Da universitario mi divertivo a dissacrare paradossalmente le discipline oggetto dei miei studi, nutrendo poca stima nei confronti di tre categorie di esperti e mettendo in discussione le loro scienze: psicologi, sociologi ed economisti. Spero di non offendere o irritare nessuno perché di paradossi si tratta.
Gli psicologi hanno sempre ragione in quanto, per il dritto o per il rovescio, in un modo o nell’altro, in un senso o nel suo contrario, trovano sempre una spiegazione, piuttosto campata in aria, e nessuno è in grado di confutarla.
I sociologi, come detto più autorevolmente da altri, si dedicano, più o meno abilmente, alla elaborazione sistematica dell’ovvio, fanno una fotografia, più o meno nitida, della situazione.
Gli economisti elaborano teorie che si rivelano sempre e sistematicamente sbagliate: in parole povere non ci pigliano mai.
La storia recente consiglia di aggiornare la lista aggiungendovi i meteorologi e gli esperti di geopolitica.
I primi sbagliano sistematicamente le previsioni a breve, finendo col terrorizzare continuamente la gente ed innescando degli allerta a ripetizione, che spesso fortunatamente si rivelano infondati: gridano cioè al lupo col risultato che le persone non credono più al lupo o imparano a conviverci con gravissimi rischi. Quanto alle previsioni a medio e lungo termine chiudono la stalla ecologica quando i buoi sono scappati dopo aver combinato irrimediabili disastri. Alle rispettabili ed ascoltabili cassandre si contrappongono i tranquillizzanti e ingannevoli negazionisti. Col risultato di incoraggiare un fatalismo ed un menefreghismo di mera e superficiale sopravvivenza.
I fini dicitori di geopolitica si esercitano nell’arte del catastrofismo o comunque del pessimismo senza via d’uscita, proponendo soltanto gli indiscutibili tunnel in cui siamo infilati, ma senza offrire il benché minimo spiraglio di luce in fondo ad essi. Come già detto per i sociologi, si dedicano, più o meno abilmente, alla elaborazione sistematica dell’ovvio, fanno una fotografia, più o meno nitida, della situazione. E per noi rimane solo un sarcastico “va’ avanti ti c’am scapa da ríddor”… Non resta che accontentarsi almeno delle narrazioni più realistiche, oggettive e disincantate.
Questa lunga e farraginosa premessa per arrivare alle guerre in corso, soprattutto alla madre di tutte le insensatezze belliche, vale a dire la guerra contro l’Iran, che, chissà per quanto tempo, ci presenterà fontanili bellici in conseguenza di infiltrazioni guerrafondaie spacciate magari per irrigazioni di (quasi) pace.
L’opinione pubblica americana si chiede se, questa volta, l’uso della forza e il ritorno alla strategia delle sanzioni possano produrre risultati diversi. Ci si domanda inoltre se Trump, dopo il fallimento dell’operazione “Epic Fury” e il crollo della “pace provvisoria” sancita dal Memorandum, abbia un “piano C” per provare a trascinare il Paese fuori dal pantano mediorientale. Anche in questo caso, per ora, non ci sono risposte. Quello che negli Stati Uniti in pochi osano ammettere con chiarezza è proprio che il presidente si è infilato in un “cul de sac”. «Potremmo averla combinata davvero grossa andando in Iran», ha commentato Joe Rogan, un podcaster conservatore molto seguito dal popolo Maga. «I sostenitori di Israele – ha aggiunto – sono gli unici a pensare che sia stata una buona idea». (“Avvenire” – Angela Napoletano)
E allora cosa facciamo scattare? Il gioco dell’oca bellica? Cosa ci può riservare il futuro? E che ruolo spetta a noi poveri mortali? Sapremo almeno distinguere le magate dalle cazzate, le balle totali dalle mezze verità, i sogni dagli incubi, le disperazioni dalle aggressioni, i genicidi dalle legittime difese, etc. etc.?
Il ruolo del governo israeliano in questo contesto non è secondario. Secondo fonti della Cnn, il premier Benjamin Netanyahu «vorrebbe veramente partecipare ai raid Usa» contro l’Iran, proprio come ha fatto agli inizi della guerra, ma l’Amministrazione non vuole perché teme di perdere il controllo del conflitto. Sarebbero arrivate da Tel Aviv, inoltre, le informazioni di intelligence che segnalano l’esistenza di un nuovo piano messo a punto dal regime per far fuori Trump. Il tycoon, ieri, ha glissato sull’idea che si tratti di una strategia con cui Israele vuole influenzare le sue decisioni. Nelle ultime settimane i rapporti tra Trump e Netanyahu si sono incrinati proprio sull’opportunità di proseguire o meno la guerra contro l’Iran: il primo ha cercato una via d’uscita; il secondo ha fortemente sostenuto la necessità di continuarla. The Donald, ieri, si è limitato a sottolineare: «Sono nella lista iraniana delle persone da eliminare da molto tempo. Se dovesse succedere qualcosa, bisognerebbe bombardarli con una potenza mai vista, ho già lasciato istruzioni». (vedi sopra)
Si profila l’apocalisse più o meno nucleare: si salvi chi (non) può! Trump mette le mani avanti: una sorta di “muoia Khamenei junior con tutti gli iraniani”. Guai a smarcarsi da questo gioco al massacro, addirittura massima solidarietà a chi ci entra dalla porta secondaria, vale a dire i governanti occidentali, quelli della guerra sì, ma solo un pochettino. Non basterà a salvare il loro e il nostro culo. Un tempo l’Italia si sentiva al relativo riparo da rischi terroristici sulla base di politiche aperturiste verso i palestinesi e il mondo arabo nonché per l’ombrello vaticano ben più riparante di quello della Nato. L’attuale capacità di iniziativa politico-diplomatica italiana è tendente a zero. Non molto meglio quella europea, se togliamo quel po’di cinico protagonismo anglo-francese dovuto al possesso della bomba atomica. Quanto al Vaticano non ho ancora capito se stiamo dalla parte di papa Leone o di papa Donald. Non resta che fare amarissime riflessioni sul terrorismo di matrice islamica: da una parte sperare nella sua devitalizzazione e incapacità di reazione stragista, dall’altra giungere persino a rammaricarsi della sua impotenza rispetto allo “spadroneggiamento” globale dei compagni di merende. Rimane il pericolo dei terroristi sciolti, che però, come insegna la storia, sbagliano sempre l’obiettivo. Trump assomiglia soltanto nel pisciare a Lincoln e Kennedy… Per Giorgia Meloni non può valere una simile consolatoria metafora: è una donna di potere che imita i peggiori uomini di potere nel loro celodurismo e non corre nemmeno fisiologicamente il rischio di pisciare diplomaticamente alla De Gasperi e ancor meno alla Moro.
Il titolare della Casa Bianca ha annunciato anche che tra Washington e Teheran ci saranno ulteriori negoziati. «Ci ha chiesto di proseguire i colloqui. Abbiamo accettato di farlo, ma abbiamo chiarito, senza mezzi termini, che il cessate il fuoco è terminato». Axios ha anticipato (ma il regime ha smentito) che un nuovo giro di trattative potrebbe tenersi la prossima settimana in Svizzera. I mediatori del Qatar, ieri, sono volati a Teheran proprio per incoraggiare la ripresa del dialogo. Funzionerà? I bombardamenti Usa di mercoledì e giovedì sull’Iran (ieri non ce ne sono stati) e la retorica sulla fine della tregua di certo non conciliano il confronto che, pure, Trump sta cercando. C’è chi tra le dichiarazioni contraddittorie del tycoon legge il tentativo di parlare, contemporaneamente, alle due anime dell’intellighenzia iraniana spaccata tra gli oltranzisti della guerra al nemico (come i pasdaran) e i moderati in cerca di una soluzione alla crisi. La frattura è emersa con particolare evidenza durante le esequie dell’ex Guida suprema Ali Khamenei. I video circolati nei giorni delle cerimonie funebri hanno registrato contestazioni rivolte ai principali negoziatori: il presidente Masoud Pezeshkian è stato messo in salvo dalla scorta che lo ha sottratto alla furia della folla; il ministro degli Esteri Abbas Araghchi è stato insultato da un gruppo di persone che lo accusavano di arrendevolezza e colpito da una pietra lanciatagli contro al motto “morte a chi scende a compromessi”. (vedi sopra)
Siamo alle furbizie diplomatiche di un demente, il quale crede che tutto il mondo sia fatto di leccaculisti ad oltranza, disposti a restare suoi alleati nonostante tutto. Il brutto è che non ha nemmeno tutti i torti… Non siamo capaci nemmeno di scendere in piazza, perché non serve a nulla. E allora teniamoci le guerre. Ricordando, amaramente e provocatoriamente, un famoso proverbio: “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”, mio padre, tra il serio ed il faceto, diceva invece: “Chi è causa del suo mal pianga me stesso”. Ed infatti c’è molto di cui piangere sugli altri (americani in primis), ma anche su noi stessi!
