Le distraenti scollature della D’Urso

“In un programma che tratta argomenti molto diversi tra loro – è il post odierno di Zingaretti indirizzato a @carmelitadurso – hai portato la voce della politica alle persone. Ce n’è bisogno!”. Non so cosa ci sia dietro questo endorsement zingarettiano a Barbara D’Urso, ma personalmente non ci vedo niente di scandaloso, si potrà eventualmente discuterne l’opportunità, ma non mi preoccupa e non mi interessa più di tanto.

Ammetto di soffrire il fascino delle belle donne: sono fatto così e quindi, siccome la D’Urso fa parte di questa categoria, sono portato ad essere particolarmente indulgente verso il suo programma, certamente non di alto livello culturale, ma di accettabile approccio popolare. Se ne vedono e sentono di peggio! Soprattutto apprezzo l’assenza di faziosità nella scelta degli ospiti con cui chiacchierare, il taglio umanamente disinvolto e il clima simpatico che viene creato. Ho avuto l’occasione di seguire questo programma solo occasionalmente incappando in esso durante i momenti di pigro zapping. Non accetto le snobistiche demonizzazioni e le sussiegose sottovalutazioni. Viviamo in questa società, che non mi piace, ma che tra le sue regole ha quella di navigare in mezzo ai talk show televisivi. Cosa ci possiamo fare!?

Se il rospo da ingoiare è Barbara D’Urso non è la fine del mondo, si può fare questo sforzo. Non capisco pertanto le reazioni stizzite e scandalizzate del popolo (?) piddino. Certo, se Zingaretti vuole recuperare appeal e identità verso il potenziale elettorato di sinistra, forse partire ingranando la marcia d’ursiana non è il massimo della credibilità e della forza di persuasione. Tuttavia non è scappando dal mondo che si cambia il mondo. Non è con la puzza sotto il naso che si migliora la società. I problemi del partito democratico sono tanti non aggiungiamocene uno falso.

Massimo D’Alema aveva, profeticamente, anche se contraddittoriamente, affermato: “La Lega c’entra moltissimo con la sinistra, non è una bestemmia. Tra la Lega e la sinistra c’è forte contiguità sociale. Il maggior partito operaio del Nord è la Lega, piaccia o non piaccia. È una nostra costola, è stato il sintomo più evidente e robusto della crisi del nostro sistema politico e si esprime attraverso un anti-statalismo democratico e anche antifascista che non ha nulla a vedere con un blocco organico di destra”.

Speriamo che Nicola Zingaretti non faccia altrettanto verso quel che rimane del popolo televisivo berlusconiano. Non credo volesse arrivare a tanto, a strizzare l’occhio ai salotti mediaset, magari per affrancarsi da quelli intellettualoidi di sinistra. Stia lontano dai salotti, di cui peraltro il suo “antenato” Massimo D’Alema è piuttosto esperto. Il mio carissimo amico Walter Torelli, comunista tutto d’un pezzo, durante una delle solite chiacchierate, molto tempo fa mi chiese, dal momento che mi sapeva piuttosto informato sulla cronaca politica, di riferirgli dell’episodio relativo a Massimo D’Alema, il quale, in occasione di una sua presenza in un salotto romano, rimbrottò vivacemente il cane di casa che gli era montato sulle scarpe. Ammise snobisticamente che gli erano costate una grossa cifra.

Se fosse ancora in vita forse mi chiederebbe conto dell’episodio di Zingaretti e del suo tweet in favore della D’Urso. L’amico Walter, che allora mi aveva confessato tutta la sua indignazione, oggi si limiterebbe a scuotere il capo e ripeterebbe con tanta convinzione: «Lé óra chi vagon a ca tùtti». Sì, caro Walter avevi ragione tu…che non eri un qualunquista, ma avevi un grave difetto, eri veramente di sinistra. Il problema infatti non è Barbara D’Urso. In fin dei conti forse Zingaretti ha solo confuso le scollature del PD rispetto alla sua storia ed alla sua identità con quelle ben più ammiccanti di una gran bella donna.

 

Ambasciator porta pena

La morte dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista Mustapha Milambo, uccisi in Congo in seguito ad un attentato, contiene molti elementi, che inducono a serie e profonde riflessioni al di là del dolore straziante per la perdita di vite umane sacrificate sull’altare del bene comune.

Innanzitutto usciamo da questa vicenda migliori o peggiori a seconda dei punti di osservazione. Ci possiamo sentire umanamente migliori, perché esistono persone che compiono il loro dovere con grande dedizione, senza fare baccano, ma sulla base di valori perseguiti anche a prezzo della propria vita. Un ambasciatore, personaggio che generalmente viene immaginato come un’appendice burocratica dello Stato e come un neutrale passacarte che non porta pena; un carabiniere, persona che collochiamo a metà strada tra il mito dell’ordine pubblico e l’ingenuo servizio della legge; un autista, opaco lavoratore che accompagna e scarrozza gli altri. Ebbene, dietro questi stereotipi, si celano persone in carne ed ossa che rischiano la vita più o meno convintamente, ma comunque esemplarmente.

Ci possiamo però sentire anche peggiori, nel senso che, quando si celebrano le esequie di queste persone, si osa dire che non sono morte invano: è vero solo se ci rendiamo conto che il loro sacrificio mette a nudo la nostra superficiale visione della vita, della società, della convivenza e della storia. Morire nell’ambito di una missione di pace in mezzo a tanti impulsi di guerra è cosa paradossalmente positiva e costruttiva.

L’occidente, quando interviene, anche con le migliori intenzioni, negli stati post-coloniali, si trascina una tragica eredità di violenza e oppressione perpetrata in passato: la storia non è una partita di calcio che termina al novantesimo minuto, ma assomiglia a un lungo campionato con partite di andata e ritorno e al ritorno anche chi stava dimenticando rischia di ricordare. Anche le missioni umanitarie finiscono con l’essere viste comunque come appendice pseudo-riparatrice delle potenze dominatrici di un tempo non del tutto passato: l’integrazione, che tuttavia trova ostacoli politici e socio-economici, non basta a placare sul nascere una memoria foriera di odio in libera uscita. La memoria storica non si può cancellare ed allora con essa bisogna farci i conti. Purtroppo a pagare questo conto sono spesso i missionari di pace.

Mio padre, quando gli capitava di ascoltare qualche notizia riguardante provocazioni fra nazioni, incidenti diplomatici, contrasti internazionali era solito commentare: “S’ag fis  Mussolini, al faris n’a guera subita. Al cominciaris subit a bombardar”. È una tentazione diabolicamente ed istintivamente sempre presente: la ritorsione. È inutile negare che la morte di persone impegnate in favore della pace grida doppiamente vendetta.

Chiedo scusa se, a questo punto ripiego inevitabilmente sul discorso religioso, ricordando le parole evangeliche: “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica”. Oso aggiungere che bisogna innanzitutto sforzarsi di capire perché qualcuno ci maltratta, mettendo in conto che, preso dalla rabbia e dall’odio, possa sbagliare obiettivo. E allora le cose si complicano e non resta, a maggior ragione, che porgere l’altra guancia, in modo apparentemente scriteriato, ma sostanzialmente ragionato (?): il ragionamento, che hanno fatto, più o meno consapevolmente, Attanasio, Iacovacci e Milambo.

 

 

Le bacchette di Draghi

Il governo chiede “una moderazione nelle esternazioni delle nostre comunicazioni, ma niente di più. Non ci sono state istruzioni di comportamento”. Lo ha detto il coordinatore del Cts Agostino Miozzo lasciando palazzo Chigi. “C’è stata una riunione con Speranza e la Gelmini, io ho presentato la mia disponibilità al ministro Speranza”, ha spiegato Miozzo, che sull’ipotesi di un portavoce unico del Cts ha detto: “Aspettiamo che il presidente ci dica cosa fare”.

Mi sono molto irritato davanti al video, ascoltando queste dichiarazioni, al punto da inveire con parole pesanti rivolte all’indirizzo di questo illustre personaggio, che si comporta come un bambino all’asilo. La mia brava e severa maestra elementare fece osservare a mia madre che, pur essendo un bravo alunno, chiacchieravo un po’ troppo con il mio compagno di banco (allora non c’era il problema del distanziamento). Da quanto si può immaginare, Mario Draghi avrà fatto un simile ragionamento ad Agostino Miozzo: abbiamo bisogno di voi, vi stimiamo, apprezziamo il vostro lavoro, ma cercate di chiacchierare un po’ meno e semmai di parlare con una voce unica.

Possibile che questi scienziati abbiano bisogno di essere rimproverati per tenere un atteggiamento consono al loro ruolo e alla situazione che stiamo vivendo? Possibile che uomini di scienza si lascino coinvolgere dal clima mediatico al punto da passare più tempo in televisione che nei loro laboratori o nei loro reparti ospedalieri? Possibile! Ci voleva la sobrietà praticata scrupolosamente da Draghi per portare alla ragione i componenti di questo organismo dalle cui labbra pendiamo? Ebbene sì, e speriamo che il bagno di riservatezza inaugurato dal premier possa contagiare un po’ tutti, dai ministri agli scienziati.

Che la politica dovesse riprendere appieno il suo ruolo, revocando deleghe eccessive concesse sbrigativamente alla scienza sull’onda del panico da pandemia, era da tempo auspicabile, ma che Mario Draghi dovesse svolgere anche il ruolo di maestro d’asilo non era pensabile. Il presidente del Consiglio non ha la bacchetta magica per risolvere tutti i problemi, ma evidentemente e fortunatamente oltre la bacchetta con cui dirigere una assai problematica orchestra governativa, ne deve sfoderare una con cui bacchettare gli scienziati chiacchieroni (e non solo loro).

Non so se sarà più facile contenere gli sfoghi ministeriali e partitici, che peraltro sono già fastidiosamente iniziati, o le parole in libertà vomitate dagli scienziati in perpetua libera uscita. È solo una questione di stile? No, è un problema inerente il senso di responsabilità. In questi giorni ho fatto una riflessione terra-terra, del tipo di quelle che mi regalava mio padre: se tutti avessero fatto e facessero scrupolosamente il loro dovere (meno parole e più fatti), probabilmente la pandemia l’avremmo già superata per lo meno al 50%. E non sarebbe poco.

 

 

Quando manca la saggezza della testa e…del cuore

Si dice, penso sia un proverbio, che “solo gli stupidi non cambiano mai idea”. Qualcuno allora tira una colorita conclusione: “Il Parlamento dovrebbe essere pieno di geni con tutte le volte che hanno cambiato casacca”, sottintendendo che i politici cambiano continuamente idea.

La coerenza, che ho sempre ritenuto una delle migliori qualità personali, presuppone costanza logica o affettiva nel pensiero e nelle azioni. Apparentemente esiste una forte contraddizione tra i discorsi di cui sopra. Coerenza però non vuol dire rimanere fermi sulle proprie idee, ma tenere un comportamento conseguente ad esse.

La Costituzione italiana recita: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.». Conseguentemente l’assenza di vincolo di mandato rende legittimo per i parlamentari il passaggio a un gruppo parlamentare diverso da quello originario, relativo alla lista di elezione.

Il discorso è ritornato di grande attualità a margine delle clamorose e sbrigative giravolte compiute da partiti ed esponenti politici durante la fase della costituzione del governo Draghi. I commentatori osservano come l’attuale legislatura dovrebbe passare alla storia come quella del cambiamento continuo delle carte in tavola. Vediamo i passaggi più significativi.

Si è partiti da una campagna elettorale in cui tutti hanno fissato paletti identitari netti ed insuperabili (mai col tal partito), salvo poi buttarli all’aria e trovare strane combinazioni contrattuali o pattizie. M5S e Lega hanno rovinosamente governato assieme per poco più di un anno, superando reciproci e preventivi veti. Poi il leader leghista Salvini, sull’onda di un consenso crescente e di una megalomania incontenibile, ha puntato alla fine anticipata della legislatura e alle elezioni per mettere a frutto il successo delle consultazioni europee ed ottenere i “pieni poteri” con una maggioranza di destra a conduzione leghista.

Disegno miseramente fallito, che ha creato i presupposti per il connubio tra M5S e PD: due formazioni politiche alternative, che hanno cercato di creare un governo al fine di evitare le elezioni anticipate e soprattutto guadagnare tempo in vita della scadenza del mandato del presidente della Repubblica. Governo giunto al capolinea dopo aver attraversato durante l’anno e mezzo di vita l’emergenza pandemica ed essere entrato in crisi più per la debolezza giallo-rossa che per la spallata renziana. Peraltro anche Renzi, che dall’esterno era stato il più acuto e convinto ispiratore della tattica alleanza tra grillini e piddini, garantendo ad essa un appoggio decisivo, quando ha capito che il patto stava diventando qualcosa di ingombrante e paralizzante, ha fatto saltare il tavolo.

Dopo un goffo tentativo di sopravvivenza del governo Conte bis, fatto approntando una camera in sala di rianimazione affidata alle cure di un gruppuscolo di parlamentari responsabili, moderati, europeisti, liberali, socialisti, etc. etc., fallito penosamente dopo qualche giochetto trasformistico di Tizio e Caio, siamo arrivati, gira e rigira, a Mario Draghi. Molti ci pensavano da tempo e finalmente Sergio Mattarella ha messo in atto il tentativo peraltro riuscito di mandare in vacanza la politica per ossigenarsi e riprendere il proprio ruolo.

Senonché l’occasione ha fatto l’uomo ancor più ladro e i partiti si sono sbizzarriti in un vergognoso gioco trasformistico, cambiando idea come cambiar di camicia, rinnegando il passato remoto e prossimo, ricollocandosi alla ricerca di un ruolo provocatoriamente occupato dai tecnici messi in cattedra dal Quirinale su proposta del migliore, vale a dire di Mario Draghi.

Qualcuno pensa di arginare i balletti partitici istituendo il vincolo di mandato, vale a dire inchiodando i parlamentari al partito con cui sono stati eletti. È una delle tante uova di Colombo (Grillo), così come le votazioni affidate a qualche centinaio di iscritti illusi di decidere il destino italiano tramite un clic sulla piattaforma Rousseau. Ciononostante il M5S è stato ed è pieno di “voltagabbana” al centro e in periferia: uno di questi sta amministrando Parma da diversi anni.

Morale della favola: la politica è una cosa troppo seria e democratica per essere imprigionata negli schemi rigidi di una revisione Costituzionale o applicati su internet. E allora? Così come non ho mai creduto che le leggi elettorali possano risolvere i problemi politici, ritengo che le idee e i comportamenti delle persone politicamente impegnate a livello istituzionale siano dettati dal loro cervello e dal loro cuore: in essi sta la quadratura del cerchio fra dinamismo ideale, pragmatismo programmatico e sensibilità democratica.

Purtroppo nella odierna classe politica manca il cervello, vale a dire la cultura, l’esperienza, la professionalità e la preparazione e manca anche il cuore, cioè la sensibilità e la capacità di ascoltare i problemi della gente facendosene carico. Non hanno idee e quindi non le possono cambiare e non possono essere coerenti con esse. Quando uno cambia idea troppo in fretta, è un bagolone più o meno scaltro. Quando uno dice una cosa e poi ne persegue un’altra è un pagliaccio.

 

“Apericasino” all’italiana

Sono il primo a ritenere assurda l’arlecchinata regionale anti-covid. C’è tuttavia un però: se la memoria non mi tradisce, questo meccanismo è stato introdotto alcuni mesi or sono con l’assenso, un po’ stiracchiato, ma comunque concesso, da parte delle Regioni, che oggi si strappano le vesti assieme alle associazioni di categoria interessate.

In partenza l’idea di suddividere il territorio nazionale in zone rispondeva all’esigenza di non generalizzare inutilmente i sacrifici, ma di graduarli a seconda delle necessità emergenti dai territori, evitando così di procurare danni a tutti indistintamente e consentendo laddove possibile una vita più vicina alla normalità.

Gli scienziati hanno escogitato alcuni indici significativi atti a misurare il livello di rischio, applicabili territorialmente e periodicamente, rendendo quindi oggettive e inattaccabili le misure restrittive da adottare.

Fin dall’inizio ero piuttosto scettico sulla funzionalità e l’efficacia di questa regionalizzazione a zig zag, ma si diceva che poteva evitare chiusure globali e drastiche troppo incidenti sul tessuto economico-sociale del Paese. In teoria poteva essere una buona idea, in pratica si è rivelata molto discutibile da tutti i punti di vista.

Premetto che non accetto il regionalismo di governo e di lotta, vale a dire quello dei cosiddetti governatori regionali il cui atteggiamento ondivago e poco coerente rischia di aggiungere confusione a quella già esistente: collaborativi al tavolo di confronto con il governo centrale, conflittuale verso il ministero della Salute, quando si ritorna a casa e si deve fare i conti con le proteste delle categorie economiche.

Se il ministero ha peccato e sta peccando di grave incertezza, di eccessiva delega alla scienza e di pericolosa navigazione a vista (sono, al di là di tutto, i difetti del governo Conte alle prese con la pandemia), le regioni ostentano un decisionismo ed un “primadonnismo” di facciata che non porta da nessuna parte.  Ognuno dovrebbe fare il proprio mestiere con grande senso di responsabilità, invece ognuno tira l’acqua al proprio mulino. Se l’arlecchinata non dà buoni risultati e comporta assurde complicazioni applicative, si abbia il coraggio di cambiare linea concordandola seriamente e definitivamente con le Regioni e magari anche con le forze economiche e sociali.

Da tempo mi frulla in testa un ragionamento riguardo al funzionamento delle attività commerciali a contatto diretto col pubblico. Il grido di dolore che sorge dalle categorie economiche non mi lascia infatti indifferente, ma vorrei metterlo alla prova coinvolgendole pienamente nel discorso. Perché non stipulare degli accordi con le associazioni di categoria, che prevedano la scrupolosa osservanza delle regole anti-covid, eventualmente anche meglio precisate e rese ancor più severe. Poi forse si potrebbe anche consentire l’apertura, con il preciso impegno ad effettuare controlli molto pressanti e rigidi e con la previsione di sanzioni pesantissime a carico dei trasgressori.

Ricordo che in concomitanza con l’entrata in vigore degli orari anti-movide serali con tanto di apericena, alcuni bar si precipitarono a organizzare e favorire le movide mattutine con tanto di “aperipranzo”. I pianti successivi dei ristoratori e dei gestori di bar risultavano quanto meno poco credibili. Così facendo rischiamo una sceneggiata totale. Ah, dimenticavo, come al solito gli scienziati sono divisi e divisivi: alcuni ritengono sufficienti le misure adottabili, altri esorcizzano bar e ristoranti, ritenendoli comunque veicoli di quasi sicuro contagio.

In conclusione mi sembra che si stia adottando la tattica inversa a quella di cui sopra, da me modestamente ipotizzata: un esplosivo mix tra il “tira e molla” delle chiusure e aperture e il “vivi e lascia vivere” a favore di chi fa il furbo. Insomma, l’anti-covid all’italiana.

La guerra dei vaccini

Se è troppo facile e dissacrante paragonare lo scontro fra Giuseppe Conte e Matteo Renzi a quello fra Slatan Ibrahimovic e Romelo Lukaku, molto più calzante è il paragone fra una rissa da cortile senza esclusione di colpi e la vertenza giuridico-diplomatica che si è profilata fra Unione Europea, Regno Unito e aziende produttrici sull’acquisto del vaccino anti-covid, combattuta sul filo di cavilli contrattuali cuciti addosso ai moribondi.

“Renzo abbracciò molto volentieri questo parere; Lucia l’approvò; e Agnese, superba d’averlo dato, levò, a una a una, le povere bestie dalla stia, riunì le loro otto gambe, come se facesse un mazzetto di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago, e le consegnò in mano a Renzo; il quale, date e ricevute parole di speranza, uscì dalla parte dell’orto, per non esser veduto da’ ragazzi, che gli correrebber dietro, gridando: lo sposo! lo sposo! Così, attraversando i campi o, come dicon colà, i luoghi, se n’andò per viottole, fremendo, ripensando alla sua disgrazia, e ruminando il discorso da fare al dottor Azzecca-garbugli. Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”.

Alessandro Manzoni possedeva l’arte della similitudine e quella dei capponi di Renzo rende molto bene l’idea del tempo che stiamo attraversando. La sempre più grave e devastante emergenza ci sta spingendo verso i peggiori egoismi personali e nazionali. È quindi una grande mistificazione della storia quella di chi afferma che quando si viveva in miseria e povertà ci si voleva più bene e si era più disposti all’aiuto reciproco? L’ho sempre sentito dire dagli anziani e me ne ero quasi convinto, senonché…

Papa Francesco con la sua lucida vena pastorale sostiene che dalla pandemia non si esce uguali a prima, ma decisamente migliori o peggiori. Noi, tanto per non sbagliare, ce la stiamo mettendo tutta a peggiorarci. La guerra dei vaccini, che si è scatenata, è la tragica riproposizione storica della similitudine manzoniana di cui sopra.  Le premesse esistevano già, in un certo senso tutto era scritto con la folle corsa alla Brexit, con una Unione Europea molto brava a revisionare i conti dei vari Stati, ma poco incline a perseguire la solidarietà fra i partner, con trumpismo, sovranismo e nazionalismo in agguato dietro l’angolo del mondo in guerra perpetua, con l’ingiustizia fatta sistema a favore dei ricchi sempre più ricchi e dei poveri sempre più disperati.

Mettersi a litigare sulla distribuzione dei vaccini per poi non essere capaci di distribuirli con sollecitudine ed equità è veramente l’apice della follia egoistica che cova comunque dentro di noi. Meriteremmo che alla fine fosse dimostrato che i vaccini non hanno alcuna efficacia (non ci siamo molto lontani): sarebbe la giusta beffa finale di una vergognosa guerra fra poveri. È in atto un vero e proprio sciacallaggio istituzionalizzato e sofisticato seguito dalla cronica incapacità ad affrontare le emergenze, tra cui quella vaccinale è la più clamorosa. Dopo un commissariamento piuttosto inconcludente, puntiamo al riguardo su un nuovo governo: evidentemente è la struttura amministrativa e sanitaria di base che non riesce a mobilitarsi. E se provassimo a incaricare l’esercito? Forse otterremmo due piccioni con una fava: anziché prepararci, sulle orme letterarie di Dino Buzzati, alla guerra contro un nemico immaginario, ci impegneremmo in una guerra che non fa morti, ma salva vite umane.

In guerra ci siamo e stiamo rovistando tra le macerie per trarne qualche misero vantaggio: chi fa affari d’oro con la pandemia, chi specula sulle disgrazie altrui, chi litiga per la spartizione del bottino, chi le tenta tutte per salvarsi anche a costo di far morire qualcun altro. Non scandalizziamoci se qualcuno sta sfruttando le solite raccomandazioni per saltare la fila vaccinale: è solo la colorita e vomitevole punta di un iceberg molto più profondo e allargato, che coinvolge istituzioni pubbliche e private, Stati e persone, politica ed economia, governanti e governati.

Non mi resta che arroccarmi agli insegnamenti famigliari. Sì, perché stiamo arrivando al dunque che si chiama solidarietà, alla regola d’oro di mio padre, il quale combatteva aspramente la grettezza d’animo, la meschinità e la tirchieria. Nelle sue colorite espressioni, ricordo come rifiutasse la logica dell’avaro: «S’a t’ tén sarè la man, a ne t’ cäga in man gnanca ‘na mòsca». Non solo teniamo strette le mani, non solo, come diceva mio zio, le abbiamo di piombo e non riusciamo a toglierle dalle nostre tasche, ma tentiamo disperatamente di metterle nelle tasche altrui, soprattutto di coloro che le hanno vuote e allora caviamo loro anche le braghe.

Sarà qualunquismo? Non posso nascondere che la tentazione di generalizzare tutto ciò che è peraltro generalizzabile è forte. Sarà catastrofismo? Siamo in piena catastrofe umanitaria e sarebbe infantile non ammetterlo apertamente. Sarà disfattismo? Rimane poco da disfare. Un mio carissimo amico, di fronte alle cose storte di questo mondo si chiedeva: “Cosa aspetta il Padre Eterno a distruggerci?”. Forse, dopo averci salvato a caro prezzo, osserva impotente la nostra autodistruzione. Siamo sempre in tempo per ravvederci, anche se, più il tempo passa, e più è difficile.

Ma lasciatelo lavorare!

Oltre al “totodurata” è iniziato anche il “totocelafa” riferito al futuro di Mario Draghi e del suo governo. Se il dibattito parlamentare sulla fiducia è stato sconfortante per l’incapacità di deputati e senatori a mettersi in sintonia con un vero e proprio nuovo corso della politica (salvo solo l’intervento di Graziano Del Rio, un personaggio che meriterebbe un rilievo assai maggiore, ma il Pd preferisce giocherellare all’intergruppo…), il dibattito a livello giornalistico-mediatico punta sul calcolo delle probabilità che Draghi riesca a fare le riforme.

Gli viene concessa, bontà loro, la capacità di gestire l’emergenza (per la verità sarebbe già molto), ma sulle riforme strutturali si prevede la paralisi causata dalle diverse linee politiche dei partiti che lo sostengono o che lo dovrebbero sostenere. Gli esempi sono tanti. Come può fare Marta Cartabia a mettere d’accordo sulla giustizia il garantismo spinto di Forza Italia col giustizialismo identitario del M5S? Come può fare Daniele Franco a riformare il fisco tra le velleità del centro-destra ad abbassare le tasse a tutti e le preoccupazioni sull’equità fiscale della sinistra? Come potrà Patrizio Bianchi riuscire nell’impresa di riformare la scuola, obiettivo mancato storicamente da tutti i suoi, anche validi, predecessori? Come potrà il governo affrontare il gran busillis della protezione del lavoro con l’inevitabile riconversione di imprese sull’orlo del fallimento, inquinanti o comunque insostenibili a livello di mercato e di compatibilità ambientale?

Detta in positivo, per fare riforme serie e profonde occorre una volontà politica larga e forte, che non esiste nell’attuale panorama partitico al di là della salita obbligatoria sul treno di salvezza pubblica lanciato da Mattarella e guidato da Draghi. Il discorso razionalmente non fa una grinza secondo i normali criteri e schemi della politica tradizionale, senonché qualcosa sta cambiando e di questo cambiamento Mario Draghi potrebbe prendere atto o addirittura esserne l’artefice principale.

Innanzitutto la globalizzazione ci impone un ricollocamento generale sulla base degli andamenti economici, sociali ed ambientali del mondo: rimettersi in discussione è diventato obbligatorio uscendo dagli schemi di ogni tipo. Come si dice in edilizia, è più facile ed è meno costoso ricostruire dal nulla che ristrutturare l’esistente. La pandemia, lo si dice in continuazione, se non segna la fine del mondo, comporta almeno (sic!) la fine di questo mondo. Capirete se potrà non andare in crisi lo schema culturale dei grillini, abbarbicati al modernismo della piattaforma Rousseau, quello dei piddini legato ai pasticci pur di evitare il dilagare destrorso, quello di un centro alla continua e disperata ricerca di se stesso, di una destra “schifosa” (a proposito, avete ascoltato l’intervento alla Camera di Giorgia Meloni?), che parla di patria per non parlare dei problemi, etc. etc.

In secondo luogo la politica è sempre più collegata all’esigenza di mettere in campo conoscenze ed esperienze tecnico-professionali: finora era ferma agli ideali, se non alle ideologie, ora deve coniugare i valori, pur irrinunciabili, con la reimpostazione della società tecnologica, informatica, digitale e quant’altro. Si impone la competenza quale criterio selettivo della classe dirigente, quale criterio di giudizio sulle forze politiche e quale presupposto per programmare e gestire lo Stato democratico. Finora tutto avveniva con lo sguardo al passato, ora occorre guardare avanti e chi non sarà in grado di farlo prima o poi cadrà rovinosamente.

Mario Draghi è perfettamente in linea con questi nuovi presupposti strategici ed essendo fuori dalla mischia può avviare qualche processo molto interessante al riguardo: si tratta di una continua provocazione del buon governo. Voglio vedere come faranno i partiti a dire no a riforme razionali, che rispondano alle esigenze di una società in movimento: i giovani e le donne dovrebbero essere gli alleati preferenziali del governo Draghi. Non è un caso che lui abbia calcato la mano sul discorso generazionale che ci impone un cambio di passo.

Certo non sarà facile, ma cosa c’è di facile a questo mondo? Diamogli tempo e modo di provarci seriamente, senza “gufamenti” ante litteram, senza scetticismi di maniera, senza snobistiche pregiudiziali. La gente forse è molto più avanti del Parlamento e dei salotti: un primo miracolo di Mario Draghi!

 

Ma fateli tacere!

Se vedo un personaggio equivoco che si aggira nei miei paraggi con tanto di fucile, telefono alla redazione di un giornale o alla polizia? Non avrei alcun dubbio e penso che nessun soggetto ragionevole ne avrebbe. L’ho presa su un po’ larga per arrivare al dunque delle esternazioni dei virologi peraltro in contatto con alti livelli della pubblica amministrazione. È dall’inizio della pandemia che questi signori continuano a gridare al lupo, ad elargire analisi e consigli nelle sedi sbagliate, in contraddizione fra di loro e senza un minimo di riservatezza ed equilibrio, creando allarmismo e difendendosi accusando i pubblici poteri di conoscere i rischi devastanti che stiamo correndo e di tacerli per non creare allarmismo.

Il presidente Draghi ha invitato i ministri a parlare coi fatti e a impostare la comunicazione all’insegna della sobrietà. Forse sarebbe opportuno che estendesse l’invito anche agli scienziati, quelli che hanno qualche tipo di rapporto con i pubblici poteri. Certi atteggiamenti da primadonna non li sopportavo nelle primedonne vere e proprie, quando bazzicavo i teatri d’opera, figuriamoci se posso ammetterli per uomini e donne di scienza alle prese con una materia delicatissima come il Covid.

Allargando il discorso, è ora di finirla col seminare zizzania, col dire e disdire, col cambiare le decisioni all’ultimo minuto, col fare casino nel casino. Si abbia il coraggio di prendere una linea di indirizzo e di andare avanti in base a quella, smettendola di creare incertezza e confusione nella gente già sufficientemente angosciata per ragioni sanitarie ed economiche.

Il governo Conte bis aveva adottato una (non) linea di intervento, preferendo rincorrere gli effetti del virus piuttosto che prevenirli, scegliendo, dopo una prima fase iniziale, un atteggiamento morbido per salvare capra e cavoli. Non biasimo, ma non credo sia la cosa migliore da fare. Il decisionista Draghi ci porti su un altro terreno, magari molto più aggressivo ed invasivo, ma volto ad ottenere qualche risultato concreto che ci consenta di respirare. Il discorso vale per le restrizioni comportamentali e per il piano vaccinale. Siamo nel caos totale ed è assolutamente necessario mettere ordine.

Lungi da me tentare di interpretare “dietrologicamente” le scelte operate da Mattarella e Draghi nella formazione del nuovo governo. Tuttavia mi viene spontaneo chiedermi: come mai proprio il ministero più teoricamente vocato alla tecnica ed alla scienza, vale a dire quello della sanità, è rimasto nell’area squisitamente politica? Non credo si sia voluto dare un contentino a Leu sulla pelle degli italiani, non voglio pensare che si sia inteso fare un piacere a Roberto Speranza togliendo speranza alla gente, non posso immaginare che si sia voluto sacrificare un ministero così importante sull’altare della continuità, né tanto meno evitare di ammettere errori ed omissioni del passato proseguendo nel solco tracciato dal precedente governo. Ritengo piuttosto che ci sia stata e ci sia l’intenzione di riaffermare il principio della titolarità delle decisioni spettanti alla politica, che quindi non può appiattirsi sulla tecnica, abdicare nei confronti della scienza e deve governare sintetizzando la complessità delle questioni da decidere. È curioso che un governo a valenza prevalentemente tecnica abbia fatto questa scelta in apparente contraddizione con la propria natura. Anche questa è una decisione sicuramente meditata e soppesata, che risponde all’esigenza di ridimensionare il ruolo di Cts e simili, costringendoli a chiacchierare e spadroneggiare meno e a lavorare di più.

Non voglio criminalizzare i tecnici addetti allo studio del fenomeno pandemico, ma chiedere loro discrezione, sobrietà, riservatezza e rispetto dei confini mi pare alquanto opportuno. Ormai credo che tutti abbiano capito la gravità della situazione, perciò non c’è bisogno di messaggi e dati choccanti, ma di consigli utili e praticabili.

E i media devono smettere di vomitare in continuazione opinioni in libertà: non è questo il loro mestiere. Non fanno altro che confondere le idee a tutti, inoculando in tutti la sensazione di impotenza e di catastrofe. La pandemia è diventata l’occasione per dare libero sfogo alle chiacchiere, una sorta di macabro gossip collettivo. Basta!!!

Uno statista in mezzo ai politicanti

Finalmente! Ho ascoltato con grande interesse e soddisfazione il discorso programmatico di Mario Draghi alle Camere. Mi è venuto immediatamente spontaneo considerarlo e definirlo come una lezione, non per astrattezza teorica, ma per il rigore etico-culturale che lo ha contraddistinto. Ha posto tutte le premesse per governare al meglio sulla scia degli insegnamenti provenienti dalla storia, con occhio attento alla drammatica situazione presente e con sguardo lungimirante proiettato verso il futuro.

Mi ha colpito la capacità di mixare passato, presente e futuro, senza snobbare le regole della politica, ma collocandosi una spanna al di sopra delle beghe che la stanno connotando. Non ha letto il libro dei sogni, ma ci ha fornito intenzioni concrete per poter sognare. James Freeman Clark, predicatore e teologo statunitense sosteneva provocatoriamente: “un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione; un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo paese”.

In questi giorni ho ascoltato piccate reazioni da parte di personaggi politici di lungo corso, irritati per la sottovalutazione del ruolo della politica, che la nascita del governo Draghi presupporrebbe. Il problema non è il ruolo della politica, il problema sono gli attuali politici, il cui livello qualitativo è a dir poco disarmante.  Ben venga quindi una scossa benefica alla classe dirigente dei vari partiti affinché ritrovino il bandolo della matassa.

Non ho trovato alcuna presunzione, ma tanta convinzione di agire per l’interesse supremo del Paese. Ha fissato i paletti, di merito e di metodo, del perimetro entro cui il governo si muoverà, tappando la bocca preventivamente alle polemiche di chi teme di perdere identità. Non ha invitato la politica a fare un passo indietro (lo ha già fatto per proprio conto in senso negativo), ma a fare un passo avanti nell’interesse di tutta la società.

Con rara capacità di sintesi ha toccato tutti i punti caldi dell’emergenza, della ripartenza e del riformismo, dando l’impressione di averli ben presenti, di avere l’intenzione di affrontarli e di avere in testa importanti linee di intervento. Prevedo che i ministri non potranno sgattaiolare e tergiversare: lo lascia sperare il loro livello qualitativo, ma anche il piglio decisionista e “controllista” del premier. Penso che il governo si confronterà col Parlamento, rispettandone scrupolosamente il ruolo istituzionale, ma senza dibattiti al buio e senza sottoporre ad esso provvedimenti raffazzonati ed incompleti.

I partiti, da parte loro, dimostrano tutto l’imbarazzo e, anziché riflettere ed impegnarsi in spirito di servizio, sono preoccupati di ricollocarsi nello schieramento politico e di conquistare e/o mantenere il consenso a livello elettorale. Le attuali mosse, a destra, sinistra e centro, risentono di questa ansia, che per la verità risulta oltre modo assurda se confrontata con l’ansia dei cittadini. Come si sa, sono i gatti che hanno la tendenza a segnare il loro territorio di competenza, lasciando dietro di sé uno sgradevole odore. Che non avvenga così per i partiti. Caso mai ci penserà la volpe-Draghi a scombinare i loro istintivi piani, anche perché non vedo cacciatori in grado di mandarla in pellicceria.

Durante il dibattito parlamentare sulla fiducia (di livello molto basso e preoccupante) abbiamo assistito ad una sorta di parziale parodia partitica alle spalle di Draghi: il M5S da una parte a fare il panegirico del governo Conte, Fratelli d’Italia dall’altra a fare risalire tutti i disastri possibili e immaginabili al governo Conte, i renziani dall’altra ancora a fare i draghiani più di Draghi; per i grillini il governo Draghi sarebbe troppo discontinuo rispetto al Conte bis, per i meloniani è in perfetta continuità con lo spregevole passato, per Italia viva è tutto merito di Renzi. Mah!

Credo che la gente, ragionando con la propria testa, abbia apprezzato l’incedere autorevole, impegnato, programmatico e sobrio di Mario Draghi. Se si fa confusione, la gente va in confusione, se si fa chiarezza, la gente comprende e segue con senso di responsabilità. Paolo VI sosteneva che la Chiesa non ha tanto bisogno di predicatori, ma di testimoni. Lungi da me l’intenzione di proclamare Draghi “santo subito”, ma anche la società civile è stanca di parole e desidera fatti da chi ha dimostrato di saperli fare.

 

I tecnici crescono…i partiti invecchiano

In prossimità del traguardo draghiano le forze politiche si sono scatenate in un balletto trasformistico per farsi trovare pronte all’appuntamento con l’esigente, imprevisto e distaccato sposo, il quale ha fatto buon viso a cattiva sorte, facendo finta di sposarsele tutte per un motivo o per l’altro.

Celebrato il finto matrimonio, con gli anelli nuziali consistenti in qualche ministero sganciato qua e là, con le promesse del recepimento di qualche novità risaputa, siamo arrivati al viaggio di nozze e le spose, dovendosi mostrare in tutte le loro bellezze, hanno cominciato a svestirsi e sono apparse invece e immediatamente le loro rughe deformanti.

È bastata una spiacevole ordinanza del ministro Speranza, che ha bloccato, improvvisamente ma giustificatamente, la riapertura degli impianti sciistici per scatenare la verve protestataria della Lega in nome degli interessi economici di cui si è fatta da tempo portavoce ante litteram. Ed è stato proprio il leghista ministro del turismo del governo Draghi a innescare la miccia e a fare fuoco, seppure indirettamente, contro la compagine di cui è parte integrante. Della serie al governo e all’opposizione, nel palazzo e in piazza, a favore e contro.

È bastata una stucchevole sbandierata femminista a mandare in crisi il partito democratico, reo di non avere piazzato donne nella sua quota ministeriale. Una buccia di banana? Direi proprio di sì, anche perché i problemi di questo partito sono ben più antichi e profondi. Rimedieranno con le sottosegretarie: xe pezo el tacon del sbrego.

È bastato il solito richiamo della foresta demagogica per spaccare in due Leu: da una parte libertà, dall’altra uguaglianza. In mezzo Roberto Speranza, ministro della salute, che ai mille grattacapi governativi dovrà aggiungere anche la spina nel fianco degli irriducibili sinistrorsi del caso.

È bastato un po’ di dieta ministeriale per mettere in crisi il M5S e far emergere l’inconcludenza grillina, nascosta sotto la farsa della piattaforma Rousseau. Vogliono rivotare on line, vogliono astenersi, vogliono votare contro. Ma facciano pure: da lôr a niént da sén’na…

È bastato il sacrosanto sgarbo al traballante Antonio Tajani, che, dopo aver fatto da penosa stampella a Salvini e Meloni, si è visto giustamente emarginato in un governo dove peraltro avrebbe potuto fare solo il ventriloquo di Draghi nei consessi europei, per creare imbarazzo e qualche mal di pancia in Forza Italia. Ebbene, qualche opportunista ha fiutato l’aria e, anziché riconoscere l’abilità di Silvio Berlusconi e Gianni Letta, ha pensato bene di passare armi e bagagli con gli scissionisti del gruppuscolo “Cambiamo”. Il cavaliere mi sta diventando sempre più simpatico…

Sono alcuni esempi della confusione in cui sono caduti i partiti nel dopo Draghi. È solo l’inizio! Sembrava scoppiata la pace. Quanto durerà la tregua? Il tempo di toccare con mano il bollente coacervo dei problemi veri e di smarcarsi conseguentemente per evitare scottature. Fosse per me, con una tale classe politica, Draghi diventerebbe premier a vita. Invece magari fra un annetto lo faranno presidente della Repubblica: promoveatur ut amoveatur. Dopo di che potranno riprendere le loro squallide manovre partitocratiche. A meno che Sergio Mattarella non resti al suo posto (chi avrà il coraggio di non rinnovargli l’incarico) e ci consenta di divertirci ancora un po’…