Le nuore all’Onu e alla Ue e le suocere in patria

Netanyahu, un uomo solo all’Onu. Parla e in decine se ne vanno. «Siete codardi morali». Il tono di sfida del premier israeliano nel suo discorso all’assemblea delle Nazioni Unite. «Ipocrita chi sta lasciando la sala». Ma il vero pubblico di Netanyahu non era in sala. Erano gli elettori israeliani, chiamati alle urne il 27 ottobre, con sondaggi che danno lo schieramento del premier lontano dall’ottenere la maggioranza. Pesano la collera per il mancato allarme sul 7 ottobre 2023, il rifiuto di istituire una commissione d’inchiesta e l’arruolamento degli ebrei ultraortodossi. Il discorso è stato dunque un comizio elettorale, costruito per arginare il principale rivale, l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot. Non a caso è stato incentrato sulla sicurezza, dopo tre campagne militari, a Gaza, in Libano e in Iran, che hanno avuto esito incerto. Sulla Striscia il premier ha rivendicato il controllo di oltre il 60% del territorio e promesso di disarmare Hamas, senza spiegare come, e ha celebrato il ritorno degli ostaggi, sorvolando sulle decine di rapiti morti in prigionia. (“Avvenire” – Elena Molinari, New York)

 

Intrappolato nel pantano iraniano, il presidente ha giocato in difesa, tessendo un elogio della propria azione politica, in chiave midterm. Dalle consuete «otto paci» raggiunte ai «risultati importanti» nella politica migratoria, dalla «guerra alla droga contro i cartelli messicani» fino al blitz in Venezuela e relativo accordo sul petrolio: «Le spoglie vanno al vincitore», ha detto. Non è mancata una frecciata a Cuba – definito «uno Stato fallito, al collasso, che presto cadrà» –, «la libertà arriverà presto», ha garantito, mentre i delegati dell’Avana lasciavano la sessione in segno di protesta. Quanto alla Groenlandia, ha annunciato uno «storico» patto per la sicurezza – firmato poco dopo – con la premier danese Mette Frederiksen, e il leader della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen. Il testo, in realtà, non offre sostanziali novità rispetto ai precedenti del 1951 e del 2004 che consentivano agli Stati Uniti di ampliare la propria presenza militare nel territorio semi-autonomo. L’unica risiede nel divieto a nazioni non Nato di stabilire basi militari o dispiegare truppe nell’isola nonché di realizzare investimenti nel settore dei minerali critici e delle risorse strategiche. Perfino il dossier Teheran è stato trasformato in un successo retorico: «Devo prendere una grande decisione tra avviare un negoziato con l’Iran per un accordo e il suo annientamento, senza possibilità di sopravvivenza presenza o futura. Ma credo che troveremo un’intesa dopo il voto di medio termine». A conferma di ciò, il presidente ha insistito sul canale di comunicazione costante. «È appena terminato un incontro tra funzionari americani e iraniani – ha raccontato –. È durato tre ore ed è andato bene». In prospettiva midterm, numerosi analisti leggono anche l’impegno per la “deregulation” dell’Intelligenza Artificiale. (“Avvenire” – Lucia Capuzzi)

È tipico dei regimi utilizzare il clima di guerra all’esterno per rafforzare il sistema antidemocratico di potere all’interno. Trump e Netanyahu parlano a nuora Onu perché in patria le suocere elettrici intendano. Questa triste realtà induce a due riflessioni di segno diametralmente opposto. È positivo che i due compagni di merende abbiano serie preoccupazioni elettorali: evidentemente americani e israeliani cominciano a dubitare delle proprie paradossali scelte. È negativo che questi padroni del vapore si permettano di insultare l’Onu con le loro scorribande propagandistiche: uno attacca la Corte penale internazionale, facendo peraltro un piacere all’altro, mentre l’altro continua imperterrito a fregarsene altamente delle reiterate decisioni dell’Onu.

 Il gelo tra Israele e l’Onu non è una novità. Lo Stato ebraico affronta da tempo accuse di genocidio e crimini di guerra a Gaza e in Cisgiordania, ha dichiarato il segretario generale António Guterres «persona non grata» e ha ridotto drasticamente l’attività dell’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, l’Unrwa. Tutte le risoluzioni di condanna vengono respinte da Israele come prova di «pregiudizio». (ancora “Avvenire” – Elena Molinari)

Il pensiero che l’Occidente democratico, di cui l’Italia è sempre stata parte integrante, si basi sull’ignobile connubio fra Trump e Netnyahu fa accapponare la pelle. Mi si dirà: e la Russia? e la Cina? Sto parlando di Occidente democratico ed è un po’ come scoprire che i delinquenti li abbiamo in casa…

Si tratta di un’autentica provocazione all’Europa disunita e balbettante, che non va oltre i coraggiosi distinguo di Sanchez (che viene regolarmente e volgarmente insolentito dai media italiani), le avance attive e passive col Canada (speriamo non si tratti soltanto di un diversivo vonderleyeniano per fare dispetto a Trump) e le parole (sempre meglio del vergognoso silenzio del governo italiano) di Macron all’Onu: “Un anno fa, proprio in quest’Aula, diverse decine di Stati hanno riconosciuto la Palestina. Capisco che alcuni siano molto cinici: l’avete riconosciuta solo sulla carta, dicono, guardate la realtà dei fatti. Ma che valore ha la nostra credibilità se restiamo inattivi di fronte alla situazione a Gaza? Alcuni sostengono che la pace sia stata raggiunta, eppure ciò non ha aperto la strada agli aiuti umanitari. È uno spettacolo vergognoso. Una vergogna per tutti noi. Guardate semplicemente cosa sta accadendo in Cisgiordania, dove giorno dopo giorno assistiamo a violazioni; e in nome di cosa? Hamas non è mai stato molto attivo in Cisgiordania. Ciò che serve è il rispetto dei diritti legittimi del popolo palestinese, del suo legittimo diritto a esistere. Questo è un prerequisito per la sicurezza, oggi e domani, del popolo d’Israele – per la sua sicurezza e per la sua stessa esistenza, alle quali siamo fortemente impegnati. Tuttavia, tutti coloro che sostengono che la sicurezza di Israele richieda la violazione della sovranità di tutti gli Stati confinanti stanno commettendo un errore fatale. Stanno indebolendo la sicurezza di Israele, oggi e per il futuro; stanno minacciando la sicurezza di Israele di fatto”.

Il rilancio, oserei dire la rifondazione della UE, è oltre modo urgente e indispensabile se vogliamo provare a togliere il mondo dalle mani di chi lo sta piegando a schemi e disegni di guerra e di morte.

Il processo di integrazione è fermo e questo determina un blocco delle indispensabili riforme necessarie a dare competitività all’Unione Europea dandole un ruolo negli scenari internazionali e nelle catene del valore che si stanno ridisegnando a seguito delle scelte sconsiderate di alcuni leader mondiali. La scelta del nostro governo di chiudere Schengen per ragioni di presunte difese dei confini e non di tipo sanitario, queste veramente indispensabili, ha introdotto ulteriori elementi che minano l’integrazione europea. Come è un grave errore da parte del Governo bloccare i tentativi di ridurre le materie sottoposte al voto all’unanimità in Consiglio europeo. È proprio il voto all’unanimità che blocca la capacità decisionale dell’Ue e dà spazio al ruolo dei burocrati che, in assenza di decisioni politiche, si muovono all’interno di regole e talvolta di regolette. Sarebbe indispensabile assumere la decisione in Commissione e nel Consiglio europeo di avviare da subito un progetto per la politica industriale comune che darebbe una spinta alla competitività europea. Così come occorrerebbe avere un ministro degli Esteri della Ue, condizione per avviare una politica estera comune; da questo conseguirebbe una difesa comune. Così come sarebbe indispensabile avviare un percorso verso l’obiettivo del debito comune e di titoli del debito comune europeo. (Editoriale della “Gazzetta di Parma” – Opinioni e commenti – Alfredo Alessandrini)

Paradossalmente mi fanno più paura i disfattisti europei e gli alleati (Trump e Netanyahu) dei nemici (Putin), alla faccia dei droni russi indirizzati contro Italia, Francia e Spagna (non sarà per caso un ballon d’essai della Cia?). Per la Cina il discorso è diverso: è la superpotenza di cui mi fido di più… è tutto dire…