Il suicidio è un fatto sconvolgente

Torno con la mente (lo faccio spesso) alla morte tragica di Bianca, una mia indimenticabile zia, rimasta vedova prematuramente, colpita da una malattia senza scampo, che la distrusse psicologicamente portandola alla disperazione ed al suicidio: lei così allegra e gioiosa, decise di farla finita, lasciando tutti nel comprensibile sgomento. Ricordo il dolore pieno di nostalgia di mia madre: si rimproverava di non esserle stata sufficientemente vicina, immaginava la scena del suicidio e della sofferenza precedente al gesto estremo, visse per parecchio tempo con un senso di vuoto attorno a sé e dentro di sé, si sforzava di consolare i nipoti rimasti attoniti e sconvolti dall’accaduto.

Il suicidio è una scelta che tocca sempre i nostri nervi scoperti, che ci mette sempre e profondamente in crisi, che ci pone drammaticamente davanti alla realtà nuda e cruda della nostra esistenza, alla responsabilità sulla nostra ed altrui vita. Quando poi a togliersi la vita è un personaggio pubblico, siamo costretti a rivedere tanti nostri schemi di giudizio. Succede a Parma in questi giorni in conseguenza del gesto estremo dell’ex rettore dell’Università di Parma, Loris Borghi.

Innanzitutto voglio vedere il fatto dal punto di vista umano e religioso. Pensare alla disperazione che avrà provato mi sconvolge. Probabilmente, dopo essere stato indagato e rinviato a giudizio per reati commessi nell’esercizio della sua pubblica ed importante funzione, innocente o colpevole che fosse (in queste vicende, anche in caso di colpevolezza, oltre tutto esiste quasi sempre un miscuglio di ingenuità, di omertà, di opportunismo, di favoritismo, di pressapochismo, in cui è difficilissimo colpire nel segno) era stato o si era sentito abbandonato da tutti. Non da Dio che lo avrà accolto con tanta dolcezza. Senza indagini, senza processo, senza incriminazioni, considerando solo il bene che avrà sicuramente fatto nella sua vita di uomo impegnato soprattutto nella professione medica, nell’insegnamento, nell’università. Guardo con grande rispetto alla scelta di una persona che decide di “farla finita”, non retrocedendo fariseicamente il gesto alla follia di un momento, ma considerandola in tutto il suo drammatico significato, anche religioso: un grido di ribellione al dolore che si fa insopportabile e che solo Dio può capire, dal momento che ha deciso di condividere fino in fondo la nostra sofferenza.

Sul piano etico dobbiamo imparare molte cose: a non giudicare (chi sono io per giudicare?), lasciandolo fare a chi di dovere, a non infierire quando una persona viene colta in fallo, a prendere il meglio dalle persone, a capire i drammi altrui, a pensarci bene prima di squalificare e rottamare, a distinguere fra giudizio politico e condanna, fra critica e dileggio, fra desiderio di fare pulizia e soddisfazione nel buttare tutto all’aria, fra giustizia vera e giustizia sommaria, fra diritto di cronaca, insinuazioni e diffamazioni, fra indagini e condanne, fra avvisi di reato e sentenze.

Il rispetto per la persona non vuol dire assolvere tutto e tutti, coprire la corruzione con una vernice buonista, ma nemmeno esaltarsi al tintinnar delle manette alla ricerca sbrigativa del capro espiatorio. Il marciume nella nostra società è molto presente e diffuso, deve essere scovato e combattuto seriamente, anche andando contro corrente quando necessita, a costo di rimetterci di persona. Ciò non vuol dire, prescindendo dalle vicende giudiziarie di Loris Borghi, dare superficialmente voce e credibilità a subdole ricostruzioni della (non) verità, cedere alla malignità che può condurre a confondere la denuncia delle vere manovre di palazzo con l’invenzione di manovre di palazzo, gettare fango a raffica, farsi prendere dall’ansia del “retroscenismo” a tutti i costi ed ancor meno dal puntiglio di vedere sempre, comunque e dovunque il lato sporco della situazione.

In conclusione cito un episodio (sempre senza fare parallelismi con la vicenda giudiziaria del professor Borghi), riportato da Mattia Feltri e ascoltato nella rassegna stampa di radio radicale, da cui risulta come un vecchio contadino abruzzese, padre di Ignazio Silone, abbia rimproverato aspramente il figlio bambino allorché rise di un cencioso detenuto, che veniva condotto in manette  dai carabinieri: gli disse che non doveva ridere innanzitutto perché quella persona in catene non poteva difendersi, in secondo luogo perché forse era innocente e da ultimo in quanto era un infelice che comunque meritava rispetto. Una mirabile lezione etica sulla differenza tra giustizialismo e giustizia, tra giustizia intesa come scrupolosa ricerca della verità e sbrigativa vendetta populista, tra diritto di cronaca e gogna mediatica, tra pena carceraria e rottamazione del condannato, tra privazione della libertà e tortura, tra detenzione e recupero del detenuto.

 

 

 

Attentato a Moro: una ferita inguaribile

Il 16 marzo 1978 la storia italiana prese una bruttissima piega che condiziona tuttora e condizionerà per sempre la nostra politica: finisce in quel triste giorno l’alta politica iniziata con la resistenza al fascismo e proseguita nel secondo dopoguerra con il patto costituzionale, con il progressivo allargamento dell’area governativa dal centro verso sinistra, con l’assorbimento parlamentare dei fermenti sociali, col dialogo tra cattolici e socialisti prima e comunisti poi. Ho citato quattro passaggi fondamentali della vita democratica del nostro Paese, di cui Aldo Moro è stato profeta, protagonista e vittima sacrificale.

La storia non si fa con i se, tuttavia se Moro non fosse stato rapito ed assassinato, non avremmo avuto il patto tra democristiani di retroguardia e socialisti dall’arrampicatura facile (è il Caf, il patto di potere fra Craxi, Andreotti e Forlani); il Craxismo non avrebbe conquistato la scena politica imprigionando la sinistra in un sinistro gioco di potere; la corruzione non sarebbe arrivata al punto da essere quasi istituzionalizzata trascinando la Repubblica nel gorgo dell’affarismo devastante; non ci sarebbe stato spazio per il berlusconismo e forse nemmeno per il leghismo e via discorrendo.

Perché? Moro aveva varato una strategia, di cui era l’indispensabile garante verso tutti, che puntava alla piena democratizzazione del PCI attraverso successive fasi di coinvolgimento a livello governativo, per arrivare all’alternanza tra le due forze democratiche fondamentali, quella cattolica e quella comunista, capaci di condividere i valori fondanti della nostra democrazia alla luce della Carta Costituzionale, ma in grado di interpretare diversi approcci governativi per una società in evoluzione. Di questa prospettiva strategica Moro era l’insostituibile pilastro: verso la DC ed il suo elettorato di cui intendeva mantenere l’unità e verso il partito comunista a cui voleva allungare in modo credibile e leale una mano di dialogo, condivisione, collaborazione e contrapposizione.

In vita aveva parecchi detrattori che tentavano di squalificarlo con le solite menate del politico ingarbugliato e logorroico, del governante ritardatario e perditempo, del personaggio opaco e fumoso. In realtà sapeva essere lungo nella visuale, paziente nell’ascolto e nel dialogo, complesso nelle analisi, deciso nei momenti topici, netto nei giudizi a costo di essere impietoso, scettico verso le sbrigative e semplicistiche generalizzazioni.

Non sapremo mai chi abbia veramente ispirato e realizzato l’attentato a Moro, certo chi lo fece aveva le idee chiare e intendeva interrompere irreversibilmente la suddetta strategia, che dava fastidio a molta gente a livello mondiale e nazionale: in molti avevano interesse a relegare la DC nella sterile bottega reazionaria e a confinare il PCI nella velleitaria piazza di pura lotta. Raggiunsero direttamente o indirettamente l’obiettivo e la storia prese un indirizzo diverso. Purtroppo il patrimonio fondamentale del cattolicesimo democratico e del comunismo dal volto umano non sono stati messi a frutto: ne sortì un bipolarismo assai imperfetto, che non ha retto alla prova dei fatti e che ci consegna ancor oggi un’Italia divisa e ingovernabile.

Ho un ricordo preciso del 16 marzo 1978: capii che stava succedendo qualcosa di grosso a cui bisognava rispondere rinserrando le fila, partendo dal tessuto civile del Paese, che rischiava una lacerazione profonda e inguaribile. A livello professionale avevo l’incarico di coordinare gli uffici che erogavano servizi amministrativi alle cooperative di ispirazione cristiana. Riunii, con il placet del direttore, tutti i colleghi e, se la memoria non mi tradisce, suggerii di reagire al terribile momento, partendo dal basso, dal lavoro, dallo svolgere al meglio la propria funzione, peraltro inserita in un mondo fortemente motivato dal punto di vista sociale ed economico. Nei momenti più difficili bisogna infatti aggrapparsi alle realtà forti, ai valori fondamentali: il lavoro è certamente questo. Era in gioco la democrazia e la democrazia si difende facendo innanzitutto ed onestamente il proprio dovere. Il resto è storia in cui fortunatamente non andò in crisi la democrazia che ne rimase tuttavia segnata indelebilmente: il cadavere di Moro, rannicchiato in quella Renault di colore rosso, mi dà ancora i brividi, mi commuove nel profondo della mia coscienza democratica e mi conferma nel senso politico che continua a caratterizzare la mia vita.

Salotti e cucine

Sono sinceramente stanco di ascoltare le superficiali analisi sociologiche sulla perdita di consensi della sinistra in tutto il mondo: in poche parole avrebbe rinunciato al proprio ruolo di interprete autentico dei bisogni popolari per rifugiarsi nella comoda e salottiera difesa dello status quo con qualche rigurgito di vitalità orientato solo al discorso dei diritti civili.

In effetti sono saltati molti schemi: quelli ideologici (comunismo e anticomunismo), quelli sociali (proletariato e borghesia), quelli pragmatici (i periodi di crisi alla sinistra che riesce ad imporre sacrifici, i periodi di crescita alla destra che consente gli affari), quelli religiosi (clericalismo e laicismo), quelli etici (onesti e corrotti), quelli culturali (intellighenzie sistemiche e intellettualismo organico), quelli economici (liberismo e statalismo), quelli internazionali (nazionalismo e mondialismo), quelli commerciali (protezionismo e libero mercato).

In mezzo a questo rimescolamento di carte l’elettore è confuso e tende a ripiegare su scelte contingenti, egoistiche e semplicistiche. Ha perso il senso della politica, aiutato peraltro dai fenomeni degenerativi della stessa: corruzione, affarismo, mediatizzazione. Fatica a trovare risposte complessive e strategiche: brancola nel buio e si accontenta pertanto di promesse immediate e roboanti.  Non ha tempo, voglia e strumenti per analizzare criticamente le proposte che gli arrivano e quindi sposa quelle apparentemente più risolutive, senza considerare che anche in politica “presto e bene stanno male insieme”. Le generazioni più attempate si creano le proprie opinioni sotto la guida televisiva (un finto pluralismo informativo fine a se stesso quando non prezzolato o pesantemente condizionato), le giovani generazioni giocano coi social e corrono a destra e manca senza valori di riferimento.

Il tutto avviene in un quadro globale o globalizzato, dove tutto sembra passare sulla testa delle persone che non riescono più a capire assetti e strutture e dove diventa spontaneo perdere la bussola dietro opachi equilibri internazionali, guerre continue, terrorismo dilagante, separatismi e nazionalismi risorgenti, disastri climatici. Dulcis in fundo la crisi economica che ha precarizzato il lavoro, automatizzato le produzioni, scombussolato le aziende e le loro localizzazioni, imposto sacrifici, divaricato ulteriormente la posizione di ricchi e poveri, creato il panico.

In questa situazione così complicata è normale che trovino udienza le forze politiche estremiste (quelle che propongono cambi sistemici) e populiste (quelle che strumentalizzano le pulsioni emotive della gente), mentre vanno in crisi i partiti tradizionali (i socialisti riformisti e simili nonché i liberal-conservatori). Il problema quindi non sta nella distrazione socialista, che guarda in alto anziché sporcarsi le mani in basso, ma nella difficoltà a recuperare il governo dei processi dando prospettive credibili alla gente. Non sarà un cammino in discesa e tanto meno breve: a livello mondiale si sta instaurando un regime, quello populista alla Trump, e per abbattere un regime occorre tempo, non si recupera il consenso in un batter d’occhi, cambiando frettolosamente le leadership e vendendo aria fritta (c’è già chi la vende a un prezzo imbattibile). Occorre che le persone ritornino a ragionare, riprendano il filo della politica da dove lo avevano abbandonato, tocchino con mano la debolezza del nuovo che non cambia nulla e ritornino ai valori fondanti e storici della democrazia rappresentativa (miglior sistema non esiste).

Per la sinistra non regge nemmeno l’illusione del recupero quasi ideologico: tornare ai vecchi schemi per mobilitare gli elettori di un tempo. I vecchi schemi sono saltati e gli elettori di un tempo chissà dove sono finiti. È la sciocca scorciatoia di libertà e uguaglianza (LeU), che non ha portato da nessuna parte, anzi ha creato ulteriore confusione e smarrimento. Non c’è quindi un problema di salotti da smantellare e di piazze da riempire, ma semmai di cucine da rimettere in funzione, di luoghi di dialogo da inventare, ossia di una mentalità da cambiare e di una politica da rifondare a livello di domanda e di offerta. Quando la mia famiglia si trasferì all’inizio degli anni sessanta del secolo scorso in una nuova abitazione, mio padre voleva prendersi qualche rivincita psicologica e annetteva importanza al salotto (stanza inesistente nelle abitazioni del tempo andato), mentre mia madre stava più coi piedi per terra e desiderava comunque una cucina comoda ed abitabile. Il tempo diede ragione a lei, perché la vita familiare si svolse soprattutto in quella stanza. Ma il problema non stava e non sta nella scelta della stanza: vale anche per l’appartamento della politica, senza illudersi che basti cambiare stanza per stare meglio. I sociologi si mettano il cuore in pace, occorre una nuova città, un nuovo quartiere, una nuova costruzione, una nuova abitazione.

 

Chi semina bullismo raccoglie ingovernabilità

Fra i tanti commenti, letti ed ascoltati, sui risultati elettorali, mi ha molto colpito e coinvolto quello, peraltro indiretto ma assai centrato, del cardinal Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura contenuto nell’incipit di un suo articolo pubblicato su Jesus, il mensile dei Paolini, e intitolato “Una virtù impolitica”. Non mi piace mischiare sacro e profano, ho una concezione indiscutibilmente laica della politica, tuttavia mi pare che quanto scrive Ravasi sia profondamente, perfettamente e culturalmente azzeccato.

Egli così si esprime: “Hai un bel dire con Benedetto Croce che ‘la violenza non è forza ma debolezza, né mai può essere creativa di cosa alcuna ma soltanto distruggitrice’. Eppure la tentazione del ricorso alla forza non è solo nel fondamentalismo o nella guerra, lo è anche nell’aggressione verbale di alcuni politici, nel bullismo, nello stalking, nel femminicidio, nella quotidianità delle relazioni personali, familiari e sociali. (…) Il filosofo Norberto Bobbio nel suo Elogio della mitezza (1993) aveva celebrato questa virtù come la più «impolitica» e si può comprendere questa sua posizione nel contesto della gestione di una certa politica che ignora ogni compassione e si fonda sul potere e spesso sull’arroganza. In una visione più alta della politica la mitezza avrebbe invece uno spazio rilevante. Essa, infatti, non è né codardia né mera remissività, come osservava lo stesso filosofo: «La mitezza non rinuncia alla lotta per debolezza o per paura o per rassegnazione». Anzi, essa vuole essere come un seme efficace piantato nel terreno della storia per il progresso, per la pace, per il rispetto della dignità di ogni persona. Ma aspira a raggiungere questo scopo rifiutando la gara distruttiva della vita, la vanagloria e l’orgoglio personale e nazionalistico, etnico e culturale, scegliendo la via del distacco dalla cupidigia dei beni e l’assenza di puntigliosità e grettezza”.

Vedo in queste parole una fotografia nitida e implacabile della campagna e dell’esito elettorali. Chi semina il vento della vuota e bullistica politica raccoglie la tempesta della conclamata e disastrosa impossibilità a legiferare e governare. Qualcuno può dire che il discorso del cardinal Ravasi è di carattere etico: certo, ma proprio per questo mette sotto accusa il modo di far politica risultato vincente alle ultime elezioni. Qualcun altro osserverà come nella battaglia politica non possa trovare posto il monito evangelico del «porgere l’altra guancia»: la correttezza, la sincerità, la lealtà sono prerequisiti di qualsiasi proposta politica.

Qualcuno confonde la mitezza mediatrice politica con un atteggiamento salottiero, aristocratico e inconcludente, che sarebbe tipico di una sinistra radical chic, ben lontana dai problemi reali della gente, tutta compresa nella difesa dei diritti civili e lontana dai diritti sociali: occuparsi di testamento biologico, di unioni di fatto, di ius culturae vuol dire snobbare i bisogni popolari? Ma fatemi il piacere! Imporre gradualità e compatibilità alle riforme significa trascurare le esigenze dell’elettorato ruspante a favore di quello benestante? Promettere la luna al popolino è sempre stato il modo migliore per lasciare le cose come stanno a beneficio di chi vive nella bambagia. Affrontare i problemi con ragionevolezza e senso della misura squalifica la politica comportandone l’inerzia e l’irresponsabilità? Non è forse sbandierando e perseguendo l’orgoglio personale (tutto è legittima difesa), nazionalistico (prima noi poi gli altri), etico (immigrazione=delinquenza e terrorismo) e culturale (difendiamo prima di tutto la nostra identità) che si confina la politica al retrobottega della più retriva demagogia?

“Beati i miti perché erediteranno la terra” dicono le beatitudini evangeliche. Siccome la mitezza viene considerata debolezza e inconcludenza, mi permetto di parafrasare ironicamente e politicamente la beatitudine di cui sopra: “Beati gli arroganti perché erediteranno il potere…e non riusciranno nemmeno gestirlo”.

 

Il pope Rano

Durante i raduni giovanili dell’Azione Cattolica, ai miei tempi si raccontava una simpatica e innocua storiella a metà strada fra l’anticlericale ed il giallo. Nello scompartimento di un treno viene ammazzato un viaggiatore. Gli investigatori appurano che in quello scompartimento viaggiavano anche due sacerdoti greco-ortodossi, due popi, il pope Runo e il pope Rano. La storiella, per farla breve, finiva con il quesito riguardante l’assassino. Chi era? Il pope Rano! E perché? Perché un pope Runo (un po’ per uno) non fa male a nessuno.

Pope è anche la traduzione inglese di papa. Ragion per cui devo ammettere che Francesco non è certamente un pope Runo, in quanto ha fatto male a molti, ha inciso e sta incidendo nelle carni religiose del nostro tempo. Nei cinque anni dal 13 marzo 2013, giorno della sua nomina, sono cambiate molte cose nella mentalità della Chiesa cattolica. Non faccio il verso ai tanti esperti e studiosi, che in questi giorni stanno analizzando questo ormai lungo scorcio del pontificato bergogliano e francescano. Mi basta attestare come ogni qual volta mi trovo a vedere ed ascoltare l’attuale papa, mi sento messo in discussione assieme a tutta la Chiesa: ogni sua uscita è una provocazione di stampo squisitamente evangelico. Ha cominciato immediatamente dopo la sua elezione e non si è mai interrotto. Sta spargendo a piene mani semi evangelici: non so quanto frutto abbiano portato finora, so comunque che ne porteranno.

Con tutto il rispetto per i suoi predecessori, sta trasmettendo una carica innovativa che tocca profondamente nel vivo della Chiesa. Il discorso fondamentale è riconducibile alla riscoperta della fede in chiave areligiosa, vale a dire anteponendo l’amore misericordioso di Dio ai dogmi, alle regole ed ai precetti. Ogni volta che affronta un argomento e/o una situazione riesce sempre ad operare quel salto che lo allontana dagli schemi tradizionali per avvicinarlo al cuore dell’uomo bisognoso di perdono e di cura. Ci stiamo abituando a questo stile e, in un certo senso, non lo stiamo aiutando: accanto ai sussiegosi e irriducibili istinti restauratori esiste purtroppo anche una routine filo-francescana, che finisce col depotenziare il suo messaggio adottandone una lettura aneddotica, banalizzandone i contenuti, svuotandone la carica provocatoria.

Molti, più di quanti possano sembrare, lo osteggiano apertamente (sono quelli che meno preoccupano) o subdolamente (prima o poi sono costretti a venire allo scoperto); molti lo applaudono opportunisticamente (sembra piacere quasi a tutti); molti lo apprezzano superficialmente (è simpatico, sa comunicare con le persone, è un toccasana per la Chiesa); molti lo considerano un rompicoglioni di stampo comunisteggiante ( una storia vecchia come il cucco); molti lo vedono come il personaggio scelto al fine di recuperare credibilità per una Chiesa rovinata da scandali  e compromissioni col potere. Non mi sento iscritto a nessuna di queste categorie. Gli voglio semplicemente molto bene: per il coraggio che mette in campo, per il carisma che dimostra di possedere, per la convinzione con cui si schiera. E poi, la dico tutta, sono sempre stato e sono tuttora in polemico contrasto con quel po’ di gerarchia cattolica con cui sono venuto e vengo in aspro contatto. Ebbene finalmente ho un papa con cui vado d’accordo e non è poco. Che Dio me lo (ce lo) conservi a lungo.

 

I vincitori che pagano dazio

Siamo talmente presi dalle vicende di casa nostra da trascurare quanto sta avvenendo nel mondo. Donald Trump non si accontenta di incassare la disponibilità del leader nord-coreano a dialogare dopo le scorribande nucleari, ma ha dichiarato aperta la guerra dei dazi, facendo incazzare Europa, Giappone, Cina, un po’ tutti insomma, preoccupati delle ripercussioni economiche di un atteggiamento protezionistico americano, che dalle parole sembra passare ai fatti.

Prima o dopo doveva succedere: o Trump ha scherzato in campagna elettorale prendendo in giro tutti oppure mantiene le promesse di un ripiegamento commerciale a illusoria e nazionalistica difesa della produzione e del lavoro statunitensi. Credo che la scienza economica, la coscienza politica e l’esperienza storica dimostrino ampiamente l’insensatezza di un tale approccio; se la globalizzazione va riformata e corretta non è certo così che si può tentare di farlo, con iniziative unilaterali, bellicose, drastiche e demagogiche. Ammetto che il popolo possa reagire criticamente soffrendo le conseguenze di una globalizzazione spericolata e senza regole, ma alle preoccupazioni popolari non si deve rispondere con misure populiste, vale a dire cavalcando vergognosamente e strumentalmente le ansie della gente. Il confine tra popolarismo e populismo è proprio questo: qualcuno gioca sull’equivoco, ma, come si suol dire, le balle stanno in poco posto.

L’Europa sta reagendo a livello diplomatico e non è escluso che debba reagire anche a livello commerciale, rispondendo a tono e suonando le proprie campane. Penso e spero che non si arriverà ad aprire una vera e propria guerra dei dazi: sarebbe un clamoroso passo indietro. Da Trump non c’è da aspettarsi niente di buono, nonostante abbia sostenitori, più o meno palesi, anche in Europa ed anche in Italia.

Mi viene spontaneo chiedere: come si comporterebbe in sede europea il trionfatore Matteo Salvini, di fronte all’attacco protezionista americano? Starebbe al gioco trumpiano dell’ognuno guardi in casa propria o si farebbe coinvolgere dal vento liberista europeo? Farebbe coerentemente il populista o guarderebbe pragmaticamente agli assetti commerciali mondiali? Sarà anche questo il banco di prova dei nuovi governanti italiani. Per non parlare di manovre correttive chieste dall’Europa sui conti pubblici italiani. A tale riguardo il prode Salvini ha rassicurato che ridurrà il deficit senza sacrifici, anzi abbassando comunque le tasse. E quindi faccia in fretta il Presidente Mattarella ad affidargli l’incarico: non perdiamo queste miracolose opportunità. Magari Salvini sarà in grado persino di   trovare accordi commerciali con Trump. Si sta cercando la giusta sede per aprire un tavolo di trattativa fra Stati Uniti e Corea del Nord? Ebbene ospitiamoli in Italia: in via Bellerio? Facciamo addirittura a palazzo Chigi, con Salvini a fare gli onori di casa. Meglio di così!

 

 

 

Adda passà ‘a sbornia

Si dice che quando Berlusconi lanciò dal nulla culturale il suo partito di Forza Italia, puntando quasi tutto sull’ancora vivo e vegeto “anticomunismo senza comunismo”, gli esperti di marketing, che lo tenevano per mano, gli dissero come la sbornia elettorale sarebbe durata alcuni mesi, dopo di che la gente si sarebbe svegliata. Il primo governo Berlusconi effettivamente andò in crisi dopo alcuni mesi, implose ad opera soprattutto di Umberto Bossi, per lasciare spazio ad un governo tecnico. La vita politica berlusconiana non finì purtroppo lì: il berlusconismo seppe riciclarsi, arrivò ad un passo dal diventare un vero e proprio regime, ebbe una seconda caduta clamorosa nel 2011 (partì un governo tecnico), ma seppe galleggiare ed ora si è ripresentato vestendo gli scomodi panni del leghismo riveduto e scorretto.

Chi ha messo una barriera istituzionale allo strapotere berlusconiano? I presidenti della Repubblica: prima Scalfaro, poi Napolitano. Quando lui, straparlando, fa riferimento ai colpi di stato subiti, credo pensi anche a questi sbarramenti. In realtà era lui che tentava colpi di stato sotterranei e fortunatamente ci fu chi ebbe l’ardire di fermare le sue avventure, non tanto quelle sessuali, ma quelle politiche.

Nutro quindi due speranze. Una riguarda il successo strepitoso degli anti-tutto, si chiamino M5S o Lega. L’infatuazione non dovrebbe durare molto, purché ci possa essere dopo il test elettorale quello governativo: sarebbe opportuno che questi bastian contrari della politica si misurassero con i problemi reali per evidenziare la loro inadeguatezza con brevi ma clamorose inadempienze. Un esperimento molto pericoloso, ma forse necessario. Indro Montanelli giudicava il berlusconismo una malattia che andava patita in attesa di creare gli opportuni anticorpi. Potrebbe essere così anche per il grillismo e il leghismo. Non bisogna però avere fretta altrimenti esiste il rischio letale delle ricadute.

Una seconda speranza è da me riposta nel presidente della Repubblica e nella sua capacità di sbarrare il passo ad avventure che possano mettere a repentaglio la democrazia: questa viene prima delle elezioni e deve sussistere anche dopo le elezioni. A lui probabilmente toccherà il capolavoro di combinare assieme i due discorsi di cui sopra: mettere alla prova i vincitori, evitando che possano creare disastri irreversibili, mettere in sella fantini pazzi su cavalli calmi. E che l’Europa ce la mandi buona!

Non credo sia possibile una grande coalizione di programma, bisognerà accontentarsi di una “piccola” combinazione, magari tecnica, per evitare il drammatico ed immediato ricorso alle urne. Tutti gli schieramenti non hanno interesse a puntare verso una simile scriteriata prospettiva. Ci si arriverà, ma con un po’ di anticorpi, dopo la malattia e dopo la conseguente convalescenza. Sarebbe necessario che la politica rispondesse alla grande ai cambiamenti in atto nel mondo, ma bisognerà accontentarsi di molto meno, di quel che passa il convento per evitare il peggio. Quando ascolto in questi giorni i discorsi politici di chi si candida a governare e le compiaciute analisi dei commentatori del piffero, provo un senso di impotenza. Se mi è consentita una similitudine piccante, è come trovarsi di fronte ad una bellissima, affascinante ed ammiccante fanciulla e doversi accontentare di farle un buffetto sulla guancia per tenerla in tempo e darle la speranza che prima o poi, come nelle fiabe, arriverà il principe (di rigore non azzurro a scanso di equivoci) e allora…

Le elezioni non politiche

Un conto è parlare di morte, un conto è morire. Un conto è parlare di governo, un conto è governare. È quanto emerge dai primi pronunciamenti leghisti e pentastellati alle prese con la formazione del nuovo governo, impresa a dir poco ardua, visti i risultati elettorali. Il popolo ha consegnato all’Italia un Parlamento rigidamente diviso in tre tronconi numericamente non autosufficienti, politicamente incomunicabili fra di loro, idealmente contrapposti, usciti da una campagna elettorale violenta, vissuta rissosamente nei modi e nei contenuti. Erano mesi, per non dire anni, che si invocavano elezioni, nelle quali siamo entrati arabi e dalle quali usciamo turchi.

Le urne, al di là degli entusiasmi degli apparenti vincitori, hanno dato due messaggi fortemente negativi per chi li vuole onestamente capire. Innanzitutto hanno consacrato la sfiducia della gente nella politica intesa come risposta ragionata, graduale e concreta ai problemi ed hanno ripiegato nella spericolata e illusoria scommessa sulle soluzioni facili e immediate. Sono state elezioni non politiche! In secondo luogo hanno dimostrato come la politica “della zappa e del badile” sia capace solo di dividere e quindi finisca col rendere ingovernabile Il Paese.

Sono bastati due giorni per rendersi conto che, una volta terminata la rissa di cortile, bisogna raccattare i pezzi e ritornare a ragionare. A volte dopo i litigi si riesce a trovare un modus vivendi, ma, quando essi sono frutto di una totale divergenza di base, l’eventuale armistizio prelude inevitabilmente alla ripresa dei combattimenti ancora più aspri e disastrosi. Quale credibilità possono avere le avances di un Di Maio, a cui probabilmente qualcuno sta abbassando la cresta? Quale attendibilità può trovare un Salvini che si nasconde nella trincea democratica del governo di alcune regioni e di parecchi comuni?

Il movimento cinque stelle è quello barricadiero, sbracato, apocalittico e ultimativo di questi anni (complimentato dai fautori della brexit, con cui si è imparentato a livello europeo) oppure solo un provocatorio e prepolitico messaggio per innescare un generico e velleitario cambiamento del Paese? La Lega è un partito estremista, euroscettico, nazionalista (legato ai populisti europei e non solo europei) oppure è solo il garzone della bottega del centro-destra, incaricato di fare il gioco sporco, di rompere per poi lasciare il negozio a chi può raccogliere i cocci e pagare?

Mettendola sul piano squisitamente personale, solo per capire meglio, dopo Di Maio arriverebbe un nuovo Rodotà? Dopo Salvini c’è pronto Tajani? Grillo da una parte e Berlusconi dall’altra stanno lavorando sotto traccia? Berlusconi nel suo solito delirio di onnipotenza ha detto che si sente comunque il regista del centro-destra. Grillo non ha bisogno di farsi riconoscere come il padrone, ideologico e non solo, di un movimento da lui inventato. In mezzo a questo equivoco marasma si trova, suo malgrado, anche il PD. Se fossi il leader del partito democratico, in questa fase mi cucirei la bocca e aspetterei al varco il Presidente della Repubblica: solo in risposta positiva alle sue mosse si potrebbe eventualmente ragionare.

Il ministro uscente Carlo Calenda ha chiesto la tessera del PD. Non mi interessano eventuali suoi secondi fini, non voglio giudicare il suo apparente atteggiamento messianico (peraltro già abbondantemente ed efficacemente sfoderato nella sua interessante attività ministeriale), mi limito a prendere atto che qualche autorevole personaggio con spiccato senso governativo ritiene, nonostante tutto, il PD l’unico strumento politico agibile. Non deve però buttarsi “generosamente” in campo e, al primo pallone che gli capita di giocare, entrare a gamba tesa. Non può aderire a un partito e poi non accettarne aprioristicamente certe scelte tattiche: il diritto/dovere di critica è cosa diversa. Ha detto simpaticamente che potrebbe trattarsi della più breve militanza partitica, qualora il PD decidesse di collaborare in qualche modo col M5S. In questo momento più che mai vale il detto “il più bel tacer non fu mai scritto”. Hanno parlato i cittadini, hanno straparlato i vincitori; almeno i perdenti, i quali potrebbero essere l’ago della bilancia, provino a tacere, a giocare di rimessa, in attesa che parli chi deve parlare: il Presidente della Repubblica (chi ha detto che il Capo dello Stato si farà dettare il compito a seconda dell’esito della nomina dei nuovi presidenti delle Camere? Nomine che dovrebbero avere tutt’altro carattere rispetto alla ricerca di una maggioranza di governo) ascolterà e chiederà.

Un mio carissimo e cattolicissimo amico mi ha inviato il seguente messaggio riferito alle scelte tattiche che bollono nella pentola PD: «Come non farsi soffiare il proprio popolo dai cinque stelle, come non ridursi ai minimi termini? Stando all’opposizione o governando? Ci vuole la luce dello Spirito Santo per non fare passi falsi…». Probabilmente la terza persona della Santissima Trinità avrà questioni più importanti da illuminare. Sono un assertore convinto della laicità della politica, ma ammetto che un aiutino così autorevole non farebbe male al PD e all’Italia. Mio padre direbbe sarcasticamente che forse era meglio che lo Spirito Santo ci pensasse prima, parlando, a modo suo, nella mano agli elettori. Meglio tardi che mai!

Le pirriche vittorie elettorali italiane

I cambiamenti epocali che stanno avvenendo imporrebbero alla politica di volare alto, non per eludere la realtà, ma per affrontarla in una visione complessiva nello spazio e prospettica nel tempo. Invece la risposta politica italiana emergente dalle ultime elezioni si pone in una logica strumentalmente di piccolo cabotaggio e demagogicamente di breve respiro.

Il mondo, lo si dice spesso, è cambiato ancor prima della crisi economica degli ultimi anni, che ne ha registrato le conseguenze. Si è passati da un’economia manifatturiera ad una finanziarizzazione dell’economia stessa, si è passati da ambiti economici ristretti ad una situazione globale, si è passati da assetti economici in cui il fattore lavoro aveva addirittura la “pretesa” di essere una variabile indipendente ad un mercato in cui il lavoro è costretto a coprire gli spazi residuali offerti da un’economia sempre più automatizzata e sempre più competitiva.

La gente non ha percepito o fa finta di non aver capito che la situazione è cambiato in modo clamoroso e continua a ragionare in termini asfittici e ristretti. La classe politica sta dimostrando limiti gravissimi in quanto non riesce a trasferire scelte valoriali e programmi di governo nel mutato calderone in cui siamo inseriti. La sinistra è in gravi difficoltà perché non riesce a ricuperare le sue originali idealità – uguaglianza, giustizia sociale, solidarietà – tentando di coniugarle con efficienza produttiva, sviluppo economico, gradualità di cambiamento, riforme sistemiche, europeismo e globalizzazione: si dibatte nella storica incertezza tra tentazioni di lotta ed esigenze di governo. La destra non è in grado di proiettare il liberismo economico nel variegato e moderno contesto socio-economico e finisce col ricadere nei fantasmi del nazionalismo, del protezionismo, del populismo, del rigorismo, dando risposte di retroguardia ai problemi emergenti.

La sinistra riformista lascia quindi spazio ai movimenti protestatari anti-sistema e la destra liberale apre autostrade pericolose all’estremismo, confusionario ma attraente, dei nazionalisti più o meno riveduti e corretti. Tutto il mondo occidentale è invischiato in questo stallo politico, che aumenta in proporzione alla debolezza dei partiti tradizionali di sinistra e destra. È successo in Gran Bretagna con la brexit e dopo la brexit; è successo in Francia dove però Macron, con un abile mossa del cavallo, ha avuto il coraggio di superare gli schemi e di prendere in mano la situazione, anche se il suo tentativo è ancora tutto da valutare e verificare; è successo negli Usa con la paradossale vittoria di Trump, che ha buttato all’aria tutto e sta cavalcando tutti i peggiori “ismi” della storia, trascinando nel gorgo gli sbalestrati ceti popolari americani; è successo in Germania dove però la situazione è meno drammatica in quanto popolari e socialisti mantengono una certa forza elettorale, ma soprattutto sembrano ancora in grado di compromettersi in un’alleanza transitoria utile a governare, anche tramite una certa egemonia europea, il cambio epocale di cui sopra.

A ben pensarci questa involuzione politica è accaduta anche in Russia: il riformismo di Gorbaciov ha perso, lasciando il campo al radicalismo di Eltsin, a sua volta preparatorio del populismo putinista. In Cina invece la classe dirigente è riuscita a gestire una drammatica e fenomenale riscossa economica, mantenendo saldo il sistema politico di vecchio stampo comunista.

Per tornare precipitosamente in Italia dobbiamo volare basso che più basso non si può: Salvini e Di Maio a rapporto davanti al mondo che cambia. Molti evocano il governo di unità nazionale che sta nascendo in Germania, ma lì tra i due partiti c’è un minimo di condivisione ed un massimo di convenienza. In Italia non vedo alcuna condivisione significativa fra i tre blocchi e non vedo nemmeno quel minimo di freddezza e lungimiranza necessaria a mettere l’interesse generale oltre quello di bottega.  L’indebolimento notevole del PD, salutato scriteriatamente da tanti come una sorta di liberazione dal sistema, potrebbe essere una immediata buccia di banana per i vincitori: se cadono Salvini e Di Maio non è un dramma, anzi, purché non ci trascinino tutti in un lungo e mortale precipizio, davanti ad una situazione che non si ferma ad aspettarci.

Il dubbio poco amletico del PD

Negli anni sessanta la parola d’ordine che tutti abusavano era “discorso”, oggi è maniacalmente e fastidiosamente adottata la parola “ovviamente”. Tutte le mode, dagli abiti alle parole, rispecchiano, in un certo senso, la cultura del tempo: da quella problematica e contorta della protesta giovanile a quella superficiale e mediatica del populismo moderno. Un tempo si cercavano risposte complesse e complessive ai problemi semplici, ora si esigono soluzioni immediate e definitive per questioni di enorme portata.

Due esempi eloquenti. Se ad uno studente andava storto un esame si faceva risalire la causa al sistema scolastico tutto da rifondare e riformare; se oggi uno studente viene rimproverato si preferisce aggredire e malmenare l’insegnante. Se un tempo si incontrava per strada un accattone si era portati a bollare il sistema, che permetteva diseguaglianze e ingiustizie sociali; se oggi ci si imbatte in un extra-comunitario, che tende la mano per chiedere aiuto, si pensa che sia giunta l’ora di alzare un muro per evitare l’arrivo di questi poveracci.

Oggi non è ammesso avere dubbi, sono richieste certezze: un altro insopportabile vezzo lessicale è il rispondere sì o no con l’aggiunta di “assolutamente”, quasi a rimarcare che non si può e non si deve minimamente titubare di fronte alla realtà. Il discorso vale anche per la politica. Il grande Mino Martinazzoli, segretario del partito popolare, nato dalle ceneri della Democrazia Cristiana, durante una intervista televisiva, disse apertamente e ironicamente di invidiare chi spacciava certezze, mentre lui si sentiva così pieno di dubbi.

Alle recenti elezioni politiche ha vinto chi ha saputo sparare proposte nette e dirimenti: nel Sud Italia, impoverito dalla crisi, ha fatto breccia il “reddito di cittadinanza”, una risposta campata nell’aria di una impossibile copertura finanziaria, ma vincente rispetto al discorso di aiutare la ripresa economica in modo da consentire un reddito da lavoro a chi ora non ce l’ha; al Nord, preoccupato e insicuro per il fenomeno delinquenziale, sbrigativamente e razzisticamente associato a quello dell’immigrazione, ha fatto breccia il messaggio del “mandiamoli a casa: prima noi e poi loro”, rispetto al ragionato e complesso discorso della gestione internazionale ed interna del problema immigrati.

Il partito democratico, al di là dei possibili errori commessi dalla sua classe dirigente, è vittima di questo cambio culturale nella mentalità corrente: propone la gradualità riformista che si scontra con la immediatezza populista richiesta dalla gente. In Parlamento avremo due vasi di ferro (il centro-destra a egemonia leghista e il M5S) populisti con in mezzo il vaso di coccio riformista del PD. In base alla similitudine manzoniana è facile prevedere per il centro-sinistra una collocazione difficile al limite della sopravvivenza. E allora anziché ristudiare e riprogettare con pazienza una proposta che sappia coniugare la irrinunciabile dottrina riformista con l’urgenza dei problemi percepiti dalla gente, il PD è tirato per i capelli nello stucchevole e povero dubbio, tutt’altro che amletico, se dialogare o meno con gli avversari, soprattutto con i grillini, al fine di consentire un governo al Paese.

È già partito questo tormentone che presumibilmente caratterizzerà i prossimi mesi della vita politica. Cosa farà Tizio? Cosa farà Caio? Cosa farà il PD del dopo-Renzi? Ma ancor prima, Renzi se ne andrà veramente e chi gli potrà succedere? In questi giorni si è aperto il toto-governo, peraltro già ampiamente prefigurato in campagna elettorale. Cercherò di non lasciarmi trascinare in questa trappola e mi sforzerò di continuare, nonostante le sirene populiste, a ragionare di politica, a fare “certi discorsi”, lasciando perdere “ovviamente” gli “assolutamente sì” e gli “assolutamente no”.