Una pistola per i pistola

Un bel filmetto giallo della serie “L’ispettore Derrick” si intitolava “L’assassino manda fiori”.

Ebbene Erdogan, premier turco, che, giustamente sul piano etico anche se un po’ avventatamente dal punto di vista diplomatico, Mario Draghi aveva definito a suo tempo un “dittatore”, creando parecchia tensione tra i due Paesi, alleati ed entrambi membri della NATO, non manda fiori ma revolver…

Nella citata occasione Draghi aveva detto che «con questi dittatori, chiamiamoli per quello che sono» bisogna trovare un equilibrio tra la franchezza del dissenso e la necessità di cooperazione: e in effetti è proprio ciò che è successo anche al recente vertice di Ankara.

Alla fine del vertice Nato, dedicato soprattutto al rafforzamento della difesa comune e all’impegno degli alleati ad aumentare le spese militari, il souvenir che nessuno si aspettava è diventato uno dei dettagli più discussi dell’intero summit. Recep Tayyip Erdogan ha infatti consegnato a ciascun capo di Stato e di governo un revolver personalizzato con il nome del destinatario, custodito in un elegante cofanetto rosso insieme a sei proiettili, a una dedica e perfino a un documento che ne autorizzava l’esportazione fuori dalla Turchia.

Già la scelta di farsi ospitare e coordinare da questo personaggio la dice lunga, poi è arrivato il dono emblematico…

Il più bello riguarda infatti le vergognose reazioni degli omaggiati a metà tra l’imbarazzo diplomatico(?), l’omertà politica, la complicità internazionale (Trump disse di partecipare al summit solo in omaggio all’ospitante Erdogan), l’indifferenza burocratica e il pragmatismo geo-politico.

 A rendere pubblica la vicenda è stato il primo ministro britannico Keir Starmer durante il volo di ritorno verso Londra. È stato lui a raccontare ai giornalisti il contenuto dell’insolito omaggio, spiegando di aver deciso di lasciare la pistola in Turchia perché introdurla nel Regno Unito sarebbe stato contrario alla normativa britannica. Con lui hanno fatto la stessa scelta anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier olandese Rob Jetten.

Per altri leader, invece, il problema si è posto solo una volta atterrati. Il premier belga Bart De Wever, secondo quanto riferito dal suo staff, non aveva nemmeno aperto il cofanetto durante il viaggio di ritorno. Scoperta la natura del regalo, ha immediatamente consegnato l’arma alla polizia aeroportuale perché venisse custodita in sicurezza seguendo le procedure previste. Lo stesso team ha dovuto gestire anche i doni destinati alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Von der Leyen ha ringraziato Erdogan per il gesto, ma ha già fatto sapere che il revolver sarà reso inutilizzabile e successivamente donato a un museo militare. Il premier canadese Mark Carney ha invece scelto una soluzione intermedia: ha portato con sé la pistola, lasciando però in Turchia le sei munizioni. Anche Pedro Sánchez ha riportato in Spagna l’arma, che è stata immediatamente consegnata alla Guardia Civil. Sarà disattivata, inventariata e conservata come oggetto di rappresentanza.

In Italia il revolver destinato a Giorgia Meloni è stato preso in carico dal personale della sicurezza della Presidenza del Consiglio. Una volta rientrato a Roma è stato denunciato, registrato e protocollato come bene dello Stato, secondo le procedure previste per tutti i doni ricevuti dal presidente del Consiglio. Le regole, introdotte nel 2007, impediscono infatti che i regali istituzionali diventino proprietà personale: vengono catalogati, custoditi e possono successivamente essere esposti o destinati ad altre finalità pubbliche.

L’intenzione di Erdogan appare piuttosto evidente. Il revolver – secondo diverse ricostruzioni un raro modello Gumusay 357 Magnum prodotto negli anni Novanta dall’azienda statale turca MKE – rappresenta un omaggio alla crescente industria bellica nazionale, uno dei settori su cui Ankara ha costruito negli ultimi anni una parte significativa della propria proiezione internazionale. La vicenda, tuttavia, ha suscitato più di un imbarazzo. Non soltanto per le complicazioni di sicurezza e di protocollo che hanno costretto gli staff dei leader a consultazioni improvvise, ma anche per il valore simbolico dell’oggetto. Angelo Bonelli, per Alleanza Verdi e Sinistra, ha parlato di «un’immagine plastica di una Nato che dice di garantire la pace e intanto distribuisce armi da fuoco come gadget tra capi di Stato», criticando inoltre la scelta del governo italiano di non rendere pubblica la vicenda. Al di là della polemica politica, resta un dato difficilmente contestabile: in un’Alleanza nata per garantire la sicurezza collettiva, e in un vertice dedicato a discutere di deterrenza, riarmo e nuovi equilibri geopolitici, il simbolo scelto per rappresentare l’amicizia tra i leader è stato un revolver inciso con il loro nome. Un gesto probabilmente pensato come vetrina dell’industria strategica turca, ma che finisce per raccontare, forse meglio di molti comunicati ufficiali, quanto il linguaggio delle armi sia ormai penetrato persino nella diplomazia dei doni. (“Avvenire” – Redazione)

A questo punto mia madre si chiederebbe: “Podral andär bén al mónd?». La risposta è nei fatti e nelle armi che costituiscono il leitmotiv della nostra cacofonica sinfonia politica.