Conte non vuol pagare la mossa delle dimissioni

Per Giuseppe Conte, la direzione che ha preso la commissione d’indagine sul Covid ha più a che fare con le elezioni del 2027 che con l’accertamento di quanto accaduto. Perciò ieri l’ex premier ha inviato una lettera ai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, in cui chiede di essere sentito dall’organismo presieduto dal meloniano Marco Lisei. Il leader del M5s è pronto anche a dimettersi dalla Commissione, di cui è membro, con la garanzia però di essere reintegrato una volta resa la sua testimonianza. Conte infatti vuole partecipare attivamente alla relazione di minoranza della commissione, convinto ormai che la relazione di maggioranza rappresenterà un atto d’accusa a fini elettorali. «Non posso rimanere oltre ostaggio di una campagna denigratoria che, prima ancora che indirizzata a colpire la mia persona e il mio operato, svilisce le istituzioni parlamentari piegandole agli interessi di parte di coloro che, già durante l’emergenza pandemica, hanno dimostrato di avere a cuore la più becera e sterile propaganda piuttosto che l’interesse degli italiani», scrive Conte nella lettera a Fontana e La Russa. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Mi dispiace ma non esistono le dimissioni a termine, non è possibile dimettersi solo un pochettino, non si può fare un uso distorto delle dimissioni per rispondere magari ad un uso strumentale delle indagini. I casi sono due: o Giuseppe Conte ritiene che non esistano motivi seri alla base della discussione sul suo comportamento di Capo del Governo ai tempi del Covid e allora rimanga al suo posto all’interno della Commissione parlamentare d’indagine, oppure ritiene opportuno poter rispondere personalmente del suo operato all’interno della Commissione stessa e allora si dimetta punto e stop.

Quando è il momento bisogna saper fare un passo indietro, non fare sostanzialmente finta di dimettersi per poi tornare al proprio posto dopo avere testimoniato da indagato. Non è giustificabile un balletto pseudo-dimissionario per salvare la capra della propria onorabilità personale e i cavoli della partecipazione alla querelle politica.

Giuseppe Conte non ne sta uscendo bene anche perché non è ammesso tergiversare oltre tutto per chi proviene, bene o male, dalla storia di un movimento che ha fatto della correttezza politica un punto irrinunciabile: le accuse contro di lui non mi sembrano risibili, anche se risentono sicuramente del clima elettorale e sono di conseguenza strumentalizzate, ma, quando in molti spingono per abbattere la porta e andare a vedere cosa c’è al di là, l’unica giusta e opportuna mossa è quella di aprire improvvisamente la porta stessa per far cadere malamente i curiosi, lasciandoli magari con un palmo di naso.

Il mio non è un discorso di merito, ma di procedura e soprattutto di stile; dimettersi non è un’ammissione di colpa, ma un gesto di trasparenza riguardo ai fatti, di deferenza rispetto alla verità e di ossequio al mai troppo ricordato imperativo costituzionale “i cittadini che ricevono funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”.