L’uovo del secolarismo e la gallina del fondamentalismo

Una cultura che assolutizza la libertà individuale finisce per generare conflitti insanabili, fratture etiche, dilemmi insolubili. La libertà, se sganciata da ogni riferimento al bene comune, rischia di trasformarsi nel suo contrario: nell’arbitrio che mina le basi stesse della convivenza. C’è una strada diversa, che non coincida né con le sirene del fondamentalismo religioso né con il secolarismo radicale? Una via è quella del riconoscimento del valore pubblico delle religioni, intese non come esperienze esclusivamente private ma come dimensioni collettive che, senza avere la pretesa di sostituirsi allo Stato o di imporre la propria visione del mondo, apportano un contributo prezioso alla rigenerazione di un comune tessuto etico. Invece del modello francese – basato sulla rimozione del religioso dallo spazio pubblico – serve un’idea di laicità che riconosce il ruolo pubblico della religione.

Si tratta di uscire dalla contraddizione in cui siamo intrappolati: da un lato l’illusione di una secolarizzazione autosufficiente, dall’altro la tentazione del fondamentalismo. La sfida è trovare un equilibrio che consenta di valorizzare il patrimonio spirituale delle religioni senza trasformarlo in strumento di dominio. (Mauro Magatti – “Avvenire”) 

 

Non vorrei essere tacciato di semplicismo di fronte al problema sollevato dal sociologo Mauro Magatti, ma mi viene spontaneo parafrasare il suo dubbio di fondo chiedendomi: è nato prima l’uovo del secolarismo o la gallina del fondamentalismo.

Secolarismo e fondamentalismo sono infatti due atteggiamenti pseudo-culturali che si giustificano e si sostengono a vicenda. Il secolarismo viene esorcizzato per motivare comunque la reazione al nuovo che avanza e rifugiarsi nel rassicurante vecchiume dei nazionalismi e dei fascismi.

Ne volete un esempio? A mio zio sacerdote impegnato in modo non violento nella resistenza al nazi-fascismo, sua sorella eccepiva la noncuranza dell’appoggio concesso da Mussolini alla Chiesa cattolica tramite il concordato. Come era possibile schierarsi dalla parte degli oppositori al regime nelle cui fila militavano socialisti, comunisti e radicali? Mio zio non rispondeva a queste deboli e petulanti obiezioni e andava avanti per la sua strada: al mattino celebrava la messa in una chiesa di collina per poi andare in montagna a combinare scambi di prigionieri con i partigiani. Troppo comodo chiudersi in sagrestia a difendere i valori cristiani, così come è assurdo ammantare di cristianesimo i nazionalismi di Trump e Putin, creando un paradossale (?) collegamento tra ultras cattolici Maga e ultras ortodossi russi.

Purtroppo è sbagliato anche prendere provocatoriamente a scatola chiusa tutto quanto sa di clericale per cestinarlo in nome di una laicità che diventa inevitabilmente laicismo. Ne volete un esempio? Elly Schlein, seppure in buona fede e senza secondi fini, rischia di cadere nell’errore di consegnare la sinistra unicamente alle pur sacrosante battaglie per i diritti civili, dimenticando che tali diritti vanno coniugati con la solidarietà e l’impegno sociale. Il partito democratico, che doveva essere, in senso positivo e costruttivo, l’alternativa allo scontro manicheo tra reazione cattolica e progresso laico, sta fallendo il suo obiettivo regalando i cattolici, complice il movimentismo fondamentalista di Comunione e Liberazione, alla destra populista e nazionalista.

Come se ne esce? I cattolici devono svegliarsi, affrancarsi dalle ancestrali paure verso la sinistra e abbandonare il comodo torpore politico che li paralizza. I cosiddetti laici devono superare ogni prevenzione ed accogliere le istanze etico-culturali del mondo cattolico, sfrondate dal bigottismo e rilanciate sul piano della lotta alle povertà e dell’impegno per la giustizia e la pace.

Il Vangelo non è una dottrina politica, ma un’ispirazione per chi si impegna in politica; non è il baluardo contro una deriva secolare, ma un contributo dialogico alla crescita della società nel rispetto dei valori della persona umana.

A ben pensarci è tutto scritto nella Costituzione italiana: il compromesso al più alto livello tra i valori portati avanti dai partiti democratici ed antifascisti. Gira e rigira bisogna ripartire da lì.

Disturbiamo i manovratori

Il 28 agosto erano stati oltre 30mila i sanitari a digiunare in segno di protesta per chiedere la fine dello sterminio a Gaza. Giovedì 2 ottobre, all’iniziativa “Luci sulla Palestina”, le previsioni dicono che potranno essere 50mila. Alle 21, torce, lampade, lumini e candele si accenderanno in oltre 200 ospedali del Paese, per illuminare simbolicamente la notte della Striscia. Un flash mob per ricordare gli oltre 60mila palestinesi uccisi in questi ultimi due anni dall’esercito israeliano, tra cui 1.677 sanitari, i cui nomi verranno letti dai colleghi italiani, in una staffetta che percorrerà tutta la Penisola.

Le reti si stanno coordinando dal basso. Le 15 chat regionali hanno migliaia di iscritti. Tutti partecipano, tutti collaborano e si mobilitano per dimostrare l’indignazione del mondo della sanità verso il massacro che sta compiendo Tel Aviv, nella complicità silenziosa dei governi occidentali. “Stiamo protestando da mesi e non ci fermeremo fino a che le istituzioni non agiranno concretamente e a tutti i livelli per fermare il genocidio palestinese – commenta ancora Gianelli -. Siamo un’onda dilagante, che monta ogni giorno. Come sanitari e sanitarie non possiamo rimanere a guardare, è nostro dovere mobilitarci”.

Pretendono azioni concrete da governo, regioni, comuni e aziende sanitarie. Non più tiepide dichiarazioni di biasimo, ma atti e impegni formali: “Chiediamo che sia avviato il boicottaggio immediato della azienda farmaceutica israeliana Teva, che non solo è complice del governo israeliano nelle politiche di occupazione e apartheid, da cui trae profitti, ma è anche attivamente coinvolta nel genocidio palestinese”, prosegue la referente. Anche la richiesta per l’esecutivo di Giorgia Meloni è chiara: fare pressione su Israele e interrompere accordi e forniture militari. “Questo è il senso della nostra mobilitazione. Ci uniamo a tutti i movimenti che in Italia e in tutta Europa chiedono di fermare il genocidio, a partire dalla Global Sumud Flottilla la cui iniziativa umanitaria e politica seguiamo e sosteniamo con forza e ammirazione”, conclude Gianelli. “Luci sulla Palestina”, l’appuntamento di giovedì sera davanti agli ospedali italiani, sarà l’occasione per i sanitari di alzare ancora una volta le loro voci all’unisono, per unirsi da terra alla Flotilla e rendere omaggio ai loro colleghi, uccisi mentre assistevano e curavano la popolazione di Gaza. (da “ilfattoquotidiano.it)

Da una parte c’è la sacrosanta protesta, l’ansia di partecipare, la voglia di gridare, dall’altra la vergognosa indifferenza dei governanti, di chi li sostiene acriticamente e di chi li vota più o meno convintamente, il delinquenziale intento di mettere la sordina a chiunque osi far sentire la propria voce.

L’esperienza mi fa pensare che prima dei conflitti c’è la corruzione delle coscienze, il vuoto della cultura, l’inconsapevolezza e l’indifferenza dei più, gli egoismi e le paure.
Dopo vengono i conflitti, i più devastanti. Prima c’è la disumanità nei pensieri, e poi nelle scelte politiche. Anzi, oggi non c’è più neppure la politica, disprezzata e marginalizzata. Ci sono solo gli interessi e la concentrazione degli interessi: del potere, delle armi, dell’economia, della finanza, della comunicazione, della tecnologia. Se è così, la responsabilità non è solo dei capi delle nazioni, ma dei popoli stessi. Della coscienza di ciascuno di noi. Noi responsabili della corruzione dello spirito, dell’ignoranza, della perdita del senso del noi. Della perdita della responsabilità politica, ad ogni livello, in ciascuna delle nostre vite. (ex senatrice Albertina Soliani)

Ed ecco, puntuale come un orologio svizzero, la nostra premier: la prima gallina che canta inni alla pace dopo aver fatto le uova della guerra, che tesse gli elogi dell’anti-democratico Trump dopo aver venduto ad esso la storia democratica dell’Italia e dell’Europa per un piatto di elogi inodori, incolori e insapori.

Giorgia Meloni prova a incastrare le opposizioni su Gaza, con un invito plateale a votare insieme alle destre un testo comune domani in Parlamento, dopo le comunicazioni del ministro degli Esteri Tajani. Lo fa da un comizio in Calabria, e poco dopo si scaglia contro la Flotilla con toni veementi: «La speranza di pace che si è aperta con il piano di Trump poggia su un equilibrio fragile, che in molti sarebbero felici di poter far saltare. Temo che un pretesto possa essere dato dal tentativo della Flotilla di forzare il blocco navale israeliano». La missione navale «dovrebbe fermarsi ora e accettare una delle diverse proposte avanzate per la consegna degli aiuti: ogni altra scelta rischia di trasformarsi in un pretesto per impedire la pace e alimentare il conflitto».

Parole che rendono ancora più strumentale l’appello lanciato poco prima: «Mi piacerebbe che l’Italia votasse compatta per dimostrare che la pace la si vuole davvero». Parole condite dall’irrisione verso i sindacati e le loro piazze: «La pace non arriverà perché Landini o l’Usb indicono lo sciopero». E ancora; «Nelle Marche il Pd ha trattato i cittadini da stupidi dicendo “vota per noi e avrai lo Stato in Palestina”». Tajani rincara la dose: «Vorremmo che giovedì in Parlamento tutti sostenessero il piano degli Usa». (da “il manifesto” – Andrea Carugati)

 

Non sono mai stato un movimentista, un patito delle lotte di massa, ma in democrazia guai a irridere alle proteste e ad imbrigliarle: in certi frangenti assumono un’importanza fondamentale per smuovere le acque stagnanti della politica. La spontanea mobilitazione della gente in difesa di una causa come quella della fine dello sterminio a Gaza deve essere attentamente valutata e considerata e non certo messa strumentalmente in contrapposizione ad eventuali azioni diplomatiche.

Non disturbare il manovratore è un invito che in democrazia non ha alcun senso: è più che opportuno che la politica senta il fiato sul collo e si sottoponga all’esame finestra per quanto concerne la serietà delle azioni diplomatiche.

Ben vengano quindi le mobilitazioni come quella del mondo sanitario per la Palestina, che hanno un valore etico, culturale e politico.

Le recenti elezioni regionali nelle Marche hanno registrato un calo enorme di affluenza alle urne: è la risposta ad una politica chiusa in se stessa, che non vede i problemi, non sente le proteste e non parla di proposte.

Qualcuno dice che la sinistra ha perso perché ha parlato troppo di Gaza e poco dei problemi dei marchigiani, mentre la destra ha trionfato cavalcando il pragmatismo che piace alla gente: non sono d’accordo. Si è parlato poco di politica e si è continuato a dare la netta impressione del distacco della politica dai problemi di tutti i tipi e di tutti i livelli.

Si rende conto chi di dovere che, se un italiano su due non si reca alle urne, è in atto una vera e propria auto-delegittimazione della politica dagli effetti inquietanti e devastanti? Altro che stigmatizzare le proteste, altro che auto-vittimizzarsi presuntuosamente, altro che cavalcare furbescamente la sfiducia all’insegna del “chi non vota ha sempre torto”.

Questo andazzo fa brodo ad una destra sempre più illiberale ed autoritaria basata su una sorta di istituzionalizzazione dell’egoismo e del qualunquismo e crea crisi di identità e di consenso ad una sinistra che dovrebbe basarsi sulla partecipazione e sulla solidarietà.

E lo chiamano piano di pace…

C’era una volta un mio bravissimo e impegnatissimo collega che, infervorato nella soluzione di un complesso problema fiscale, abusava dell’intercalare “O.K.”, chiedendo agli ascoltatori un cenno di assenso alle sue proposte. Ad un certo punto un collega anziano, ferratissimo in materia, sbottò dicendo: «O.K! O.K! ma non ci ho capito un cazzo!».

Gaza. Netanyahu ha accettato il nuovo piano Trump e si è scusato per l’attacco in Qatar. Oltre tre ore di colloqui alla Casa Bianca. Il presidente Usa esulta: giorno storico. Gelo di Hamas: «Blair come garante dell’intesa per noi è inaccettabile». L’Italia sosterrà il piano. (“Avvenire” – Elena Molinari, inviata a Washington lunedì 29 settembre 2025)

Fin qui l’invitante titolo con il relativo sommario di un articolo incoraggiante. Leggendo però i contenuti di questo ipotetico piano devo ammettere di non averci capito un cazzo, ma di avere colto soltanto l’ansia trumpiana di spacciare la sua scoperta dell’acqua calda come grande successo diplomatico, il retropensiero di Netanyahu di ritornare a brevissimo termine al punto di partenza, la muta perplessità di Hamas, l’opportunistica adesione dei Paesi arabi, la solita sbruffonata italiana, il silenzio attendista dei Paesi europei.

Al momento, con tanta fantasia, lo chiamano piano di pace…

La rottura delle acque è la rottura del sacco amniotico, che rilascia il liquido amniotico che circonda il feto. L’evento può manifestarsi come un getto improvviso o come un lento gocciolamento di liquido, solitamente incolore e inodore, dalla vagina. Sebbene possa essere un segno del travaglio, in alcuni casi può verificarsi prima dell’inizio delle contrazioni e richiede un intervento medico, con la necessità di recarsi in ospedale per controlli e monitoraggio.

Siamo a questo delicatissimo iniziale punto del parto pacificatore: tutti gli sviluppi sono ancora aperti e possibili, compreso l’aborto, considerati gli interventi medici che potranno seguire. Temo che tutto possa risolversi appunto in un aborto spontaneo (?) di fronte al quale gli ostetrici allargheranno le braccia dicendo: abbiamo dovuto lasciar morire il feto per salvare la madre dei nostri sporchi interessi.

 

La guerra dei droni e dei bottoni

Non so fino a che punto sia realistica l’allerta nei cieli europei per il girovagare dei droni russi: troppi per essere veri, pochi per fare paura. Non capisco infatti cosa ci possa essere dietro questa strategia russa del drone al di là della furbesca volontà di disturbare l’Occidente per tirarlo a cimento e saggiarne le capacità reattive.

Temo che i Paesi europei siano portati a “sparare alle mosche col cannone”: è un modo di dire che significa usare una forza sproporzionata, eccessiva o un metodo troppo drastico per affrontare un problema banale o di lieve entità, creando probabilmente più danni che soluzioni. È un’espressione idiomatica usata per descrivere un’azione che è un’esagerazione e che rischia di essere controproducente.

L’enorme progetto di riarmo europeo è proprio il cannone con cui si pensa di difendersi dai droni russi: una trappola tesa da Putin in cui la Ue sta cadendo più o meno ingenuamente, evidenziando tutte le proprie contraddizioni, disunioni e debolezze. Questo probabilmente è l’intento putiniano!

Per l’Europa il miglior attacco è la difesa in cui seppellire montagne di risorse, sottraendole al sostegno del progresso sociale e impiegandole in una rinforzata economia di guerra: il clima giusto per la Russia e le sue smanie imperialistiche.

Tutto sommato Putin con i suoi droni sta facendo anche un piacere a Trump, mettendo l’Europa allo scoperto rispetto alle rivalse militari statunitensi.

Da bambini si gioca alla guerra e questa idea di gioco rimane per tutta la vita. Da adulti, come diceva mio padre con molta gustosa acutezza, se du i s’ dan dil plati par rìddor, a n’è basta che vón ch’a guarda al digga “che patonón” par färia tacagnär dabón.

Ho troppa stima per l’intelligenza politica di Vladimir Putin per credere che voglia attaccare l’Occidente sul fronte europeo: non ne avrebbe la forza e la convenienza.

“La guerra dei bottoni” racconta di una storica faida tra ragazzi di due villaggi francesi, Longeverne e Velrans, che si combattono in battaglie campali per rubarsi i bottoni e privare gli avversari di ogni ornamento, condannandoli a tornare a casa nudi e derisi. Non vorrei che Putin ci trascinasse in una logica di questo tipo, creando allarmismi ingiustificati finalizzati a coprire il vero gran busillis dell’Ucraina.

Mi preoccuperei molto di più per le guerre in atto contro i civili ucraini e palestinesi: li stiamo lasciando massacrare senza muovere neppure un dito e poi suoniamo l’allarme per crearci un paradossale alibi. I droni russi e gli spacca vetrine nostrani vanno benissimo per eludere i veri problemi e giustificare una vergognosa e schizofrenica politica estera.

 

 

 

L’Italia nella palloncina gonfiata

Flotilla, Schlein: “Meloni più dura con loro che con Netanyahu”. «Meloni è andata alle Nazioni Unite per dividere la nostra, di nazione, attaccando, oltre alla Flotilla, giudici e opposizioni. Nessun premier aveva osato tanto. Ha affermato che quanto sta accadendo in Italia, dove si è alzata un’ondata di sdegno per i massacri del governo israeliano, non è per dare sollievo a Gaza, ma per creare problemi a lei. Ma davvero pensa che tra le centinaia di migliaia di persone scese in piazza per la Palestina non ci sia uno che l’ha votata? L’ho già ribadito alla Camera: esca dalla sua megalomania» (dall’intervista di Elly Schlein a “la Repubblica” a cura di Giovanna Vitale)

Uno dei miei, pochi ma buoni, interlocutori mi ha scritto: «Che commedia la meloncina all’Onu…recitava… Si vedeva che aveva imparato a memoria un testo che le avevano scritto. Ottima memoria!? Con la citazione di San Francesco ha raggiunto il massimo della recitazione. Era tesa nel parlare, era evidente, che attrice!!! Si autoconvince di essere una grande statista…. Ma quale martire della libertà? Razzista, antiabortista, pro pena di morte…. La stronzetta vuol precedere tutti nel far suo il messaggio di San Francesco in vista della proclamazione del 04 ottobre festa nazionale. Vuole il voto dei cattolici-coglioni, come quelli di comunione e disperazione… Oh! vuole stare con Trump e San Francesco!!! Non si può tacere. Se i cattolici di sinistra non si svegliano, la Meloni assieme a “comunione e disperazione” ci scippa tutto…che schifo!».

Il filosofo Massimo Cacciari, alle insistenti domande sulle posizioni politiche di Giorgia Meloni, ha risposto con una battuta ironica fenomenale: “Lasciamola sbruffonare in pace…”. Forse effettivamente non merita nemmeno l’attenzione che le viene riservata: prima o poi la palloncina gonfiata scoppierà…Talmente megalomane da cambiarsi, prima o poi il cognome: da Meloni a Cocomeri. Qualcuno ha già pensato di affibbiarle di fatto questo cambio anagrafico…

D’altra parte Silvio Berlusconi l’indomani della nomina di Giorgia Meloni a presidente del Consiglio certificava su un foglietto il suo giudizio. Ecco il testo: «Giorgia Meloni», scritto in alto. E poi: «Un comportamento 1 supponente, 2 prepotente, 3 arrogante, 4 offensivo, 5 ridicolo. Nessuna disponibilità ai cambiamenti. È una con cui non si può andare d’accordo».

La domanda delicata è però questa: quanto è veramente pericolosa questa megalomane, sbruffona, etc. etc.? Basta il seppellirla con una risata oppure bisogna seriamente preoccuparsi? Un giorno potremo liberarcene e superarla come una brutta malattia? Indro Montanelli lo diceva del berlusconismo, però si è sbagliato, se è vero come è vero, che Giorgia Meloni in fin dei conti altro non è che una “berlusconina” riveduta e scorretta (il cavaliere lo aveva capito benissimo e infatti non la sopportava).

Io, chissà perché, sono paradossalmente convinto che ci aiuterà al riguardo Donald Trump: prima o poi la metterà da parte: i megalomani faticano a sopportare i loro simili soprattutto se stanno dalla loro parte… E allora ci toccherà di essere trumpiani almeno per un giorno.

 

La solidarietà che non risica non rosica

Eravamo nei primi mesi del 1969, avevo in tasca un fresco e brillante diploma di ragioniere, avevo appena incominciato a lavorare al centro elaborazione dati della Barilla, ero stato assunto in prova, c’era lo sciopero generale di solidarietà per i dipendenti della Salamini, azienda che stava per fallire. Ricordo con emozione il caso di coscienza che mi si poneva: aderire allo sciopero comportava qualche rischio non essendo ancora dipendente a titolo definitivo, gli stessi sindacalisti interni mi avevano concesso di comportarmi liberamente, i colleghi anziani facevano strani discorsi sull’opportunità di uno sciopero a loro avviso inutile, gli impiegati più scettici temevano di danneggiare ingiustamente la Barilla per colpa della Salamini. Credevo nel sindacato, nella solidarietà tra lavoratori, nello sciopero come diritto e come strumento di lotta, mi importava dei lavoratori della Salamini i quali stavano rischiando il loro posto e non mi preoccupava il fatto di creare problemi al mio datore di lavoro. Alla fine andai a lavorare col “magone” dribblando il cordone sindacale posto all’ingresso della fabbrica. In un certo senso aveva vinto l’egoismo anche se gli stessi sindacalisti non avevano preteso da me un atto di coraggio. Mi è tornato alla mente questo piccolo episodio della mia vita in concomitanza con la vicenda della Flotilla, missione di solidarietà per Gaza.

Dice Giorgia Meloni sul nuovo attacco alla Flotilla, la missione diretta a Gaza per portare aiuti alla popolazione palestinese, da New York dove partecipa all’assemblea generale dell’Onu. “Tutto questo è gratuito, pericoloso, irresponsabile. Non c’è bisogno di rischiare la propria incolumità di infilarsi in un teatro di guerra per consegnare aiuti a Gaza che il governo italiano avrebbe potuto consegnare in poche ore”, commenta la premier ribadendo quanto già detto nei giorni scorsi. E aggiunge durante il punto stampa: “Io non sono stupida: quello che accade in Italia non ha come obiettivo alleviare la sofferenza della popolazione di Gaza, ma attaccare il governo italiano. Trovo oggettivamente irresponsabile usare la sofferenza a Gaza per attaccare l’esecutivo”. (da “La Repubblica”)

Ricordo bene due episodi riguardanti la vita di mio zio Ennio sacerdote, raccontati spesso da mia madre, sua devota sorella.

Uno riguardava l’accoglienza data da zio Ennio ad un ebreo in pieno clima antisemita, in chiaro dissenso con le leggi razziali, correndo ovvi ed enormi rischi, senza badare agli appelli alla prudenza giunti anche dall’interno della sua famiglia. Non ebbe esitazioni, vinse anche le quasi ovvie resistenze di sua madre (nonna Ermina): non ammise repliche e nascose quella persona in casa, ci voleva del fegato.

L’altro episodio ineriva l’attività resistenziale svolta a favore dei partigiani: si prestava a fare da intermediario per lo scambio tra prigionieri: partigiani da una parte, fascisti e tedeschi dall’altra. Corse non pochi rischi, gli arrivarono inviti autorevoli alla prudenza da parte degli ambienti curiali, mise a repentaglio la vita più di una volta tanto da essere consigliato dal vescovo ad usare la massima cautela, consiglio ascoltato ma non accolto.

Non si fermò ed una volta, per non compromettere nessuno, fu costretto ad ingoiare alcuni bigliettini contenenti pericolose informazioni. Forse qualcuno aveva soffiato, non si seppe mai. I partigiani, nei giorni dopo la liberazione, lo portarono in trionfo.

Ci sono momenti della vita personale e sociale in cui ci si deve schierare fino in fondo anche a rischio della propria vita. Mia sorella, di fronte agli inviti alla prudenza pur provenienti da ragionamenti dettati dal buon senso, era solita esclamare: «Se i patrioti del Risorgimento avessero usato prudenza, avremmo ancora gli Austriaci in casa…».

Ecco perché, pur apprezzando lo spirito libero con cui opera il nostro Presidente della Repubblica, pur ammirando il suo coraggio personale ed istituzionale di pensare con la propria testa andando contro la ragion di governo, ho qualche sofferto dubbio sull’opportunità del suo intervento mediatorio: un autentico capolavoro di diplomazia, che però rischia di spiazzare gli stessi protagonisti dell’emblematica e forte iniziativa umanitaria e politica.

Poco dopo mezzogiorno, Sergio Mattarella entra con tutta la sua forza nella vicenda della Sumud Flotilla in viaggio verso Gaza. Con poche parole prende nettamente le distanze dalla premier, che aveva definito la spedizione «irresponsabile» e finalizzata a «creare problemi al governo» e sottolinea «il valore dell’iniziativa che si è espresso con ampia risonanza e significato» e lancia un appello «alle donne e agli uomini» in mare da oltre 20 giorni. «Il valore della vita umana, gravemente calpestato a Gaza con disumane sofferenze per la popolazione, richiede di evitare di porre a rischio l’incolumità di ogni persona. Mi permetto di rivolgere con particolare intensità un appello perché raccolgano la disponibilità offerta dal Patriarcato Latino di Gerusalemme – anch’esso impegnato con fermezza e coraggio nella vicinanza alla popolazione di Gaza – di svolgere il compito di consegnare in sicurezza quel che la solidarietà ha destinato a bambini, donne, uomini di Gaza». (da “Il Manifesto)

Spesso mi sento ripetere da amici e conoscenti una battuta che mette in discussione le piccole-grandi manifestazioni di protesta e le piccole-grandi rischiose iniziative di solidarietà: “A cosa servono? Non cambia niente!”. E chi ha detto che non cambia niente?

La frase più nota di Madre Teresa di Calcutta riguardo all’azione e al suo impatto, spesso citata come “le gocce del mare” o “gocce nell’oceano”, è: “Quello che facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma l’oceano senza quella goccia sarebbe più piccolo”. Questa frase esprime l’idea che anche le azioni più piccole e apparentemente insignificanti possono avere un impatto e sono essenziali per il tutto. A maggior ragione se queste azioni mettono a rischio la propria vita.

Occidente spensierato, cattolicesimo svogliato

Se è vero, come è vero, che “L’Occidente è senza pensiero” (lo dimostra Aldo Schiavone nel suo recente libro), chi mai glielo potrà ridare? Forse la smarrita ed impotente intellighenzia di sinistra? Forse (Dio ce ne scampi e liberi) il tecno-capitalismo scientifico coniugato col nazional-populismo politico?

Giorgio Ruffolo scriveva tempo fa che il capitalismo ha i secoli contati: finora la destra lo ha cavalcato, la sinistra lo ha temperato. Oggi sta sfuggendo completamente di mano alla politica. L’Occidente che ne era, bene o male, l’interprete a livello democratico è in piena crisi culturale e sta lasciando un’autentica globale prateria alle destre, sconclusionate ma sempre più pericolose e vincenti.

Un mio carissimo amico conclude affidandosi all’auspicabile progettualità della sinistra cattolica: discorso molto serio ed impegnativo.

Mia madre, di fronte alle enormi contraddizioni che presentava la realtà, si poneva una domanda retorica: “Podral andär bén al mónd?”.

Tutti i giorni si presenta qualcosa di paradossalmente contrario ad un minimo di etica e allora mi sovviene di mia madre con il suo provocatorio quesito.

Lei però non si limitava alla lamentela, ma reagiva tuffandosi in una sorta di dono totale agli altri.

Infatti il cattolicesimo non è solo un pensiero, è uno stile di vita evangelico, è un riferimento alla persona di Gesù Cristo. Quindi prima viene la testimonianza di vita e poi semmai la sua configurazione a livello di pensiero filosofico e politico. Lo avevano ben capito Giorgio La Pira e i politici cattolici di un tempo. Lo aveva ben capito papa Paolo VI che ribadiva come la politica fosse la più alta forma di carità cristiana. Lo aveva capito anche mia madre nella sua semplicità…

Forse ci vorrebbero dei profeti senza peli sulla lingua con la voglia e il coraggio di gridare contro le ingiustizie, forse occorrerebbe la fiducia che il rinnovamento spirituale, ma anche culturale e politico, possa partire solo da coloro che non contano niente agli occhi del mondo: il tema si fa paradossalmente concreto.

C’è poi in agguato anche il rischio dell’integralismo cattolico: Comunione e Disperazione…

Prendiamo la drammatica contingenza di Gaza: come può incarnarsi laicamente in essa la forza del Vangelo. Quando i vescovi tentano l’impresa fanno più tenerezza che rabbia. Il vescovo don Tonino Bello ammetteva: “La mia obbligatoria gravità episcopale frena la voglia di gridare contro le ingiustizie e dopo…mi sento anch’io complice…”. Ai tempi della guerra nel Vietnam un caro amico sacerdote di mentalità apertissima, a margine di una manifestazione pubblica contro tale guerra, davanti ad un documento di protesta da sottoscrivere, mi confidò con ammirevole umiltà, onestà e sincerità: “Non avrei difficoltà a sottoscriverlo, mi frena il timore di compromettere la mia possibilità di dialogo con tanti miei confratelli…”.

Fatto sta che i cattolici non si sentono, non si vedono. La comunità di Sant’Egidio non riesce a fare il salto dalla solidarietà alla proposta politica. Un cattolico come Marco Tarquinio, sceso in politica a livello europeo con le più buone e condivisibili intenzioni, non riesce ad emergere ed a mettere minimamente in crisi lo squallido pantano di Strasburgo.

La componente cattolica del partito democratico scalpita ma non riesce ad andare oltre un peraltro condivisibile “è tutto da rifare”: cosa aspettano a prendere le distanze dall’acritico filo-americanismo per rinverdire una sorta di neo-atlantismo riveduto e corretto, che potrebbe funzionare da anticamera di una riscossa etico-culturale-politica dell’Occidente?

Morale della favola: c’era una volta un profeta di alto bordo, che non aveva spiccate doti politiche, ma sapeva collegarsi con coloro che non contano niente quali vittime dell’indifferenza globale e dare voce a chi subisce una sistemica laringectomia totale, si chiamava papa Francesco…

 

La trumpetta della Garbatella

La premier critica l’architettura dell’Onu e chiede di rivedere le convenzioni per migrazione e asilo. Le critiche a Israele e Russia e all’«ecologismo insostenibile». Pace, dialogo, diplomazia non riescono più a vincere. Per questo l’architettura dell’Onu non è più adeguata e necessita di una riforma. Israele invece non può impedire la nascita della Palestina. Ed è necessario rivedere le convenzioni per migrazione e asilo, che sono superate. Giorgia Meloni parla all’Assemblea dell’Onu dei 56 conflitti in corso nel mondo, «il numero più alto dalla seconda guerra mondiale. Un mondo molto diverso da quella in cui è nata l’Onu con l’obiettivo di mantenere la pace. Ci siamo riusciti? La risposta è nella cronaca ed è impietosa». (estrema sintesi del discorso tenuto da Giorgia Meloni all’Onu fatta da Open, giornale online)

Preferite il signor Cocomeri o la signora Meloni? Sì perché la nostra premier si è limitata a sciacquare in Arno le demenziali tesi trumpiane, candidandosi al ruolo di interprete autentica del presidente Usa, rendendo presentabile la faccia impresentabile di Donald Trump.

Non so se sia più o meno brutta la copia dell’originale, so che meritano entrambi di essere cestinati, anzi di essere gettati nel cesso.

Questi signori si sono fermati al bar dell’Onu per sciorinare in libertà le loro opinioni. Del metodo sarà contento Salvini: lo stanno copiando; del merito gioirà Tajani: la Meloni lo ha ventriloquisticamente seguito.

Non mi aspettavo niente di meglio: la botte dà il vino che ha. Con Giorgia Meloni e Donal Trump si riesce ad avere la botte piena e la moglie/marito ubriaca. E pensare che c’è ancora chi giudica la nostra premier una persona intelligente.

Spesso ricorro agli aneddoti paterni per spiegarmi meglio. A mio padre piaceva molto questo: durante una partita di calcio un giocatore si avvicinò all’arbitro che stava facendone obiettivamente di tutti i colori. Gli chiese sommessamente e paradossalmente: «El gnu chi lu cme lu o agh la mandè la federassion?» (Lei è stato inviato ad arbitrare questa partita dalla Federazione o è venuto qui spontaneamente, di sua iniziativa?). Si beccò due anni di squalifica.

Il segretario generale dell’Onu avrebbe potuto tranquillamente chiedere a Giorgia Meloni: «È venuta qui per trascorre qualche giorno a New York insieme a sua figlia o l’ha invitata qui Donald Trump per fare un po’ di commedia?». Gli italiani hanno visto confermata una condanna che durerà almeno altri due anni se non addirittura sette anni da scontare agli arresti nazionali.

 

 

Attacchiamoci al Trump

Donald Trump ha parlato per un’ora. 57 minuti in cui ne ha avute per tutti: ha attaccato l’Onu, la Nato, l’Europa, gli ambientalisti, Joe Biden, la sinistra «folle», il Brasile. Toni e contenuti simili a quelli dei suoi comizi elettorali, come se ormai avesse un unico discorso buono per tutte le occasioni, basta adattarlo un po’.

Trump ha iniziato attaccando l’Onu per non averlo aiutato nel processo di «porre fine a sette guerre», impresa che, a suo dire, ha portato a termine da quando è tornato in carica, e che sarebbe spettata alle Nazioni unite.

Il dato non è accurato ma non importa, e non ha impedito a Trump di rimproverare l’Onu: «Sembra che tutto ciò che fanno sia scrivere lettere di protesta e poi non dare mai seguito alle loro parole. Sono parole vuote, e le parole vuote non risolvono la guerra – ha detto – L’unica cosa utile è l’azione».

Non ha speso molte parole sulla guerra in Ucraina che prometteva di risolvere in 24 ore, addossando la colpa a tutti quei Paesi che acquistano petrolio russo: India, Cina e diversi alleati della Nato. «Stanno finanziando la guerra contro se stessi», ha detto Trump, per continuare affermando che «nel caso in cui la Russia non sia pronta a raggiungere un accordo per porre fine alla guerra, gli Usa sono pienamente pronti a imporre una serie molto forte di dazi doganali», e l’Europa dovrebbe seguire l’esempio «adottando esattamente le stesse misure». Più tardi, durante il bilaterale con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ha affermato di ritenere che Kiev sia in grado di «recuperare tutti i territori ucraini» nella guerra con Mosca.

Con gli alleati  europei ha speso parole dure anche per l’uso di energia verde che rovina l’estetica di posti meravigliosi come la Scozia, deturpata dai pannelli solari per un capriccio liberal, visto che nel mondo di Trump non esiste nessuna emergenza climatica: ha definito le iniziative ambientali tra le frodi più diffuse al mondo, e sollecitato una revisione delle politiche che presumibilmente non riducono l’inquinamento né apportano reali benefici economici, ma sono frutto di una follia collettiva tanto che a San Francisco «non si può più buttare neanche un mozzicone per terra».

Uscendo di nuovo dal testo che aveva preparato, il tycoon ha dedicato 10 minuti alla «bufala del riscaldamento globale». Ha celebrato il ritiro Usa dall’accordo sul clima di Parigi, ha parlato delle esportazioni energetiche americane e ha aggiunto: «Gli Stati uniti sono stati sfruttati da gran parte del mondo, ma ora non più». In compenso ha elogiato il «Co2 pulito e bello». «Siamo pronti a fornire a qualsiasi paese abbondanti e convenienti risorse energetiche se ne avete bisogno, e la maggior parte di voi ne ha bisogno», ha affermato.

Il Presidente statunitense ha collegato le migrazioni e le energie rinnovabili come le forze che «stanno distruggendo gran parte del mondo libero», l’Europa in particolare che non segue il suo modello di pugno di ferro su entrambi i fronti.

Dopo aver più volte puntato il dito contro Joe Biden che, tra le altre cose, avrebbe aperto i confini accogliendo «ex galeotti e persone appena uscite da cliniche psichiatriche», ha ringraziato El Salvador per averlo sostenuto nel suo giro di vite contro l’immigrazione e i richiedenti asilo che «ripagano la generosità con la criminalità».

Sulla Palestina, invece, ha speso poche parole, abbastanza per affermare che non ci sono accordi senza il rilascio totale degli ostaggi da parte di Hamas, inclusi i corpi di quelli morti. (Il Manifesto – Marina Catucci – New York)

C’è di che rimanere allibiti! La realtà trumpiana sta superando ogni e qualsiasi immaginazione. Confesso di esserne profondamente turbato. Se questa è la macchina del mondo non mi resta che esprimere il desiderio di scendere. Anzi, scendo immediatamente per andare dove non so…

Rimanere in Italia? Peggio che andar di notte: almeno Trump ha il coraggio di dire quel che pensa e di fare non solo quel che dice, ma anche quel che pensa e non si può dire.

Rifugiarmi in Europa? Ma fatemi il piacere…Nessuno ha la forza di opporsi a questa folle visione imposta da Trump. Anche chi finge di distinguersi non va al di là del buonsenso, che sarebbe già qualcosa se non ci fosse di mezzo la vita di milioni di persone.

Certi cattolici durante il periodo fascista si nascosero in Vaticano. Nemmeno lì oggi mi sentirei al sicuro con un papa americano…

Ho capito! Chiedo scusa del tono ironico che mal si sposa alla drammaticità degli eventi, ma alla fine posso solo attaccarmi al tram: è un’espressione idiomatica italiana che significa che qualcuno deve cavarsela da solo, arrangiarsi e risolvere un problema autonomamente, spesso perché ha perso un’opportunità o perché è troppo tardi per avere aiuto o per ottenere qualcosa. L’espressione può essere usata in modo polemico, ironico o per esprimere indifferenza, e deriva da un’usanza passata in cui i tram avevano appigli esterni e i ritardatari si potevano aggrappare per salire a bordo.

Non disturbare, genocidio in corso

Usa, 22 settembre 2025 “Quello che sta accadendo con le proteste e le manifestazioni per la Striscia di Gaza è incredibile, e non ha nulla a che vedere con l’aiuto alla popolazione palestinese o con il diritto di sciopero sancito dalla nostra Costituzione. Aggredire la polizia, bloccando stazioni, porti e strade e mettendo in fuga i turisti, sono atti criminali e inaccettabili: è deprecabile e non aiuta sicuramente l’impegno a favore della pace, che non si difende con atti di violenza o bloccando servizi pubblici utili ai nostri cittadini”. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, parlando ai giornalisti a New York. (Agenzia VISTA / Alexander Jakhnagiev)

Incredibile e deprecabile è quanto sta accadendo a Gaza! Incredibile è che il governo italiano non abbia il coraggio di esprimere una fattiva linea politica di condanna di Israele e di solidarietà col popolo palestinese!

Di fronte allo scempio di una guerra sistematica contro un popolo inerme (come sostiene Massimo Cacciari, è la prima volta che succede nella storia dell’umanità) non si può stare a guardare: non mi scandalizzo pertanto che le coscienze, soprattutto quelle giovanili, si ribellino e reagiscano in modo anche scomposto, lasciandosi andare anche ad atti di violenza. Non mi sento di censurare e addirittura criminalizzare la gente che scende in piazza, criminalizzo Netanyahu e quanti direttamente o indirettamente lo assecondano e fra questi vomitevoli personaggi ci sono purtroppo gli attuali governanti italiani.

Le sanzioni contro Israele non si devono porre in atto, il riconoscimento dello Stato palestinese non è fattibile, iniziative in sede europea non si riescono a varare, all’Onu ci pensa Trump a bloccare ogni e qualsiasi sostanziale condanna di Israele. La politica accetta supinamente la fine del diritto internazionale.

In questo desolante quadro cosa dovrebbe fare un cittadino italiano con un minimo di sensibilità e di coscienza? Aspettare che Tajani suoni la riscossa? Lasciare che Giorgia Meloni sbruffoneggi in pace (lo ha detto ironicamente Massimo Cacciari)? Rimettersi alla volontà di Trump? Sperare nei Paesi arabi? Confidare nella solita Disunione europea? Pensare che il genocidio di Gaza in fin dei conti non ci riguardi?

Ci stiamo accorgendo che nel mondo si sta capovolgendo tutto quel poco di buono che rimaneva? E i governanti italiani si limitano a farneticare sulle violenze di piazza, strumentalizzandole per trasformarle in odio brigatista contro Giorgia Meloni.

Facciamo un discorso serio: di fronte a questo panorama cosa rimane da fare, visto che la politica acconsente o tace? Nel vuoto politico può nascere di tutto. Il terrorismo trova terreno fertile in Palestina, ma anche in tutto il mondo. Persino la barriera vaticana, che ha sempre funzionato come deterrente contro il terrorismo di matrice islamica, si sta sgretolando: vedi la sciagurata accoglienza riservata da papa Leone al presidente israeliano Herzog. C’è solo da sperare che il terrorismo sia in altre faccende affaccendato, forse sta sfogando la sua vitalità nel continente africano.

Un tempo si diceva che la questione palestinese fosse centrale negli equilibri mediorientali: il nodo si sta sciogliendo nel peggiore dei modi. Non è ancora chiaro dove si andrà a parare. I milioni di persone che si troveranno senza patria dove potranno emigrare? Diventeranno un enorme popolo errante come quello ebraico di un tempo? Avranno un Dio che li assisterà?