Matteo Salvini stringe i pugni e disegna la Sfida: «Se mi risceglierete come segretario porterò in Consiglio dei ministri una posizione chiara: non possiamo continuare a dare soldi e armi all’Ucraina». La Lega apprezza. A cominciare da Luca Zaia: «Certo che sono d’accordo con Salvini… Sono obiettore di coscienza. Questa guerra si sta radicalizzando, rischia di diventare il nostro Afghanistan, siamo in guerra dal 24 febbraio 2022 quasi più anni della seconda guerra mondiale. Penso sia fondamentale che si arrivi a un armistizio e poi a un processo di pace. Questo lo può fare solo la diplomazia…». Il vicepremier si domanda, retoricamente, se le armi e i soldi a Kiev siano la via migliore per la pace. Non basta. Salvini auspica di investire sulla diplomazia, invita con garbo gli alleati «a ragionare», coltiva il dubbio e dà atto agli ucraini di essere un popolo. Oggi i possibili effetti della sortita sull’Ucraina non ci sono. Non c’è crisi di governo. Non c’è voto anticipato. C’è invece una riflessione che coinvolge il governo sugli aiuti a Kiev. Solo pochi giorni fa il ministro della Difesa Guido Crosetto precisava alla Bbc come «probabilmente entro la fine dell’anno» verrà stanziato un nuovo pacchetto d’aiuti. Ma niente è deciso e nulla è sicuro. Con lo spettro di Roberto Vannacci alle porte e con Donald Trump che ha già frenato, anche Meloni sta rimodulando lo slancio accanto all’Ucraina. Tanto che – al netto della Lega – non viene considerato scontato il via libera ad un nuovo decreto che autorizzi l’invio di aiuti per il 2027. La speranza è che le interlocuzioni per la pace funzionino, togliendo il tema dal tavolo della campagna elettorale ed evitando alla premier di fare i conti con inevitabili schermaglie nella coalizione. (“Avvenire” – Arturo Celletti)
Se Atene piange, sparta non ride. La questione ucraina è divisiva nel centro-destra, ma anche nel centro-sinistra. Che mi irrita non sono le divisioni: non c’è infatti da stupirsi per una divergenza di vedute su un tema così importante e delicato. Il fastidio è per l’opportunismo con cui viene affrontato: Salvini ne fa un’occasione populistica per rimanere in sella al suo partito; Conte ne fa una tattica per andare alle primarie e magari vincerle. Degli Ucraini non frega niente a nessuno: men che meno a Giorgia Meloni che recita la parte di europeista-interventista, mentre Elly Schlein non ha il coraggio di mandare a quel paese centristi e riformisti che si nascondono dietro il perbenismo filo-ucraino.
Ci sono temi per i quali non è ammesso l’equilibrismo politico interno e internazionale: uno di questi è la guerra. Non è un caso che la Costituzione usi al riguardo un termine fortissimo e imprescindibile: il ripudio. Se partiamo dalla Costituzione il reiterato invio di armi all’Ucraina si rivela per quello che è: un modo per abdicare all’impegno per la pace, un modo per rinunciare alla diplomazia, un modo per consolidare in senso manicheistico alleanze e schieramenti a livello internazionale, un modo per tacitare le coscienze facendo finta che gridino vendetta.
Se consultassimo seriamente l’opinione pubblica troveremmo molta saggezza: basta con le armi! È pur vero che la Costituzione non ammette referendum sulla guerra. Qualsiasi decisione formale dello Stato sulla partecipazione a conflitti, alleanze militari o invio di armi si articola attraverso trattati internazionali o leggi di bilancio, che non possono essere assoggettati a referendum. Di conseguenza, la Corte Costituzionale boccia regolarmente i quesiti referendari che toccano indirettamente queste materie, considerandoli un tentativo di aggirare il dettato costituzionale. Tuttavia la politica dovrà pure ascoltare il comune sentimento della gente.
Non credo che nell’agire politico ci sia lo scopo del perseguimento del bene del popolo ucraino, ma, oltre evidenti tatticismi, la volontà di salvare la faccia e di galleggiare sul mare tempestoso degli equilibri internazionali.
