Il sindacalista galantuomo

Riconosco la fondamentale funzione del sindacato dei lavoratori nell’ambito della società liberaldemocratica: è una delle cosiddette forze intermedie, che dovrebbe svolgere un ruolo di rappresentanza del mondo del lavoro, di saldatura dialettica con la politica, di confronto con le istituzioni, di dialogo con l’intera società. La debolezza del sindacato comporta debolezza di tutta la democrazia.

Negli ultimi anni la progressiva perdita di ruolo è stata dovuta a errori di carattere interno: da una parte la eccessiva politicizzazione, dall’altra lo sterile corporativismo, dall’altra ancora il difficile adeguamento alla nuova configurazione del lavoro nelle sue diverse e moderne sfaccettature. Dall’esterno poi è venuta una demolizione, quasi un’esorcizzazione del sindacato da parte della politica, presuntuosamente egemonica sui rapporti sociali ed economici del Paese. Essere critici e favorire una revisione del sindacato dei lavoratori non vuol dire sottovalutarli o addirittura bypassarli.

Nel recente passaggio di leadership nella CGIL da Susanna Camusso a Maurizio Landini mi pare di intravedere qualcosa di nuovo e di positivo: un cambio di atteggiamento dalla solita e sempre più insignificante polemica pregiudiziale alla dura, schietta e onesta volontà di confronto. Su questa nuova linea gioca la storia e la credibilità di Maurizio Landini, un sindacalista a tutto tondo, che non viene dal palazzo ma dalla fabbrica, che rappresenta l’anima vera del sindacalismo.

Ne ho avuto la riprova durante un recente dibattito televisivo (a otto e mezzo su la7) durante il quale Landini è riuscito a incutere rispetto e attenzione nei suoi interlocutori, distogliendoli dalle solite scaramucce mediatiche per portarli alla sostanza dei problemi: molto chiara e stimolante la sua analisi sulla povertà, tolta dalla marginalità dell’assistenzialismo e portata al centro dei rapporti socio-economici. Il povero è colui che non lavora, ma anche chi lavora ed ha una retribuzione decisamente scarsa: apprezzabile e condivisibile la coniugazione della povertà col lavoro.

Poi la chicca finale, la trasparente e inattaccabile situazione economica personale di Maurizio Landini spiattellata opportunamente davanti a tutti: ha detto a quanto ammonta il suo stipendio (certamente non d’oro e nemmeno d’argento, forse nemmeno di bronzo: i suoi interlocutori erano interdetti, perché forse facevano il raffronto con la ben più alta remunerazione  per le loro chiacchiere esistenziali e professionali); ha ammesso tuttavia onestamente di non aver mai avuto uno stipendio così alto (3.700 euro netti al mese) ed ha fornito precisazioni su tutta la sua vita professionale e sulla sua posizione pensionistica. Una bella ventata di aria fresca e pulita! È un galantuomo credibile e capace, forse un po’ troppo duro di carattere, schietto e polemico ma non demagogico, col quale si può parlare e collaborare nella chiarezza. Il mondo politico sappia cogliere questa novità e riapra un dialogo costruttivo di cui si sentiva da tempo la mancanza.

Boccaccio entra nel M5S

Finalmente un esponente del M5S riesce a conquistare, al di là della politica, la mia simpatia. Questi grillini nella loro arrogante e presuntuosa ignoranza ispirano una viscerale antipatia: sono umanamente, prima e più che politicamente, insopportabili. Forse la palma del “migliore” (si fa per dire) va “all’azzeccagarbuglioso” ministro delle infrastrutture e dei trasporti Danilo Toninelli. Gli unici pentastellati che si salvano sono quelli espulsi o in odore di espulsione dal movimento: acquisiscono infatti immediatamente quel minimo di autonomia di pensiero e comportamento (magari trasgressivo), che li rende accettabili sul piano umano e financo politico.

A Giulia Sarti, deputata M5S, sta succedendo di tutto. È rimasta invischiata nello scandalo che i giornali hanno chiamato “rimborsopoli”: non aveva cioè effettuato i rimborsi di una parte dei suoi emolumenti che il Movimento obbligava a destinare al fondo del microcredito per le PMI. La Sarti evitò l’espulsione denunciando un collaboratore per appropriazione indebita, accusandolo di essersi intascato i soldi destinati al fondo di cui sopra. La denuncia è stata archiviata dalla Procura di Rimini e quindi la deputata ha ritenuto opportuno dimettersi dalla Presidenza della Commissione Giustizia alla Camera, tenendo in sospeso la sua posizione come parlamentare e la sua adesione al gruppo grillino.

Per Giulia Sarti però sta piovendo sul bagnato: stanno girando foto e video che la ritraggono in atti intimi e quindi questa persona pubblica sta soffrendo una carognata pazzesca, quella cioè di vedersi messa alla berlina con immagini privatissime divulgate per rovinarne la reputazione. Non so se corrisponda al vero quanto il collaboratore scagionato avrebbe detto, cioè di avere usato parte di quei soldi sottratti al fondo microcredito per pagare chi deteneva contenuti hard della Sarti e farli sparire dalla circolazione. La questione si potrebbe persino tingere di ricatto ai danni della Sarti, finita veramente in mezzo ad un brutto giro. L’interessata ed anche quel suo collaboratore avrebbero il dovere di meglio chiarire i contorni di tutta la vicenda.

Sono fatti ormai diventati frequenti sul web con conseguenze talora tragiche per i soggetti presi di mira. È il fenomeno del “revenge porn”, vale a dire la condivisione pubblica di immagini o video intimi tramite internet senza il consenso del/della protagonista degli stessi. Sta diventando una vera e propria piaga sociale, che, con il caso della Sarti, fa il suo ingresso nelle aule parlamentari.

In Inghilterra basta meno per essere costretti alle dimissioni, ma gli inglesi farebbero bene a preoccuparsi della “pornografia brexitiana” che sta inondando l’Europa. È vero che la Costituzione italiana afferma che “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”, ma non mi sembra possa farsi risalire allo svolgimento della funzione di parlamentare l’infantile divertimento (?) di riprendere con un telefono le proprie scorribande sessuali: per quanto mi riguarda, assolverei quindi Giulia Sarti perché il fatto non costituisce violazione costituzionale e semmai la considererei parte lesa in una novella boccaccesca.

Vado anche oltre per esprimerle tutta la mia solidarietà assieme al consiglio di essere più prudente nello scegliere i propri collaboratori ed i partner sessuali. Si dimetta dal bigotto gruppo pentastellato, resti parlamentare, faccia quel che vuole del suo emolumento badando soprattutto a lavorare per il Paese e magari si dia da fare per combattere la revenge porn di cui è rimasta vittima. Vedere questa giovane donna deputato “sputtanata” per trasgressione al demagogico codice grillino e per una perfida persecuzione a sfondo sessuale mi indigna. Ecco perché ho esordito scrivendo che finalmente un personaggio del M5S è riuscito a conquistare la mia simpatia. Lo ribadisco.

Una ventata di aria pulita e…giovanile

Si riparte da zero, dalla natura e dal clima. Il 15 marzo migliaia di studenti in diverse parti del mondo hanno partecipato ad una manifestazione organizzata per chiedere ai governi politiche e azioni più incisive per contrastare il cambiamento climatico e il riscaldamento globale. L’idea è nata in seguito alla protesta iniziata da Greta Thunberg, una studentessa svedese di 16 anni, diventata il simbolo e la rappresentante più conosciuta del nuovo movimento ambientalista studentesco. Invece di andare a scuola, ogni giorno si presentava davanti alla sede del Parlamento svedese a Stoccolma, portando con sé il cartello “Sciopero scolastico per il clima”. In pochi mesi è diventata una star, partecipando a conferenze ed incontri a livello internazionale, dove ha accusato politici e grandi aziende di essere consapevoli da tempo dei rischi del cambiamento climatico, ma di non aver fatto nulla per calcolo politico o per non ridurre i profitti.

La rivista TIME ha inserito la Thunberg nella sua lista dei 25 adolescenti più influenti per il 2018; è stata altresì nominata la donna più importante del 2019 in Svezia. I media si sono naturalmente buttati a pesce su questa intraprendente ragazzina e ne stanno facendo “una santina laica”. Ben venga una sensibilizzazione sull’argomento “clima” soprattutto nei giovani, i più interessati potenzialmente al futuro. Vado a prestito da don Umberto Cocconi e gli rubo le riflessioni contenute in una sua recente omelia, riportandole di seguito.

“Quali sfide, quali tentazioni un giovane deve affrontare e vincere, per diventare adulto? Le possiamo circoscrivere a tre: la sfida del tempo, la sfida del piacere della connessione e la sfida del narcisismo. Il noto psicologo Vittorino Andreoli sostiene che se vogliamo capire gli adolescenti dobbiamo fare i conti con la loro “percezione” del tempo: vivono senza tempo. Sovente essi sono privi della percezione del futuro. In altre parole, è come se vivessero un presente continuo, fatto di frammenti: “Adesso vivo questo frammento di tempo, poi un frammento successivo, poi un altro ancora”. Non c’è però un continuum, non c’è, cioè, la percezione di uno sviluppo che in questo tempo si può realizzare. È efficace l’immagine della “freccia ferma”: si vuole fermare il tempo che passa. Tutto diventa “presente eterno”.

(…) Una seconda sfida che un giovane deve raccogliere è la comunicazione digitale, che amplia le sue possibilità, a tal punto che si può vivere contemporaneamente l’immediatezza degli scambi e delle condivisioni. È inevitabile che questi scambi così accelerati creino il bisogno insopprimibile di rispondere subito ai messaggi ricevuti, oppure di inserire al volo le foto nelle proprie pagine per ottenere tantissimi like. L’appagamento di questo desiderio di approvazione urge e non si può procrastinare. La vita degli adolescenti sembra all’insegna della contingenza il che li spinge a fare scelte rapide e superficiali. Non c’è tempo per concentrarsi e riflettere. I giovani contemporaneamente studiano, sentono musica, scrivono, leggono messaggi sul cellulare, con vari focus, vivono l’esperienza del cosiddetto multitasking: si fanno più cose contemporaneamente e tutto questo li fa sentire vivi e adrenalinici.
(…) Terza tentazione: il piacere che si prova quando si ricevono delle conferme per se stessi. Si creano così al contempo connessioni continue, con cui ci si presenta agli occhi degli altri, con l’identità desiderata, oppure con un’identità difensiva, arricchita con informazioni, foto e immagini che vengono continuamente aggiornate. Facebook consente un nuovo approccio alla costruzione del proprio sé. «Gli adolescenti si confrontano con la propria immagine, costruendo una narrazione personale che verrà condivisa solo dagli amici che sono stati accettati in tempo reale ed in modo immediato. Possiamo paragonare i social media al muretto intorno al quale si incontravano qualche decennio fa i giovani, oppure al barino in cui stazionavano per ore rimandando continuamente il momento di ritornare a casa» (Massimo Ammanniti). Come possiamo noi adulti criticare questi giovani, o avere la presunzione di aiutarli se siamo pure noi caduti nella rete?”.

Fin qui il discorso autocritico di don Cocconi, un prete amico dei giovani. Mi limito ad aggiungere l’auspicio che questa ventata fresca giovanile, che guarda avanti nel tempo, che affronta problematiche impegnative, che rioccupa le piazze in senso concreto, serva a vincere le tentazioni di cui sopra e non sia un fuoco di paglia o ancor peggio un’acne curata da farmaci invasivi gratuitamente e facilmente forniti dai poteri mediatici, politici ed economici.

 

 

I titani della sfiga

Quando sento i politici, magari ultra-trasgressivi nella loro vita privata (cavoli loro…), fare la difesa d’ufficio della famiglia in un pericoloso mix ideologico-culturale che puzza lontano un miglio di strumentalizzazione politico-religiosa, di reazionaria deriva etico-culturale, di ostentato e fuorviante richiamo ai principi cristiani, scatta in me una sorta di shock anafilattico religioso e politico. Non sopporto infatti l’integralismo religioso di chi brandisce il Vangelo a suo uso e consumo e non tollero chi viola la laicità della politica a scopo smaccatamente elettorale.

Per quanto ne so e ne capisco, nelle manifestazioni promosse dal World Congress of Families trovo poco Vangelo e molto fascismo: il tentativo di ricondurre e rimpicciolire i valori della fede al sempre suggestivo slogan “Dio, Patria, Famiglia”. Non a caso le destre politiche e culturali vi si buttano a pesce senza andare tanto per il sottile. Se facciamo riferimento alla imminente manifestazione che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo, troviamo tre ministri in quota Lega (Salvini, Fontana e Bussetti), l’immancabile Giorgia Meloni leader di Fratelli d’Italia ed Elisabetta Gardini una forzitaliota in cerca di visibilità, assieme a rappresentanti di quella articolata ma ben inquadrata galassia pseudo culturale avente lo scopo di teorizzare, in chiave meramente demagogica, la restaurazione etica senza farsi scrupolo di strizzare l’occhio al folklore nazi-fascista.

Su questa iniziativa il governo si è spaccato e questo non fa notizia: farebbe notizia l’esistenza di un tema su cui il governo fosse compatto. C’è o non c’è il patrocinio governativo all’incontro promosso dalla rete internazionale di cui sopra? Patrocinio vero e proprio no, ma, come detto molta vicinanza sì. Ecco allora che il vice-premier Luigi Di Maio sente la necessità di smarcare se stesso e il M5S, dedicando all’evento parole offensive: “Più che di destra sono degli sfigati, se trattano così le donne”. Siamo di fronte ad uno scontro fra titani dell’improvvisazione e del nullismo culturale e politico, da cui la famiglia non può che uscire con le ossa rotte.

C’è da chiedersi retoricamente se per questi signori venga prima il Vangelo, magari brandito come arma durante i comizi elettorali, oppure il contratto (sarebbe meglio ribattezzarlo contrasto) di governo; se sia più importante la famiglia, tirata sempre in ballo più o meno a proposito, o il voto dei cattolici tradizionalisti per non dire reazionari; se porti più voti cavalcare l’oltranzismo religioso coniugato con le posizioni dell’ultradestra oppure vezzeggiare la galassia in difesa dei diritti civili (movimento di liberazione omosessuale, difesa del divorzio e dell’aborto, liberalizzazione bio-etica, etc.).

Tutto contribuisce a confondere le idee e a strumentalizzare indistintamente e clamorosamente le spinte culturali, mettendo tutto e tutti sullo stesso piano inclinato verso la mera conquista del “voto a prescindere”.   Non so se siano più sfigati gli aderenti al Word Congress of Families ed alle sue iniziative oppure i politici che gli girano intorno per lucrare qualche consenso a favore o contro di esso. Se questo è il rinnovamento della politica nei rapporti con la religione, conviene, senza dubbio alcuno, fare un salto indietro verso la tribolata ma seria laicità della politica dei partiti della cosiddetta prima (unica) repubblica, Democrazia Cristiana in primis.

Più falene che bachi…da seta

Gli affari sono affari. Però bisogna saperli fare e soprattutto non sbandierarli troppo. Enrico Mattei, fondatore e presidente dell’Eni, non si faceva eccessivi scrupoli politici, stipulava accordi petroliferi in barba alle sette sorelle, teneva rapporti economici con i Paesi sottosviluppati, usava i partiti politici come taxi, non si faceva condizionare dai canonici assetti internazionali, superava  certe barriere, ricercava e concedeva vantaggi economici senza andare troppo per il sottile: una figura meravigliosa di politico prestato all’economia e di manager indipendente (fino ad un certo punto) dalla politica.

In linea di principio non mi scandalizzo se il governo italiano sta trattando affari con la Cina, la cosiddetta “Nuova via della Seta”: miliardi di dollari di investimenti, 70 Paesi coinvolti, infrastrutture potenziate, scambi commerciali facilitati, cooperazione e comunicazioni sviluppate e irrobustite. Il discorso riguarda l’Italia per diverse ragioni: gli investimenti massicci compiuti dai cinesi nel Made in Italy per rafforzare il rapporto con le piccole e medie imprese nostrane; la necessità di far crescere l’export italiano verso la Cina; l’esclusivo rapporto di rispetto che la Cina nutre nei confronti dell’Italia e del suo passato; l’elevato debito pubblico che accomuna i due Paesi; il ruolo strategico per lo scambio commerciale che i porti di Genova, Venezia e soprattutto Trieste potrebbero ricoprire con la nuova via della Seta.

Gli Usa guardano con diffidenza a questa evoluzione nei rapporti economici con la Cina e temono un’influenza maggiore di Pechino negli equilibri mondiali. L’Europa, come al solito, è formalmente unita, ma ancora una volta fa emergere significative criticità e divisioni: alleata degli americani, ma attratta dalle prospettive commerciali con la Cina, istituzionalmente alla ricerca di politiche comuni mentre gli Stati membri puntano a fare accordi singoli con il governo cinese. Forse l’Italia sta esagerando e punta a firmare un memorandum di intesa con la Cina il prossimo 22 marzo, in occasione della visita a Roma del presidente Xi Jinping.

La Commissione europea chiude la stalla quando i buoi sono scappati. Ha infatti varato i “dieci comandamenti” dopo che ben 13 Paesi membri hanno firmato accordi. Si tratterebbe di rafforzare la cooperazione appoggiandosi ai tre pilastri: diritti umani, pace e sicurezza, sviluppo. L’Italia rischia di essere la pietra di uno scandalo da tempo in atto, perché ha deciso di piazzarsi sulla “via della seta”. In conclusione vengono spontanee tre riflessioni. Innanzitutto la Ue deve mettersi in testa di integrare veramente la sua politica smettendo i panni del censore a posteriori. In secondo luogo gli Usa di Trump la smettano di fare i furbi in giro per il mondo, pretendendo che gli alleati europei facciano la parte dei servi sciocchi. Il terzo luogo il governo italiano esca dalla caterva di ambiguità che lo connotano e lo costringono nella parte di Pinocchio alle prese con i grilli parlanti.

Non so se il memorandum che l’Italia si appresta a firmare con la Cina sia, come afferma ironicamente il ministro Tria, una tempesta nel bicchiere; non so se possa diventare lo scandaloso paravento degli incompetenti dietro cui si nascondono gli affari degli ipocriti. Il premier Giuseppe Conte dichiara: «Aderiamo con tutte le cautele necessarie: siamo un Paese inserito nell’Unione europea, siamo un Paese che è collocato in un’alleanza tradizionale e che ben conosciamo, euroatlantica, e rimaniamo collocati in questa prospettiva di alleanze. Semplicemente ci apriamo una strada molto interessante dal punto di vista commerciale. Quello che andiamo a sottoscrivere non è un accordo vincolante ma un quadro che ci consentirà poi di valutare le opportunità che si offriranno».

Sarà, ma non vedo l’Enrico Mattei della situazione, non vedo l’Amintore Fanfani capace di tirargli la giacca, non vedo il Giorgio La Pira che dava  respiro etico alle politiche internazionali trasgressive. Vedo un coacervo di nani americani, cinesi, russi, europei e italiani, che (s)ballano sulla scena mondiale.

L’incredibile adolescenza forzitaliota

È decisamente curioso che il partito politico più spietatamente critico, al limite dell’insulto, verso il governo pentaleghista sia Forza Italia: si tratta di una vera e propria incongruenza rispetto al passato, al presente ed al futuro. Il noto psicologo Vittorino Andreoli sostiene che, se vogliamo capire gli adolescenti, dobbiamo fare i conti con la loro “percezione” del tempo: vivono senza tempo. Ebbene, alla faccia della smagata e sfacciata anzianità del loro leader, in barba al cumulo di esperienze disastrose acquisite, nonostante la pelosa furbizia dimostrata ed elargita a piene mani, i forzitalioti stanno giocando a fare gli “adolescenti della politica”.

Diamo un’occhiata al passato: hanno collaborato a livello governativo ed a più riprese con la Lega. Era un’altra Lega, era un po’ migliore, era elettoralmente più debole, ma non fa molta differenza: era ugualmente piuttosto inaffidabile ed imprevedibile, era sostanzialmente lo sgradevole e maleducato mister Hyde rispetto al governo di centro-destra del dottor Jekyll.  Si trattava cioè delle due nature ed identità dell’unica politica berlusconiana.

Veniamo al presente: Lega e Forza Italia collaborano convintamente a livello regionale e comunale, vanno d’amore e d’accordo, si candidano ad allargare ulteriormente questo terreno di governo periferico, ma importantissimo (Lombardia, Veneto, Liguria, etc, etc.). Non c’è solo un patto di convenienza elettorale, ma anche una (quasi) perfetta sintonia di linee programmatiche.

Guardiamo al futuro: Forza Italia punta a ritornare al governo. Con chi? Con la Lega e i rimasugli destrorsi di Fratelli d’Italia! Hanno già pronto un programma, quello con cui si erano presentati alle elezioni politiche del marzo 2018. Si illudono di poter riprendere, seppure a quantità invertite, l’esperienza del regime berlusconiano. Sono disposti persino (non potrebbero fare diversamente) a concedere lo scettro governativo a Salvini, riconoscendogli il ruolo di premier, diventando il laboratorio europeo dell’ignobile connubio tra il moderatismo e l’estremismo di destra.

E allora…chi disprezza compra, dopo aver già comprato. Molti osservatori sostengono che l’attuale governo sia a trazione leghista, che i grillini facciano la parte del servo sciocco rispetto all’invadente potere salviniano, che la Lega rappresenti la forza dominante con il crescente consenso dell’elettorato. I berlusconiani si candidano a sostituire il movimento cinque stelle, dando ad intendere che così tutto cambierà e si chiarirà. Mi permetto di sollevare non pochi dubbi al riguardo: la ruota di scorta non cambia le prestazioni dell’automobile, ne consente solo la continuità e oltre tutto spesso ritorna nel bagagliaio dopo aver svolto la sua provvisoria funzione. Non è il caso quindi di gridare al lupo, per poi accoppiarsi ad esso e magari esserne mangiati in un sol boccone. La seconda giovinezza di Forza Italia fa tenerezza e suscita solo ilarità. Se dopo il rinnovamento del pentaleghismo dovesse arrivare la restaurazione berlusconiana, staremmo proprio freschi: il masochismo italiano non ha limiti.

 

L’arte fra mito e realtà

In questi giorni, in barba al catechismo cattolico ed a Michelangelo Merisi detto Caravaggio, è stata fissata l’ottava opera di misericordia: “non spostare le opere d’arte”. Da sempre si scontrano due linee di utilizzo culturale dell’arte: un indirizzo puramente contemplativo e aristocratico ed una impostazione aperta, dinamica e popolare. Le “Sette opere di misericordia”, il capolavoro di Caravaggio conservato al Pio Monte della Misericordia a Napoli, non verranno trasferite al Museo nazionale di Capodimonte, dove avrebbero dovuto ricoprire il ruolo di protagoniste nell’ambito della mostra “Caravaggio a Napoli”, in programma dal 12 aprile al 14 luglio prossimi.

Quando sembrava che l’accordo esistesse sono cominciate forti polemiche tra gli addetti ai lavori in merito all’opportunità di spostare il delicato dipinto di appena due chilometri dalla sua sede: sono state accampate ragioni statutarie, si è fatto riferimento a comportamenti storici, si sono avanzate motivazioni di rischio ai quali l’opera verrebbe esposta. È intervenuto a gamba tesa il Ministero dei beni culturali, che ha sancito il no definitivo al prestito a causa dei “rischi ai quali l’opera verrebbe esposta al solo fine di essere trasferita presso un’istituzione culturale che si trova a poco più di due chilometri dalla chiesa nella quale essa è (ben) conservata. Lo spostamento avrebbe sottoposto le “Sette opere di misericordia” ad un rischio inutile e quindi il Ministero ha suggerito al museo d’includere il Pio Monte della Misericordia nel percorso espositivo.

Sembra una questione di lana caprina, ma non lo è affatto al punto che il maestro Riccardo Muti si è sentito in dovere di intervenire su due piani. Dal punto di vista logistico ha detto: «Perché non spostare il quadro di pochi chilometri quando la Pietà di Michelangelo andò a New York?». E poi non si è astenuto dal pensare male per centrare forse il nocciolo della questione: «Non voglio entrare in polemiche politiche, ma è chiaro che questo è un attacco al direttore del Museo di Capodimonte, Bellenger, che ha lavorato così bene in questi anni».

Non posso dimenticare l’opinione del mio carissimo ed indimenticabile amico professor Gian Piero Rubiconi, un mio maestro di cultura, che, tra l’altro, collezionava dischi non per una malcelata bulimia filologica, ma per la sete inestinguibile di ascoltare, di raffrontare, di approfondire, di commuoversi. L’enorme patrimonio di incisioni e registrazioni dal vivo non lo teneva per sé, ma amava comunicarlo, metterlo a disposizione di tutti, soprattutto dei suoi giovani amici appassionati.  I suoi “colleghi” collezionisti lo rimproveravano di essere troppo generoso e di non difendere a dovere il proprio patrimonio discografico, ma soprattutto quello delle preziose ed appetibili registrazioni “pirata”. Qualcuno minacciava di non fare più con lui scambi di materiale, dal momento che tale materiale veniva poi troppo divulgato. Una volta si sfogò e mi disse: «Capirai… se mi metto a fare il custode impenetrabile di nastri su cui sono incisi autentici pezzi di cultura. Se me li chiedono, glieli do volentieri: li ascoltano, discutono, si divertono. La cultura è scambio, esige di essere fatta circolare, non è strettamente riservata ad alcuno…». Da una parte aveva un alto e professionale concetto di arte, di cultura, quasi al limite dell’aristocratico, dall’altra prediligeva il senso popolare della cultura stessa, ne perseguiva la diffusione, amava divulgarla. Sane ed apparenti contraddizioni: competenza, preparazione, alta qualità per gli addetti ai lavori; massima apertura e disponibilità verso il pubblico dei fruitori. Chi non è capace di sintetizzare i due aspetti della cultura si chiude in uno splendido quanto inutile isolamento e cade nello snobismo di chi magari si scandalizza se in piazza Duomo si tiene un concerto. Gian Piero non era certamente uno snob anche se viveva in un ambiente, quello culturale, musicale e teatrale, che ne è zeppo. Ultima e non ultima dimostrazione l’assurdo blocco del piccolo e utile traffico caravaggesco.

 

 

 

 

 

Le Wanda Osiris del pallone e della politica

Sono due i tormentoni che rovinano il sonno degli italiani: la questione Tav e il caso Icardi. La Torino-Lione rischia di far cadere il governo mandando a casa Conte, Di Maio e Salvini; l’aventino icardiano rischia di rovinare la stagione calcistica dell’Inter mandando a casa Spalletti. La vicenda dell’alta velocità sta portando nel ridicolo il nostro paese, la penosa situazione dell’attaccante sta coprendo di ridicolo una delle più blasonate squadre di calcio.

Esistono analogie fra le due traversie? Molte. Entrambe si giocano al di fuori della loro sede propria: la Tav che fa riferimento ad un trattato internazionale non viene discussa in Parlamento, ma in precari summit tra occasionali esponenti di (non) governo; la posizione di Mauro Icardi non viene affrontata sul campo in base al rendimento del calciatore, ma in assurdi conciliaboli tra Wanda (Osiris) Nara e Giuseppe Marotta neo amministratore delegato dell’Inter. Entrambe si situano nell’ambito delle tifoserie: sì-tav no-tav, sì Icardi no-Icardi. Entrambe tengono banco a livello mediatico: non si può parlare di politica senza fare riferimento all’alta velocità, non si parla di calcio senza chiedersi come andrà a finire la vertenza tra l’Inter e il suo prestigioso e riottoso attaccante. Entrambe si dovrebbero sbloccare o rompere da un momento all’altro, mentre invece tengono tutti da tempo col fiato sospeso. Entrambe vanno alla ricerca di dati confortanti: la differenza costi benefici da una parte, la differenza reti dall’altra. Entrambe comportano grosse cifre che vengono discusse come se si trattasse di noccioline. Entrambe riguardano la presenza dell’Italia in Europa: quella socio-economica e quella calcistica. Entrambe rischiano di deviare l’attenzione dai veri problemi: la tav copre la crisi evidente di un governo inetto e inadeguato, l’assenza di Icardi fa da paravento al comportamento di una squadra che sta fallendo o addirittura ha già fallito gli obiettivi che si era preposti. Entrambe riguardano un contratto: il contratto di governo che prevede una non meglio precisata revisione del progetto ferroviario, il contratto di un calciatore la cui moglie-procuratrice vorrebbe rivedere al rialzo il compenso nonostante il basso profilo da cannoniere del marito. Entrambe sembrano studiate apposta per confondere le idee e si stanno allungando un po’ troppo: tra Salvini e Di Maio non metterci la tav, tra Icardi e Inter non metterci la Wanda. Entrambe sono comunque destinate ad arrecare più danni che vantaggi: penali, ritardi, investimenti a rischio per quanto concerne le lungaggini della infrastruttura ferroviaria; punti persi, occasioni fallite, basse classifiche per la squadra milanese. Entrambe, comunque finiscano, lasceranno uno strascico di polemiche e di cadaveri sul campo.

Le analogie sono tante, infinite e persino inimmaginabili. C’è però una differenza sostanziale: i contendenti a livello Tav affrontano un problema serio come se stessero giocando al pallone; i protagonisti della vicenda Icardi si interessano in fondo di un gioco come se fosse una cosa seria. La serietà e il gioco non vanno di pari passo, ma si incrociano e in mezzo restano schiacciati, in un modo o nell’altro, i tifosi della politica e del calcio. Alla fine tutti insieme appassionatamente nel pallone.

 

La quiete della giustizia e la tempesta della vendetta

La celebrazione della festa della donna ha coinciso giustamente con manifestazioni all’insegna della protesta contro tutte le violenze alle donne, in particolare contro il fenomeno dilagante del femminicidio. Dopo la protesta dovrebbero venire l’azione culturale, politica e sociale per combattere veramente una enorme piaga. Ha fatto impressione la confessione delle violenze subite da una giovane donna a livello di induzione e sfruttamento della prostituzione, fatta al Quirinale durante la opportuna e incisiva cerimonia tenutasi nella giornata dell’08 marzo.

Penso si possa fare molto di più a tutti i livelli in difesa dei diritti e dell’incolumità delle donne. C’è un percorso educativo da battere a livello famigliare, scolastico e da tutte le istituzioni pubbliche e private impegnate in questo campo. C’è un discorso di sensibilizzazione e solidarietà sociale da mettere in atto quotidianamente: dal condominio al quartiere, dal negozio al teatro, dalla strada ai locali pubblici. C’è un’azione di polizia di prevenzione e repressione sulla quale credo si possa operare con maggiore efficacia e tempestività. Sono convinto che, ad esempio, contro la prostituzione di cui sono vittima le giovani donne immigrate e ingannate, un mondo in cui avvengono violenze e crudeltà inimmaginabili, si possa e si debba intervenire con impegno: la polizia sa o può sapere tutto e quindi non occorre la bacchetta magica per colpire i vari racket operanti sul territorio.

Ognuno deve fare la sua parte. Anche la magistratura ha un compito essenziale a livello indagatorio, a livello delle misure restrittive da adottare nei casi emergenti, a livello del giudizio dei responsabili di fatti di violenza ed omicidio. Arrivati sulla soglia dei tribunali bisognerebbe però avere la prudenza e il rispetto per fermare la protesta ed accettare le sentenze della magistratura anche se a volte possono sembrare inadeguate o inopportune. Mi riferisco al caso dell’uomo di 57 anni, reo confesso dell’omicidio dell’ex compagna, strangolandola a mani nude. Con lei aveva una relazione da circa un mese. In primo grado era stato condannato a 30 anni dal gup di Rimini, per omicidio aggravato da motivi abbietti e futili. Poi la Corte d’appello di Bologna ha dimezzato la pena, riducendola a 16 anni, anche sulla base del fatto che una “tempesta emotiva” determinata dalla gelosia possa attenuare la responsabilità di chi uccide. Questa decisione ha innescato polemiche ed è stata anche contestata da un presidio delle Associazioni della Rete delle Donne davanti all’ingresso della Corte d’appello di Bologna.

L’omicida, in carcere con la pena dimezzata in base alle attenuanti concesse per la sua travolgente gelosia, ha tentato il suicidio ingerendo un’ingente quantità di farmaci ed è ricoverato in gravi condizioni a Ferrara. A dramma si aggiunge dramma: la tempesta emotiva non ha fine e miete vittime a tutto spiano. Probabilmente questa persona si sarà sentita messa alla gogna, denudata in tutte le sue emozioni, in quelle sbagliate del prima ma forse anche in quelle giuste del poi, emarginato irrimediabilmente, trasformato prima in caso clinico e poi in caso da manuale di psichiatria criminale, disperato nel suo impossibile ravvedimento, “mostrizzato” da tutti.  Non condivido la banalizzazione della sentenza di secondo grado anche se posso nutrire dubbi sulla sua fondatezza. Una sentenza deve però giudicare un caso singolo e non deve comunque assumere una valenza generale (per questo esiste la legge): non devono rispuntare dalla finestra il delitto d’onore o quello passionale, ma nemmeno la condanna sommaria di un delitto pur tremendo e sconvolgente. Non mi piace mai il discorso del “punirne uno per educarne cento”.

Nel nostro paese anziché impegnarsi nel proprio compito e nella propria funzione si ha la tendenza di insegnare agli altri quanto dovrebbero fare. Questo non è civismo è solo confusione di ruoli e responsabilità. Il peggior modo per combattere i mali che ci affliggono e forse anche il peggior modo per stare dalla parte delle donne. Vale anche per i femminicidi la regola del “nessuno tocchi Caino”. Vale anche per i responsabili di omicidio di mogli, compagne e fidanzate quanto ha scritto coraggiosamente Agnese Moro richiamandosi al dettato costituzionale e all’insegnamento di suo padre: “Chi ha commesso un errore, anche gravissimo, deve essere fermato, giudicato, aiutato con ogni mezzo e risorsa ad un ripensamento serio; e, se privato della libertà, trattato, comunque, con la dignità e il rispetto che merita ogni persona, buona o cattiva che sia”. Sono vicino alle donne, alle loro avanguardie difensive, alla rete delle loro associazioni, ai loro drammi umani e sociali, sono un femminista convintissimo (mi sento anch’io parte lesa di fronte alle violenze perpetrate contro le donne) , mi fa vomito ogni e qualsiasi maschilismo (diretto o indiretto, di azione o di opinione). Sono però d’accordo con Agnese Moro e. se ci riflettono sono convinto che lo saranno anche le donne pur alla sacrosanta ricerca di quell’approdo difensivo da ottenere non per gentile concessione ma con pieno diritto.

 

L’allenatore espiatorio

Quando rotola la testa di un allenatore di calcio mi corre un brivido nella schiena (si fa per dire…): paga per tutti un imputato di lusso.  È successo ad Eusebio Di Francesco trainer della Roma, che ha pagato anche per giocatori superpagati incapaci di insaccare un pallone a porta vuota. Era successo a Gian Piero Ventura dopo che i bomber (?) della nazionale in due partite non erano riusciti a combinare niente contro la Svezia. Vedo continuamente calciatori da ingaggi stratosferici commettere errori da campetti oratoriali: per loro pagano gli allenatori. Intendiamoci, anche questi ultimi non sono certo dei martiri, hanno portafogli gonfi e stipendi garantiti, ma comunque rischiano per conto altrui e non ha senso (vorrei sapere cosa ha senso nel mondo del calcio…).

Ed a proposito di allenatori poco fortunati ne voglio citare uno del Parma di tanti anni fa (non chiedetemi i periodi e le date perché non li ricordo e poi, parliamoci chiaro, che importanza hanno?), un certo Canforini, tecnico che dalle formazioni giovanili era approdato alla prima squadra. Le cose obiettivamente non andavano bene, la squadra era indiscutibilmente in crisi e – succedeva purtroppo anche allora – scattò la contestazione dei tifosi. Al termine dell’incontro, finito molto male per il Parma, l’allenatore Canforini fu accolto all’uscita dagli spogliatoi da una pioggia di sputi. Mio padre lo imparò il giorno successivo dalle cronache dei giornali, perché evitava scrupolosamente i dopo-partita più o meno caldi. Ne rimase seriamente turbato dal punto di vista umano e reagì, alla sua maniera, dicendomi: “E vót che mi, parchè al Pärma l’à pèrs, spuda adòs a un òmm, a l’alenadór? Mo lu ‘l fa al so mestér cme mi fagh al mèj. Sarìss cme dir che se mi a m’ ven mäl ‘na camra al padrón ‘d ca’ al me dovrìss spudär adòs! Al m’la farà rifär, al me tgnirà zò un po’ ‘d sòld, mo basta acsì.”

In effetti devo aggiungere che mio padre esercitava il mestiere di imbianchino e che quegli sputi se li era sentiti addosso. Non poteva concepire un’offesa del genere, soprattutto in conseguenza di un fatto normalissimo anche se spiacevole: perdere una partita di calcio. E continuò dicendo: “Bizòggna ésor stuppid bombén, a ne s’ pól miga där dil cozi compagni.” È una delle cose dette da mio padre che mi è rimasta più impressa. Peccato che allo sfortunato Canforini non bastò ad evitare l’esonero, ma fu sufficiente, senza saperlo, ad avere la solidarietà di un uomo che lavorava e sbagliava né più né meno come lui. Non so come proseguì la carriera di Canforini, se tornò ad allenare le giovanili, se cambiò squadra, se cambiò mestiere, se cambiò città, ma continuò ad avere tutta la mia “guidata ed ispirata” solidarietà.

Tornando al ben più pagato e collaudato Di Francesco, che per fortuna non è stato sputacchiato, ho appreso con un certo stupore del suo esonero oltretutto a pochi mesi dalla fine del campionato, ma mi ha ancor più stupito che abbia accettato di sostituirlo Claudio Ranieri, una professionista molto serio non certo alla ricerca di un incarico purchessia. Nella mia ingenuità etica non accetterei mai di sostituire un collega esonerato in corso d’opera, ma io sono uomo d’altri tempi e non sono un allenatore di calcio. Temo però che sulle regole etiche prevalga sempre il portafoglio. Speriamo almeno che Ranieri ci risparmi una delle solite cazzate di cui sotto.

Il nuovo allenatore di una squadra, non ricordo e non ha importanza quale, che ottenne subito una vittoria ribaltando i risultati fin lì raggiunti, rispose all’intervistatore sul segreto di questo repentino, positivo e “miracoloso” cambiamento: “Sa, negli spogliatoi ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti che dovevamo vincere”. Non ci voleva altro per scatenare la vena ironica di mio padre che, scoppiando a ridere, soggiunse: “A s’ capìssa, l’alenadór äd prìmma, inveci, ai zugadór al ghe dzäva äd perdor”.