Congiurati di destra, guardoni di sinistra, convitati di centro

Alle penose, strumentali, fuorvianti e anticostituzionali discussioni sulla legge elettorale (ne uscirà probabilmente un vomitevole polpettone doroteo) preferisco la valutazione e l’analisi dei consensi ai partiti in base ai sondaggi (paradossalmente più obiettivi del responso delle urne).

Il centro-destra, o come sarebbe meglio dire il destra-centro, ha la spina nel fianco del partito di Roberto Vannacci: se riuscisse ad inglobarlo in qualche modo, avrebbe la vittoria (quasi) in pugno, in caso contrario rischierebbe grosso. Farlo rientrare nei ranghi potrebbe tuttavia avere ben due controindicazioni: una cospicua perdita di consensi al centro, che potrebbe rappresentare una sorta di vittoria di Pirro; uno sbilanciamento politico-programmatico tale da compromettere la collocazione a livello europeo e da comportare un isolamento nelle istituzioni UE.

Il centro-sinistra, o come sarebbe meglio dire il campo largo di centro-sinistra, ha il problema della leadership e della notevole differenziazione a livello programmatico: sui temi fondamentali non esiste concordanza di vedute.

Da una parte abbiamo il centro che rincorre la destra abbastanza convintamente, dall’altra abbiamo la sinistra che sopporta obtorto collo il centro il quale, a sua volta, vuol condizionare la sinistra. Sarebbe meglio dire: la politica che si allontana dalla democrazia con una destra che ne comporta la deriva, mentre la sinistra gioca a fare la guardona democratica che spera di cavarsela con le armate Brancaleone speculanti sugli imbarazzi estremistici del fronte opposto.

Vedrò di seguito di contrapporre le mie sferzanti analisi alle previsioni manovriere sulle mosse del centro, che, mentre a destra sta tirando gli ultimi, a sinistra tenta di galleggiare opportunisticamente. Mi farò provocare dalla fantapolitica de “Il Riformista” elaborata dalla Storia di Aldo Torchiaro.

La legge elettorale che il Parlamento si appresta a varare taglia le gambe alle liste minori. Quelle sotto l’1% saranno escluse. Quelle sotto il 3% verranno penalizzate. E per le liste più piccole è previsto un tetto: al di sotto di quella soglia, riceverà seggi soltanto la lista più votata. Il risultato è facilmente prevedibile: le liste dovranno mettersi insieme. Farne una sola, nazionale, e giocarsi le sei preferenze nei collegi. La frammentazione, questa volta, rischia di diventare un lusso che nessuno potrà più permettersi. Si rafforza così l’ipotesi di una lista unica dei moderati, dei riformisti e dei civici nel centrosinistra. Nel listone potrebbero confluire Casa Riformista-Italia Viva, il Progetto Civico di Alessandro Onorato, Più Europa — sia che alla guida resti Riccardo Magi, sia che prevalga Benedetto Della Vedova — il Psi di Enzo Maraio e, con ogni probabilità, anche Più Uno, il movimento guidato da Ernesto Maria Ruffini. Il progetto è ambizioso. Tanto che, negli interna corporis dei partiti coinvolti, sotto promessa di anonimato, circolano già stime comprese tra il 6 e il 7 per cento dei consensi. Dalla Sicilia, Ismaele La Vardera potrebbe conferire alla lista il proprio 12 per cento su scala regionale. Alessandro Onorato, intanto, è in crescita, anche sulle ali dei suggerimenti all’orecchio di Goffredo Bettini, incrollabile kingmaker della sinistra italiana.

Il rischio è che si presentino agli elettori, sempre più perplessi e astensionistici, forzose e confuse coalizioni imposte da una legge elettorale sbrigativamente e follemente orientata ad un pluralismo polarizzato. E questo autentico casino politico creerebbe stabilità e governabilità? Ma fatemi il piacere…

Ma, tra tanti galli, chi può fare il primus inter pares? Il rischio è di rivedere uno schema già noto: quello che portò al suicidio del Terzo polo. Molti protagonisti, molte ambizioni e una sola domanda destinata a far saltare il tavolo: chi comanda? L’idea renziana di individuare in una donna «l’uomo giusto» per capeggiare il progetto si sarebbe scontrata con l’indisponibilità di Silvia Salis, sindaca di Genova. Che, a quanto pare, interessata non è. Ecco allora emergere il nome di Gaetano Manfredi, l’apprezzato sindaco di Napoli, che gode di un consenso ampio anche fuori dalla propria città. Potrebbe essere lui il federatore, il nome in grado di unire, il portavoce dei moderati senza i quali — la constatazione di Lilli Gruber al Corriere è una sentenza di Cassazione — il centrosinistra è condannato a perdere? Alla commemorazione solenne per Emma Bonino, a Roma, i rappresentanti di quest’area si sono ritrovati per dare l’estremo saluto alla leader radicale scomparsa. E proprio lì, tra i presenti, il nome di Manfredi ha cominciato a circolare con insistenza. «Il nome che abbiamo indicato è quello di Gaetano Manfredi», conferma al Riformista uno dei massimi dirigenti del Partito socialista italiano. Da Più Europa, invece, non smentiscono che si stia lavorando in quella direzione.

Tutto basato sulle manovre al centro? Cosa ci capiranno gli elettori? I personalismi spazzano via i programmi, i leader vengono improvvisati, i piccoli partiti si prendono la rivincita, si vendicano della legge elettorale, la dribblano. La destra e la sinistra si troveranno al centro e là magari si daranno la mano.

A non saperne nulla, figuriamoci, è proprio Gaetano Manfredi. Dal suo staff fanno spallucce: «Gira il suo nome, ma è ancora presto», si limitano a dire. Per chi conosce i codici di questo alfabeto, la formula suona più affermativa che evasiva. Manfredi, già Ministro dell’Università nel governo Conte II, potrebbe unire i centristi nel centrosinistra grazie a un profilo difficilmente divisivo: uomo di cultura, ex rettore dell’Università Federico II di Napoli, esponente di estrazione civica e amministratore con una solida esperienza alle spalle.

Di lui si fidano Matteo Renzi e Giuseppe Conte, due leader che, a parte questo, non condividono praticamente nulla. La solidità, dunque, ci sarebbe tutta. Anche se l’incarico dovesse arrivargli a sua insaputa, Manfredi potrebbe portare a dama il rassemblement centrista. E spingere, anche negli altri schieramenti, moderati, riformisti ed europeisti a fare la stessa operazione: mettersi insieme, superare i personalismi e costruire una proposta unitaria. La legge elettorale, in fondo, sta facendo ciò che la politica non è mai riuscita a fare: obbligare i piccoli a diventare grandi. Resta da capire se, una volta riuniti, riusciranno anche a non ricominciare a litigare.

Non vedo alternative a quello che ho già definito casino, se non in un sistema elettorale proporzionale puro senza alcun sbarramento, che metta a nudo anche qualche residuo di idealità e valori in mezzo alla bagarre dialettica e rappresenti la politica com’è senza infingimenti e camuffamenti, lasciando alla Costituzione la bussola, al Parlamento l’ardua combinazione politica e di governo, al Presidente della Repubblica e alla Corte Costituzionale la garanzia del rispetto della democrazia.

Altro che premierato, altro che patti di coalizione scritti sulla sabbia, altro che preferenze col contagocce, altro che firme raggranellate alla rinfusa, altro che smanie populiste e velleità centriste, altro che leaderismo senza leader, altro che galli, galletti e galline, altro che derive referendarie, altro che liste bloccate, altro che premi di maggioranza, altro che presidenzialismo…