Le quote rosa del Vaticano

Accogliendo tali raccomandazioni, si è giunti in questi ultimi anni ad uno sviluppo dottrinale che ha messo in luce come determinati ministeri istituiti dalla Chiesa hanno per fondamento la comune condizione di battezzato e il sacerdozio regale ricevuto nel Sacramento del Battesimo; essi sono essenzialmente distinti dal ministero ordinato che si riceve con il Sacramento dell’Ordine. Anche una consolidata prassi nella Chiesa latina ha confermato, infatti, come tali ministeri laicali, essendo basati sul sacramento del Battesimo, possono essere affidati a tutti i fedeli, che risultino idonei, di sesso maschile o femminile, secondo quanto già implicitamente previsto dal can. 230 § 2.

Di conseguenza, dopo aver sentito il parere dei Dicasteri competenti, ho ritenuto di provvedere alla modifica del can. 230 § 1 del Codice di Diritto Canonico. Pertanto, dispongo che il can. 230 § 1 del Codice di Diritto Canonico abbia in avvenire la seguente redazione:

“I laici che abbiano l’età e le doti determinate con decreto dalla Conferenza Episcopale, possono essere assunti stabilmente, mediante il rito liturgico stabilito, ai ministeri di lettori e di accoliti; tuttavia tale conferimento non attribuisce loro il diritto al sostentamento o alla rimunerazione da parte della Chiesa”.

In occasione della festa della donna, ho ritenuto opportuno, per celebrare causticamente la ricorrenza, riportare testualmente i passaggi fondamentali del motu proprio “Spiritus domini”, emanato da papa Francesco, col quale viene sfondata una porta aperta circa l’accesso delle persone di sesso femminile al ministero istituito del lettorato e dell’accolitato. In parole povere le donne potranno leggere la parola di Dio durante le liturgie e insegnare il catechismo: ecco spiegato perché ho usato l’espressione dello sfondamento della porta aperta, in quanto di fatto e da tempo fortunatamente questo avviene all’interno della Chiesa cattolica.

I fini dicitori progressisti sono persino riusciti a trovare una rivoluzione in questa burocratica e sistematica elaborazione dell’ovvio ecclesiale, mentre magari i più accaniti reazionari vi troveranno l’ennesima eresia di papa Francesco. Visto da sinistra e visto da destra, per usare una semplicistica e inappropriata logica politica. In mezzo a soffrire ci stanno le donne, a dimostrazione del fatto che il problema dell’emancipazione femminile all’interno della comunità cristiana è ben altra e più coraggiosa cosa, tuttora piuttosto carente per non dire assente.

Per capire che non è sufficiente una spolverata di zucchero velo papale per coprire la torta marcia del trattamento riservato alle donne e per vedere dove sta purtroppo la triste realtà basta leggere sul numero di febbraio della rivista mensile Jesus, edita dai Paolini, lo choccante reportage intitolato “Abusi sotto il velo”, secondo il quale non sono solo i bambini le vittime di violenze nella Chiesa. Anche le religiose subiscono abusi fisici, sessuali e spirituali. I predatori sono preti, laici ma anche consorelle che detengono il potere. E le vittime faticano a denunciare perché può succedere che chi parla venga messa alla porta o non sia creduta…

Da tempo si ipotizza che possa essere la questione femminile, con la clamorosa emersione dello scandalo latente (discriminazione-emarginazione-violenza), a sconvolgere l’immagine e la sostanza di una Chiesa anti-evangelica in tanti, troppi, comportamenti. L’abuso è figlio della cattiva coscienza: la donna oggetto esiste anche nella mentalità e nella prassi cattoliche e bisognerebbe avere il coraggio di sovvertire la situazione capovolgendo i criteri e non aggiustando la mira solo per continuare ad assestare i colpi al “basso ventre delle donne”.

Per quanto concerne la condizione femminile la Chiesa è specchio fedele della società civile e viceversa. Le lamentazioni per lo scarso numero di ministre compensato frettolosamente da una notevole quantità di sottosegretarie fa il solletico al problema vero. Basta seguire i continui casi di violenza perpetrati ai danni delle donne per capire che non si cala dall’alto, con le quote rosa più o meno pallido, quel cambiamento radicale e culturale necessario ad una vera e propria inversione di tendenza. In fin dei conti anche il Vaticano ha istituito le sue quote rosa nei ministeri laicali…

 

La bassa cucina di Grillo e l’alto appetito di Conte

Giuseppe Conte era uscito nel 2018, come un coniglio, dal cappello a cilindro di Beppe Grillo per guidare un governo fatto in fretta e furia tra nemici giurati, che però avevano firmato un lungo ed articolato armistizio: doveva essere il non politico o, per meglio dire, il politico dell’antipolitica grillo-leghista. Un avvocato demagogicamente autodefinitosi “avvocato del popolo”, un professore prestato al governo della Repubblica, una risorsa, proveniente dalla cosiddetta società civile, da investire o, per meglio dire, da immolare sull’altare incestuoso del rapporto tra fratelli coltelli.

È durato poco più di uno scricchiolante anno, ma il garante sopravvisse alla misera fine dell’oggetto della garanzia e si riciclò in una nuova avventura un po’ meno contraddittoria, ma comunque assai problematica: il governo giallorosso tra M5S e PD. Questa già difficile e precaria alleanza di governo venne messa alla terribile prova della pandemia: a un iniziale approccio apprezzabile, o almeno accettabile, successe, strada facendo, un “vivacchiamento” progressivo, ben giocato mediaticamente, ma svuotato contenutisticamente.

Arriviamo alla crisi del governo Conte 2, innescata dalle intemperanze renziane, ma in realtà vittima delle proprie intrinseche debolezze: le improvvisate barricate non tengono e Giuseppe Conte, dopo qualche tentativo di rimanere a galla, è costretto alle dimissioni pur sventolando alti indici di gradimento, a dimostrazione che la politica non si fa con i sondaggi. Si mette da parte con una certa eleganza, non però con l’atteggiamento di un Cincinnato, ma con quello di un Fregoli in attesa della prossima trasformazione.

Cosa combinerà Giuseppe Conte? Tutti hanno cominciato a chiederselo e lui ha fatto finta di ritirarsi, ha compiuto un bel passo indietro in attesa di farne due in avanti. E infatti è arrivato il secondo endorsement di Beppe Grillo, che ha ritirato fuori dall’ormai frusto cappello a cilindro un coniglio già noto, piuttosto spelacchiato ma ancora vivo e vegeto. Non c’è stato l’effetto sorpresa, ma la giocata dell’unica carta rimasta in dotazione.

A Giuseppe Conte riconosco parecchi meriti e applico a lui un modo di dire alquanto indulgente di mio padre: «Al ‘n é miga un stuppid, i stuppid i s’ fermon primma!». Non merita quindi tanto accanimento, so di essere spietato nei suoi confronti, ma certe cose bisogna pur dirle. Passerà probabilmente alla storia come il protagonista delle avventure politiche contro natura. Ho accennato alla maggioranza giallo-verde e a quella giallo-rossa, ora il gioco si è fatto ancor più pesante e Grillo, come fece Bettino Craxi, giunto alla frutta, tirando fuori dal taschino Giuliano Amato, tenta una spregiudicata operazione trasformistica, passando da un movimento pentastellato, riferimento populista e radicale dell’antipolitica, a un banale partito di sfruttamento mediatico della bassa politica. Alla guida di questo improbabile esercito di reduci da battaglie impossibili viene ipotizzato un uomo specializzato in missioni impossibili: Giuseppe Conte nuovo leader pentastellato e addirittura aspirante leader di una tattica e pretenziosa coalizione tra M5S e PD.

Si tratterebbe dell’incontro tra un leader senza movimento e un movimento senza leader, nella speranza che due povertà sommate facciano una ricchezza. L’unica cosa certa è che Grillo ha individuato in questa manovra la possibilità di uscire dal suo personale cul de sac, riuscendo magari anche a riportare all’ovile le pecore sfuggitegli di mano. Poi, come si dice in dialetto parmigiano, “va avanti ti, chè a mi am scapä da riddor”.

Forse invece Giuseppe Conte la sta prendendo sul serio sulla base del famoso proverbio “l’appetito vien mangiando”. Significa che l’interesse per qualcosa cresce a mano a mano che la si sperimenta. Detto in altro modo, “da cosa nasce cosa”. Da un governo ne nasce un altro, da un partito ne nasce un altro, dall’antipolitica può nascere la bassa politica, da un avvocato di grido nasce un avvocato di Grillo. E la stella del Pd sta a guardare le cinque stelle di Conte? Tutto però dipenderà anche da quanto tempo e spazio occuperà il governo Draghi. Se queste sono le manovre per il dopo-Draghi, meglio che duri il più a lungo possibile.

 

 

La patologia dell’ipertatticismo piddino

Nel bel mezzo dei più aspri conflitti a volte viene adottata una tattica, peraltro vecchia come il cucco, ma che spesso funziona: mentre tutti spingono per sfondare la porta, la si apre improvvisamente e le spallate dei rivoltosi finiscono in una rovinosa caduta con tutto quel che ne segue. Potrebbe assomigliare a quanto sta succedendo con le improvvise dimissioni annunciate da Nicola Zingaretti, segretario del PD, nel quale si è aperto un contrasto piuttosto aspro ma altrettanto opaco sull’identità e la leadership del partito.

Parto da una nozione schematica proveniente da un corso di organizzazione aziendale, frequentato durante il mio ormai lontano percorso universitario. Qual è la differenza fra strategia e tattica? La strategia consiste negli scopi, generalmente di medio e lungo periodo, che si vogliono perseguire e per il cui raggiungimento occorre anche mettere in campo tattiche di più breve respiro comunque finalizzate all’obbiettivo di fondo. In parole povere dove ci sta il più ci sta anche il meno e quindi è la strategia che dà un senso alla tattica, diversamente, se la tattica è fine a se stessa, lascia il tempo che trova.

Temo che il partito democratico consista in un susseguirsi di tattiche senza alcuna strategia: detto in politichese, è un partito alla ricerca disperata di una identità perduta, senza un’autorevole guida e quindi avvitato su scelte di mera sopravvivenza assai poco lungimiranti.

Tattica l’alleanza con il M5S per la formazione del governo Conte 2, tattica la sopportazione dell’ondivago alleato col quale si aveva in comune proprio e solo la mancanza di strategia e di leadership, tattica la difesa ad oltranza della premiership contiana con la messa in campo di paradossali mezzucci parlamentari durati l’espace d’un matin, tattica l’adesione assai poco convinta all’operazione Mattarella-Draghi, tattico il rilancio a tutti i costi ed in extremis di un patto politico con i grillini (magari con una battuta di sacrificio a favore di Giuseppe Conte pronto a tornare in pista).

Il governo Draghi ha messo in crisi tutte le tattiche partitiche (o meglio ne ha accelerato e proclamato la caduta), soprattutto però quelle delle formazioni politiche collocabili in una non meglio definita area di sinistra.  È comprensibile che la sinistra, per le scorie ideologiche che fatica a scrollarsi di dosso, soffra più di altri di fronte alla prospettiva di equilibri di governo basati principalmente sulla concretezza e sulla competenza.   Quindi tutti alla spasmodica ricerca di un immediato riciclaggio col rischio, oltre tutto, di buttare il bambino assieme all’acqua sporca.

Il partito democratico appare prigioniero dei propri tatticismi, i contrasti interni si sfogano in fastidiose schermaglie correntizie ed in stucchevoli contrapposizioni personali. Il vero problema di questo partito è quello di non essere riuscito a fondere nella realtà ciò che esisteva nella storia: il patrimonio valoriale comunista con l’ispirazione ideale del cattolicesimo democratico. Si è fatta partire un’avventura politica che, strada facendo, ha mutuato gli aspetti negativi delle esperienze storiche di riferimento, vale a dire da una parte il tatticismo (di piazza e di governo) egemonico-burocratico dei comunisti, dall’altra parte la diaspora perpetua dei cattolici oscillanti fra sinistra e centro, tra potere e contropotere, ma soprattutto fra spinta propulsiva e moderazione. La vita politica italiana del dopo-Moro è tuttora prigioniera di questi equivoci e vedova di una esperienza (il compromesso storico) soffocata sul nascere. Occorrerebbe un secondo Aldo Moro per riprendere un discorso interrotto 45 anni or sono con tutto quel che è successo nel frattempo.

Manca cioè un minimo di leadership credibile che non sia il pur furbesco rimasuglio dell’esperienza comunista e il pur apprezzabile perbenismo dei cattolici progressisti. Non esiste cioè una strategia, non ci sono i personaggi capaci di elaborarla e portarla avanti, si vive di mera tattica. Gira e rigira anche le dimissioni di Zingaretti rientrano in questo giochino, sia che preludano ad un suo reincarico rafforzato, sia che lascino campo libero alle seconde file. Tra le due possibilità sarei, tutto sommato, pragmaticamente portato a scegliere l’apertura di uno spazio seppure al buio. Forse è meglio brancolare nel buio alla ricerca di una strada relativamente nuova piuttosto che perseverare facendosi guidare dalle luci intermittenti e fasulle del tirare a campare.

 

Ubriacature di massa

Tutti i matti hanno la loro virtù: è un proverbio a prova di Sanremo. Sì, perché il grande circo equestre della canzone (meglio sarebbe dire dello spettacolo leggero come una piuma) questa volta ha avuto un effetto paradossalmente benefico: ci ha costretto alla folle distrazione, ha portato cioè in prima linea mediatica questo evento pseudo-culturale togliendola alla pandemia. Ci voleva Sanremo per capire che la tortura informativa non informa ma deforma? Spesso occorre un male maggiore per sconfiggerne uno minore.

Per qualche giorno i media sono stati costretti (?) a virare, passando dall’ossessionante passerella di virologi a quella leggiadra dei vip dello spettacolo: il fatto la dice lunga sulla serietà delle passerelle a cui siamo costretti. Tutto sommato erano molto meglio, da ogni punto di vista, quelle che avevano come protagoniste le spogliarelliste delle riviste porno di un tempo.

Dopo la sbornia sanremese come ci risveglieremo? Ricordo con piacere una barzelletta di uno storico personaggio di Parma, Stopàj: questi, piuttosto alticcio, sale in autobus e, tonificato dall’alcool, trova il coraggio di dire impietosamente la verità in faccia ad un’altezzosa signora: «Mo sale che lè l’è brutta bombén!». La donna, colta in flagrante, sposta acidamente il discorso e risponde di getto: «E lu l’è imbariägh!». Uno a uno, si direbbe. Ma Stopaj va oltre, non si impressiona e ribatte: «Sì, mo a mi dmán la me pasäda!». Noi, smaltita l’ubriacatura del momento, ci risveglieremo e saremo uguali a prima, ma non potremo consolarci con le brutture altrui e dovremo fare i conti con le nostre: destinati, per sopravvivere, all’ubriacatura continua.

Non siamo capaci neanche di usare bene le armi di distrazione di massa: passiamo dal cinismo della valanga di notizie contraddittorie sulla pandemia al sadomasochismo della fuga sanremese, per poi tornare indietro e ricominciare tutto daccapo. L’equilibrio e la serietà informativa sono un optional della nostra società.

Mio padre, per sintetizzarmi in poche parole l’aria che tirava durante il fascismo, per delineare con estrema semplicità, ma con altrettanta incisività, il quadro che regnava a livello informativo, mi raccontava: se si accendeva la radio “Benito Mussolini ha detto che…”, se si andava al cinema con i filmati luce “il capo del governo ha inaugurato…”, se si leggeva il giornale “il Duce ha dichiarato che…”. Del fascismo mi forniva questa lettura di base, tutt’altro che dotta, ma fatta di vita vissuta. Era sufficiente trovare in tasca ad un antifascista un elenco di nomi (nel caso erano i sottoscrittori di una colletta per una corona di fiori in onore di un amico defunto) per innescare una retata di controlli, interrogatori, arresti, pestaggi. Bastava trovarsi a passare in un borgo, dove era stata frettolosamente apposta sul muro una scritta contro il regime, per essere costretti, da un gruppo di camicie nere, a ripulirla con il proprio soprabito (non c’era verso di spiegare la propria estraneità al fatto, la prepotenza voleva così): i graffitari di oggi sarebbero ben serviti, ma se, per tenere puliti i muri, qualcuno fosse mai disposto a cose simili, diventerei graffitaro anch’io; gli operatori dell’informazione odierni avrebbero di che ravvedersi, ma se, per tenere a freno la lingua mediatica, qualcuno volesse ricorrere alla censura, diventerei parolaio anch’io.

In buona sostanza meglio le sbornie a corrente alternata piuttosto delle astemie imposte dall’alto. Però, la libertà di parola e di espressione bisognerebbe saperla usare un po’ meglio. Non voglio metterla sul patetico e, Sanremo a parte, chiudo con una battutaccia per sdrammatizzare il clima che sta montando ogni giorno di più. «Parlèmma ‘d robi alégri» intimarono gli amici di mio padre alla compagnia in vena di discorsi penosi. Uno di loro, accettando il perentorio invito, rispose: «Co’ costarala ‘na càsa da mòrt?».

 

 

Il buongiorno di Draghi

Non ho mai pensato a Mario Draghi come a una sorta di superman dotato di forza, velocità, agilità, resistenza e riflessi sovrumani: qualcuno lo sta strumentalmente immaginando come tale per poi sminuirne immediatamente l’impatto governativo con la realtà.

Sento circolare con una certa crescente insistenza la scoperta dell’acqua calda, vale a dire che Draghi sarebbe un esperto di economia, ma su tutto il resto avrebbe lacune incolmabili. A parte il fatto che avere un premier preparato, esperto ed autorevole in materia economica non è cosa da poco in un momento in cui stiamo disperatamente cercando il modo di uscire da una colossale crisi tramite il miglior utilizzo dei fondi europei e rivoltando il nostro sistema come un calzino, a parte il fatto che l’economia, pur non dovendo dettare pedissequamente le proprie regole alla politica ne influenza comunque le scelte e le strategie, a parte il fatto che tutto è politica e nel tutto ci sta tranquillamente l’aver ricoperto incarichi di altissimo livello nel mondo finanziario, a parte che, come diceva mia sorella, quando una persona è intelligente lo è sempre indipendentemente dal ruolo che è stato chiamato a ricoprire, a parte tutto ciò e proprio perciò, credo che Mario Draghi sia in grado di svolgere al meglio il compito che gli affida la Costituzione: “Il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”.

Ho richiamato il dettato costituzionale perché tutta la gestazione e la nascita del governo Draghi, facendo di necessità virtù, rientrano perfettamente e, oserei dire finalmente, nella logica e nello stile previsti dalla Costituzione. Il Presidente della Repubblica ha affidato autonomamente l’incarico, la nomina dei ministri è avvenuta nel concerto tra Quirinale e Palazzo Chigi, i partiti, seppure a fatica, sono tornati al loro ruolo politico-parlamentare. Nei momenti difficili è giusto tornare allo spirito costituente: non saremo mai sufficientemente grati a chi ha pensato e scritto le regole fondamentali della nostra Repubblica.

Tornando al lavoro che aspetta Draghi, esistono come in tutti i compiti due questioni: una di merito e una di metodo. Al capo del governo non è richiesto di essere un tuttologo, capace di conoscere ed affrontare di petto tutte le problematiche; di grazia che Draghi sappia fare ciò in materia economica ed internazionale. Per il resto ricadiamo nel metodo ed anche su questo piano è attrezzatissimo per preparazione, esperienza, personalità, rigore e concretezza.

Faccio un banalissimo esempio. L’atro giorno è uscita la notizia che negli Usa è in dirittura d’arrivo il vaccino Johnson & Johnson contro il Covid-19. La Food and Drug Administration, l’agenzia federale statunitense che si occupa di farmaci, lo ha approvato dopo aver rilevato una “forte risposta immunitaria”. La principale peculiarità di questo vaccino è che prevede la somministrazione di una sola dose. Dopo averla ascoltata, mi sono alzato in piedi e ho esclamato a gran voce: “Draghi, ti supplico, telefona a Biden per vedere se ci può dare una mano a sbloccare la nostra stentata opera vaccinale. Tu ne hai l’autorevolezza. Fallo, senza fare baccano, come sei solito. Provaci. Biden dopo la tua nomina ha detto di desiderare di incontrarti al più presto. Stringi i tempi…”.

Non siamo a striscia la notizia, ma siamo disperati e ci attacchiamo a chi sa governare, non come un ormai lontano predecessore (il famoso “ghe pensi mi”, “faso tuto mi” di berlusconiana memoria), non come l’immediato predecessore (la prassi contiana di “una conferenza stampa al giorno leva il covid di torno”). Governare vuol dire anche e soprattutto saper scegliere gli interlocutori giusti (UE e Usa), saper individuare le persone adatte a ricoprire i ruoli amministrativi (da ultimo il generale Francesco Paolo Figliuolo e Fabrizio Curcio), saper utilizzare al meglio le risorse umane e materiali a disposizione (esercito e protezione civile).

In conclusione per il buon giorno economico siamo già al primo pomeriggio, per il resto siamo solo al mattino: non pretendiamo di essere già a sera.

 


Le primule rosse contro il terrore pandemico

Da sempre lo penso, da parecchio tempo lo dico e lo scrivo: se tutti (non esageriamo: quasi tutti) facessero il proprio dovere di cittadini, molti problemi si risolverebbero automaticamente. Faccio un solo esempio per rendere plasticamente l’idea di quella che può sembrare la mozione degli affetti, ma che invece si sta dimostrando l’arma più efficace per affrontare tante questioni: la scarsità di risorse pubbliche.

Se tutti pagassero regolarmente le tasse, se si eliminassero gli sprechi, se si smettesse di rubare a tutto spiano a danno dei fondi pubblici, se chi lavora nel pubblico svolgesse il proprio ruolo con correttezza, le casse dell’erario avrebbero ben altro respiro e con i soldi a disposizione si potrebbero risolvere parecchi problemi, dalla sanità all’istruzione, etc. etc.

Il discorso vale più che mai in tempo di emergenza pandemica. Assistiamo continuamente e diffusamente ad atteggiamenti e comportamenti a dir poco scriteriati: le mascherine indossate un tanto al metro, la sanificazione delle mani fatta alla carlona, il distanziamento vissuto come un optional, tutti girano per le strade come trottole, le regole vissute come uno spauracchio da esorcizzare ed un ostacolo da dribblare, gli inviti alla prudenza liquidati con un’alzata di spalle, lo scaricabarile adottato come stile di vita.

Mi sono chiesto il perché di tanto assurdo menefreghismo che si trasforma in vero e proprio autolesionismo. La risposta non è univoca. Sono in gioco fattori di carattere psicologico, sociologico, economico e politico. Sui cittadini si è scatenata un’autentica bufera di disinformazione: si dice tutto e il suo contrario, regna una confusione tremenda che mette le persone nella condizione di rassegnata indifferenza e/o di capricciosa e irresponsabile reazione negativa.

Se gli scienziati ostentano le loro diatribe sulla pelle della gente, perché mai dovrei attenermi alle loro ondivaghe indicazioni? Se il 20% dei medici, che fino a prova contraria ne dovrebbero capire qualcosa, non si sottopone alla vaccinazione, perché dovrei farlo io che non ne capisco un cavolo. Se ripercorriamo il tempo che ci separa dallo scoppio della pandemia, ci accorgiamo che le analisi scientifiche si sono succedute come quelle dei giornalisti sportivi, i quali dopo ogni turno del campionato di calcio assegnano lo scudetto virtuale ad una squadra diversa. Se ascoltiamo la prezzolata sarabanda mediatica, non ne usciamo vivi prima ancora di essere colpiti dal virus.

Arriviamo alla politica. Il non decidere o, ancor peggio, il cambiare decisione come il cambiare di casacca partitica sono un pressante invito a trasgredire regole camaleontiche e strumentali, volte più a difendere il proprio serbatoio elettorale che la salute dei cittadini. I governanti, pur considerando l’estrema complessità, difficoltà e originalità della situazione, non hanno brillato per chiarezza e univocità di intenti, hanno litigato molto e combinato poco, hanno giocato al rimpallo decisionale tra i diversi livelli istituzionali e si sono nascosti dietro la scienza come un bambino fa sotto le gonne della mamma. Ultimamente stiamo vivendo gli esordi del governo Draghi come l’arrivo del salvatore della patria che ha la ricetta per cavarci le castagne dal fuoco: passiamo con disinvoltura dal concetto di politica nemica a quello di politica chioccia. La costante è trovare un pretesto per deresponsabilizzarci.

Se le regole, nella loro equivoca origine, nella contraddittorietà degli scopi e nella confusione dei tempi, sembrano fatte apposta per non essere osservate, se nessuno controlla o, meglio, se si fa finta di controllare i comportamenti della gente, tutti si sentono autorizzati a lasciarsi andare in un sadomasochistico crescendo trasgressivo all’insegna del paradossale “mal comune mezzo gaudio”.

Qualcuno intravvede uno scontro tra buoni (coloro che cercano faticosamente e scrupolosamente di attenersi alle regole) e cattivi (quanti se ne fregano altamente dei divieti e addirittura li irridono preventivamente): i primi si starebbero stancando (e ne avrebbero mille ragioni), mentre i secondi continuano imperterriti a mettere a repentaglio la vita altrui.

La telenovela dei vaccini rappresenta la ciliegiona sulla torta: tutti parlano del quando, del chi e del come sottoporre al vaccino le persone e poi si scopre che il vaccino non c’è. È stato pubblicato un bando per la realizzazione dei padiglioni identificati da una primula dove dovrebbero essere somministrati i vaccini alla popolazione. La primula è il simbolo scelto per la comunicazione del piano vaccini ed è stato ideato dall’architetto Stefano Boeri. «È un messaggio di fiducia e di serenità», ha spiegato il commissario straordinario per l’emergenza, Domenico Arcuri.  Sì, la primula rossa, perché il vaccino non si trova… E allora si viene colti da un senso di sconforto: ammesso e non concesso che esso possa veramente e stabilmente immunizzarci, se non lo possiamo utilizzare, psicologicamente parlando tutti i sacrifici diventano inutili. È come difendersi dalla bomba atomica con un ombrellino da spiaggia, quando i rifugi non esistono o restano chiusi.

Ricordo un mio compagno di classe: durante un’esercitazione orale impostò la soluzione di un problema, dando per scontato un dato che alla fine del ragionamento si rivelò inesistente. L’insegnante la considerò quasi una presa in giro e lo rimproverò aspramente.  Assomigliamo un po’ tutti a quel mio simpatico amico: sfuggiamo dalle nostre responsabilità, addossandole agli altri e dando per scontato ciò che scontato non è.

La scena è molto complessa, preoccupante e frastornante. Alla fine ritorno al punto da dove sono partito: non resta che agire con serietà, prudenza, correttezza e…sperare bene. La speransa di mäl vesti, ch a faga un bón invèron?

 

 

La Milano-Sanremo ha cambiato sport

Anche il virus sanremese, che peraltro circola da anni colpendo milioni di persone, ha la sua “variante Ibrahimoviciana”, che lo sta rendendo ancor più contagioso. Il festival di Sanremo è da sempre non solo e non tanto un evento musicale, ma un fenomeno di costume, se vogliamo, una sorta di potente baraccone, di avvolgente circo, che attira per settimane l’attenzione più col gossip e con le sfilate di vip che con le canzoni (sono ormai ridotte a pura tappezzeria).

Premesso che il calciatore Zlatan Ibrahimovic è libero di fare quel che vuole, considerato che il permesso per questa danarosa incursione sanremese glielo ha concesso il suo datore di lavoro, vale a dire l’Associazione Calcio Milan (contenti loro…), accertato che i più importanti e quotati giocatori di calcio sono ormai diventati a tutti gli effetti delle star dello spettacolo, ci può stare che un professionista poco serio lasci i suoi impegni contrattuali per dedicarsi ad altro.

Ho sentito autorevoli e opportunisti giornalisti e commentatori fare i salti mortali etici e calcistici per giustificare una vicenda che di etico non ha proprio nulla e di calcistico ancor meno. La nostra società va così: tutti, chi più chi meno, si divertono a rubare mestiere e proscenio agli altri in mezzo a fiumi di denaro e di applausi (fino a quando non lo so). Se il mondo del calcio avesse delle regole serie Ibrahimovic, dopo il disgustoso episodio della lite furibonda con l’avversario interista Romelu Lukaku, sarebbe stato squalificato per alcuni mesi e allora sarebbe stato ancor più libero di partecipare al Festival di Sanremo. Se il calcio fosse una professione seria non dovrebbe ammettere clamorose distrazioni canore (?), ma, considerata anche l’entità degli ingaggi, dovrebbe richiedere impegno e dedizione totali. Siccome però non è una cosa seria, tutto è possibile ed ammissibile, compreso il fatto che prezzolati cronisti Rai facciano i difensori d’ufficio dell’indifendibile passeggiatore (e non palleggiatore). D’altra parte guai a disturbare il sistema, guai a soffiare sul castello di carte, potrebbe crollare tutto da un momento all’altro.

Mio padre, così come era obiettivo e comprensivo in generale, per quanto concerne il calcio sapeva essere intransigente verso le scorrettezze del pubblico, ma anche dei giocatori. Soprattutto pretendeva molto dai grandi campioni superpagati, arrivava alla paradossale esigenza del gol ad ogni tiro in porta per un fuoriclasse come Zico (col da la ghirlanda) incoronato re di Udine al suo arrivo nella città friulana: cose da pazzi! Ma non solo con Zico anche con altri cosiddetti fuoriclasse: mio padre non accettava gli ingaggi miliardari, ne avvertiva l’assurdità prima dell’ingiustizia, faceva finta di scandalizzarsi, ma in realtà coglieva le congenite contraddizioni di un sistema sbagliato. Mi riferisco al sistema calcio ma anche al sistema più in generale. E capisco mio padre che non era capace, per sua stessa ammissione, di farsi pagare per il giusto, che non osava farsi dare del “lei” dai garzoni, che aveva uno spiccato senso del dovere e non concepiva, nella sua semplicità di vita, questi lauti guadagni. Sogghignava di fronte agli scandalosi ingaggi: “Mo co’ nin farani äd tutt chi sòld li, magnarani tri galètt al di?”.  Scherzi a parte mio padre era portatore di un’etica del dovere, del servizio e reagiva, alla sua maniera, alle incongruenze clamorose della società.

Amava mettere a confronto il fanatismo delle folle di fronte ai divi dello sport e dello spettacolo con l’indifferenza o, peggio, l’irrisione verso uomini di scienza o di cultura. Diceva: “Se a Pärma a véna Sofia Loren i corron tutti, i s’ mason par piciär il man, sa gnìss a Pärma Fleming i gh’ scorèzon adrè”. E con Ibrahimovic c’è ben meno di Sophia Loren, da tutti i punti di vista.

Ma torniamo a Sanremo: mi rifiuto di cadere in questa trappola, in questo spettacolo ingannevole, giunto ormai al limite della Tv spazzatura.  Da tempo immemorabile non seguo questa assurda kermesse, quest’anno ho un motivo in più per disertarla: la presenza di Ibrahimovic. Fosse solo questione del festival di Sanremo…Il problema è anche il calcio, il più bel gioco del mondo, che sta cadendo così in basso. Me lo stanno rovinando. Pazienza, vorrà dire che mi consolerò col Parma, che con ogni probabilità retrocederà in serie B, laddove, forse, c’è un po’ meno bagarre affaristica e divistica e un po’ più calcio giocato.

Torno coi ricordi al tempo in cui il Parma era stato promosso, per la prima volta, in serie A. Dopo un campionato trascinante ed entusiasmante, finalmente salivamo nell’Olimpo: da parte mia non ripudiavo gli anni difficili, quelli gloriosi e sofferti. La partita d’esordio in serie A ci metteva in soggezione davanti alla Juventus ed un pubblico strabocchevole si preparava a varcare i cancelli del “Tardini” ampliato, ristrutturato, messo a nuovo anche se non ancora pronto per un ruolo diverso. Si respirava un’aria di attesa, ma anche di confusione e di disorganizzazione da esordio, tale da creare una ressa pazzesca all’ingresso ed una lunga coda sotto un sole ancora cocente, in un clima nuovo a cui non si era abituati. Mi venne spontanea una battuta, molto meno bella rispetto a quelle che elargiva mio padre con la sua solita nonchalance, che tuttavia risultò abbastanza buona e fu accolta con una risata generale: “Mo se stäva bén quand al Pärma l’era in serie B o C. A s’ gnäva al stadio a l’ultim minud, sensa còvvi e sensa confuzjón. Quäzi, quäzi, tornaris indrè”.

 

 

 

Le buone ricette di una volta

Lo studio choc: il Covid può far perdere l’olfatto per sempre. Una equipe medica italiana scopre la relazione tra la Sars Cov-2 e uno dei sintomi più comuni della malattia. «E’ a rischio l’epitelio olfattivo». Il report è il secondo al mondo: è stato pubblicato su tre riviste scientifiche internazionali. Che la perdita dell’olfatto sia uno dei sintomi più comuni riscontrato da chi contrae il Covid è ormai noto, ma che ora il rischio sia quello di smarrire in modo permanente la capacità di distinguere odori e profumi è una notizia tanto nuova quanto sconvolgente. Ci sarebbe al riguardo una ricerca, con tanto di numeri e dati.

Giusto per sdrammatizzare la impietosa notizia, potremmo azzardare l’ipotesi che la tragedia possa trasformarsi in commedia sul palcoscenico della politica, laddove “l’odore” dei partiti non si sente più e infatti si rischia di confonderli l’uno con l’altro: una sorta di qualunquismo indotto e calato dall’alto. Faccio di seguito alcuni esempi.

Nicola Zingaretti fa una sviolinata a Barbara D’Urso: cosa non si fa per una bella donna. Visto che delle donne il Pd se ne era dimenticato all’atto della segnalazione dei ministri per il governo Draghi, in fretta e furia il segretario del partito ha fatto ammenda omaggiando un simbolo del femminismo mediatico. Come quelli che entrando in chiesa non guardano all’altare maggiore con tutto quel che segue, ma cincischiano con la prima bella statua che viene loro a tiro.

Matteo Salvini incensa l’Europa: cosa non si fa per un piattino di ministeri e un piattone di sottosegretari. Visto che dei problemi veri della gente leghista se ne era dimenticato per rincorrere i sovranisti sparsi nel mondo, in fretta e furia il leader leghista ha fatto finta di convertirsi all’europeismo, mentre in realtà si è accorto di un importante treno che stava passando e che poteva anche lasciarlo a piedi.

Beppe Grillo passa con una certa disinvoltura dalle piazze del vaffa ai corridoi dei palazzi istituzionali, dalle grida delle invettive contro i poteri forti ai sussurri ammiccanti dei pittoreschi summit: cosa non si fa per quadrare il cerchio di un movimento, che, a furia di muoversi, ha perso letteralmente la bussola.

Silvio Berlusconi è diventato più mattarelliano di Mattarella: cosa non si fa per difendere le proprie aziende e per rimettersi in gioco. Forse, come è suo solito, il cavaliere sta esagerando ed ha scambiato la cortesia di Draghi (grazie di essere venuto…) con la sua surrettizia domanda di assunzione a Mediaset (un sottosegretario all’editoria per nutrirne la quota di mercato) e con un colpo di spugna sulle malefatte erotico-affaristiche del berlusconismo (un sottosegretario alla giustizia per dimenticare).

Matteo Renzi è diventato più filo-occidentale di Biden: cosa non si fa per mettersi in mostra, arrivando a confondere la opportunistica riverenza ad un principe saudita con l’omaggio paradossale al probabile complice dell’uccisione di un giornalista americano. Della serie “l’esagerazione è il mio mestiere” e “l’importante è che si parli di me”.

Alla fine della fiera, se uno entra nella cucina politica italiana odierna, viene aggredito da un vomitevole mix di odori in cui non ci si raccapezza più. Passa di brutto l’appetito e si corre il rischio dell’anoressia. Tutto sommato meglio non avere l’olfatto. Non ho capito se la perdita definitiva riguarderebbe anche il gusto. Speriamo di no, perché vorrei provare comunque a ricuperare il sapore della politica tramite le ricette della nonna “prima repubblica”.

 

 

Fusione fredda e aggregazioni gelide

“Nel regno dei ciechi anche un orbo è re”. Devono aver pensato così i dirigenti del Partito democratico, che ha proposto la nascita dell’intergruppo con Movimento 5 stelle e Liberi e uguali al Senato. L’iniziativa, lanciata dal capogruppo dem Andrea Marcucci per fare blocco comune “sulle grandi sfide del Paese”, dovrebbe essere l’occasione per rilanciare l’alleanza giallorossa con la benedizione dell’ex premier Giuseppe Conte.

Il M5S è dilaniato da contrasti interni: siamo alle carte bollate. In parecchi non hanno digerito il governo Draghi nonostante la maggioranza degli iscritti si sia pronunciata favorevolmente su un quesito peraltro proposto in modo equivoco. Chi ha votato contro la fiducia è stato espulso, chi ha votato a favore lo ha fatto con toni di sfida del tipo: vedremo se Draghi farà meglio di Conte, a cui va tutta la nostra stima e riconoscenza. I grillini sono nel pallone e quando mai non lo sono stati?

Le contraddizioni sono tuttavia esplose. Ho ascoltato, durante il dibattito in Parlamento sulla fiducia al governo Draghi, interventi al limite del delirio: penose ragazzotte, capitate per caso sugli scranni di Palazzo Madama e Montecitorio, che si permettevano il lusso di infangare il passato del premier Draghi, rifugiandosi nell’incensamento al premier Conte; presuntuosi ragazzotti, incapaci persino di fare una o con un bicchiere, che discettavano drasticamente sulle linee proposte dal nuovo presidente, limitandosi a fare il panegirico di quelle sconclusionate del movimento; deputati e senatori capaci solo di autocelebrarsi in un ridicolo atteggiamento integralista, borioso e fanatico. Non hanno più né capo (Beppe Grillo) né coda (Giuseppe Conte): hanno una piattaforma (quella Rousseau ideata da Casaleggio) da cui tuffarsi disperatamente nella melma dell’antipolitica di ritorno.

Il M5S era Grillo, finita, come sembra, l’era Grillo, il M5S non esiste più. Ci vuole solo la miopia del Pd a puntare su un simile cavallo bolso: proseguire un patto politico con un alleato inesistente, pieno di pretese e in caduta libera di consensi. L’estemporanea idea è stata, fortunatamente per il Pd, messa brutalmente in discussione all’interno del partito e probabilmente non se ne farà nulla.

Resta però una retorica curiosità: da chi è governato questo partito? Da una manica di incapaci o da un gruppo che si autolegittima alla “c…. di cane”? Uso parole forti e offensive per esprimere tutto lo sconcerto verso una forza politica, che non riesce a trovare una linea seria e credibile al di là del vivacchiare di rendita sul passato per sbarcare il lunario nel presente e giocare a mosca cieca col futuro. Scrivo queste cose con la morte nel cuore. La mia storia personale è intrecciata all’idea profetica di questo partito e vederlo finire in vacca mi mette in crisi.

Dell’anima storica comunista è rimasta solo la sua burocratica concezione egemonica, dello spirito cattolico-democratico è rimasto solo il rimpianto per una testimonianza storica fondamentale. Si è parlato a lungo di fusione fredda: siamo in presenza di una aggregazione gelida. Per dirla con Andrea Chenier, sol l’occhio di Graziano Del Rio esprime umanamente un guardo di pietà, ond’io guardato ho a lui si come a una persona seria e dissi: ecco la bellezza della politica! Ma, poi, davanti all’intergruppo, quale ultima sortita di mera sopravvivenza, un novello dolor m’ha colto in pieno petto.

Gli strapuntini della riscossa

Il numero non è dei più alti nella storia, la qualità è tutta da scoprire, il metodo della nomina è consistito nel bilancino partitico: mi riferisco alla sfornata o infornata (a seconda dei punti di vista) di sottosegretari del governo Draghi. Il premier lo metteva in conto, se l’aspettava e ha fatto buon viso a cattiva sorte: è successo coi partiti quanto capita nei confronti dei bambini insistenti e capricciosi che, anche nelle situazioni più inadatte, vogliono giocare e allora il buon papà finisce col cedere e lascia i figlioletti liberi di giocare nella loro stanza, pregandoli di non fare troppo baccano e soprattutto di non creare danni.

I partiti erano usciti piuttosto malconci dal varo della compagine ministeriale e, anziché capire la lezione e cogliere l’occasione per rivedere seriamente il loro ruolo assai compromesso, hanno colto la prima occasione per riprendersi spazio e peso. Forse si illudono, ma comunque ci stanno provando: con un po’ di sottogoverno si può rimediare e ritornare in sella.

Di fronte al Paese non hanno fatto una gran figura, quella degli arraffa-seggiole (nel caso direi seggiolini). È un’accusa che i partiti si lanciano reciprocamente, ora invece si trovano tutti d’amore e d’accordo nel cercare almeno qualche strapuntino. A proposito, c’era una mia parente alla lontana, più avara che povera, la quale, quando partecipava a una gita organizzata dalla parrocchia, prenotava e pagava uno strapuntino per il viaggio sul pullman, salvo arrivare per tempo e occupare un bel posto, magari nelle prime file e vicino al finestrino. Non c’era verso di farla alzare e di retrocederla: tutti si lamentavano, ma alla fine scuotevano il capo, lasciavano perdere e compativano questo piccolo sopruso, complice l’età avanzata e la condizione sociale dell’interessata.

Si sono quindi seduti tutti, il pullman è al gran completo e può partire col suo abbondante carico, paritetico a livello di genere, di sottosegretari e vice-ministri. E chi li schioderà mai dal…lasciamo perdere.  L’importante è che durante il viaggio i componenti politici del governo non comincino a litigare, a dare fastidio al conducente, a pretendere soste non concordate, a voler mutare il percorso, a intonare inni e canti fuori copione.

Ho provato a scorrere l’elenco e non ho trovato personaggi di primo piano, potrebbe essere un bene, ma potrebbe essere anche un segnale inquietante. Il bene verrebbe eventualmente dagli onesti artigiani della politica messi lì per lavorare a testa bassa, il male invece consisterebbe nella collocazione di personaggi di serie inferiore con la mission di guastatori o amici del giaguaro. Chi vivrà vedrà.

Il timore è che tutto rientri in un gol segnato in zona cesarini per riaprire la partita in vista del match di ritorno previsto per il dopo-Draghi. Probabilmente però i partiti non si rendono conto o fanno finta di non rendersi conto che non si gioca per vincere le elezioni, ma per salvare il Paese, anche se tutti dichiarano insistentemente di voler prescindere da interessi di parte. Mia madre, quando sentiva il solito ritornello della politica rivolta al bene della gente, aggiungeva con sarcasmo: «Am sa che li lôr i fagon pù che ätor i sò còmod…». Sono diventato qualunquista, lo so, ma non è tutta colpa mia.