Già dalla scelta dei paramenti, indossati per presentarsi al mondo dalla Loggia di San Pietro, era evidente a tutti che Leone XIV stesse lanciando da subito un messaggio di discontinuità con il suo predecessore: il ritorno della croce d’oro (con stola, mozzetta e rocchetto) in contrasto con il minimalismo e la croce d’argento di Francesco. L’argentino Bergoglio, che voleva “una Chiesa povera per i poveri”, era molto preoccupato dai conti della Santa Sede, tanto da chiedere numerosi “sacrifici” a chi in Vaticano guadagnava di più. La cancellazione del taglio degli stipendi dei cardinali, adottato da Papa Francesco in piena emergenza Covid, è solo l’ultima mossa dello statunitense Prevost. Un Pontefice che oggi sarebbe anche più sereno grazie ai segnali di ritorno del sostegno dei ricchi donatori americani, che potrebbero dare un grosso contributo.
La richiesta di sacrifici in Vaticano è stata un punto centrale del pontificato di Francesco. Nel marzo del 2023 decise che tutti dovevano pagare l’affitto dei loro appartamenti. Per cardinali, capi-dicastero, presidenti, segretari, sottosegretari, dirigenti ed equiparati niente più abitazioni gratis o “a condizioni di particolare favore”. Francesco, venne comunicato, “ha manifestato la necessità che tutti facciano un sacrificio straordinario per destinare maggiori risorse alla missione della Santa Sede, anche incrementando i ricavi della gestione del patrimonio immobiliare”. E non finisce qui. Nell’ottobre del 2024 il Papa dispone nuovi tagli mettendo di nuovo mano alla busta paga delle porpore che lavorano in Curia. Venne “sospesa l’erogazione della ‘Gratifica per la Segreteria‘ e della ‘Indennità di Ufficio’ fino a quel momento riconosciute tra gli emolumenti mensili”. Voci che si aggiravano intorno a 500 euro ciascuna.
L’approccio di Papa Prevost è, invece, diametralmente opposto. Appena eletto, per tenersi buona la curia, ripristina l’elargizione in busta paga della gratifica di 500 euro (soppressa da Bergoglio per destinare l’intera cifra ai poveri). E oggi, nel giorno del suo compleanno, è lui a fare un regalo ai porporati: i loro stipendi risaliranno del 10%. Dietro a queste mosse, oltre al tentativo di migliorare il clima dentro le mura vaticane, vi potrebbe essere anche una minore preoccupazione di Leone XIV sullo stato dei conti. Già nel 2024, con i tagli di Francesco, si era registrata una significativa riduzione del disavanzo, ma il deficit strutturale è ancora consistente.
La serenità del primo Papa statunitense potrebbe derivare, secondo quanto trapela, proprio dal ritorno dei donatori americani. Gli stessi che non vedevano di buon occhio il suo predecessore, ritenuto troppo riformatore ed esageratamente critico con il capitalismo. L’apporto (probabilmente non proprio disinteressato) della ricca Chiesa statunitense, delle organizzazioni e dei singoli donatori è ritenuto una possibile salvezza per i bilanci vaticani. Sono numerosi i segnali di un riavvicinamento tra Leone XIV e i grandi benefattori statunitensi: la Papal Foundation ha annunciato 25 nuove famiglie di donatori e oltre 15 milioni di dollari per 144 progetti, mentre nel 2026 il Papa ha intensificato gli incontri con grandi finanziatori americani. (“Il Fatto Quotidiano”)
Con la lunga citazione di cui sopra non intendo fare della demagogia e dell’allarmismo ecclesiali, ma non posso fare a meno di ricordare il seguente passo evangelico: “In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche” (Marco 6,8-9).
Mi sembra che lo stile del discepolo dovrebbe essere se non proprio quello della povertà assoluta almeno quello della sobrietà e gli indirizzi di papa Francesco andavano, peraltro molto ragionevolmente e moderatamente, in questa direzione. Non capisco quindi questa virata prevostiana: mi sembra una discreta buccia di banana su cui papa Leone è diplomaticamente scivolato a fin di bene (la buona armonia nella Curia e nella burocrazia vaticane), ma con discutibilissimo piglio pastorale (la sobrietà come optional) e in evidente contrasto con l’indirizzo impresso dal suo predecessore (Chiesa povera fino ad un certo punto…).
Non sfuggirà a papa Prevost come gli occhi critici di credenti e non credenti colgano con molta attenzione le contraddizioni tra il dire e il fare della Chiesa soprattutto ai vertici della sua gerarchia. Attenti quindi a non scandalizzare…
Non so se la finanza vaticana abbia o meno delle aspettative nei confronti della finanza americana: sarebbe un retroscena vergognoso rispetto alle sacrosante prese di distanza tra papa Leone e Donald Trump. Attenti ai piatti di lenticchie che rovinerebbero tutto… I problemi finanziari del Vaticano sono da sempre un punto scandalosamente debole: è vero che la Chiesa non vive d’aria e d’amore, ma nemmeno di porcherie speculative. Anche volendo prescindere dalle vergognose e clamorose punte finanziarie dell’iceberg vaticano, c’è di base uno stile evangelico da rispettare che viene prima di ogni preoccupazione economica ed amministrativa.
«La tentazione è quella di ridurre la carità ad organizzazione, che ci vuole, ma bisogna sempre partire dalla misericordia. Noi non siamo funzionari e l’altro è un cuore, un fratello e una sorella, non un utente. Ridurre la carità all’operatività non va bene, perché diventiamo sterili» (Matteo Zuppi, vescovo di Bologna e presidente della Cei)
