Alla fine ci ha pensato il commissario europeo alla Coesione, Raffaele Fitto, a correre in aiuto di quegli Stati – tra cui l’Italia – che chiedevano maggiori risorse per affrontare la crisi energetica. Poche settimane fa la premier Giorgia Meloni aveva scritto a Palazzo Berlaymont per chiedere che le deroghe al Patto di stabilità già previste per la Difesa venissero estese anche al settore energia, messo a dura prova dal protrarsi della crisi in Medio Oriente e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Dopo settimane di trattative senza passi avanti, è stato Fitto, con una lettera indirizzata ai 27 Stati membri, a sbloccare l’impasse senza provocare strappi politici. Il commissario italiano – esponente di Fratelli d’Italia, lo stesso partito della premier – ha indicato agli Stati la possibilità di utilizzare i fondi di coesione per far fronte alle spese energetiche. È stata prevista una rimodulazione volontaria dei programmi, che ha liberato 35 miliardi di euro in tutta l’Ue, di cui sette miliardi per l’Italia: proprio da lì potrebbero arrivare le risorse richieste dal governo italiano. Nella lettera ai ministri Ue, Fitto richiama la necessità di garantire che i fondi europei già disponibili siano utilizzati pienamente e in tempo per sostenere le regioni e le comunità che ne hanno più bisogno, soprattutto nel contesto dell’attuale andamento dei prezzi dell’energia. Fitto sottolinea che questa tempestività è ancora più cruciale alla luce della recente comunicazione AccelerateEU – Energy Union, che chiede di aumentare con urgenza gli investimenti in energia pulita, resilienza industriale ed equità sociale, obiettivi centrali del Jtf-Fondo per la transizione giusta. Fitto ricorda inoltre che i fondi Jtf finanziati da NextGenerationEU devono essere impegnati entro il 31 dicembre 2026, altrimenti andranno persi. Per questo invita gli Stati ad accelerare l’attuazione, anche attraverso strumenti che consentano di anticipare i pagamenti o semplificare le procedure, e segnala la disponibilità della Commissione a valutare eventuali adeguamenti dei programmi. (“Avvenire” – Redazione romana)
Confesso di capire poco del ginepraio dei fondi europei: un’enorme valanga di denaro pubblico che non si sa di dove venga e dove vada a finire. Questa forse potrebbe essere la vera critica double face da rivolgere costruttivamente all’Unione europea. L’Italia attinge abbondantemente a questi fondi salvo utilizzarli poco e male.
Speriamo bene per la grande partita dei fondi relativi al PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), che l’Italia ha creato per rilanciare la propria economia dopo la crisi del Covid-19 e che funziona come un grande programma di investimenti finanziato dall’Unione Europea attraverso il progetto Next Generation EU. Non sono ammessi giochi di prestigio all’italiana.
Il tempo delle parole sta per finire. Tra un mese, il prossimo 30 giugno, dal Pnrr sarà tolto il velo delle asettiche percentuali. E resterà la nuda verità, nel bene e nel male. Verità di cui il Paese ha bisogno e diritto: a quattro settimane dal bivio finale, è infatti ai limiti dell’impossibile prevedere quali opere rischino il definanziamento, in che misura, per quale motivo, con quali concrete possibilità di “recupero”. Altrettanto difficile è poter dire oggi, con assoluta certezza, se le infrastrutture materiali, immateriali e sociali – tra queste nidi, ospedali di comunità, case della salute… – potranno camminare sulle proprie gambe. A riprova di un processo cui ha sempre fatto difetto la piena trasparenza. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)
La difficoltà di utilizzare al meglio i fondi europei non è questione che riguarda solo l’attuale governo, ma, più o meno, un grattacapo di tutti i governi che si sono succeduti nel tempo. Credo sia, fra l’altro, una delle pecche che ci rendono poco credibili a livello europeo assieme a burocrazia (la trave nell’occhio dell’Italia che cerca la pagliuzza in quello europeo), a mafia e corruzione (che comportano già di loro stesse sprechi e cattivo utilizzo delle risorse).
Mi pare di sentire gli appunti rivolti all’Italia in sede europea: volete altre risorse, ma se non siete capaci di utilizzare quelle che già avete, per non parlare di quelle sprecate o addirittura “rubate”? Non sono in grado di appurare come si comportino al riguardo gli altri Stati membri della Ue: comunque mal comune pieno disastro.
E allora ecco Raffaele Fitto, commissario europeo, che inventa l’acqua calda: per i problemi energetici potete utilizzare i fondi della coesione, un modo per spenderli nei tempi fissati ed a favore delle regioni e delle comunità più bisognose, rimodulando volontariamente i programmi previsti.
La Ue concede cioè soltanto un po’ di flessibilità sulle risorse già stanziate e concesse, lasciando inalterata la torta, ma concedendo la possibilità di mangiarla come si ritiene più opportuno o meglio di farla mangiare ai destinatari finali senza pericolo di fare indigestione e variando soltanto il menù.
In cosa consiste la novità fittiana: offrire più canali di utilizzo per le medesime risorse con la raccomandazione di rispettare i tempi e le modalità. La coperta, se era corta come riteneva Giorgia Meloni, rimane tale, con la sola possibilità, studiata da Fitto, di scegliere cosa scoprire.
Sotto sotto ci si può vedere una critica agli Stati membri, all’Italia in particolare, con la concessione di un dolcetto forse avvelenato, perché potrebbe scatenare reazioni scomposte, anche se comprensibili, da parte degli utilizzatori finali dei fondi di coesione, che si potrebbero vedere penalizzati o comunque costretti a riconsiderare i loro programmi magari già avviati.
Alla fine mi viene spontaneo il ricorso all’espressione “l’uovo di Colombo”, che si usa per indicare una soluzione geniale e risolutiva a un problema complesso, che appare talmente semplice e ovvia solo dopo essere stata scoperta. Complimenti a Raffaele Fitto che se l’è cavata bene, salvando la capra meloniana e i cavoli europei.
