Tra opportunistico revisionismo e sfigato idealismo

É il momento, forse, di cominciare a rivedere alcuni pregiudizi sulla politica estera di Trump. (“Corriere della sera” – Federico Rampini)

Non ho alcuna intenzione di procedere a questa revisione consigliata dall’illustre giornalista e politologo. Non trovo in Trump alcun valore degno di tale nome e quindi non posso onestamente concedergli alcun beneficio di inventario.

C’è un detto dialettale parmigiano piuttosto scurrile, ma molto efficace: “Co’ vôt preténdor da ‘n cul ‘na romanza?”. Da Trump non posso aspettarmi niente di buono. Lascio agli americani il compito di cavar sangue da una rapa.

A proposito è passata alla recente storia la frase shock di Trump: “Tutti in fila per baciarmi il culo”. Io mi smarco categoricamente e radicalmente da tale fila.

Ci sono personaggi completamente al di fuori della mia mentalità e della mia coscienza, che per me non esistono e che quindi non posso prendere in considerazione indipendentemente dai risultati della loro azione.

Al riguardo c’è un altro modo di dire parmigiano che recita: “Tutt i mat i gan la sò virtù”. Io preferisco quello che dice: “Chi schiva ‘n mat fa ‘na bón’na giornäda”.

Stiamo bene attenti a non concedere credito a chi non lo merita. Lascio alla storia il giudizio. Per parte mia temo che Donald Trump non possa che vendere illusioni: la sua pace presto o tardi si rivelerà tale e ci ritroveremo daccapo. Mi auguro di sbagliarmi, ma la pace costruita sulla sabbia è destinata a crollare.

La Veglia di preghiera in piazza san Pietro si tiene a pochi giorni dall’accordo fra Israele e Hamas sul cessate il fuoco a Gaza. Leone XIV elogia gli «operatori di pace». E dice: «Coraggio, avanti, in cammino, voi che costruite le condizioni per un futuro di pace, nella giustizia e nel perdono; siate miti e determinati, non lasciatevi cadere le braccia. La pace è un cammino e Dio cammina con voi. Il Signore crea e diffonde la pace attraverso i suoi amici pacificati nel cuore, che diventano a loro volta pacificatori, strumenti della sua pace». (dal quotidiano “Avvenire”)

Lungi da me fare le pulci al Papa, ma spero che Leone XIV, nel suo meraviglioso intervento sul tema della pace, non abbia inteso fare riferimento a Trump, considerandolo un operatore di pace ed elogiandolo come tale. Diversamente mi cadrebbero le braccia… Attenzione ai tranelli…

Così quella pace che il Maestro ha dato «non come la dà il mondo» (Gv 14,27) va a contrastare e contestare quella di Ottaviano il quale veniva chiamato anch’egli il “Salvatore”. Ma che agiva una pace guerriera, non certo «disarmata e disarmante». La stessa che va di moda oggi, quel tacitiano “fare deserto e chiamarlo pace” che molti Paesi europei – tra cui il nostro – hanno sinora appoggiato e continuano a preparare con una neo-corsa agli armamenti per la neo “guerra giusta”. Sulla quale, però, issare la bandiera del Vangelo sarebbe un atto blasfemo. (“Rosanna Virgili – “Avvenire”)

Chiedo scusa a Rosanna Virgili, scrittrice e biblista, se mi permetto di parafrasare alcuni ulteriori passaggi del suo stupendo pezzo pubblicato su “Avvenire”: uno squarcio di verità evangelica nel piattume della falsità politica.

Potrà mai scaturire la pace dal Cesare Augusto dei giorni nostri, Donal Trump, a cui servono solo i numeri per vantare la grandezza dell’Impero mentre le persone vere, col loro corpo e la loro storia, sono solo d’inciampo?

Potrà sortire la pace da una strage di innocenti voluta dall’Erode di oggi, Benjamin Netanyahu, che pensa soltanto ai propri interessi personali e a quelli del suo popolo a costo di uccidere tutti i neonati della Palestina? Una vera volontà di genocidio! 

Quanta ipocrisia nel celebrare una insignificante tregua, che prelude ad una finta pace basata sull’ingiustizia delle armi e della forza! Per amor di Dio, il Papa non si unisca, seppure involontariamente ed in assoluta buona fede, a questo vomitevole coro.

La speranza è più forte dei fatti, li contesta e li attraversa. Non è la fede che si piega alla storia, è la storia che si piega alla speranza. (padre Ermes Ronchi)

Nell’esercitare la virtù della speranza occorre però discernere, altrimenti la speranza diventa colpevole illusione.

Consentitemi di alleggerire il discorso riportando un piccolo episodio, capitatomi tempo fa davanti al video, vale a dire l’ascolto di una delle solite vuote interviste propinate ai fanatici del pallone. Parla il nuovo allenatore di una squadra, non ricordo e non ha importanza quale, che ottiene subito una vittoria ribaltando i risultati fin lì raggiunti. L’intervistatore chiede il segreto di questo repentino e positivo cambiamento e l’allenatore risponde: “Sa, negli spogliatoi ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti che dovevamo vincere”. Non ci voleva altro per scatenare la furia ironica di mio padre che, scoppiando a ridere, soggiunse: “A s’ capìssa, l’alenadór äd prìmma, inveci, ai zugadór al ghe dzäva äd perdor”.

Tutto chiaro sui miracoli di Trump? Mi sembra proprio di sì. I politici padri eterni, che credono solo in se stessi, sono serviti; i politici sfigati, che credono in certi valori, si sentiranno risollevati. Quanto ai giornalisti revisionisti…

Massimo D’Alema si è ironicamente pronunciato su Federico Rampini e il suo pensiero sulla deriva trumpiana statunitense con una battuta di quelle che mettono knock out: “L’età lo rende molto indulgente verso la destra, io sono ancorato agli ideali della mia gioventù…”.

 

Il Nobel per la Pace…degli equilibrismi

Un boccone amaro. Ma non amarissimo. A Donald Trump non avrà fatto piacere vedersi scippato il premio Nobel che ha più volte, pubblicamente, rivendicato. Lo ha dimostrato il commento piccato al Comitato di Oslo: «Mette la politica al di sopra della pace», ha detto capo della comunicazione della Casa Bianca, Steven Cheung.

Il fatto che quest’ultimo abbia designato, al suo posto, la “pasionaria” venezuelana María Corina Machado, deve avere, almeno un po’, alleviato il malumore. La “nemica numero 1” del defunto Hugo Chávez prima e di Nicolás Maduro, poi, non ha mai nascosto i legami stretti con il Partito repubblicano Usa creati fin dalla presidenza di George W. Bush. Tra i principali sostenitori della sua candidatura al prestigioso riconoscimento figura l’attuale segretario di Stato, Marco Rubio.

Quando era ancora senatore, l’anno scorso, insieme al collega Rick Scott e altri rappresentanti conservatori, aveva sottoscritto una lettera all’organismo norvegese sottolineando gli sforzi compiuti dall’economista e leader politica per una transizione democratica a Caracas, nonostante la repressione del governo. Quest’anno, in un’intervista al Time, ha definito Corina Machado la «personificazione della resilienza, della tenacia, del patriottismo». Nessuno può negare la risolutezza della donna che a 44 anni, appena eletta all’Assemblea nazionale, interruppe un allora popolarissimo Chávez per dirgli: «Come può dire di rispettare il settore privato, se lo espropria di tutto?».

La risposta, sprezzante del caudillo, s’è rivelata una profezia: «Prima di parlare vinca le primarie. Le aquile non cacciano le mosche». Dodici anni dopo, Machado avrebbe stravinto la nomination dell’opposizione con il 95 per cento dei voti, costringendo Maduro a ricorrere ai giudici per farla fuori dalle ultime presidenziali. E a “ritoccare” i risultati comunque favorevoli al sostituto, Edmondo González Urrutia. Da allora quest’ultimo vive in esilio in Spagna e Machado in clandestinità.

La persecuzione feroce di cui è vittima, insieme al resto del dissenso, non cancella alcune prese di posizioni controverse della “lady di ferro” latinoamericana, come la chiamano. Contraria ad ogni trattativa con la “dittatura chavista”, ha invocato l’impiego della forza per destituire Maduro e ha definito gli altri partiti oppositori e i loro rappresentanti, a partire da Henrique Capriles, «collaborazionisti». A lungo “ai margini” perché considerata troppo estrema, la sua leadership è esplosa nel 2024 quando, con il suo stile aggressivo, le venature populiste, i toni veementi è riuscita a risvegliare l’entusiasmo di un popolo ormai disilluso.

Il Nobel a Machado si inserisce, però, in una partita geopolitica più complessa in corso alla Casa Bianca. Come un’inchiesta del New York Times ha rivelato, negli ultimi mesi, a dispetto della retorica incendiaria, ci sono state intense trattative segrete tra i delegati di Caracas e l’inviato speciale di Trump, Richard Grenell. In cambio della distensione, Maduro ha offerto a Washington una partecipazione dominante nella gestione del petrolio e delle altre risorse minerali nazionali, arrivando addirittura a ridurre drasticamente le forniture a Cina, Iran e Russia.

Una linea ferocemente osteggiata da Rubio, principale supporter di Machado. Proprio quest’ultima, attraverso la consigliera economica, Sary Levy, ha presentato una controproposta in caso di appoggio dell’Amministrazione a un cambio di regime, con incluso un redditizio contratto 1,7 miliardi di dollari. Forse è una coincidenza, ma al momento i negoziati tra Grenell e Machado sarebbero momentaneamente in stallo. Ora il Nobel segna un nuovo punto a favore della “lady di ferro”. Orgoglio del tycoon permettendo. (“Avvenire” – Lucia Capuzzi)

Appena il tempo di tirare un respiro di sollievo per lo scampato pericolo culturale di un’eventuale paradossale assegnazione del premio Nobel per la Pace a Donald Trump ed ecco spuntare dal cappello geo-politico il profilo filo-trumpiano del coniglio machadiano.

Non so se si tratti solo di una spruzzata di prezzemolo statunitense sul piatto venezuelano di Maria Corina Machado: me lo auguro! Fatto sta che sta prendendo sempre più piede il proverbio del “non si muove foglia che Trump non voglia”.

Possibile che il mondo giri attorno a questo squallido personaggio. Si dirà che è sempre stato così: il potere americano ha connotato il mondo più nel male plutocratico che nel bene democratico. Credo però che un’invadenza subdola deleteria come quella attuale non abbia precedenti storici.

Ci sono due modi per reagire a questo andazzo geopolitico: uno dovrebbe consistere nel risveglio delle coscienze delle persone che dovrebbero rifiutare una visione etica verticistica ed egoistica basata sulla forza nei rapporti e negli assetti umani; uno dovrebbe risiedere nel ritorno ad uno stile multilaterale nella cooperazione tra gli Stati, basato su principi e norme condivisi, garantiti dal diritto internazionale, ed atto a promuovere la pace, la stabilità e lo sviluppo globale.

Non sono talmente ingenuo da pensare che l’assegnazione del premio Nobel per la Pace possa prescindere dagli equilibri geopolitici esistenti, ma fino ad ora mi illudevo che potesse rappresentare una dinamica provocazione sbattuta in faccia ai potenti: in certi casi la è stata eccome. Oggi la piccionaia del potere è talmente impenetrabile da riuscire a respingere ogni e qualsiasi sasso etico e culturale.

Come sostiene acutamente Massimo D’Alema siamo passati dalla ricerca degli equilibri basati sugli interessi mediati in qualche modo a livello internazionale alla schizofrenia degli egoismi nazionali in totale libera uscita. Anche le ipotetiche voci dissenzienti potenzialmente più autorevoli vengono preventivamente fagocitate e successivamente inglobate nel sistematico caos.

Quante volte si era detto che l’unica voce veramente in controtendenza a livello mondiale era quella di papa Francesco. Vivo nel terrore che anche papa Leone sia stato preventivamente scelto e sia successivamente risucchiato e relegato nel gioco diplomatico del vogliamoci bene. Dopo di che…ci resta il diluvio…

 

La Speranza nella Pace nonostante Trump

In questi giorni quante volte ci si è chiesto cosa sarebbe andato storto, quali sarebbero state le trappole, gli inciampi e le provocazioni che avrebbero fatto deragliare per l’ennesima volta le trattative per un cessate il fuoco a Gaza, facendo continuare la strage indicibile di donne, bambini e uomini palestinesi e protraendo la lunghissima prigionia degli ostaggi israeliani ancora vivi. E invece, a dispetto di ogni dubbio, abbiamo la firma per un cessate il fuoco che rappresenta il primo passo – solo il primo fra i tanti necessari – per arrivare a una pace stabile in Medio Oriente. E lo dobbiamo soprattutto alla volontà dell’attore più improbabile, a cui si dava poco o nessun credito: il presidente statunitense Donald Trump, il quale ha quasi letteralmente costretto il governo di ultra-destra israeliano a fermare il suo esercito, andando a stanare i leader dei Paesi arabi e islamici che in questi due anni, con poche eccezioni, si erano nascosti dietro una cortina di prudenza e di dichiarazioni formali.

Poco conta se la spinta per Trump ad agire e a volere a tutti costi la fine della guerra viene non sia venuta tanto dalle sofferenze degli abitanti di Gaza, quanto dalla sua voglia irrefrenabile di ricevere il Nobel per la Pace; a cui si è aggiunta l’irritazione seguita al folle bombardamento della capitale del Qatar da parte di Israele, che ha umiliato un alleato fondamentale per gli Usa e un partner per gli affari privati della sua famiglia. Ma quale che sia la motivazione, è assolutamente evidente che senza Trump non si sarebbe firmato questo accordo. (“Avvenire” – Riccardo Redaelli)

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C’è un piano per la tregua. «E sono già pronti a sabotarlo». C’è un progetto per la pace duratura, «e faranno di tutto per non raggiungerla». Non accettano rilievi, perché «per loro chiunque contesta è un antisemita o alimenta l’antisemitismo». Anche il Papa, che invece «ha tutto il diritto di criticare Israele». Ehud Olmert non è quel che in politica si definisce “una colomba”.  Da fondatore del Likud, il partito di cui si è impadronito Netanyahu e dal quale è uscito per fondare Kadima, a vocazione centrista, resta una spina nel fianco del governo. Per una decina d’anni sindaco di Gerusalemme, propose di rinunciare alla giurisdizione sulla Città Vecchia per affidarla a un organismo internazionale. E da premier fu il più vicino, nel 2008, all’accordo per tramutare in realtà il progetto dei “due popoli e due Stati”. Lo raggiungiamo dopo una serie di precauzioni di sicurezza, ma una volta nel suo ufficio a Tel Aviv, fresco dei suoi 80 anni indossati con il consueto smalto, ha voglia di parlare di sogni, più che di ricordi.  

A questo punto dipenderà tutto da una sola una persona: Donald J. Trump. Se smetterà di dire le solite fesserie e si decide a sbattere i pugni sul tavolo, allora avremo un accordo. Dipende da lui. (“Avvenire” – Intervista all’ex premier israeliano Ehud Olmert)

“Sperànsa di mälvestì ca fâga un bón invèron”. MI sembra di poter sintetizzare così il pur comprensibile entusiasmo per la tregua che sembra raggiunta in ordine al conflitto-massacro-genocidio scatenato da Israele contro i palestinesi della striscia di Gaza, quale vendetta verso lo sciagurato atto terroristico di Hamas del 07 ottobre 2023.

Finalmente qualcuno ha messo alle strette il governo israeliano? Quale pace può scaturire dal trono di un potente che gioca spregiudicatamente sullo scacchiere internazionale? La realpolitik trumpiana potrà mai instradare seri percorsi di pace in assenza di giustizia fra i popoli?

Non voglio gufare, ma non ho alcuna speranza se non cambiano gli attori della scena internazionale: Trump aveva bisogno di un successo diplomatico (?) da sbandierare e (quasi) tutti ci stanno cascando (fortunatamente il Nobel per la Pace se lo è sognato…); Netanyahu stava esagerando seminando, tra l’altro, a piene mani l’antisemitismo; i Paesi arabi se la facevano sotto; i leader europei, come afferma l’ex premier israeliano Olmert, dopo il 7 ottobre 2023 hanno detto che Israele aveva pieno diritto di colpire i capi di Hamas, di ucciderli e distruggere Hamas senza considerare i “danni collaterali”, che hanno fatto loro letteralmente perdere la faccia e impacciare la coscienza.

Non ho idea degli sviluppi che potrà avere la situazione tra le contagiose sbruffonate di Trump e l’obtorto collo terroristico di Hamas, tra i sospiri di sollievo filo-trumpiani e il reciproco odio israelo-palestinese sempre più in agguato, tra sabotaggi e ripicche, tra vendette pseudo-religiose e aiuti pseudo-umanitari.

L’ora dello sconforto è l’ora di Dio. Non ci sono più speranze? Quindi è l’ora della Speranza…Finché si hanno ragioni si conta sulla ragione. Pessimismo e disfattismo sono di moda. Persino i cristiani vedono tutto nero, il che è la negazione stessa del cristianesimo: il cristiano non è autentico se non è un uomo di speranza.

“Spes contra spem” è una locuzione latina che significa “speranza contro speranza”. Si riferisce a un tipo di speranza che persiste anche quando tutto sembra perduto e deriva da un passo della Lettera ai Romani di San Paolo.

Vale anche per me, così portato al ragionato catastrofismo. D’altra parte come posso fare ad avere fiducia in un mondo gestito da delinquenti e criminali di stato e dai loro sottopancia internazionali? Il mondo però non è nelle mani di Donald Trump, l’Europa non è nelle mani di Ursula von del Leyen, l’Italia non è nelle mani di Giorgia Meloni, ma in quelle di Dio.

Ricordo come Giovanni Bianchi, ex presidente delle Acli ed esponente democristiano, dicesse che la forza della Chiesa verso la pace non sta tanto nella diplomazia vaticana, ma nelle preghiere delle vecchiette che sgranano il rosario e pregano per la pace senza sapere chi siano Putin, Biden, Trump, etc. etc.

Molto probabilmente la pur futile tregua entrata in vigore non è frutto degli accordi tra un delinquente (Trump) e un criminale (Netanyahu), ma delle preghiere delle vecchiette di cui sopra.

Mi sto sempre più convincendo che sia giunta l’ora di lasciare gli schemi tradizionali della politica per impegnarsi in altro modo: partire dal Vangelo, pregare sul Vangelo, testimoniare l’amore evangelico, guardare alle persone, aiutare chi soffre, allacciare rapporti di bene, valorizzare al massimo le nostre esperienze umane. Le scelte politiche verranno di conseguenza.

In questo periodo ho iniziato a recitare una o più volte al giorno la seguente preghiera suggerita dal cardinal Zuppi: “Signore, che ci hai creati e ci chiami a vivere da fratelli, che vieni sulla terra per portare luce nelle tenebre, dona al mondo la pace. Donaci la forza per essere ogni giorno artigiani della pace. Donaci la capacità di guardare con benevolenza tutti i fratelli che incontriamo sul nostro cammino. Infondi in noi il coraggio di compiere gesti concreti per costruire la pace. Amen”.

É vero che, come sosteneva Paolo VI, la politica è la più alta forma di carità, ma, se prescinde dalla carità, come succede per la gran parte della politica attuale, deve ripartire dalla carità per trovare in se stessa la nobiltà dei suoi scopi e la serietà delle sue procedure.

Giorgio La Pira è stato un grande testimone della politica coniugata col Vangelo e viceversa.

Qualche tempo fa ho avuto un lungo colloquio col mio carissimo amico Pino, che mi ha letto alcuni passaggi di una lettera inviata da De Gasperi alla moglie quando era in carcere e soffriva l’isolamento da parte del regime fascista: ad un certo punto Pino si è commosso e ha interrotto per qualche secondo la lettura.

Sapremo ritrovare qualcosa dell’eredità che ci hanno lasciato questi grandi personaggi o continueremo a girare a vuoto aspettando i miracoli di Trump e…Meloni?

 

 

 

 

Un senso critico a prova di papa

L’unità, secondo Papa Leone, è il segno della presenza dello Spirito. Superare le divisioni, ha affermato, è di fatto un dono e un modo per capire che quello che si fa viene da Dio, un vero e proprio «criterio di verifica» del lavoro svolto. Citando sant’Agostino, infatti, Leone XIV ha notato che «come gli uomini spirituali godono dell’unità, quelli carnali cercano sempre i contrasti» (Papa Leone XIV al capitolo degli Agostiniani).

 

«Per favore, che nelle vostre comunità mai ci sia indifferenza. Comportatevi da uomini. Se sorgono discussioni o diversità di opinioni, non vi preoccupate, meglio il calore della discussione che la freddezza dell’indifferenza, vero sepolcro della carità fraterna» (Papa Francesco, udienza ai sacerdoti del movimento di Schönstatt).

 

La continuità non doveva essere l’imperativo irrinunciabile della Chiesa post-bergogliana? Se qualcuno trova nelle pur sintetiche proposizioni pastorali di cui sopra concordanza è molto bravo, io non ci riesco e quindi…sono preoccupato dell’aria nuova (?) che tira nella Chiesa cattolica.

Quando a mio padre rimproveravano di essere esageratamente permaloso di fronte a certe espressioni, era solito affermare convintamente: «L’ è al tón ch’a fà la muzica…».

Il tono prevostiano, checché se ne dica, è molto diverso da quello bergogliano. Niente di male! Però non mi si voglia far credere che tra i due papati c’è continuità.

E siamo solo agli inizi, il bello deve ancora venire. Fintanto che si resta nelle dichiarazioni di principio, come ad esempio il discorso della pace, tutto torna a livello di continuità, se invece si scende nella prassi e nello stile pastorali le differenze sono evidenti. Negarle è il solito escamotage clericale.

Ut unum sint, d’accordo, ma stiamo bene attenti a non confondere le diversità con le anticamere dell’eresia. La storia della Chiesa insegna a mio giudizio che l’intolleranza per le opinioni difformi dal dettato della tradizione e del dogmatismo ha creato guasti irreparabili.

Mia sorella Lucia mi ha fatto da battistrada e da esempio sulla via della partecipazione convinta ma critica alla vita ecclesiale. È per me un insegnamento irrinunciabile, a prova di papa. Il senso critico ce l’ho nel sangue, probabilmente proviene da mio padre: avere delle idee in controtendenza è comunque sempre meglio che non averne e appiattirsi sulle minestre che passa il convento.

Pertanto gli appelli all’unità di papa Leone non li spedisco al mittente, ma li prendo con le molle e li valuto con senso critico. Se l’unità è un segno dello Spirito, credo che sia tale anche la capacità di critica costruttiva ma decisa.

Da bambino ho chiesto ripetutamente a mio padre di darmi alcuni ragguagli su cosa fosse stato il fascismo. Tra i tanti me ne diede uno molto semplice e colorito. Se c’era da scegliere una persona per ricoprire un importante incarico pubblico, prendevano anche il più analfabeta e tonto dei bottegai (con tutto il rispetto per la categoria), purché avesse in tasca la tessera del fascio e ubbidisse agli ordini del federale di turno. «N’ éra basta ch’al gaviss la tésra in sacòsa, po’ al podäva ésor ànca un stupidd, ansi s’ l’ éra un stuppid, ancòrra méj…». A quel punto chiesi: «E tu papa, ce l’avevi quella tessera lì?». «Ah no po’!» mi rispose seccamente.

Mia madre, donna di fede rocciosa, non aveva mai voluto aderire ad alcuna associazione cattolica per paura di perdere la fede. Non gradiva tessere di appartenenza religiosa, le bastava il certificato di Battesimo e il certificato anagrafico che la legava al fratello sacerdote: al resto pensava lei con saggezza e carità.

Con questi precedenti famigliari non c’è papa che tenga, mi sento in diritto di assentire o dissentire liberamente dalla linea ufficiale della Chiesa e quindi non sono d’accordo con Leone XIV, che sembra buttare il bambino del confronto assieme all’acqua sporca del conflitto. D’altra parte è molto difficile tracciare una linea di confine tra confronto e conflitto…

 

 

 

 

 

La macchia indelebile del sangue dei bambini palestinesi.

La premier Giorgia Meloni ha detto di essere stata denunciata per “concorso in genocidio” alla Corte penale internazionale dell’Aja insieme al ministro degli Esteri Antonio Tajani, a quello della Difesa Guido Crosetto, e all’ad di Leonardo Roberto Cingolani. La denuncia è arrivata per il ruolo che l’Italia avrebbe svolto nella fornitura di armi a Israele e con cui si sarebbe reso complice dei crimini contro il popolo palestinese. Il premier israeliano Netanyahu e il suo ministro alla Difesa Gallant, invece, non hanno mai ricevuto l’accusa specifica di genocidio.

Giorgia Meloni ha parlato di questa accusa in una puntata di Porta a Porta, su Rai 1, con Bruno Vespa.

“Io, il ministro Crosetto, il ministro Tajani, e credo l’amministratore delegato di Leonardo Roberto Cingolani, siamo stati denunciati alla Corte penale internazionale per concorso in genocidio “, ha detto la presidente del Consiglio.

Giorgia Meloni ha poi commentato: “Ora io credo che non esista un altro caso al mondo e nella storia di una denuncia del genere”.

La denuncia di cui parla Giorgia Meloni è datata 01 ottobre e, come riporta l’agenzia di stampa AFP, è stata firmata da circa 50 persone, tra cui professori di giurisprudenza, avvocati e diverse personalità pubbliche.

Le personalità che hanno firmato la denuncia, hanno accusato la Meloni e altri politici di complicità nella fornitura di armi a Israele. In particolare, secondo i firmatari, il governo italiano si sarebbe “reso complice del genocidio in corso e dei crimini di guerra e contro l’umanità contro il popolo palestinese”.

Se sul governo italiano c’è un’accusa di complicità al genocidio, su quello israeliano paradossalmente no. Infatti è vero che sul primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e sul ministro della Difesa Gallant pende un mandato di cattura internazionale, in base a decisione del novembre 2024 della Corte penale internazionale che ha parlato chiaramente di “crimini di guerra a Gaza”. Ed è altrettanto vero che un’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha riconosciuto, il 16 settembre 2025, che quello che avviene a Gaza contro il popolo palestinese è un genocidio. Ma è altrettanto vero, come ricorda Al Jazeera, che né Netanyahu né Gallant sono mai stati accusati in modo specifico di genocidio.

 Al Jazeera riporta i dati dello Stockholm International Peace Research Institute, secondo cui l’Italia sarebbe uno dei tre Paesi, oltre a Stati Uniti e Germania, ad aver esportato “armi convenzionali di grandi dimensioni”, dal 2020 al 2024. Nello specifico, secondo lo SIPRI, le armi in questione sarebbero elicotteri leggeri e cannoni navali oltre a componenti per i caccia F-35.

Il ministro della Difesa Crosetto ha ribadito che l’Italia invia armi a Israele solo in base a contratti firmati prima del 7 ottobre 2023 e che comunque sono state chieste garanzie a Tel Aviv sul fatto che queste armi non vengano utilizzate contro i civili a Gaza. (virgilio.it – Giulia Bassi)

Non mi imbarco nella complessa questione giuridica: sarà la Corte penale internazionale a dipanare questa squallida matassa. Mi pongo invece provocatoriamente un interrogativo etico: come fanno i governanti italiani a dormire alla notte dopo aver consentito la fornitura ad Israele di armi, che, direttamente o indirettamente, vengono impiegate nel massacro dei palestinesi.

Ripenso a Giorgio La Pira che ammetteva di non riuscire a dormire nel suo letto sapendo che c’erano a Firenze persone che dormivano sotto i ponti.

Un po’ più di coscienza e un po’ meno cinismo non guasterebbero. Non serve vittimizzarsi per pulirsi la coscienza e nemmeno nascondersi dietro l’impunità di fatto garantita ai governanti di Israele proprio anche grazie all’omertoso atteggiamento italiano.

Faccio riferimento ancora all’amico Alfredo Alessandrini che ha scritto sulla “Gazzetta di Parma”: «L’Europa e il nostro governo devono intervenire non con la prudenza attuale, che è inutile e non serve a nulla, ma con determinazione e fatti concreti, a partire dal blocco delle forniture di armi e da un isolamento economico e commerciale di Israele. Davanti ai bambini che chiedono piangendo un cucchiaio di cibo, la reazione deve essere forte e coraggiosa. Pensiamo ai nostri figli, ai nostri bambini, ai nostri nipoti e a quanto le nostre famiglie fanno per loro anche nei momenti di difficoltà e cerchiamo di far pervenire ai nostri rappresentanti politici, ai nostri governanti e ai leader europei il senso del nostro sdegno e la richiesta pressante di un cambiamento di atteggiamento verso il Governo colpevole di Netanyahu».

C’è quindi oltre alla responsabilità morale quella politica: sono due facce della stessa medaglia.  Non serve andare da Bruno Vespa a raccontare che Cristo è morto dal freddo dei piedi. Il sangue dei bambini palestinesi chiede aiuto e giustizia a tutti coloro che possono fare qualcosa e stanno facendo poco o niente.

Non so se esistano i presupposti per la denuncia formulata da circa 50 persone, tra cui professori di giurisprudenza, avvocati e diverse personalità pubbliche. Preferisco lanciare un avvertimento: il sangue dei giusti ricadrà su chi lo ha sparso e/o ha consentito che fosse sparso. Non mi preoccupa essere tacciato di seminagione di odio e di criminalizzazione degli avversari.

Il discorso non vale solo per Giorgia Meloni, la quale, come minimo, credo non abbia fatto tutto quanto era nelle sue possibilità per opporsi al massacro dei palestinesi, ma per tutti coloro che si macchiano, direttamente o indirettamente, dolosamente o colpevolmente, per opportunismo o per indifferenza, di atti commissivi od omissivi in relazione a veri e propri crimini verso l’umanità.

 

 

I bizantinismi sulla pelle dei palestinesi

La relatrice Onu ha scelto di abbandonare il programma di La7 dopo un confronto acceso sul termine «genocidio» e prima che Francesco Giubilei, anch’egli ospite del talk, concludesse il suo intervento.

Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati, ha lasciato lo studio di in Onda, su La7, durante la puntata andata in onda questa sera. Invitata per discutere della situazione a Gaza, Albanese si è confrontata con il giornalista del Corriere della Sera Federico Fubini e con Francesco Giubilei, vicino a Fratelli d’Italia. Sin dall’inizio del dibattito, Albanese ha difeso l’uso del termine «genocidio» per descrivere l’azione militare israeliana nella Striscia. Una posizione contestata da Fubini, secondo cui «non sta a nessuno di noi stabilire se si tratti di genocidio o meno: serve un’inchiesta formale». Il confronto, già teso, si è ulteriormente acceso dopo l’intervento di Giubilei, culminando nell’uscita dallo studio della relatrice Onu.

Il punto di rottura è arrivato quando Francesco Giubilei ha evocato le parole della senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, sostenendo che definire genocidio l’intervento militare israeliano a Gaza rappresenti un’accusa impropria. Prima della fine dell’intervento di Giubilei, la relatrice Onu ha scelto di interrompere la propria partecipazione e ha lasciato lo studio.

(…)

«Se una persona ha un tumore, non va a farsi fare la diagnosi da un sopravvissuto a quella malattia ma da un oncologo». Meno di 24 ore dopo aver lasciato lo studio di In Onda, su La7, per protesta contro le posizioni degli altri ospiti, Francesca Albanese ha spiegato la sua reazione a Fanpage. E si è concentrata in particolare su Liliana Segre, che – come aveva ricordato in trasmissione Francesco Giubilei – ha sempre negato che la condotta militare israeliana a Gaza sia classificabile come genocidio: «C’è chiaramente un condizionamento emotivo che non la rende imparziale e lucida davanti a questa cosa». 

La relatrice speciale dell’Onu per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati è tornata sull’episodio giustificando la sua scelta di abbandonare gli studi. Da una parte, l’appuntamento per registrare un podcast: «Sono una persona precisa ed ero già stata costretta a un ritardo, ma non accetto di prolungarlo se devo confrontarmi con due persone che non sono preparate sul tema Gaza». Per Francesca Albanese, infatti, «l’interlocuzione con chi non ha conoscenze del tema è impossibile. Io sono una giurista, una tecnica». Il riferimento è, chiaramente, alla vaghezza dell’ospite Federico Fubini sul tema del genocidio: «Credo che in questo momento nessuno su questo punto si possa pronunciare».

Le parole che hanno scatenato però la reazione di Francesca Albanese sono state quelle di Giubilei: «Sul genocidio sono d’accordo con la senatrice Segre». A quel punto si è alzata e se n’è andata: «Immagini il paradosso di questa situazione: chiamare in causa una persona sopravvissuta all’olocausto e al genocidio. Conosco tantissimi esperti di storia, anche sopravvissuti all’olocausto, che dicono che quello a Gaza sia un genocidio. Ma siccome la posizione della senatrice Segre torna utile, si utilizza quella». Insomma, la senatrice a vita sarebbe strumentalizzata: «Ho grandissimo rispetto per la senatrice Segre, una persona che ha vissuto traumi indicibili. Per questo sostengo che ci sono gli esperti e che non è la sua opinione, o la sua esperienza personale, a stabilire la verità su quanto sta accadendo».

Anche perché, per Albanese, la visione di Liliana Segre viene inevitabilmente offuscata dal suo vissuto. Eppure influenza comunque il dibattito pubblico: «Il dato fondamentale in questo paese è l’analfabetismo funzionale. La gente non capisce ciò che legge e non ha in questo contesto di dibattito pubblico sulla Palestina gli strumenti per capire cosa sta accadendo». E alle accuse di propaganda risponde: «Sto investendo molte energie nel cercare di far capire alla gente quali sono i termini del diritto sulla questione. Ci sono fior fiore di sionisti accademici, perché invitare in trasmissione gente che non sa niente?». (open.online – Ugo Milano)

 

Sono oltre modo d’accordo con Francesca Albanese. Mentre posso capire l’imbarazzo psicologico dei sopravvissuti ad Auschwitz nell’ammettere che Israele stia ripetendo sui palestinesi i crimini commessi dai nazisti sugli ebrei, non accetto chi strumentalizza tale comprensibile titubanza per negare l’evidenza.

È perfettamente inutile nasconderlo: imperversa a livello governativo, politico, culturale e mediatico una sorta di riserva mentale riguardo al comportamento di Israele. Si risolve il caso adottando la corrispondenza biunivoca fra la strage perpetrata da Hamas e la lucida e sistematica azione di genocidio verso l’intero popolo palestinese.

Il caro amico Alfredo Alessandrini ha recentemente scritto sulla “Gazzetta di Parma”: «La tragedia dell’Olocausto è divenuta popolare ed è entrata nella sensibilità comune. Tutti siamo stati vicini al popolo ebraico così drammaticamente colpito. Ma allo stesso modo siamo a fianco e soffriamo ogni giorno il dramma del popolo palestinese a causa dello sterminio in atto. Una reazione di Israele al grave atto di terrorismo del 7 ottobre era nei fatti. Ma ora viene perpetrata non una reazione ma un’azione di sterminio di un popolo a causa delle bombe ma anche della fame e della sete, quindi di una vera e propria carestia».

È inaccettabile la narrazione basata, come dice Francesca Albanese, sulla opportunistica malafede dei politici e dei loro tirapiedi e accolta dall’ignoranza, più o meno colpevole, di gran parte della pubblica opinione.

Stare poi a sottilizzare sul termine “genocidio” è un macabro espediente per sgattaiolare fuori dall’enorme tragicità del problema.

Mio padre, quando si accorgeva che la ricerca del colpevole della morte di una persona era condizionata da ostruzionismi e formalismi e non si riusciva a trovarne la causa e non si individuava nemmeno l’esecutore materiale dell’eventuale delitto, concludeva sarcasticamente: «As védda che quälcdòn al gà preghè un cólp…». Evidentemente ai palestinesi sono stati “pregati” molti colpi…o in alternativa si vuol addirittura far credere che si siano sostanzialmente suicidati gridando “evviva Hamas”.

L’episodio delle subdole censure a Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati, rientra infine nella strisciante delegittimazione delle istituzioni internazionali per far posto alla logica del diritto del più forte. Tutti a recriminare sulla mancanza di autorità da parte dell’Onu, salvo lanciare una bomba putiniana a poca distanza dal segretario generale Guterres in missione di pace in Russia e Ucraina, salvo fregarsene altamente delle sue risoluzioni o addirittura impedirle, salvo i veri e propri sabotaggi trumpiani, salvo gli spudorati attacchi di Netanyahu, salvo appunto contestare, in modo peraltro triviale, l’autorevole opinione di una sua alta e competente funzionaria.

 

 

La politica francese è un casino pazzesco

PARIGI. È durato meno di un mese l’incarico del primo ministro Sebastien Lecornu, che ha presentato questa mattina le dimissioni al presidente Emmanuel Macron. Ad annunciarlo l’Eliseo, dopo che ieri sera era stata presentata la nuova squadra di governo. Una lista di ministri quasi identica a quella del precedente esecutivo, che ha provocato le ire delle opposizioni, pronte a sfiduciare Lecornu alla prima occasione. Ma le scelte fatte hanno provocato malumori interni alla stessa coalizione, con i Repubblicani scontenti soprattutto della scelta di nominare il loro ex membri Bruno Le Maire alla guida del dicastero della Difesa dopo anni passati a gestire quello dell’Economia. Dal Rassemblement National di Marine Le Pen alla sinistra: tutti decisi a far cadere il nuovo governo.

Adesso il presidente Emmanuel Macron dovrà decidere se nominare un nuovo primo ministro o se sciogliere l’Assemblea nazionale come richiede Le Pen e indire elezioni legislative anticipate. L’ipotesi delle dimissioni, domandate a gran voce dal partito della sinistra radicale La France Insoumise, sembra essere un’ipotesi remota e difficilmente realizzabile. «Ci sarà certamente un ritorno alle urne nelle prossime settimane», ha commentato il presidente del Rassemblement National, Jordan Bardella, spiegando che il suo partito è pronto «ad assumersi le proprie responsabilità». (“La Stampa” – Danilo Ceccarelli)

Non riesco sinceramente a capire cosa stia succedendo in Francia. L’assetto istituzionale (repubblica semipresidenziale) sta dimostrando tutti i suoi limiti; il panorama politico è confuso tra una destra forte che soffre però di conventio ad excludendum, una sinistra radicale che non riesce a bucare le urne, un presidente, con tante macchie e sostanzialmente senza partito, che non si rassegna  e resta in carica sul filo del rasoio tagliente  eccome per  la pelle dei francesi; la piazza in preda alle proteste impossibili da interpretare, rappresentare e sintetizzate. Un casino pazzesco!

Mi sembra che in Francia si stiano scatenando tutti i tuoni e lampi della democrazia occidentale: meno male che non esiste un personaggio carismatico alla Donald Trump. Sarebbe per noi italiani un cugino oltre modo scomodo: se Parigi piange, Roma non ride e viceversa.

Credo che occorrerebbe partire da una riforma istituzionale, ma chi la può portare avanti se i partiti sono affetti da schizofrenia totale? La società civile si sfoga nelle piazze, ma chi la può veramente ascoltare e minimamente rassicurare. La destra è estremisticamente inaffidabile per i francesi, mentre la sinistra è troppo popolare e poco rassicurante. Emmanuel Macron ha deluso tutte le aspettative all’interno e all’estero.

Non vorrei che i francesi si stancassero della situazione insostenibile e finissero per cedere alla tentazione di un governo di destra, guardando magari all’Italia che ha disgraziatamente superato il fattore NZ (nazifascista) e alla conseguente fasulla stabilità italiana.

Non vorrei che la sottile vena nazionalista si trasformasse in vero e proprio antieuropeismo con effetti catastrofici sul già debole impianto della Ue.

Se fossi un francese e avessi voglia di esercitarmi in geopolitica, farei fatica districarmi nel casino, forse mi schiererei con la sinistra radicale per chiedere le sacrosante dimissioni di Macron per poi sperare che resti in vigore la conventio ad excludendum e si trovi un candidato presidente che risvegli la democrazia francese e scelga un europeismo definitivo e convinto. L’Europa, che ha avuto nel francese Schuman un pioniere dell’europeismo assieme ad Adenauer e de Gasperi, potrà trovare un altro pioniere che sappia magari fare squadra con nuovi pionieri italiano e tedesco da individuare? Tutto da rifare. Sognare, sperare e tentare non nuoce!

PIL, povertà internazionale lordata

Visto da sinistra, quella che dovrebbe guardare ai problemi reali della gente

Gli ultimi numeri contenuti nel position paper sono impietosi: oltre 2,2 milioni di famiglie (8,4%) – pari a 5,7 milioni di individui, in pratica una persona su dieci – vive in povertà assoluta. Una platea in cui si contano più di 1,3 milioni di minori. Quasi un bambino su sette in Italia cresce in condizioni di privazione materiale grave. A essere colpite sono soprattutto le famiglie numerose, quelle monogenitoriali e quelle con almeno un componente straniero. Ma quasi nessuna categoria può considerarsi davvero immune dallo scivolare in una condizione di miseria.

«La povertà è ormai un fenomeno strutturale e intergenerazionale, aggravato da due fattori principali: la riduzione del sostegno pubblico – con il passaggio dal Reddito di cittadinanza all’Assegno di inclusione, che ha escluso una parte significativa dei beneficiari – e una forte accelerazione dell’inflazione (in particolare per i beni alimentari e per gli affitti), che ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie vulnerabili», ha affermato il portavoce dell’Alleanza contro la povertà, Antonio Russo. (da “Avvenire” – Luca Mazza)

 

Visto da destra, quella che sparge virtuale e illusoria ricchezza

Fitch Ratings ha migliorato il rating di lungo termine dell’Italia a ‘BBB+’ da ‘BBB’. L’outlook è stabile. Fitch ha anche migliorato il rating di breve termine dell’Italia a ‘F1’ da ‘F2’. L’upgrade del rating riflette i seguenti driver:

  1. i) Resilienza fiscale migliorata grazie ad una crescente prudenza fiscale e un forte impegno nel raggiungimento degli obiettivi fiscali a breve e medio termine; 
  2. ii) Performance fiscale superiore alle attese con una graduale riduzione del deficit nel 2025-2027, sostenuta da miglioramenti strutturali nelle entrate e da un rigido controllo della spesa. Si prevede un deficit del 3,1% del PIL quest’anno (rispetto al target ufficiale del 3,3%), grazie a performance solide delle entrate fiscali, in linea con una base imponibile in espansione (merito del miglioramento del mercato del lavoro) e dell’aumento della compliance fiscale;

iii) Contenimento della spesa: le autorità rimangono impegnate nel contenimento della spesa, puntando a ridurre il deficit al 2,6% nel 2027 e sotto il 2 % entro il 2029;

  1. iv) Debito stabile: Il debito dell’Italia è tornato ai livelli pre-pandemia più rapidamente del previsto (a differenza di molti paesi dell’eurozona).

Fitch prevede un aumento modesto del debito dal 135,3% del PIL nel 2024 al 137,5% nel 2026, principalmente a causa di aggiustamenti di stock – flow legati in particolare al superbonus.

Previsto un rapporto debito/PIL in discesa di circa 1 punto percentuale all’anno (fino al 134% nel 2030), grazie ad avanzi primari sostenuti e a una crescita nominale moderata (vicina al 3%). (da websim.it)

 

Visto da un presidente Usa, che ammazza la politica

Ho lasciato un’era di calma e stabilità” al termine del primo mandato, che ha poi lasciato spazio a una delle “grandi crisi dei nostri tempi”, con una “serie di disastri”.

Ma ora, in soli otto mesi, “siamo nell’età dell’oro dell’America”.

Lo ha detto Donald Trump intervenendo all’assemblea dell’Onu. Il presidente, che interviene all’Onu per la prima volta dalla rielezione, è stato accolto dagli applausi dell’aula.

Visto da un quasi-presidente Usa, che fu ammazzato perché disturbava una certa politica

In piena campagna elettorale, il 18 marzo 1968, Robert Kennedy parlò alla Kansas University. Con questo discorso mirò al cuore della platea con parole semplici, invitando chi lo ascoltava ad attuare un cambiamento nella scala di valori e negli strumenti utilizzati dagli statisti per valutare il livello di ricchezza e di benessere di un paese. In particolare criticò duramente il Prodotto interno lordo (PIL) come indicatore di benessere in un’epoca in cui il concetto non era ancora così noto e dominante.

Secondo Kennedy il PIL, pur essendo un indicatore che misura il valore complessivo dei beni e servizi finali prodotti all’interno di un Paese in un certo intervallo di tempo (solitamente un anno solare) destinati al consumo finale, indica soltanto quanto viene prodotto ma non indica se ciò che viene prodotto serva effettivamente, venga consumato per necessità oppure sia frutto di bisogni immaginari creati ad hoc dal sistema dei media.

«Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni materiali. Il nostro PIL ha superato 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel PIL – se giudichiamo gli USA in base a esso – quel PIL comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine. Comprende serrature speciali per le nostre porte e prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali nella espansione urbanistica incontrollata. Comprende il napalm e le testate nucleari e le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck e i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini.»

Robert Kennedy si chiede quale possa essere l’utilità di un indicatore di ricchezza che misura solo ciò che producono le industrie e non invece la quantità e la qualità del patrimonio immateriale come la creazione dell’intelletto o la ricchezza delle relazioni interpersonali.

«Eppure il PIL non tiene conto della salute dei nostri ragazzi, la qualità della loro educazione e l’allegria dei loro giochi. Non include la bellezza delle nostre poesie e la solidità dei nostri matrimoni, l’acume dei nostri dibattiti politici o l’integrità dei nostri funzionari pubblici. Non misura né il nostro ingegno né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione per la nostra nazione. Misura tutto, in poche parole, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta. Ci dice tutto sull’America, eccetto il motivo per cui siamo orgogliosi di essere americani.» (da Wikipedia – Discorso sul Pil)

 

Visto da un incallito (cristiano) utopista

A chi avrà avuto la pazienza di leggere le citazioni di cui sopra rivolgo un ringraziamento ed un invito a riflettere. Da parte mia aggiungo soltanto che mi schiero “demagogicamente” dalla parte dei poveri e “idealisticamente” dalla parte dei sogni kennediani.

Perbenismo di mente o spregiudicatezza di cuore

Giorgia Meloni lancia una stoccata alla Cgil e al sindacato di base Usb, promotori di uno sciopero generale per la Global Sumud Flotilla, la missione umanitaria diretta a Gaza e fermata da Israele. “Mi sarei aspettata che almeno su una questione che reputavano così importante non avessero indetto uno sciopero generale di venerdì perché il weekend lungo e la rivoluzione non stanno insieme”, ha spiegato la presidente del Consiglio al suo arrivo a Copenaghen (Danimarca) per il vertice della Comunità politica europea.

L’iniziativa presa dall’Usb e dal sindacato guidato da Maurizio Landini “non porterà alcun beneficio al popolo della Palestina, in compenso porterà molti disagi al popolo italiano. Lo stesso popolo italiano che ancora ieri veniva ringraziato dai palestinesi per il lavoro che sta facendo”, ha spiegato Meloni. “Ricordo che per esempio ieri siamo stati la prima nazione ad aprire un corridoio per i ricercatori. Ricordo che siamo la nazione non islamica che ha evacuato più persone per essere curate nei propri ospedali e siamo una delle prime nazioni al mondo per consegna di aiuti”. (today.it)

(…)

Confermato lo sciopero generale dopo il fermo degli attivisti della Global Flotilla. Le organizzazioni sindacali presenteranno un ricorso al giudice del lavoro contro la delibera della Commissione di garanzia sugli scioperi che lo ha dichiarato illegittimo per la mancanza di preavviso. L’esame, in questo caso, richiederà alcuni giorni.

“Il nostro sciopero è pienamente legittimo perché noi l’abbiamo fatto rispettando la legge 146 che prevede che di fronte a violazioni costituzionali, la messa in discussione della salute e sicurezza dei lavoratori c’è la possibilità di fare lo sciopero senza il preavviso” ha detto a RaiNews24 il segretario generale della Cgil Maurizio Landini confermando l’agitazione. “Anzi – ha aggiunto Landini – impugniamo la delibera della Commissione e se questa dovesse comportare verso l’organizzazione sindacale delle sanzioni siamo pronti a impugnare anche quelle”. “Non si stanno rispettando le nostre norme costituzionali”, non sono tutelati “nostri connazionali arrestati in acque libere” da Israele. (today.it)

Senza scadere nel manicheismo, si può commentare schematicamente: “visto da destra e visto da sinistra”. Ci sono infatti due modi di interpretare la Costituzione e il rispetto costituzionale delle leggi, quello del perbenismo burocratico e quello della spregiudicatezza democratica.

Di fronte alla macelleria israeliana e a chi osa provocatoriamente chiedere la chiusura di questo macabro negozio in cui si attua un vero e proprio massacro del popolo palestinese, che senso ha nascondersi dietro il dito della legittimità dell’esercizio del diritto di sciopero? Non uno, ma mille scioperi in difesa di chi rischia il massacro! Se non si fa uno sciopero generale per simili sacrosanti motivi, quando mai si potrà e dovrà fare?

Sì, perché, oltre la sorte dei partecipanti alla Flotilla, c’è in ballo innanzitutto e soprattutto quella dei palestinesi, dei quali – al di là degli equilibrismi pattizi dei mistificatori col cuore di pietra e degli esitanti e paralizzanti razionalismi adottati dai prudenti caga-dubbi (chiedo scusa a Davide Rondoni – “Avvenire”) a costo dell’inazione – non frega niente a nessuno. La vicenda della Flotilla altro non è che l’ulteriore prova del fatto che, se ci sarà un rinnovamento, questo potrà nascere solo dalla base popolare-civica e non dalla politica. Ecco perché la questione palestinese val bene uno sciopero generale.

Del perbenismo meloniano i palestinesi non sanno di che farsene, mentre penso abbiano almeno qualche ristoro sapendo che tanti italiani non si girano dall’altra parte di fronte alla loro disperazione senza fare calcoli di convenienza economica e politica.

Il diritto di protestare, con l’iniziativa della Flotilla e con gli scioperi conseguenti, non ha soltanto un significato di mera seppure importantissima difesa degli interessi dei lavoratori, ma ha un valore educativo di deterrenza etico-culturale contro l’indifferenza.

Proprio la senatrice Liliana Segre, in un discorso del 27 gennaio 2020 al Memoriale della Shoah di Milano, affermò: «L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò disprezzo, temo e odio gli indifferenti. Le parole di Antonio Gramsci rendono bene il senso di una malattia morale che può essere anche una malattia mortale. (…) Perché quando credi che una cosa non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. L’indifferente è complice dei misfatti peggiori. L’alternativa, diceva don Milani, è “I care”, me ne importa, mi sta a cuore».

Stiamo scivolando nella globalizzazione dell’indifferenza e della meschinità del “chi me lo fa fare”: se reagire a questo vomitevole andazzo vuol dire essere un tantino anarchici, se per svelare le ipocrisie del potere e scrollarsi di dosso l’indifferenza occorre un po’ di sana spregiudicatezza, mi sento tranquillamente di correre questo rischio.

D’altra parte mio padre non era forse quasi anarchico nella sua insolente e spontanea parmigianità? Quasi sempre i suoi messaggi mantengono intatta la loro attualità, la loro abbondante dose di ironica, per non dire graffiante, provocazione, in una gustosa miscela di anticonformismo, radicalismo, anarchia, trasgressione, etc.: il tutto insaporito da una spruzzata di autentica parmigianità, molto soft, poco ostentata ma sottilmente e gradevolmente percettibile.

In Italia l’invito a reagire lanciato dalla Flotilla ha trovato accoglienza in una larga fascia della popolazione, ma non nel governo che parandosi dietro a superiori ragioni di Stato ha sostanzialmente esortato i naviganti a rinunciare ai loro propositi.

Ma così facendo il nostro governo ha reso un pessimo servizio non solo al popolo palestinese, ma alla stessa democrazia che già si trova in crisi profonda. Il continuo riempirsi la bocca di principi altisonanti a cui, però, fanno seguito scelte in direzione opposta, provoca nei cittadini non solo disorientamento culturale e morale, ma anche una paralizzante chiusura in sé stessi che spalanca la strada a ogni forma di sopruso e di orrore.

Il doppio standard verbale, morale e politico, che da un paio di anni si è affermato in Europa, per cui lo stesso tipo di gesto è ora condannato, ora approvato, a seconda se a commetterlo è uno Stato amico come Israele o nemico come la Russia, genera nell’opinione pubblica uno sconcerto tale da indurla a bollare come ipocrita l’intera classe politica, rinunciando a qualsiasi forma di partecipazione. Una deriva forse gradita a quei politici interessati solo al potere, ma che risulta disastrosa per una serena convivenza sociale. La messa in discussione di questa impostazione è un altro contributo reso dalla Global Sumud Flotilla di cui dobbiamo essere grati. (Francesco Gesualdi – “Avvenire”)

 

 

 

 

La sinistra francescana per antonomasia

Per festeggiare san Francesco vado a prestito dal mio carissimo amico Pino che mi regala le sue riflessioni.

Tutti vogliono riappropriarsi della figura di San Francesco. Ci ha provato Grillo, adesso la stronzetta-furbetta. Due libri, uno di Cazzullo, l’altro dello storico laico Barbero, sono in cima ai libri più venduti. Se da una parte mi fa piacere perché San Francesco ci sta davanti come esempio (lo diceva Ernesto Balducci), dall’altra parte “m’incazzo” moltissimo perché mi dispiaccio che i rincretiniti cattolici di sinistra se lo lascino scippare senza battere ciglio. Scherziamo? San Francesco è “sinistra” (anche se figura universale); quelli dopo di lui, penso da ultimi a papa Giovanni, madre Teresa di Calcutta, don Tonino Bello, papa Francesco o figure politiche come Giorgio La Pira, ne seguono in qualche maniera le orme: povertà e poveri, gli ultimi. Non si può mescolare il diavolo (Trump) con l’acqua santa (San Francesco). Se tu ti ispiri ad un santo, anche in piccola parte, devi cercare di seguirne le orme, non come la Meloni che è agli antipodi ed è quindi una mistificatrice.

San Francesco è un contestatore-provocatore, forse, dopo Gesù, il più grande contestatore-provocatore di tutti i tempi. Tento quindi di coglierne la forza d’urto in campo ecclesiale ed in campo politico-civile.

  • «Diventate coscienza critica del mondo. Diventate sovversivi. Non fidatevi dei cristiani “autentici” che non incidono la crosta della civiltà. Fidatevi dei cristiani “autentici sovversivi” come San Francesco d’Assisi» (don Tonino Bello, vescovo e profeta, ai giovani).

Papa Francesco aveva scelto il suo nome per onorare il santo italiano noto per la sua umiltà, la povertà e il suo amore per il prossimo e la creazione. Questa scelta simboleggiava un programma per una Chiesa più vicina ai poveri e più attenta ai valori di giustizia e misericordia, in contrasto con la visione di una Chiesa più mondana e burocratica. L’occasione è propizia per dare uno sguardo “francescano” a quanto sta succedendo nella Chiesa a livello del papato, che purtroppo mantiene una doppia natura, autorità religiosa e morale da una parte, signoria mondana dall’altra. Questa doppia natura, ci si è sempre chiesti, è coerente col comandamento del Signore circa l’essere «nel mondo, ma non del mondo»? In altre parole, il papa-sovrano che accetta la logica del potere mondano è il san Pietro che ama il Signore, o quello che lo tradisce? Tante porcherie della Chiesa si possono fare risalire a questa ambivalenza. A ciò papa Francesco aveva dato una risposta scardinante: quella della profezia. Un papa non secondo il mondo, ma secondo il Vangelo: capace di spiazzare ogni suo interlocutore perché la profezia e la potestà papale non avevano forse mai coinciso, nella storia bimillenaria della Chiesa. Il suo parlare era sì, sì, no, no: così contravvenendo alla prima regola del potere terreno, quella di una sistematica menzogna. Leone XIV saprà essere un profeta? Ho la maliziosa impressione che con lui il papato rischi di tornare nell’alveo ordinario dell’esercizio del potere. Fin qui, purtroppo, nulla di strano: ‘strano’ era Francesco e prima di lui san Francesco. (libera citazione di Paola Caridi e Tomaso Montanari).

 

  • «Quale Francesco? È l’eterna domanda che investiga e interroga il rapporto tra il carisma profetico e la sordità del potere istituzionale. Non è difficile sentirla attuale oggi, quando ci chiediamo se un altro Francesco vada riconosciuto nel candore evangelico di affermazioni e atti che appaiono rivoluzionari, o invece nella vischiosità ineludibile di un potere mondano che processa giornalisti e non accredita ambasciatori perché omosessuali. O quando ci chiediamo se Assisi sia un epicentro di vita spirituale o, invece, una grande macchina da soldi, e se gli affreschi stessi della Basilica siano ancora un testo vivo o solo un’attrazione moralmente afona» (Tomaso Montanari recensione su Chiara Frugoni – Quale Francesco? – Ed. Einaudi).

San Francesco è patrono d’ Italia e d’Europa. Forse prima e più che proteggerci ci contesta. Proviamo a pensare cosa direbbe delle politiche italiane ed europee e facciamoci aiutare da Liliana Cavani e da papa Francesco.  «(…) Dobbiamo essere grati a questo papa perché ci sta riportando vicino a Gesù Cristo, al ‘nostro posto’ accanto a lui. Dobbiamo essergli grati perché ha rimesso il Vangelo al centro della Chiesa, anzi al posto principale di una Chiesa che era un po’ troppe altre cose. (…) Gesù Cristo non è un padre padrone, eppure per secoli la Chiesa per la maggior parte del tempo si è sentita ‘padrona’. Per questo papa Bergoglio si è defilato dal Palazzo e vive in una casa normale. Questa scelta è uno dei primi discorsi di papa Bergoglio, un fatto che pare abbia fatto arrossire alcuni cardinali e anche incavolare altri cardinali o prelati di rango. (…) Papa Wojtyla si è battuto tenacemente contro la dittatura sovietica, ma papa Bergoglio non ha un nemico più facile: ‘l’ideologia del mercato’, un’ideologia subdola come le malattie nascoste. (…) Aumentare il patrimonio nel modo più speculativo è diventato un merito. Se ciò può provocare sofferenza poco importa. Accumulare è un vanto e la dimostrazione più formidabile di intelligenza. In realtà a ben guardare molte ricchezze sono l’esito di politiche economiche rozze, autoritarie, sostenute da speculatori spregiudicati. (…) La politica per Roma era sacra. Il loro Dio non era in un luogo e in un tempo metafisico. Pietro e Paolo riescono a seminare il Vangelo perché lo testimoniano con una visione della vita nuova, nuovissima, piena di senso. E così fece Francesco di Bernardone camminando nei paesi dell’Italia centrale. E papa Francesco fa uguale. Possibile? Possibile seminare lo stesso messaggio in tempi tanto distanti? La stessa visione della vita? A Roma nel 40-50 d.C., nel 1200 ai tempi di Francesco, nel 2017? È così. Andremo su Marte e sarà necessario portarsi il Vangelo» (Liliana Cavani, intellettuale, regista teatrale e cinematografica, da un suo saggio contenuto nel libro “Francesco e noi” a cura di Francesco Antonioli, Edizioni Piemme).

 

  • In conclusione niente celebrazioni blasfeme, ma esami di coscienza privati e pubblici. Niente fiori, ma opere di “pace e bene”. San Francesco non è al di sopra delle parti, ma sta da una parte ben precisa: quella dei poveri e degli ultimi. Santa demagogia!!!

Alla conferenza stampa nella sala polifunzionale della Presidenza del Consiglio, sulle celebrazioni per l’ottavo centenario della morte di San Francesco si respirava un clima, raro di questi tempi, di vera condivisione: «Dal primo gennaio del prossimo anno si aprirà l’ottavo centenario, un’esperienza che si muove in continuità con l’anno giubilare ancora in corso», spiega Mantovano. Ieri il definitivo via libera del Senato con una sostanziale unanimità al ripristino della festa, «a conferma che San Francesco pur nei frangenti più complicati della nostra storia è punto di unità tra le persone. Che San Francesco sia di tutti non significa, però, che tutti possano annoverarlo sotto le proprie bandiere: l’uso strumentale dei santi è pratica particolarmente sgradevole», conclude Mantovano. (“avvenire.it)

Dissento categoricamente! San Francesco non è punto di unità e non è e non può essere di tutti. Non si tratta di fare un uso strumentale del messaggio francescano, ma di prenderlo sul serio e ciò comporta il venire a galla di tutte le contraddizioni.

Raccomando al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano un corso accelerato sul Vangelo.

La frase “Non sono venuto a portare pace sulla terra ma divisione” è citata nel Vangelo secondo Luca (Lc 12,49-53), dove Gesù afferma che la sua venuta non porterà una pace universale, ma divisioni, anche all’interno delle famiglie (figuriamoci tra e nei partiti politici), perché la sua predicazione impone una scelta tra il bene e il male, tra chi abbraccia il suo messaggio e chi no, generando così separazioni.

Il discorso calza a pennello per san Francesco. Infatti ribadisco quanto afferma l’amico Pino: san Francesco è di sinistra! A destra e al centro se ne facciano una ragione. A sinistra però si diano una scrollata di coscienza e una mossa di carità.