Quelli che…votano a destra perché Almirante sparlava bene

«Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Giorgio Almirante, il mio pensiero va a una figura che ha segnato profondamente la storia della destra italiana. Di lui restano il carattere, la forza delle idee, l’amore per l’Italia e una concezione della politica vissuta con passione, dignità e rispetto»: lo scrive sui social la premier Meloni, sottolineando la continuità con lo storico segretario del Msi, continuità esibita dalla stessa fiamma tricolore orgogliosamente conservata nel simbolo di Fratelli d’Italia. «Un ricordo che continua a vivere nel percorso della destra italiana – prosegue il post – e nella memoria di una comunità politica che, ancora oggi, non si risparmia, per aggiungere il proprio pezzo di cammino, con coraggio e determinazione». (“Il Manifesto”)

Le parole nostalgiche di Giorgia Meloni si commentano da sé: evidentemente le baruffe interne al centro-destra preoccupano la leader di Fratelli d’Italia, che teme di perdere consensi neofascisti in favore di Salvini e Vannacci; forse questa emorragia potrebbe essere più numericamente e politicamente significativa di quanto si possa immaginare e allora meglio sfogliare l’album di famiglia per mettere tutti col cuore in pace.

Non è questione di imminente o immanente pericolo di ritorno al fascismo, perché questo è conclamato nei fatti governativi, ma è sintomo di debolezza culturale e ideologica. Quindi, tutto sommato, dovrebbe essere un dato di verità positiva che apre spiragli di cambiamento. Se Meloni sente l’esigenza di sviolinare Almirante, forse vuol dire che è alla frutta? I casi sono due: o gli italiani sono rimasti fascisti nel fondo delle loro mentalità e allora si spiegherebbe il fatto che Giorgia Meloni accarezzi a loro il pelo, oppure è Giorgia Meloni ad essere fascista e, soprattutto nei momenti di difficoltà, non riesce a nasconderlo, ma anzi lo ammette (quasi) apertamente e strumentalmente.

Certo che, in un clima da colpo di Stato globale (più fascismo di così si muore…), fare le pulci alla nostra premier fa un po’ sorridere.

A differenza dei “catilinari”, cioè congiurati che tramano nell’ombra, gli esecutori del colpo di Stato mondiale in atto agiscono alla luce del sole, anzi proclamano l’avvento di un ordine nuovo (l’“età dell’oro” di Trump, mentre Israele si auto-proclama, con Netanyahu, “più forte che mai”). Creano eventi di massimo impatto, come vertici pomposi e plateali, lanciano proclami di pace eterna, formano consigli di amministrazione privatistici della pace e della guerra, diffondono messaggi pesanti come pietre o vani come bolle di sapone dalle piattaforme digitali planetarie, contraddistinte da un’enigmatica X o dalla denominazione orwelliana di “verità” (Truth).

Nei colpi di Stato tradizionali, tra le prime misure adottate dalle varie giunte che si impadroniscono del potere c’è la sospensione della Costituzione e di tutte le garanzie a tutela dei diritti individuali. Qualcosa di analogo sta accadendo in ambito internazionale, con la sospensione – sia pure non dichiarata, ma attuata di fatto – del diritto internazionale, specie quello umanitario. I nuovi poteri dominanti concentrano la loro attenzione sulla dimensione direttamente esecutiva, senza preoccuparsi minimamente di qualunque fonte di legittimazione – per non parlare della conformità all’etica – al di fuori della nuda potenza. L’azione, spesso violenta, non tollera confutazione. Come abbiamo visto per la Russia in Ucraina, per gli Stati Uniti in Venezuela, in Iran – e, chissà, prossimamente a Cuba –, per Israele a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, i nuovi demiurghi globali si arrogano la facoltà di decidere se, come e quando utilizzare lo strumento militare, cambiare regimi con la coercizione esterna, deporre governanti, catturare o eliminare Presidenti. (“Avvenire” – Pasquale Ferrara)

Il fascismo, nelle forme e nei contenuti riveduti e scorretti dilaganti a livello planetario, ce l’abbiamo alla grande intorno e dentro casa: ci manca purtroppo la volontà di resistere e il ripiegare addirittura su una sorta di adesione per interposta anche se anacronistica persona (leggi Almirante), ci mette in ulteriore sconforto.

Come tutti i colpi di Stato, anche quello in atto in campo internazionale dovrà fare i conti con la resistenza interna, con la fermezza della non violenza, con la pazienza strategica di chi non intende assistere impotente alla liquidazione della politica internazionale per far posto ad un suo pessimo e deleterio surrogato, vale a dire il dominio o condominio incontrastato gli Stati fuorilegge. Il mondo non è in liquidazione. (ancora da “Avvenire” – Pasquale Ferrara)

Forse, a proposito di neofascismo meloniano, è il caso di buttarla sull’amara ironia: è quello che sta facendo Italia Viva con la sua campagna pubblicitaria.

«Quando c’era lei…», legge di sfuggita il pendolare affaccendato passando davanti a un cartellone pubblicitario. Si ferma interdetto in mezzo alla stazione, suscitando le imprecazioni di qualcuno. Sudore freddo. Lentamente torna indietro e continua a leggere: «…i treni arrivavano in ritardo». Sospiro di sollievo. Non era un manifesto neofascista, ma soltanto una pubblicità di Italia Viva per il 2 per mille. Circola ormai da giorni sui social e nelle stazioni ferroviarie di Roma e Milano e riprende i toni e i caratteri della propaganda del Ventennio, nonché il celebre slogan dei nostalgici «quando c’era lui» (Mussolini). La frase si conclude però sempre con una nota negativa, un riferimento ai presunti fallimenti del Governo: quando c’era Meloni «si pagavano più tasse, i treni arrivavano in ritardo, i giovani scappavano all’estero, la benzina e la spesa costavano di più, l’Italia era meno sicura». Segue un’esortazione a versare il due per mille al partito di Matteo Renzi. E non finisce qui, il leader di Iv ha anche condiviso su YouTube un video in stile cinegiornale di regime, che ripropone le stesse modalità delle pubblicità, ma in bianco e nero: «Nella solenne stagione in cui il governo del presidente Meloni celebrava i fasti della prosperità annunciata – declama la voce fuori campo, imitando il tono di Guido Notari, celebre annunciatore dell’istituto Luce -, le famiglie italiane assistevano al magnifico spettacolo della vita quotidiana, divenuta impresa eroica. Dai forza alle idee giuste». (“Avvenire” – Chiara Di Benedetto)