L’interessante ma problematica internazionale della protesta

Non hanno un leader, non hanno un portavoce, non hanno nemmeno un vero programma. Ma da oggi hanno il potere: la Lista degli Studenti vince in Serbia e spedisce nei libri di storia i 14 anni del regimetto di Aleksandar Vucic e degli eredi di Mladic, dei massacri anni ’90, delle sbornie nazionalistiche. Prima ancora delle proiezioni elettorali, è Vucic ad ammetterlo: «Non abbiamo ancora i risultati definitivi — dice l’ex presidente —, ma sulla base d’un campione è chiaro che abbiamo perso queste elezioni. La Lista degli Studenti ha vinto: otterrà fra i 135 e i 140 seggi, mentre noi ne avremo 105». Le prime percentuali confermano: 52% all’opposizione, 39,3 a Vucic.

La storia serba volta pagina. La gioia di Belgrado esplode nella notte, con cortei d’auto e clacson, cori a cantare una vecchia canzone popolare, «Tri poljupca ohcu ja», voglio tre baci, che serviva a indicare il numero (tre) della lista sulla scheda ed è diventata l’inno della vittoria. Il risultato degli studenti, sorprendente ma non inatteso, è il più profondo cambiamento politico dalla cacciata di Slobodan Milosevic, 26 anni fa e dopo la guerra del Kosovo. Qualcosa di paragonabile alla fine dell’era Orbán in Ungheria. 

Una prima volta, per una marcia studentesca cominciata con due anni d’anticipo sugli altri movimenti di protesta europei: anche un modello, per i nuovi indignados spagnoli e francesi, tedeschi e albanesi. Senza rompere un vetro e senza sparare un petardo — e partendo due anni fa dalla rabbia per una tettoia crollata alla stazione ferroviaria di Novi Sad, 16 morti, cui seguì una serie di corruzioni e d’insabbiamenti, di media imbavagliati —, gli Studenti serbi si sono fatti di mese in mese partito politico. E nel più puro movimentismo, agitando il simbolo d’una mano insanguinata, bussando porta a porta in ogni villaggio, dopo due anni sono riusciti a cacciare il piccolo autocrate balcanico che da ragazzo faceva il portavoce delle pulizie etniche e per tre lustri ha fatto della Serbia un Paese a libertà limitate. I nuovi vincitori restano comunque un’incognita. 

Il loro capolista è un cardiologo, Ilija Srdanovic che ora esulta («abbiamo voltato la faccia a un tiranno, andiamo verso una Serbia migliore»), ma non è affatto sicuro che farà il premier. Sono vaghe le loro posizioni internazionali su Ue, Russia, Cina e pure sull’eterna questione del Kosovo. Sono generiche le loro promesse elettorali: più onestà, più libertà ai media, più soldi alle scuole, poco altro.

La vittoria degli Studenti s’è intuita nel pomeriggio, guardando l’affluenza. Mai visti tanti votanti. L’ultima volta era stata nel 2000, quando il 70 per cento s’era presentato alle urne con un’idea ben precisa: spedire a casa, e poi al Tribunale dell’Aia, Milosevic e il suo decennio di massacri balcanici. Il benservito all’erede di Slobo è arrivato con affluenze simili, oltre il 70 per cento. Sui social, per tutta la domenica sono rimbalzati video dal Canada all’Australia, coi serbi della diaspora in fila alle ambasciate per votare. Code ai confini della Croazia e del Kosovo. Perfino Vucic ha dovuto aspettare due ore, prima d’arrivare all’urna. Chiaro, il perché di tanta partecipazione: per la prima volta, sei milioni e mezzo di serbi hanno avuto l’occasione di chiudere i conti. E ne hanno approfittato. (Corriere della Sera)

Potrà essere un modello per gli studenti spagnoli, francesi, tedeschi e italiani? Resto in Italia e ammetto che mi è venuto spontaneo il parallelismo coi cinque stelle in versione prima maniera grillina. In Serbia però c’era qualcosa di peggio da spazzare via e questo paradossalmente aiuta; c’era un nemico preciso da combattere e battere; c’era una spinta storica al cambiamento. In Italia la democrazia è nonostante tutto più matura e ha purtroppo gli anticorpi controrivoluzionari, ha esponenti antidemocratici sparsi dappertutto, ha una storia cambiata dalla resistenza e dalla Costituzione ma comunque bisognosa di essere rinverdita e applicata.

A proposito della nostra Costituzione, Piero Calamandrei, in un celebre discorso agli studenti, disse: “La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”. L’immagine è tanto semplice quanto potente. Perché ci ricorda che il diritto positivo, da solo, non va molto lontano. Ha bisogno di forze sociali e politiche che lo sostengano, di soggetti che lo rendano reale, di conflitto democratico che lo difenda e lo faccia avanzare. (Cinzia Sciuto – MicroMega)

Il parallelismo con i recenti movimenti di protesta è piuttosto problematico e forse azzardato. In Serbia c’è più politicizzazione, in Italia c’è molto malcontento prepolitico, in Serbia hanno obiettivi precisi che sono sfociati nella presentazione di una lista alle elezioni, in Italia lo scontento è forte ma fuori dalle logiche politiche e istituzionali.

In Italia non si riesce a capire fino a qual punto le proteste potranno influire sul voto elettorale mentre in Serbia hanno determinato clamorosamente il risultato elettorale. Non ho idea se gli studenti serbi siano in grado di assumere fino in fondo responsabilità di governo: auguro loro di non rimanere vittime di esondazioni istituzionali. Gli Italiani che scendono in piazza sono in una fase di mobilitazione sociale peraltro assai complessa, ma ben lontani dal puntare alla conquista del potere tout court.

Comunque sia, meglio l’incerto del certo.

Di certo, previsioni alla mano, l’autunno da poco iniziato da caldo rischia di farsi rovente. Il malessere generato dal caro vita dovuto all’inflazione, la rabbia degli autotrasportatori e di altre categoria per i continui rincari dei carburanti, il ribollire del mondo studentesco finiscono per affiancarsi o perfino sommarsi, mescolandosi nel calderone generale delle proteste, che – fra quelle annunciate in questura, auto convocate sui social e perfino improvvisate – continuano ad aumentare di numero. Per averne un’idea, si può scorrere l’elenco di eventi, sit-in, occupazioni e cortei «segnalati da chi li organizza e da chi partecipa», costantemente aggiornato sulla home page di un sito web dal nome emblematico: mappadellarivolta.org . Il suo contatore indica sino a fine gennaio, «227 mobilitazioni in programma», fra cui «50 cortei, 24 presidi, 54 scioperi generali, 37 scioperi di categoria, 1 picchetto, 21 assemblee e 40 altre iniziative». Il sito, da quel che si legge, funziona come una sorta di bacheca, raccogliendo – avvertono le sue regole – «solo iniziative pubbliche e pacifiche, con una fonte (comunicato, locandina, calendario ufficiale)», niente dati personali (»chi organizza si indica con la sigla») e niente «inviti a bloccare, occupare o scontrarsi», tanto che blocchi e occupazioni possono essere inseriti solo «come avviso» su «possibili disagi» (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

La complessità del fenomeno italiano aggiunge interesse, ma anche dubbi e incertezze. Forse si sta creando una zeppa entro cui gli stessi protestatari rischiano di perdere la bussola. Sarà possibile trovare un denominatore comune fra protesta giovanile, mobilitazione dei sindacati di base e azioni messe in atto dai sindacati confederali? Una cosa è certa: il governo italiano sta già perdendo la bussola e non riesce a fronteggiare la situazione se non a livello poliziesco e repressivo. Un’occasione da non perdere…

La distanza irrimediabile tra piazza e Palazzo è una metafora molto utilizzata in questo contesto: la politica è vista come lontanissima e si tende a dubitare anche delle parole degli inquirenti, almeno quando adombrano strategie rivoluzionarie portate avanti su Instagram. L’incognita semmai, per chi è abituato a sussurrare alle masse, è proprio la mancanza di una regia complessiva, in grado di dare voce al malessere ma nello stesso tempo di arginarlo e guidarlo sui binari della legittima contrapposizione democratica. «Vuole sapere se siamo di fronte a mondi separati che non hanno un coordinamento tra loro? Le rispondo che sì, è vero – dice Cremaschi, un passato nella Cgil e un presente da animatore esperto di queste nuove agorà sociali -. Nello stesso tempo, però, in una fase storica in cui la questione sociale ha messo a nudo la pochezza della classe dirigente europea, devo anche dire che un portuale, un autotrasportatore, un contadino e uno studente oggi si possono capire molto più che in passato. Perché parlano lo stesso linguaggio». (“Avvenire – Diego Motta)