La pancia ideologica

Come al solito i ricordi servono ad interpretare il presente. Durante le animate ed approfondite discussioni con l’indimenticabile amico Walter Torelli, ex-partigiano e uomo di rara coerenza etica e politica, agli inizi degli anni novanta constatavamo come alla politica stesse sfuggendo l’anima: se ne stavano andando i valori e rischiava di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restava che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”. Fummo facili profeti: dopo il craxismo, che aveva intaccato le radici etiche della democrazia, venne il berlusconismo a rivoltare il sistema creando un vero e proprio regime, da cui siamo stati e siamo tuttora condizionati.

La caduta delle ideologie, più o meno contestuale alla caduta del muro di Berlino, avrebbe dovuto liberare la politica dalla zavorra degli schematismi per lanciarla sul pragmatismo della soluzione ai problemi concreti. Ebbene il post-ideologismo ci ha regalato invece una politica affaristica, sempre più compromessa col sistema economico, sempre più lontana dai cittadini e sempre più avviata sul terreno scivoloso e melmoso della corruzione. E allora per reazione ecco rispuntare le ideologie con tutto il peggio che le connotava: i risorgenti populismi e sovranismi altro non sono che un revival dei catastrofici nazionalismi, riproposti in chiave moderna ma sostanzialmente analoga alle disastrose avventure del novecento.

Fin qui il gioco è talmente scoperto da essere facilmente snidato e decisamente combattuto. Esiste però una riproposizione assai più subdola e pericolosa, che sta connotando la prassi governativa italiana: si va avanti a suon di scelte ideologiche ed elettoralistiche. Le questioni fondamentali, sollevate in questo anno dal governo giallo-verde all’insegna di un assurdo contratto del cambiamento, vengono affrontate in senso squisitamente ideologico, con la politica (il parlamento) mandata in vacanza, con i partiti (M5S e Lega) ridotti a penosi contenitori mediatici, con leadership impreparate e catapultate sulla scena ad improvvisare risposte alle paure strumentalmente gonfiate, con l’opposizione derisa, colpevolizzata   e costretta a recitare la sua parte bivaccando “nell’aula sorda e grigia” di fascistica memoria. .

Prendo i quattro esempi più emblematici. Parto dal provvedimento sulla legittima difesa: siamo al passaggio dal concetto di ordine a tutti i costi, garantito dallo stato poliziesco, a quello della difesa personale garantita dall’individuo poliziotto e giudice per se stesso. E cosa è la concessione del reddito di cittadinanza se non l’edizione riveduta e scorretta di un assistenzialismo di regime, che nulla ha da spartire con la repubblica fondata sul lavoro. E che dire della pensione anticipata falsamente regalata nel contesto di una illusoria politica occupazionale dirigista e burocratica. Ed eccoci alla Tav: l’analisi dei costi benefici non serve per arrivare ad una decisione di sviluppo compatibile, ma si parte da una demagogica idea, degna del peggior cretinismo ecologico, per cercare il supporto in astrusi e artificiosi calcoli economici.

A questo punto il contratto di governo sta diventando un mix pseudo-ideologico tra destra e sinistra, un compromesso tra visioni contrapposte e per certi versi estremisticamente collegabili. Non si tratta di superamento della tradizionale distinzione politica fra destra e sinistra, si tratta di un polpettone riveduto e scorretto sbattuto in faccia alla gente che della politica è costretta a non capire più niente. Il compromesso terrà? Forse sì, perché “un colpo ideologico qui, un colpo ideologico là” può bastare ad irregimentare ed accontentare un po’ tutti.

 

 

Il PD riammesso nel circo mediatico

Nei giorni scorsi mi è capitato occasionalmente di vedere un quiz televisivo durante il quale tre ragazzine non hanno saputo rispondere in merito al tipo di repubblica vigente nel nostro paese (la domanda poneva l’alternativa fra repubblica presidenziale e parlamentare). Mi sono scandalizzato e in cuor mio sono partite le solite contumelie verso i giovani che non hanno interesse alla politica, così come peraltro la politica ha scarsa attenzione verso di loro.

Ripensandoci con calma credo però che quelle giovani donne non avessero, seppur indirettamente ed involontariamente, tutti i torti. È bastata infatti la votazione delle elezioni primarie del partito democratico con la partecipazione di oltre un milione e mezzo di potenziali elettori di questo partito per scatenare un’improvvisa attenzione mediatica verso una formazione politica ritenuta moribonda e quindi snobbata da quasi tutti. Per conquistare la scena politica non servono proposte valide e persone qualificate, basta una bella adunata oceanica sbattuta sul palcoscenico mediatico: il PD è ritornato di moda. Un tempo si diceva (non so se Palmiro Togliatti e/o Enrico Cuccia) che i voti non si contano ma si pesano; oggi si può dire che i consensi, usando una bilancia truccata, non si conquistano con i fatti e nemmeno con le parole ma con la presenza sui media.

“L’Italia è una repubblica fondata sui media”: così potrebbe recitare l’articolo uno della Costituzione riveduta e scorrettissima. Il potere fondamentale a livello istituzionale di conseguenza non è più assegnato dai cittadini al Parlamento, ma dai media ai governanti più capaci di tenere banco in radio, televisione e social (i giornali sono ormai ridotti a superflue cianfrusaglie). Repubblica mediatica quindi a tutti gli effetti.

Dopo questo sfogo pseudo-sociologico, ritorno al partito democratico ed ai risultati delle sue elezioni primarie. È uscito largamente vincente Nicola Zingaretti in un clima di competizione corretta e leale, di ritrovata unità d’intenti, di rispolverato slancio identitario, di agognato protagonismo, di continuità storica e ideale. Se ne sentiva il bisogno in mezzo a tanto frastuono. Il problema sta però in quanto suddetto: per riconquistare la scena ci si deve piegare alle regole mediatiche. Il primo pezzetto di strada in salita è stato fatto, resta da scalare la montagna vera e propria: tornare alla politica, alle istituzioni, ai programmi, ad una leadership credibile e preparata, alla gente non per lisciarle il pelo ma per risvegliarne le coscienze e le menti.

È questo l’augurio che rivolgo al PD di Zingaretti!  Non sono molto interessato alle sottigliezze distintive tra i tre pretendenti alla segreteria (Zingaretti, Martina e Giachetti), non mi occupo delle intenzioni piò o meno separatiste di Matteo Renzi e dei suoi adepti, non auspico il ritorno a casa di chi se ne è voluto andare per il gusto di rompere il coro con assurdi richiami alla foresta, non sono alla ricerca di un partitone moderato e di centro, non rincorro un’anacronistica e stucchevole idea di sinistra fatta apposta per mettere in pace le coscienze dei benpensanti. Mi accontento che qualcuno torni a fare politica e mi aiuti a fare il cittadino. Buon lavoro.

 

Storia, archivio e Vangelo

È nota la tattica di chi, sentendosi aggredito dai nemici che spingono e pressano, apre improvvisamente la porta provocandone la caduta. In un certo senso si sta comportando così anche papa Francesco, giocando d’anticipo verso i suoi contraddittori e verso i contestatori della Chiesa. Per la verità certe porte si aprono a distanza di decenni: meglio tardi che mai. Onore al merito di questo papa.

Infatti in questi giorni, in cui ricorre l’ottantesimo anniversario dell’elezione al soglio pontificio di Eugenio Pacelli, papa Francesco ha annunciato che il vaticano aprirà fra un anno l’archivio segreto relativo al pontificato di Pio XII, il pontefice che fu tale durante la Seconda guerra mondiale ed in seguito alla sua morte, avvenuta nel 1958, fu spesso criticato per non aver mai preso posizioni dure contro l’olocausto, il nazismo e il fascismo.

Ero poco più che bambino, ma ricordo perfettamente lo sconcerto provocato dagli attacchi portati a papa Pacelli anche sull’onda del “Vicario”, opera teatrale di denuncia: dubbi e perplessità rimangono tuttora e non so se e fino a qual punto potranno essere chiariti dalle ricerche d’archivio a partire dal 02 marzo 2020. Probabilmente la verità sta tutta nel dramma astensionista di un papa vittima della sua stessa esperienza e capacità diplomatica: condannare apertamente poteva significare istigare ulteriormente il nazismo alla persecuzione contro gli ebrei e compromettere il rapporto con le masse cattoliche tedesche; inoltre il Vaticano era imprigionato negli opposti estremismi, vale a dire nell’avversione verso il comunismo sovietico che faceva da paradossale contraltare alla minaccia nazista.

Si preferì rimanere sotto traccia per soccorrere in tutti i modi possibili i perseguitati, cercando di ridurre al minimo le conseguenze devastanti della guerra e dell’odio razziale scatenato dal nazifascismo: molte strutture ecclesiali e molti uomini e donne di chiesa si mobilitarono per nascondere ed aiutare gli ebrei a rischio di internamento nei campi di sterminio. Difficile se non impossibile dare un giudizio a posteriori.

Mi viene spontanea comunque una riflessione. Prima della politica e della diplomazia, per la Chiesa dovrebbe sempre venire il dettato evangelico: seguendo l’insegnamento di Gesù (il vostro parlare sia sì-sì no-no) e tutti gli esempi da Lui forniti fino alla Croce nel modo di rapportarsi col potere (non per combatterlo militarmente, ma per condannarne apertamente le ingiustizie), non ci sarebbe spazio per i dubbi sulle scelte da operare. Certo non poteva bastare una semplice parola di condanna, bisognava avere il coraggio di far seguire alle parole i fatti. Il tutto non era facile e soprattutto era estremamente rischioso, ma se uno non vuol rischiare non fa il cristiano. Le prime comunità non scesero a patti col potere romano, non ebbero paura a testimoniare fino alla tortura ed alla morte, non scelsero il male minore, ma il bene a tutti i costi. E perché, di fronte al nazifascismo ed ai suoi incredibili eccidi, molti cristiani di base, preti, suore, laici, ebbero il coraggio di rischiare, mentre le supreme gerarchie nicchiavano, a volta addirittura condividevano certe scelte di regime, tentennavano, tacevano. Mi viene spontaneo pensare a don Giovanni Minzoni che nel 1923, agli inizi dell’era fascista, fu brutalmente assassinato per essersi schierato a difesa dei principi e delle associazioni cattoliche, mentre il Vaticano e i vescovi tendevano al compromesso col fascismo, tentando di lucrarne qualche vantaggio, sacrificando persino don Luigi Sturzo inviato in esilio per non infastidire politicamente il regime.

Sono discorsi enormi: non critiche semplicistiche, ma profonde riflessioni. Papa Francesco, prendendo la decisione di aprire l’archivio, ha detto: «La Chiesa non ha paura della Storia, anzi, la ama e vorrebbe amarla di più e meglio, come la ama Dio. Quindi, con la stessa fiducia dei miei predecessori, apro e affido ai ricercatori questo patrimonio documentario». Uno stupendo atto di disponibilità al confronto sulla verità storica. Mi auguro possa essere anche l’occasione per una revisione auto-critica nel modo di essere della Chiesa, come istituzione e come comunità, alla luce del Vangelo e della storia, durante la quale si sarebbe dovuto e si dovrebbe testimoniare il Vangelo.

Pari sono!…l’egoismo (della lingua) e… il razzismo (del pugnale)

250.000 persone manifestano a Milano contro il razzismo. Beppe Grillo per tutta risposta considera il razzismo un fenomeno esclusivamente mediatico: «Chiunque abbia un minimo di buon senso non vede alcun razzismo, ma soltanto un crescente egoismo sociale.  Cosa sta succedendo?  Sembra che il Paese non voglia confrontarsi con i suoi “veri fantasmi”.  Se fosse una manifestazione contro l’egoismo, contro il mors tua vita mea, ne sarei felice.  Ancora di più, se fosse una manifestazione contro la mafiosità, i favori e le caste…ma stiamo soltanto sognando».

Finalmente Grillo esce dal nascondiglio e ritorna in pista, svelando (o coprendo) le contraddizioni del suo movimento. Che in Italia tiri un’aria razzista lo sentono in molti, a lui conviene negare l’evidenza in quanto di questo clima è direttamente o indirettamente responsabile anche il M5S. La disquisizione fra egoismo sociale e razzismo mi sembra peraltro una questione di lana caprina: sono due facce della stessa medaglia, l’uno è la premessa dell’altro, non so se sia nato o nasca prima l’egoismo sociale o il razzismo. Rigoletto, nella grande opera di Giuseppe Verdi canta con riferimento ad un sicario che gli propone i propri servigi: “Pari siamo!…io la lingua, egli ha il pugnale; l’uomo son io che ride, ei quel che spegne!…”.

Inoltre le difese “benaltriste” del ritrovato leader pentastellato lasciano il tempo che trovano: buttare la palla in tribuna è sintomo di non saper giocare e difendersi alla viva Grillo. Tutte le manifestazioni che non rientrano nella tattica grillina sono da considerarsi inutili, tutti i problemi che mettono i pentastellati con le spalle al muro sono questioni inesistenti o risibili. Uno strano modo di essere democratici a cui il M5S ci sta abituando.

Cosa è se non è egoismo sociale la (non) strategia del governo in materia di immigrazione considerandola un problema per sognatori? Cosa è se non è razzismo il pelo lisciato alla gente sull’opzione della (non) accoglienza agli immigrati? E via discorrendo… Il sindaco di Milano ha risposto con (troppa) eleganza alle farneticazioni grilline: «Da Beppe a Beppe. Caro Grillo, tu che hai fatto capire a tanti cos’è la partecipazione, dovresti sapere che quando centinaia di migliaia di persone vanno in piazza per farsi ascoltare vanno rispettate. Mi spiace che tu, il fondatore della principale forza di Governo, liquidi questa realtà con sprezzo. Forse non ti piace quello che hai visto perché la gente di Milano non ha detto nessun vaffa?». A questa risposta nel metodo, ne avrei aggiunta una nel merito: “Caro Grillo, dovresti sapere che quando si lasciano morire in mare centinaia di persone, quando si tengono centinaia di disperati in alto mare, si calpestano i principi fondamentali della civiltà e della democrazia; quando si predica vento si raccoglie una tempesta razzista più o meno conclamata”.

Don Gino Cicutto, parroco nella Chiesa di San Nicolò e San Marco a Mira, in provincia di Venezia, ha ricevuto una busta con denaro nella cassetta della Caritas parrocchiale. Sulla busta don Gino ha trovato una scritta: «Pro anziani, malati, al freddo o alla fame, italiani da sempre, in primis! Gli stranieri per ultimi!». «Queste parole, ha spiegato don Gino, ripropongono slogan che siamo abituati a sentire, ma non hanno niente a che fare con la fede e la vita cristiana, che considera i più poveri tra i primi, senza guardare il colore della pelle o la provenienza. La persona che ha scritto queste parole deve interrogarsi seriamente sul suo essere cristiano e, se non è d’accordo su ciò che è la vera carità, può passare per la canonica a riprendersi la sua “offerta”; eventualmente può consegnarla a chi la pensa come lui, ma non deporla davanti al Signore».

Forse anche Beppe Grillo dovrebbe fare una capatina nella parrocchia di cui sopra per farsi spiegare qualche cosa di utile, a meno che non sia pronto a ricevere lui quella busta per girarla magari a Matteo Salvini per il tramite di Luigi Di Maio.

 

 

 

La (in)vincibile camorra

È stato arrestato il superboss della camorra Marco Di Lauro, latitante dal 2004, considerato il secondo latitante più pericoloso d’Italia dopo Matteo Messina Denaro, che si nascondeva in un appartamento di via Emilio Scaglione, nel quartiere di Chiaiano, periferia nord di Napoli. Alla vista delle forze dell’ordine non ha opposto resistenza. Quando avvengono fatti del genere mi viene spontaneo tirare un respiro di sollievo: allora non è vero che la criminalità organizzata è invincibile!

Poi, assistendo alla messa in scena del dispiegamento di polizia, carabinieri, guardia di finanza con tanto di sirene spiegate, elicotteri, etc. etc., ed ancor più alla rituale passerella dei dirigenti che raccolgono e distribuiscono elogi ed encomi, mi viene altrettanto spontaneo passare dalla soddisfazione del momento alla riflessione storica. Esco cioè dal coro e mi chiedo: è possibile che ci siano voluti oltre quattordici anni per catturare questo superlatitante camorrista, che, a quanto pare, non era fuggito all’estero, ma si nascondeva nel suo territorio continuando magari a svolgere il suo compito? Possibilissimo!

Tutto ciò cosa significa? Che le forze dell’ordine, al di là del loro encomiabile impegno a rischio della vita, faticano molto ad avere il controllo del territorio; che la gente, al di là del pur apprezzabile applauso liberante del momento, continua ad essere imprigionata in un clima di paura e di omertà; che gli innegabili successi ottenuti nella lotta alla criminalità organizzata sembrano più il frutto episodico di un’azione meritoria ma debole piuttosto che la progressiva conseguenza di una lotta sistematica forte.

Certo, è comodo criticare stando in poltrona. Cosa farei io se vivessi in quel contesto sociale, se fossi a conoscenza di elementi utili alle forze dell’ordine, se fossi minacciato dalla camorra, se mi chiedessero di pagare il pizzo? Non so rispondere. Onestamente non mi sento di fare il martire virtuale. Tuttavia non ho l’impressione a distanza che la lotta alla camorra sia al centro dell’azione dello Stato nella città di Napoli, come ha detto il sindaco Luigi de Magistris. Siamo molto lontani, culturalmente, socialmente, politicamente, istituzionalmente, giudiziariamente, dal poter maramaldeggiare.

Non so quanto serva spettacolarizzare i risultati: forse può dare l’idea della presenza dello Stato, forse può scoraggiare il ricorso alla criminalità ed incoraggiare la reazione ad essa, forse può dare la giusta soddisfazione a chi lavora sodo rischiando la pelle, forse può imprimere un’accelerazione alla presa di coscienza individuale e collettiva. Non vivo a Napoli e non mi rendo conto di tutto ciò. Sono sicuro che la guerra alle mafie non possa essere uno sbrigativo e definitivo redde rationem provocato dalle forze dell’ordine, ma una costante e paziente azione di tutti. Però il mio timore, purtroppo, è che arrestato un superboss se ne faccia un altro e che occorrano altri quattordici anni per arrestarlo.

I pagliacci delle bombe in faccia

Nella mia vita professionale ho potuto constatare come i fallimenti in campo economico-aziendale abbiano ripercussioni enormi nel tempo, nello spazio, nel tessuto economico e sociale: con un fallimento si fa terra bruciata attorno ad una iniziativa, che generalmente non trova più ripresa se non a distanza di anni o addirittura per sempre. Ragion per cui bisognerebbe evitare il fallimento mettendo in campo prudenza e senso di responsabilità.

Mi è venuta spontanea questa riflessione osservando come sia stato sbrigativamente accolto, dai protagonisti e dagli osservatori, il nulla di fatto nel negoziato fra Usa e Nord-Corea culminato nell’incontro di Hanoi tra Trump e Kim Jong-un: un’imbarazzata rottura diplomatica all’insegna del “ci abbiamo provato, è andata male, ci riproveremo”. Si era capito che i colloqui erano squallidamente interpretati da due insulsi bamboccioni e si poteva solo sperare che questi squallidi personaggi, avvezzi a giocare su problematiche ben più grandi del loro cervello, potessero trovare almeno un modus vivendi nella loro vocazione ludica. Si sono invece ritirati con il loro giocattoli ed ognuno è tornato nel suo cortile a giustificarsi: la diplomazia americana dà la colpa alla poca chiarezza su quanto i nord-coreani fossero pronti ad offrire sul piano nucleare in cambio di una richiesta esosa sulla revoca delle sanzioni; diversa la versione del ministro degli Esteri nordcoreano, a detta del quale ci sarebbe stata la disponibilità del suo paese per uno stop permanente a test nucleari e di missili a lungo raggio con la moderata richiesta dell’allentamento parziale e non totale delle sanzioni. Scaramucce dialettiche inutili e stucchevoli.

La triste realtà è che Donald Trump, come ormai ci ha purtroppo abituati, ha precipitato una situazione per tentare di lucrarne i vantaggi: ha tentato il colpaccio per accreditarsi internamente e all’estero come esponente autorevole della diplomazia del pugno duro. Dalla sua parte il paffuto dittatore asiatico si è voluto porre come ragionevole uomo di pace, che ama giocare con i missili per poi concedere di volerli eventualmente riporre in magazzino. Due buffoni a confronto. Come poteva finire? Le loro diplomazie ancora più inconsistenti e incredibili. Cosa potevano ottenere?

Restano sul terreno due mine vaganti. Cina e Russia saranno pronte a sfruttare l’occasione per reinserirsi nei giochi. L’Unione europea continuerà a guardare ed a fare i conti con la propria debolezza internazionale. Quasi quasi mi vien voglia di rimpiangere il clima da guerra fredda, che tutto sommato era basato su personaggi di spicco e di caratura notevole, che spartiva il mondo in aree piuttosto precise, che cercava gli equilibri fra due imperialismi, in un certo senso uguali e contrari. Oggi siamo al tutti contro tutti, alla confusione totale, ai fallimenti progressivi, dai quali molto difficilmente riusciremo a venir fuori, con l’inabilitazione del mondo intero a intraprendere future iniziative di pace.  Trump-Kim: è proprio vero che i clown dovrebbero e vorrebbero farci divertire, ma in realtà incutono tristezza, inquietudine e persino terrore. Chi interagisce con un pagliaccio non sa se aspettarsi uno sgambetto o una torta in faccia. Nel caso di pagliacci con la giubba, la faccia infarinata e tanto potere in mano, c’è da aspettarsi una bomba in faccia.

Il brodo della gente e le rane della politica

Sono culturalmente e mentalmente affezionato alla democrazia rappresentativa e quindi molto scettico verso le illusionistiche manifestazioni di democrazia diretta. Preferisco le seggiolate congressuali di un tempo alle attuali asettiche elezioni primarie. Il mondo cambia e forse io sono fermo. Tuttavia, stando a quel che passa il convento della politica, se il menu mi permette di scegliere tra uno sbrigativo clic in risposta ad una domanda più o meno retorica e un voto per scegliere una leadership personale, non ho dubbi e preferisco una scheda elettorale con tanto di croce su un nome.

In questi giorni si celebra il secondo atto del congresso PD consistente nelle elezioni primarie per la segreteria del partito: non entro nel merito delle candidature, delle relative mozioni programmatiche, delle differenze politiche fra i candidati. Faccio solo qualche riflessione metodologica.

Mi sono chiesto se sia il momento giusto per celebrare un congresso e per divaricare le posizioni interne in vista di una consultazione elettorale molto importante come quella europea. La gente vuole discutere e capire o preferisce andare avanti con la testa nel sacco? Ho la netta impressione che, complici le spettacolari contrapposizioni sui palcoscenici mediatici, gli elettori preferiscano farsi impressionare da chi grida di più o da chi liscia loro il pelo. Se diamo per buona questa ipotesi, era certamente meglio che il PD lasciasse perdere il confronto congressuale rinviandolo a data da destinarsi. Se invece pensiamo che chi fa politica non debba appiattirsi sui gusti della gente lasciandola bollire nel suo brodo, ma debba portare i cittadini dentro la politica, le sue scelte ed i suoi meccanismi, ben venga un congresso quale problematico preludio alle elezioni europee.

Per la seconda riflessione sulla efficacia di un voto a livello degli equilibri interni di un partito, faccio riferimento agli insegnamenti paterni. Durante il lungo conclave per l’elezione del papa che sfociò nell’elezione di Roncalli quale Giovanni XXIII, in caffè dal televisore si poteva assistere al susseguirsi di fumate nere e qualche furbetto non trovò di meglio che chiedere provocatoriamente a mio padre, di cui era noto il legame, parentale e non, con il mondo clericale (un cognato sacerdote, una cognata suora, amici e conoscenti preti etc…): “Ti ch’a te t’ intend s’ in gh’la cävon miga a mèttros d’acordi cme vala a fnir “.  Ci sarebbe stato da rispondere con un trattato di diritto canonico, ma mio padre molto astutamente preferì rispondere alla sua maniera: “I fan cme in Russia, igh dan la scheda dal sì e basta!”.

Sono in atto meccanismi alternativi al tradizionale voto che, a mio giudizio, puzzano di scheda del Sì lontano un miglio. Un voto espresso in libertà con un minimo di coinvolgimento è sempre da preferirsi alle pantomime referendarie informatiche o alle consultazioni di plastica. Meglio un partito dove si litiga, ci si confronta anche aspramente ed esageratamente che un partito dove domina la pace dei sepolcri mediatici più o meno imbiancati. Chi ha orecchie per intendere intenda.

 

A mosca cieca per abbattere le pignatte politiche.

Nella frastornante e fuorviante girandola di sondaggi da cui siamo investiti, mi pare che Renato Mannheimer, sociologo, saggista e sondaggista di notevole livello, abbia sostenuto, supportato dai dati rilevati, che il consenso al governo giallo-verde si mantiene ad alti livelli, ma scende significativamente se dal giudizio generale si passa a quello sui singoli provvedimenti adottati dal governo stesso. Andamento analogo evidenziano le elezioni regionale di Abruzzo e Sardegna, dove il M5S sembra essere in caduta libera. Ho provato a rifletterci sopra ed a trovare una spiegazione plausibile.

Molto probabilmente quando l’elettore medio è di fronte al governo e ne dà un giudizio politico è fortemente condizionato dalle paure e dal clima di insicurezza, in parte conseguenti ai problemi difficili che ci sovrastano, in parte dovuti alla strumentale cavalcata delle valchirie pentaleghiste. Quando la situazione si fa complicata e tormentata è fortissima la tentazione di affidarsi mani e piedi al primo, urlante e improvvisato demiurgo da strapazzo, incassando per buone le illusioni sparse a piene mani.

Nel momento in cui l’esame della situazione abbandona i massimi sistemi della paura e dell’insicurezza e si appunta sull’approfondimento e sulla soluzione di un singolo problema o sulla scelta dei candidati emergenti a livello territoriale, il criterio di giudizio cambia e passa dalla genericità illusionistica alla particolarità realistica. Per farla breve, si smette di sognare e si comincia a ragionare ed allora i pro e i contro emergono inesorabilmente, i dubbi e le perplessità crescono e i consensi calano (quelli pentastellati in modo clamoroso). Penso sia un processo fisiologico applicabile a maggior ragione allorquando si vendono a basso prezzo le illusioni e non le speranze: le proposte concrete non vanno d’accordo con le illusioni, mentre possono anche accompagnarsi, pur con qualche difficoltà, alle speranze.

L’elettore italiano, per tanti motivi, sembra un bambino che gioca un po’ a mosca cieca e un po’ alle pignatte: è bendato dalla paura, dal risentimento, dalla sfiducia; ha in mano il bastone, costituito dalla scheda elettorale e ancor prima dal consenso irrazionale, lo picchia a casaccio e dove picchia distrugge la pignatta, poi corre a incassare il premio e si accorge che nella pignatta, se non c’è segatura, c’è comunque poco di buono.

Un motivo, messo dai politologi alla base del grande consenso assegnato al governo pentaleghista, consiste nel fatto che manchi un’opposizione veramente competitiva, leaderistica e coinvolgente: a destra sono tutti più o meno spiazzati, a sinistra sono confusi e laringectomizzati. È vero fino ad un certo punto. Se consideriamo Lega e M5S fenomeni da baraccone mediatico più o meno scientifico, il Pd non è in grado di competere su questo piano, che non è il suo proprio terreno di battaglia. Se andiamo sui problemi, sulle proposte e sulle candidature penso che l’opposizione possa esistere e farsi sentire, senza fretta di capovolgere il baraccone, ma con la pazienza di metterlo in discussione.  Bisogna recuperare un minimo di fiducia negli elettori, rispettarli nei loro drammi più psicologici che politici, somministrare loro, a dosi contenute, proposte diverse e molto concrete nonché candidati di livello per gestire il territorio.  Non dico di pretendere di passare dalla mosca cieca al bridge, ma almeno provare a giocare a bandiera.

La diarrea polemica in un assurdo gabinetto

La miglior difesa è l’attacco. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria sugli esiti dell’Ecofin del 12 febbraio scorso ha riferito in Commissione Finanze del Senato ed in questa sede ha accusato la Germania di avere ricattato il nostro governo imponendo all’Italia le norme sul bail-in, vale a dire regole che prevedono siano gli azionisti, gli obbligazionisti e i correntisti a pagare in caso di crisi di una banca. Queste norme sono state emanate con due decreti legislativi del 2015 entrati in vigore il 1° gennaio 2016. Se l’Italia non avesse accettato di introdurre queste scomode novità legislative, si sarebbe diffusa la notizia che il nostro sistema bancario era al fallimento. All’epoca ministro dell’Economia era Fabrizio Saccomanni componente del governo presieduto da Enrico Letta. A detta di Giovanni Tria, quasi tutti erano contrari all’introduzione delle novità, anche la Banca d’Italia che in modo discreto si oppose al bail-in.

Il presidente dell’Abi Patuelli ha definito la norma europea desueta e tale da essere abrogata, ma il ministro Tria, pur condividendo il fatto dell’abolizione, non prevede che questa possa avvenire in tempi brevi o che ci sia una convergenza tale da consentirla almeno in futuro. Altra benzina sul fuoco nei rapporti con i partner europei? Proprio nel giorno in cui Emanuel Macron e Angela Merkel si incontrano per rilanciare i loro patti funzionali al rilancio futuro dell’Europa in vista delle prossime elezioni, l’Italia apre, seppure rispondendo a domande in Parlamento, in modo più garbato e motivato del solito, un fronte di polemica con la Germania (parlare di ricatti non è certamente il modo migliore per dialogare a livello europeo).

È noto a tutti che in materia bancaria la Germania ha fatto clamorosamente i propri interessi mettendosi con le spalle al coperto con i soldi pubblici per poi rilanciare il rigorismo a corrente alternata verso i partner fra cui l’Italia. Quello che stupisce e innervosisce è la vocazione di questo governo ad esasperare i problemi anziché affrontarli in chiave dialogica e trattativista. Tutti i giorni emerge un nuovo contenzioso: forse sarebbe il caso di darci un taglio a prescindere dalle magagne e dai contenziosi con Francia e Germania. Il giorno in cui la Commissione europea ufficializza le sue gravi e motivate critiche alla manovra economico-finanziaria del governo Conte, il ministro Tria solleva una questione vecchia di almeno tre anni.

Non sono in grado di entrare nel merito della questione bail-in e non ho idea di quale reale portata abbia avuto e abbia tuttora sul sistema bancario italiano, sull’intera politica del credito e sugli andamenti economici del nostro paese. Ne faccio una questione di opportunità, strategia e tattica politiche. Per fortuna che il ministro Tria doveva svolgere la funzione di pompiere rispetto alle smanie euroscettiche del governo giallo-verde: un pompiere piuttosto anomalo, che usa più benzina che acqua. Se il ministro aveva consapevolezza dell’impossibilità di fare retromarcia su queste norme, se non vedeva e non vede una prospettiva agibile al riguardo, perché sollevare in modo tanto inopportuno un nuovo fronte di polemica.

A volte nei rapporti contrattuali difficili si butta sul piatto della bilancia tutto il contenzioso latente per poi trattare e trovare un compromesso globale. Non mi sembra che l’ipotesi si attagli ai rapporti dell’Italia con l’Europa: in questo caso bisogna partire dai punti ci collaborazione e condivisione per poi, dopo avere instaurato un clima positivo, aprire i dossier più scabrosi. Altrimenti finirà che anche con la Germania dovrà intervenire il presidente della Repubblica andando a far visita alla Merkel: un Capo dello Stato itinerante impegnato a coprire le “cacche” di un governo piuttosto diarroico.

 

Il portobrutto dei pappagalli pentaleghisti

Silvio Berlusconi, ostinatamente, meglio dire testardamente, legato ad un anticomunismo di maniera, che ogni tanto anacronisticamente spunta, non si rende forse conto di azzeccare un giudizio politico quando assimila i cinquestelle ai comunisti trinariciuti : ne avrebbero l’ancestrale vocazione all’appiattimento economico, la faziosa smania egualitaria, la masochistica arrendevolezza verso lo stile del centralismo democratico. Su un punto, sempre a detta di Berlusconi, si differenziano. I comunisti italiani sapevano preparare i loro dirigenti a livello di scuola di partito e mettendoli alla prova sul campo dell’impegno nelle istituzioni locali e nazionali; i grillini sono invece degli improvvisati e sprovveduti esponenti politici senza cultura, senza storia e senza esperienza (calza a pennello il discorso del loro impiego per la pulizia dei cessi di mediaset o fininvest come dir si voglia).

L’aspetto più grottesco della somiglianza fra comunisti vecchia maniera e grillini odierni emerge con evidenza allorquando si ascoltano i giudizi stereotipati e pappagalleschi degli esponenti del M5S sui diversi argomenti che l’attualità politica propone: parte il commento ufficiale del capo, quasi sempre Luigi Di Maio, seguono disciplinatamente e stucchevolmente i replicanti (Roberto Fico, presidente della Camera, che talora osa dare aria ai denti in controtendenza, rappresenta l’eccezione alla regola). Si intuisce l’esistenza sotto traccia di qualche malcontento e di qualche atteggiamento critico, ma non emerge nulla, anche perché sono pronte le purghe disciplinari per chi osasse ragionare con la propria testa.

Ho militato in passato in un partito, la Democrazia cristiana, che fra tanti difetti aveva il grande pregio di ammettere un serrato dibattito interno a livello centrale e periferico. Non si parlava di democrazia diretta, non esisteva consultazione on line, ma l’iscritto e l’esponente del partito potevano liberamente esprimere le proprie opinioni ed il proprio dissenso. Basti dire come la sezione di partito in cui ero iscritto, che si distingueva per una linea di apertura verso la sinistra e di condanna verso l’imperialismo americano, fosse ironicamente definita “sezione vietcong”. Non potrei mai e poi mai aderire al M5S, dove la differenza di opinioni si manifesta solo a mezza bocca o nelle pance più o meno brontolanti.

Berlusconi mette quindi il dito in una piaga purulenta, ma, come spesso accade, vede o finge di vedere la pagliuzza dell’avversario, trascurando la trave nell’occhio dell’alleato e/o nel proprio occhio. Anche la Lega infatti non scherza su questo piano: c’è in atto un processo di omologazione al pensiero salviniano, che trova un argine sempre più blando nei governatori leghisti e nei gruppi sociali di riferimento. Il leghismo da partito dell’indipendenza nordista e delle autonomie territoriali si sta trasformando in un pericoloso e reazionario movimento di opinione, in cui non c’è spazio per il dibattito ed il confronto interno, ma solo per la strumentalizzazione mediatica delle paure.

Forza Italia si è talmente ristretta da non potere più permettersi il lusso di essere un partito personale e di mera plastica: il guinzaglio si è notevolmente allentato, anche perché il padrone ha perso la forza e l’Italia, nel frattempo, è cambiata. I Brunetta ed i Tajani possono permettersi il lusso di esprimere le proprie opinioni, lasciamo perdere le Gelmini e le Bernini messe a bollire nel brodo insipido del più bieco mestiere politicante. Resta comunque una formazione politica di dubbio gusto liberal-democratico. In me ha sinceramente suscitato forte ilarità il recente richiamo berlusconiano agli ideali sturziani e degasperiani. Sì, perché mentre un tempo alle cazzate di Berlusconi reagivo con rabbia e disprezzo, oggi reagisco ridendo a crepapelle.  Siamo talmente caduti in basso da costringermi a rivalutare il cavaliere (è tutto dire!).

In conclusione la scena è dominata dall’assenza di un confronto vero tra i protagonisti e lasciata alle comparsate dei retroscenisti prezzolati e dei politologi ondivaghi. Forse M5S e Lega stanno esagerando con la loro mediaticità e con il loro leaderismo da strapazzo. Ai pappagalli pentaleghisti fanno riscontro i polli piddini, che si beccano davanti alla cucina elettorale pronta a cucinarli e divorarli.  Tutto sommato però trovo paradossalmente più dignitoso litigare continuamente e scriteriatamente piuttosto che ripetere gli insulsi slogan dimaiani e salviniani. Qualcuno forse comincia ad accorgersi del ruolo da burattino che M5S e Lega vogliono imporre ad eletti ed elettori. Solo Giuseppe Conte persiste ed insiste come se niente fudesse (fosse). Contento lui…