle: siamo solo agli inizi.

Mattarella deve togliere il prete dalla merda

Ieri, giorno delle elezioni, scrivevo di tre tentazioni in cui i cittadini italiani potevano cadere. Hanno evitato la prima, quella dell’astensionismo, nonostante le solite complicazioni ed inefficienze ai seggi elettorali: le file ai seggi, dovute ai ritardi nelle operazioni di voto, erano comunque un’immagine eloquente della volontà degli italiani di partecipare alla consultazione.

Sono però caduti clamorosamente nella seconda, vale a dire nella sindrome del marito che per fare dispetto alla moglie…Ebbene, ha vinto l’antipolitica, la protesta anti-sistema con l’affermazione quantitativamente notevole del movimento cinque stelle, il primo partito, cui deve essere aggiunto il risultato della Lega, che diventa il terzo partito e, superando l’alleato di Forza Italia, conquista la guida del centro-destra.

Anche la terza tentazione, quella delle ricette scadute o delle ministre scaldate, ha colto gli italiani, che hanno ripiegato sul centro-destra, la coalizione premiata complessivamente da ben oltre un terzo dell’elettorato.

Il centro-sinistra esce fortemente punito: il suo modo di governare non è piaciuto, i risultati del suo governo non sono stati percepiti, le sue divisioni interne lo hanno indebolito, anche se il risultato degli scissionisti di “Liberi e uguali” è vergognosamente insignificante.

È successo però anche quanto si temeva da tempo, vale a dire che la composizione numerica delle due Camere non lascia spazio a precise e coerenti maggioranze di governo con il rischio dell’instabilità dietro l’angolo. Questo spauracchio, sventolato con fastidiosa insistenza in faccia agli italiani, non ha avuto l’effetto desiderato, anzi ha convinto gli elettori a rischiare, a buttare, come si suol dire, “il prete nella merda”, fregandosene altamente e irrazionalmente della continuità, della governabilità, della stabilità.

È già cominciato, di conseguenza, il toto-maggioranza. I grillini, che si ergono ad asse fondamentale del Parlamento e lasciano intendere di voler giocare, seppure presuntuosamente e con la puzza elettorale sotto al naso, il ruolo di playmaker, vorranno strizzare l’occhio programmatico a qualcuno? E chi starà al loro gioco? La Lega, molto rafforzata, forse sarà indotta a considerare con un certo interesse l’ipotesi di un governo anti-sistema, dialogando con il M5S e lasciando al loro destino i cannibalizzati alleati di un centro-destra duro a morire, ma politicamente spiazzato e schiacciato sull’estremismo populista? Il centro-sinistra, messo sgarbatamente dietro la lavagna, cercherà il bagno rigeneratore dell’opposizione o valuterà qualche possibilità di accordo transitorio con parte del centro-destra o addirittura una parziale intesa programmatica con i grillini liberati dal peso dell’ormai superata strategia del “vaffa”?

Domande che sono girate, in modo deviante, anche durante la campagna elettorale e che ora si fanno ancor più insistenti alla luce dei risultati delle urne. Il quesito di fondo è: riuscirà l’antipolitica a dismettere, seppure parzialmente, i suoi panni per rivestire quelli della nuova politica? La protesta potrà diventare proposta? Tutto sommato gli italiani hanno pensato che questo possa avvenire: li credo meno sprovveduti e più intelligenti di quanto si possa pensare. Hanno votato, si sono espressi in modo numericamente chiaro anche se politicamente equivoco e pericoloso. Dovrà essere il presidente della Repubblica a verificare se possa succedere questo mezzo miracolo o se invece il sistema politico, come è successo in altri paesi europei, ultima la Germania, abbia ancora gli anticorpi per resistere al virus populista, che sembra aver compromesso le difese dei cittadini italiani. Non lo invidio, ma gli auguro, di cuore, un buon lavoro.

Un voto costituzionale a rischio astensione

Ci siamo. La parola andrà finalmente alle urne. Dico “finalmente” non tanto perché nutra un’incommensurabile fiducia nel voto degli italiani, ma perché termina una deprimente kermesse elettorale. Le tentazioni possono essere diverse e bisogna vincerle con ragionamenti democraticamente seri. Innanzitutto l’impulso all’astensione: il diritto di voto è stato conquistato a caro prezzo con la vita e il sangue di tanti nostri connazionali, astenersi sarebbe un insulto alle loro battaglie democratiche, sarebbe un affronto alla storia del nostro paese e del mondo intero. Bisogna ammettere però che a questa consultazione elettorale si è arrivati nel peggiore dei modi e dei tempi: con una legge elettorale che quasi tutti hanno votato, ma che tutti giudicano inadeguata; dopo un affrettato scioglimento delle Camere, le quali avrebbero potuto e dovuto lavorare ancora almeno un paio di mesi per vuotare i loro cassetti; in piena stagione invernale con evidenti rischi e difficoltà di condizioni atmosferiche avverse soprattutto per certi territori e per certe persone; a conclusione di una campagna elettorale che sembrava fatta apposta per incoraggiare i cittadini a starsene a casa. Anche il presidente Mattarella, che stimo immensamente, ha le sue responsabilità: si è lasciato condizionare troppo dalla smania elettoralistica dei partiti, non ha saputo “costringere” il Parlamento a lavorare ancora smaltendo provvedimenti legislativi importanti, rinviati a chissà quando, non ha valutato che il nostro Paese non comincia e non finisce in piazza del Quirinale, ma comprende vaste aree montane e territori segnati da eventi disastrosi, che l’elettorato attivo è formato anche (e soprattutto) da persone anziane, cagionevoli in salute, e che quindi un voto invernale avrebbe potuto mettere a dura prova i cittadini. Se qualcuno aveva una mezza intenzione di astenersi, la neve e il gelo lo hanno convinto (e non mi si dica che non si potevano prevedere: all’inizio di marzo si è ancora in pieno inverno e bisogna votare in primavera avanzata per prevenire i rischi del cattivo andamento stagionale).

Poi arriva la tentazione di votare con lo spirito di quel marito che, con licenza parlando, si taglia i coglioni per fare dispetto alla moglie: nel caso sarebbe meglio dire “votare i coglioni” per fare dispetto alla politica. Non ho capito cosa significhi l’antipolitica, sarebbe come vivere in una famiglia ripromettendosi di distruggerla. Diffido totalmente di coloro che, come diceva mio padre, “all’ostaria con un pcon ad gess in sima la tavla i metton a post tutt; po set ve a vedor a ca’ sova i n’en gnan bon ed fär un o con un bicer…”.

Siamo alla tentazione di insistere con le ricette scadute. Il giorno dopo il trionfo elettorale del 1994, l’Economist, se non erro, uscì con un titolone a tutta prima pagina: “Burlesconi!”. La tentazione dell’autoburla, ridando fiducia a chi ha dato pessima prova di sé a tutti i livelli: “Arridateci er puzzone”, magari in salsa verde e/o in un piatto tricolore.

Il voto deve essere ragionato, non si può votare d’impulso. E allora ci sono due approcci pragmatici, ugualmente validi, uno in negativo ed uno in positivo: scegliere il meno peggio oppure sforzarsi di capire che la politica è mediazione e occorre quindi testare il proprio voto, abbandonando il ginepraio di promesse impossibili e attaccandosi al poco o tanto emergente dalla prova dei fatti.

Ci sarebbe un altro metodo, che peraltro non è assolutamente in contrasto col bagno di concretezza: votare sulla base, non tanto delle ideologie superate, ma dei valori di fondo del vivere civile e democratico, come vuole la nostra Costituzione. Non sarebbe male: invece di ascoltare gli appelli elettorali, che nell’imminenza del voto raggiungono il massimo della loro sfacciata demagogia o della loro opportunistica e finta moderazione, rileggere la Carta costituzionale. Lo dovremmo fare spesso, a maggior ragione prima di recarci alle urne.

Matteo Salvini, durante un comizio, ha giurato sul Vangelo. Evidentemente non l’ha mai letto, altrimenti saprebbe che in materia di giuramenti Gesù afferma: «Ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la citta del gran re: non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno».

Il mio grande amico don Luciano Scaccaglia, quando battezzava un bambino, metteva sull’altare il Vangelo e la Costituzione, risolvendo alla grande il rapporto tra scelta religiosa e scelta politica. Lasciamoci guidare dalla Costituzione: in essa sono contenuti tutti i sì ed i no. Meditiamola un attimo e poi…andiamo a votare.

 

 

 

04/03/2018

Domenica 4 Marzo 2018

 

Esodo 20,1-17; Salmo 18; 1Corinti 1,22-25; Giovanni 2,13-25.


Riflessione personale

Con Gesù si passa dalla legge dei “no” a quella del “sì”: mentre infatti il decalogo si accontenta (si fa per dire) di inanellare una sfilza di divieti, il Vangelo sovverte l’ordine religioso cacciando i mercanti dal tempio. Nel tempio Gesù individua la sua vita e forse anche la nostra. Noi tendiamo a fare della nostra esistenza un vero e proprio mercato: lavoriamo per guadagnare un salario, facciamo regali per averne un contraccambio, ogni nostra azione, oserei dire ogni nostro respiro, ha un risvolto economico. La gratuità non esiste, nemmeno a livello squisitamente sentimentale. La distruzione del tempio e la sua ricostruzione in tre giorni sono una metafora della morte e risurrezione del Cristo, ma sono un invito pressante a distruggere la nostra mentalità sparagnina per sostituirla con una impostazione di vita basata sul dono gratuito e sulla condivisione.

Gesù sa quello che c’è in ogni uomo e quindi, pur rispettando la nostra libertà, ci propone un cambiamento radicale: dalla stoltezza del nostro egoismo dobbiamo passare a quella della Croce, perché in essa consiste la sapienza e la potenza di Dio. Mi sento molto lontano da questa logica autenticamente cristiana, fino al decalogo ci posso arrivare e su di esso rischio di inaridirmi; anche la Chiesa nei suoi duemila anni di vita si è intestardita a parafrasare pappagallescamente i dieci comandamenti e non si è accorta che nel tempio succedeva di tutto e, ancor peggio, che il tempio diventava un mercato. Non voglio scaricare le mie colpe sulla Chiesa. A volte mi lamento del dogmatismo, del ridurre la religione a un insieme di regole: mi sembra giusto. Ma andare oltre le regole è molto impegnativo, perché vuol dire passione, morte e risurrezione: i tre giorni lunghissimi del nostro cambiamento radicale.

03/03/2018

Letture bibliche nella liturgia del giorno

 

Michea 7,14-15.18-20; Salmo 102; Luca 15,1-3.11-32.

 

Riflessione personale

 

La parabola del “padre misericordioso” (tradizionalmente detta del “figliol prodigo”) mi concede due consolazioni. La prima è molto umana e istintiva: non penso di assomigliare all’antipatico e presuntuoso figlio maggiore. Non ho velleità di primazia, né mi arrabbio perché Dio è troppo buono (è tutto grasso che cola, anche e prima di tutto per me). La seconda è che mi sento rappresentato dal figlio minore, quello trasgressivo e ribelle. La mia preoccupazione è di approfittare troppo della comprensione del Padre, di fare una sorta di “viavai” tra la casa paterna e il lontano paese della dissolutezza, di costringere il Padre a fare una strage di vitelli grassi e magri (in fin dei conti che colpa ne hanno loro se io torno a casa pentito?).

Quante volte nella mia vita mi sono alzato e sono tornato da mio Padre per dirgli: “Ho peccato contro il cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio…”. E Lui finora non si è stancato di venirmi incontro, di gettarmi le braccia al collo e di baciarmi. Non ho avuto fortunatamente fra i piedi fratelli rompicoglioni, che si sentano giusti e puntino il dito contro di me. Il timore è di non riuscire più a trovare la strada di casa e di rimanere un porco tra i porci.

Quando in confessione recito “Propongo col tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato”, mi sento, con licenza parlando, una merda; cerco di sillabare queste parole per imprimermele nel cervello e nel cuore. Ma quanta paura di ricadere e di allontanarmi da casa, a volte per insana abitudine al peccato e al perdono.

Mio padre, quello terreno, quando osservava un ragazzo che si comportava male in libera uscita, auspicava un intervento paterno di questo tipo: «Vè, bélo, ven a fär al stuppid in ca». Che Dio mi conceda la grazia di fare lo stupido in casa, per essere almeno più vicino a Lui quando e se mi vorrà perdonare.c

Ironia sul filo di lana e…del rasoio

Beppe Grillo non manda più nessuno affanculo (“Forse è finita l’epoca del vaffa” dice in extremis); Silvio Berlusconi spende e spande il volto presentabile del centro-destra (candida ufficialmente a premier l’europeista Antonio Tajani, a nome di Fi, ma si legge in filigrana che, pur digrignando i denti, anche Salvini chinerebbe la testa); Matteo Renzi si dice pronto a sostenere ogni autorevole candidato di espressione PD (un chiaro endorsement finale al gettonatissimo Paolo Gentiloni).

In coda alla campagna elettorale non ci sarebbe quindi il veleno, ma lo zucchero della moderazione politica e personale. In questa svolta c’è sicuramente del tatticismo, anche piuttosto smaccato, ma forse anche un pizzico di ragionevolezza, che non guasta mai. E l’elettorato come reagirà? Potrebbe succedere come avvenne qualche volta ai soldati che continuavano a combattere perché non avevano percepito la tregua intervenuta: i grillini potrebbero continuare imperterriti a mandare tutti affanculo, i leghisti a puntare sulla rivoluzione salviniana, i Fratelli d’Italia a farsi spaventare per il caos che scoppierebbe se non vincesse il centro-destra, i renziani a tifare per il loro leader considerandolo un uomo solo al comando e trascurando il fatto che sta emergendo, a detta di molti, il candidato della continuità europeista e sviluppista.

In effetti la gente potrebbe sentirsi presa per i fondelli: dopo essere stata fortemente aizzata, vede svanire la vis polemica, unico elemento di una campagna elettorale giocata sulla violenza aculturale e apolitica. Qualcuno, deluso da questa comica finale, finirà con l’ingrossare le fila degli astensionisti: tutti i protagonisti elettorali si sono probabilmente accorti di avere esagerato ed in extremis buttano qualche secchiata di acqua gelida per smorzare i bollenti spiriti di un’insopportabile campagna elettorale. Dai brividi di caldo ai brividi di freddo in un capovolgimento dei sintomi di una grave febbre politica.

Se a Luigi Di Maio togliamo le gag polemiche da avanspettacolo di Beppe Grillo, cosa rimane? L’ignoranza e la presunzione di un ragazzino capitato per caso in Parlamento, che ha cominciato a giocare ed è diventato un giochino-dipendente al punto da puntare tutto alla roulette elettorale. Se al centro-destra togliamo le farneticanti promesse di Matteo Salvini, cosa resta? La penosa e caricaturale riproposizione della minestra scaldata berlusconiana. Se al centro-sinistra togliamo l’esagerata, incontenibile e logorroica verve di Matteo Renzi, cosa rimane? La flemmatica e pigra immagine di una sinistra moderata nei toni e tiepida nei contenuti.

Mi sono preso la libertà di ironizzare su questa equivoca e tardiva conversione moderata. I politologi probabilmente la motiveranno con l’ansia della stabilità e della continuità di governo. Vado avanti trasformando l’ironia in sbracato sarcasmo. Vuoi vedere che stanno preparando il governissimo del compromesso astorico? Presidente del coniglio (è un lapsus freudiano): Paolo Gentiloni. Vice-presidente dell’inciucio: Antonio Tajani. Ministro dei casini in piazza: Matteo Salvini. Ministra delle buone intenzioni mondiali: Emma Bonino. Ministro della diseconomia: Luigi Di Maio.  Ministro della pseudo-cultura: Giorgia Meloni. Ministro del giustizialismo: Marco Travaglio. Etc. etc. A quel punto Sergio Mattarella si dimetterebbe e il nuovo pirlamento (altro lapsus freudiano), dopo avere introdotto l’elezione diretta del presidente della Repubblica, indirebbe la consultazione elettorale populista per la nomina del nuovo capo-dello Stato: due i candidati, Silvio Berlusconi opportunamente riabilitato, Beppe Grillo rubato definitivamente al mondo dello spettacolo. Oggi sono in vena di scherzare, domani farò la persona seria.

02/03/2018

Letture bibliche nella liturgia del giorno

 

Genesi 37,3-4.12-13a.17b-28; Salmo 104; Matteo 21,33-43.45-46.

 

Riflessione personale

 

Gesù non manca occasione per spiegare, in modo più o meno allegorico, il violento rifiuto a cui andrà incontro. Nel brano evangelico odierno si parla di un padrone (Dio) che pianta una vigna e la affida a dei vignaioli (il popolo eletto di Israele); poi manda i suoi servi (i profeti) a ritirare il raccolto e vengono uccisi dai vignaioli; fa un estremo tentativo e manda suo figlio (Gesù), ma uccidono anche lui dopo averlo cacciato fuori della vigna (fuori delle mura di Gerusalemme). A quel punto il padrone consegna la vigna ad altri vignaioli (i pagani).

Può essere tranquillamente considerata come l’allegoria della vita personale del cristiano infedele. A chi consegnerà la vigna questo paziente vignaiolo, dopo averle provate tutte? A quelli che nel nostro perbenismo consideriamo persone disprezzabili, peccatori incalliti, gentaglia da evitare accuratamente. “I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel Regno dei cieli”. Va bene, ma Gesù forse ha esagerato, voleva solo rendere l’idea, spaventarci, fare dei paradossi. Non credo! Voleva dire quel che ha detto. Andiamo quindi molto adagio a squalificare chi vive fuori dai nostri canoni.

Gesù, alla sua nascita, ha trovato accoglienza nei pastori, persone ritenute immonde, dei poco di buono, degli “sporcaccioni”, che vivevano da animali con gli animali a cui si univano persino sessualmente.  Alla fine tragica della sua vita, quando agonizzava sulla croce, trova solidarietà in un centurione romano, un nemico per antonomasia, e in un ladrone, uno squallido delinquente. E noi stiamo a sottilizzare, ci sentiamo a posto, migliori, perché pratichiamo il tempio, biascichiamo frettolosamente qualche preghiera, osserviamo le regole che abbiamo costruito a nostro uso e consumo. Buttiamo i nostri fratelli, i prediletti del Padre, nella cisterna e poi li vendiamo, li giudichiamo perduti, noi gli eredi (come successe a Giuseppe ad opera dei suoi fratelli), come successe a Gesù. Basti pensare all’idea che abbiamo del carcere e dei carcerati: hanno quel che meritano! Ne siamo proprio sicuri?

Gli “apericena” della crisi

Nel maggio del 2009 il finanziere americano Zachary Karabell (come riporta Federico Rampini nel suo libro “Le dieci cose che non saranno più le stesse”) lanciava questa domanda provocatoria sulle colonne del settimanale “Newsweek”: «Se siamo vicini a una Grande Depressione, perché tutti i bar che frequento a New York e Dallas sono pieni di giovanotti che prima della cena si scolano Martini-cocktail da 17 dollari l’uno?».

Nel gennaio del 2018 Ennio Mora, un semplice e modesto laureato in economia, lancia una domanda analoga e ugualmente provocatoria dal suo sito internet: «Se siamo in crisi e manca il lavoro soprattutto per i giovani, perché i bar di Parma (come penso delle altre città italiane) sono pieni di giovani alle prese con i cosiddetti “apericena”, che non so quanto costino, ma certamente non poco?».

Il discorso si potrebbe allargare agli ingorghi di traffico per i ponti delle festività natalizie, alle presenze negli alberghi e sugli impianti sciistici, alle città spopolate dall’esodo festaiolo, etc. etc.

Io li chiamo i “misteri della crisi”: da una parte si piange miseria e dall’altra si ostenta ricchezza. Forse che aveva ragione Berlusconi quando esorcizzava e giubilava le difficoltà economiche con  i ristoranti pieni in cui non si riesce neppure ad entrare?

Nella nostra società la crisi economica fortunatamente non si ripercuote immediatamente e tragicamente sulle persone, grazie alle protezioni sociali, grazie agli ammortizzatori pubblici e privati, grazie alle riserve accumulate negli anni positivi. Sul caso della spensieratezza dei giovani italiani influisce molto l’appoggio economico di genitori e nonni, i quali foraggiano i bamboccioni di turno (non so fino a quando…). Non è un caso che il presidente Mattarella nel suo saluto augurale per il 2018 abbia fatto un vero e proprio appello al senso di responsabilità dei giovani ed alla loro partecipazione al prossimo voto elettorale.

Temo che, al di là di tutto, il tasso di crescita e sviluppo della nostra società sia fortemente condizionato dal tasso di irresponsabilità di molta gente: la nostra società ha accumulato molti torti nei confronti delle nuove generazioni e probabilmente se li vuole far perdonare, consentendo ai giovani di vivacchiare bene (poco studio, molto divertimento, insensata spensieratezza) in attesa di tempi migliori.

Una seconda osservazione riguarda la stratificazione sociale in atto: si allarga sempre più la distanza tra i ceti abbienti, peraltro in calo numerico, ed i ceti più disagiati, peraltro in crescita numerica. La società nel suo modo di vivere viene tarata sui primi e i secondi sono probabilmente sempre più invisibilmente emarginati e affatto rappresentati.

Tornando ai giovani, tra i tanti errori commessi a livello educativo nei loro confronti, vi è sicuramente quello di non avere trasmesso il senso del dovere e del lavoro. Conversando con amici e parenti spesso mi ritrovo a criticare i nostri genitori per la severità con cui ci formarono: “non ci hanno lasciato godere la nostra giovinezza”, diciamo con un pizzico di rimpianto. In parte è vero, ma avevano ragione: la vita non è un divertimento, ma un impegno. È il concetto che a molti giovani odierni manca: chi lo chiama provocatoriamente bamboccionismo, chi lo definisce fuga dalla realtà, chi spera in una automatica e improvvisa maturazione intellettuale.

Mio padre aveva un suo modo di rapportarsi coi giovani, non era assolutamente implacabile nelle critiche verso di loro, ma non gliele risparmiava: intendeva ricondurli al senso di responsabilità, senza inutili accanimenti più o meno terapeutici. Di fronte a certe intemperanze giovanili, tipicamente maschili, non si scandalizzava, ma era solito commentare: «Quand al gh’arà la moróza, chil robi chi al ne j a fà pu…». Una bella fiducia nel ruolo della donna, alla faccia dei maschilismi di ieri e di oggi.

 

 

01/03/2018

Letture bibliche nella liturgia del giorno

 

Geremia 17,5-10; Salmo 1; Luca 16,19-31.

 

Riflessione personale

 

“Uno” è risuscitato dai morti, ma io non sono persuaso. Continuo imperterrito a banchettare lautamente davanti ai Lazzaro che giacciono alla mia porta. Il problema non sta tanto nella ricchezza in sé, ma nel fatto che ci ottunde la mente, ci fodera gli occhi e ci precipita nell’indifferenza. “Sono come un tamerisco nella steppa, quando viene il bene non lo vedo; dimoro in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere”.

Ma io in fin dei conti non sono ricco, sono solo un benestante e mi metto a posto la coscienza guardando i veri ricchi, coloro che hanno patrimoni colossali, i conti in banca che scoppiano. Ci sono due modalità per essere ricchi: avere il portafoglio pieno e il cuore vuoto. Certamente i due elementi si influenzano a vicenda, ma si può essere ricchi anche possedendo poco e tenendo quel poco tutto per sé. E oltretutto il possesso non riguarda soltanto il danaro, ma tutti i beni materiali e immateriali che ci sono stati donati. Si può essere ricchi della propria intelligenza, della propria cultura, del proprio prestigio, della propria posizione sociale, della propria salute, financo dei propri sentimenti.

Non mi accorgo di essere annoverabile nella categoria degli anonimi e indifferenti ricchi. Cosa aspetto per scrollarmi di dosso questo egoismo che mi attanaglia? Ho Mosè, i profeti di un tempo e quelli di oggi, ho soprattutto Gesù che è risuscitato dai morti…Nonostante ciò “confido nell’uomo, pongo nella carne il mio sostegno e il mio cuore si allontana dal Signore”. Non mi resta che sperare nei poveri Lazzaro, i quali, anziché starsene buoni alla mia porta, alzino la voce, si facciano sentire, mi provochino, mi tolgano la finta serenità, mi scuotano e mi salvino in nome di Dio.