Sono rimasto molto turbato dall’indagine della magistratura a cui vengono sottoposti parecchi medici per avere negato l’idoneità al trattenimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) di decine di persone migranti su cui pendeva un decreto di espulsione. I medici, cioè, secondo l’ipotesi, avrebbero agito almeno da maggio 2024 in una sorta di “rete anti-Cpr” che firmava certificati incompleti, o addirittura arbitrari, per attestare la non idoneità al rimpatrio. E ostacolarlo. Uno di questi medici è persino indagato con l’ipotesi di associazione a delinquere. Mi faccio guidare di seguito dalla obiettiva e approfondita cronaca di Andrea Ceredani su “Avvenire”.
Di fronte a un decreto di espulsione, i camici bianchi sono sempre chiamati a rilevare la presenza di due prerequisiti necessari al trattenimento: eventuali vulnerabilità psichiatriche e possibili patologie infettive, che potrebbero acuirsi dentro ai centri per il rimpatrio. Solo in Toscana – nelle province di Firenze, Prato e Pistoia – nel 2025 circa il 30% di queste visite ha emesso un verdetto netto: non idoneità al trasferimento. Ma, secondo un documento redatto dalla Simm (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni) nel giugno dello scorso anno, tutti i Cpr in realtà sono luoghi «patogeni per le persone migranti» che «mettono a rischio la salute e la vita delle persone che vi vengono detenute». È sulla base di questa premessa che molti medici rilasciano i certificati di non idoneità. Una posizione sostenuta nel gennaio del 2025 anche dall’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità), che in una nota ha spiegato che «la detenzione amministrativa delle persone migranti è una causa diretta di malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi».
Se ho ben capito i termini della questione, a mio personale e sommario giudizio ci troviamo di fronte a un caso di obiezione di coscienza: da una parte abbiamo una legislazione rigidamente orientata al rimpatrio degli immigrati, privi degli esagerati requisiti richiesti per essere accolti, anche a costo di comprometterne la salute fisica e psichica; dall’altra parte abbiamo i medici che in parecchi casi attestano l’esistenza di contro indicazioni di carattere sanitario all’adozione dei provvedimenti di rimpatrio e ricovero nei Cpr. C’è alla base di tutto la considerazione che comunque questi Centri non siano idonei ad ospitare i migranti in condizioni compatibili con la loro salute.
Alcuni professionisti, in corteo davanti alla Questura di Bologna, hanno ribattuto che l’opposizione di molti medici al trattenimento nei Cpr, considerati «contesti di degrado igienico-sanitario», è nota da tempo: i dottori perquisiti non sono «parte di un’associazione a delinquere» – dice Vanessa Guidi, dottoressa della Ong Mediterranea Saving Humans presente al presidio -, ma «hanno solo in coscienza seguito il codice deontologico evitando che delle persone venissero rinchiuse nei Cpr, luoghi patogeni per la salute fisica e mentale».
Il corto circuito umanitario e igienico-sanitario che si è venuto a creare ha trovato, immediatamente e sbrigativamente, riscontro meramente burocratico e disciplinarmente aggressivo a livello governativo.
Il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini ha subito invocato la «radiazione dall’albo»: «Quanto sta emergendo è molto grave – ha scritto su X –. Se riconosciuti colpevoli, radiazione dall’albo dei medici e pagamento dei danni, di tasca propria, per le mancate espulsioni di tutti i clandestini che avrebbero protetto». La Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), in risposta, ha chiesto a «chi ricopre responsabilità istituzionali» di «rispettare i medici che ogni giorno, con competenza e dedizione, si prendono cura delle persone senza discriminazioni e spesso in condizioni difficili». «I medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza – continua il presidente Filippo Anelli – ma professionisti della cura, il cui mandato fondamentale è tutelare la salute e la dignità di ogni persona».
Forse sarebbe il caso che i componenti del governo, i parlamentari che lo sostengono e quelli che non si oppongono a sufficienza ad esso andassero in visita in questi centri di degrado igienico-sanitario: probabilmente ne uscirebbero con qualche crisi di coscienza.
Lo stato di salute di una democrazia si misura dalle condizioni delle sue carceri, poiché il modo in cui una società tratta i suoi membri più marginali e privati della libertà rivela il reale rispetto dei diritti umani e costituzionali. Questa celebre riflessione – spesso associata al pensiero di grandi osservatori come Alexis de Tocqueville – evidenzia come il sistema penitenziario non sia un mondo separato, ma lo specchio della civiltà giuridica e morale di un intero Paese. Il discorso vale a maggior ragione per le condizioni dei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr): in essi oltre tutto vengono inseriti soggetti che hanno commesso solo il “reato” della fuga da condizioni di vita disumane e si trovano paradossalmente e beffardamente ributtati in analoghe situazioni, cadendo dalla padella dei loro Paesi di origine nella brace dei Paesi che non trovano di meglio che respingerli brutalmente.
La Costituzione italiana tutela i migranti e ogni essere umano attraverso i principi fondamentali di uguaglianza e riconoscimento dei diritti inviolabili, indipendentemente dalla cittadinanza. Siamo lontani mille miglia da questa impostazione basilare, addirittura mettiamo sotto indagine chi osa ricordarcelo opponendosi deontologicamente a leggi e procedure inaccettabili.
È inutile nasconderlo: l’Italia sta calpestando la sua cultura e la sua civiltà basate sul rispetto dei diritti umani. Dovremmo vergognarci e avere il coraggio di fischiare il tenore italiano anche se qualcuno ci inviterà a protestare il soprano europeo.
Infine, sulla migrazione, la numero uno dell’esecutivo Ue ha tenuto ben alti i bastioni della Fortezza Europa. E, con le immagini del maxi-afflusso di persone a Ceuta questa estate (su cui ancora battagliano popolari e socialisti, già in clima di campagna elettorale in vista del voto spagnolo del prossimo anno), von der Leyen ha insistito sulla volontà di potenziare Frontex, la guardia costiera e di frontiera dell’Ue, «per accelerare i rimpatri», da una parte, e, dall’altra, di continuare a stringere accordi con i Paesi di origine e transito. Ma c’è anche la promessa di nuova stretta: servirà a «dotare l’Europa dei mezzi per proteggere le proprie frontiere in ogni momento. Soprattutto negli scenari in cui i movimenti di massa vengono organizzati e strumentalizzati». (“Avvenire” – Gabriele Rosana, Strasburgo)
Dopo tutto ammetto di non sentirmi né italiano né europeo. Potrei chiedere la cittadinanza allo Stato Vaticano, anche se sui diritti umani non mi trovo in perfetta sintonia nemmeno col Papa (vedi suicidio assistito). Forse è il caso di chiudermi entro i confini della mia coscienza: non mi sento a posto nemmeno lì…
