Sarò un testardo e accanito difensore delle proprie idee, sarò un presuntuoso ignorante sulle questioni dottrinarie, sarò pregiudizialmente portato alla critica verso gli atteggiamenti della gerarchia cattolica, ma non riesco a capire la posizione della Chiesa sul tema del cosiddetto suicidio assistito. Non sopporto il così poco costituzionale balletto legislativo fra regioni e parlamento, ma non accetto nemmeno il dogmatismo così poco evangelico.
«Non può sussistere un “diritto a morire”, ma piuttosto quello di essere sempre curati e assistiti, sempre accompagnati e mai lasciati soli». È chiara la posizione dei vescovi del Triveneto sul suicidio medicalmente assistito. Riuniti a Bibione, in provincia di Venezia, il 10 e 11 settembre, i presuli hanno approvato all’unanimità una dichiarazione comune sul fine vita, intervenendo direttamente nel dibattito aperto dalla scelta della Regione Veneto di approvare una legge che organizza il suicidio assistito attraverso le strutture del Servizio sanitario nazionale. (“Avvenire” – Tommaso Piccoli)
Posso essere d’accordo sul fatto che non si debba ritenere un diritto quello di ricorrere al suicidio, così come per il ricorso all’aborto e al divorzio. È giusto partire dai valori esistenziali che vengono prima dei diritti civili: la vita e la famiglia rappresentano questi irrinunciabili valori.
La contrarietà al suicidio assistito non equivale, precisano inoltre, alla richiesta di prolungare a ogni costo la vita. «La Chiesa, sempre attenta alle sofferenze umane dell’anima e del corpo, rigetta ogni forma di accanimento terapeutico, ascolta la voce dei poveri e dei fragili». L’invito è piuttosto a ripensare le questioni del fine vita «al di fuori di ogni prospettiva ideologica», affrontandole «con empatia e desiderio di sincero dialogo». (ancora “Avvenire” – Tommaso Piccoli)
Giustissimo evitare di incartarsi in prospettive ideologiche, ma c’è quindi una contraddizione: alla forzatura dei diritti non si può e non si deve rispondere con l’intransigenza dogmatica. In mezzo a questa contrapposizione manichea c’è chi soccombe alla sofferenza.
Se un soggetto in buona fede e con motivi plausibili non ce la fa più a vivere il proprio matrimonio, se una donna non si sente sinceramente in grado di affrontare una maternità, se una persona gravemente malata non riesce più a sopportare le sofferenze, quale deve essere l’atteggiamento della comunità sia di quella civile che di quella ecclesiale. Aiuto, comprensione, sostegno, ma anche rispetto per le situazioni senza via d’uscita: non si tratta di sbandierare diritti, ma di offrire attenzione per le scelte personali quali reazioni a stati di sofferenza umanamente non sopportabili.
Come posso condannare una coppia a vivere un inferno di incompatibilità famigliare, come posso obbligare una donna alla maternità, come posso inchiodare un malato ad un letto e/o a una macchina? Non posso! Certo devo dare tutta la concreta solidarietà, ma se questa non basta…
La comunità cristiana deve essere in prima linea per aiutare questi soggetti così come le strutture pubbliche devono essere mobilitate al riguardo, ma purtroppo a estremi mali estremi rimedi. Dobbiamo aver l’umiltà di affrontare le situazioni disperate anche con la condivisione delle soluzioni umanamente possibili.
Io non sono favorevole a divorzio, aborto e suicidio assistito, ma sono più che disponibile a valutare le situazioni di estremo disagio che possono portare a scegliere di utilizzare questi strumenti, che vanno predisposti e gestiti nel migliore dei modi.
Se una famiglia non si regge più, è assurdo volerla tenere unita con lo scotch del divieto a divorziare; se una donna, magari sola nella sua gravidanza, non se la sente di essere madre, è inumano costringerla ad essere una pessima madre o a ricorrere all’aborto clandestino; se una persona gravemente e inguaribilmente malata non riesce a sopportare il proprio stato di sofferenza, è paradossale obbligarla a vivere.
Io la penso così non alla leggera, ma in base a considerazioni umane, culturali, religiose e soprattutto evangeliche. La politica faccia la sua parte, la Chiesa pure: la funzione politica non termina con una o più leggi, ma consiste nell’attivazione di una complessa strumentazione psicologica, sociale, sanitaria ed assistenziale; la dimensione religiosa non consiste soltanto nella difesa di sacrosanti principi, ma soprattutto nella carità che tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
