Il niente teologico e pastorale piegato in carta pseudo-liturgica

La Fraternità, fondata da monsignor Marcel Lefebvre nel 1970, contesta da sempre l’impianto teologico e pastorale del Concilio Vaticano II, in particolare il dialogo ecumenico e interreligioso, la libertà religiosa e la riforma liturgica. Da parte sua, la Santa Sede, pur mantenendo negli anni diversi tentativi di dialogo, ha sempre indicato nella comunione con il successore di Pietro il criterio decisivo per ogni possibile piena riconciliazione. Ma ciò che davvero crea un solco difficilmente sanabile, in realtà, è la visione ecclesiologica lefebvriana, da cui deriva un approccio al mondo di sostanziale contrapposizione: è emerso chiaramente nell’omelia di oggi, nella quale Pagliarani ha usato l’immagine del leone che non arretra, che non si piega agli inganni del mondo, e della spada, per descrivere il tipo di atteggiamento che i nuovi vescovi dovranno avere nel loro ministero. Parole forti, contenute anche nella recente “Professione di fede cattolica” pubblicata dalla Fraternità. «I vostri nemici non vi affronteranno frontalmente», ha avvisato il superiore, che poi ha deprecato la visione, oggi troppo diffusa a suo parere, della “perfezione dell’uomo”, di questo “uomo magnifico”, una visione che genera un pericoloso antropocentrismo e porta a negare Dio. Un approccio agli antipodi rispetto a quello del Vaticano II, che non nega la centralità e la verità di Cristo, fondamento della vita della Chiesa, ma che cerca i segni della presenza di Dio ovunque essi si manifestino anche al di là dei confini visibili della comunità dei credenti.

Tornando all’ordinazione di stamattina, il precedente più diretto resta quello del 1988. Allora Lefebvre consacrò quattro vescovi senza il mandato di Giovanni Paolo II, provocando la dichiarazione della scomunica per lui, per il vescovo co-consacrante Antônio de Castro Mayer e per i quattro nuovi vescovi. Nel 2009 Benedetto XVI revocò la scomunica ai vescovi ancora in vita, in un gesto pensato per favorire il cammino verso la piena comunione, ma senza sanare automaticamente la posizione canonica della Fraternità. Ora, con la consacrazione dei quattro nuovi vescovi, la distanza torna ad allargarsi. La Santa Sede non ha ancora pubblicato un eventuale atto formale successivo alla celebrazione, ma il quadro canonico era stato definito in anticipo dal Dicastero per la dottrina della fede e ribadito dal Papa nel suo appello finale. Resta sullo sfondo la preoccupazione per i fedeli legati alla Fraternità, ai quali Leone XIV ha rivolto parole di riconoscimento per l’attaccamento alla vita liturgica e alla formazione sacerdotale, ma anche un monito chiaro: nessuna difesa della Tradizione può giustificare la rottura della comunione. (“Avvenire” – Matteo Liut)

Più il tempo passa e più devo ammettere di non aver capito i veri motivi di questa pantomima scismatica: le motivazioni addotte mi sembrano infatti inconsistenti e pretestuose. A Marcel Lefebvre e soci passati e presenti si è data e si sta dando troppa importanza. Tuttalpiù ci si dovrebbe chiedere il perché 720 sacerdoti, circa 700 chiese, e quasi mezzo milione di fedeli in tutto il mondo aderiscano a questo delirante movimento. Reazione a troppo modernismo? Semmai cattiva abitudine a troppa dottrina e poco Vangelo!

Nel libro degli Atti degli Apostoli, Gamaliele, autorevole maestro ebreo del I secolo appartenente alla corrente dei farisei, noto dottore della Legge e membro del Sinedrio, pronuncia un saggio discorso per fermare l’esecuzione di Pietro e degli altri apostoli arrestati. Suggerisce di lasciarli andare, argomentando che se la loro predicazione fosse stata solo un’opera umana si sarebbe dissolta da sola, mentre se proveniva da Dio, opporvisi sarebbe stato inutile e pericoloso. Il suo consiglio convinse il Sinedrio a liberarli (Atti 5,34-39).

Mi sembra l’atteggiamento giusto da adottare nei confronti del lefebvriani: se saran rose fioriranno…Lasciamo perdere scomuniche e robe del genere, perché in un certo senso significa mettersi sullo stesso piano, vittimizzare gli esponenti di questa Fraternità, che oserei definire teologicamente inesistente, pastoralmente negativa e forzatamente motivata dal rispetto rigoroso della Tradizione.

Per Papa Francesco la Tradizione era un elemento vitale e in continua evoluzione, non un pezzo da museo. Il Pontefice la definiva come la “garanzia del futuro”, opponendosi fermamente all’indietrismo – ovvero il rifugiarsi passivamente nel passato – e promuovendo invece una fedeltà creativa al Vangelo.

Alla nascita del movimento tradizionalista ricordo di averlo bollato immediatamente parafrasando uno slogan pubblicitario: “quel pizzico di fascismo in più…”. Ero in cerca di motivazioni da affibbiare a quella ondata reazionaria. La trovai subito e un po’ maliziosamente nell’acquiescenza religiosa alla politica, nel legare l’asino sacro al padrone profano. Mi accorgo, come di seguito, di essere in buona compagnia critica.

Le chiarificazioni dottrinali apportate nei dialoghi intercorsi sono state considerate nulle o insufficienti. Non è però questa la motivazione plausibile dello scisma: com’è sempre avvenuto nella storia della Chiesa le divisioni riflettono ambizioni personali, non prive di presunzione e arroganza, e hanno per lo più un carattere politico e non religioso. Porto a riprova di questo una testimonianza diretta, risalente ad alcuni anni fa: ero a Parigi per un soggiorno di studi e di ricerca, e mi ero recato una domenica, dopo aver celebrato l’eucaristia con la comunità religiosa che mi ospitava, alla Chiesa di Saint Nicolas du Chardonnet per rendermi conto di persona della liturgia là celebrata dai tradizionalisti legati a Lefebvre. La celebrazione si svolgeva in latino e tanti erano i presenti, specialmente giovani. Il Vangelo fu letto in francese e l’omelia tenuta in quella lingua. Il passo evangelico riportava le parole di Gesù: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 33).  La riflessione proposta dal celebrante fu questa: «Cercare la giustizia significa dare a ciascuno il suo, cioè rispettare l’ordine costituito. Chi rispetta l’ordine costituito e mantiene lo status quo consegnatoci dalla Tradizione riceverà in aggiunta tutti i doni del Signore». La conclusione fu accolta da un generale silenzio-assenso e la celebrazione proseguì come se fosse stata riaffermata la verità più evidente del mondo. Mi fu chiaro, allora, come alla base del movimento tradizionalista vi fosse una motivazione politica, più che religiosa o spirituale. (“Avvenire” – Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto)

La netta rinnovata contrapposizione di questi ansiosi aspiranti scismatici rispetto all’azione del papato, ad esempio, può essere messa provocatoriamente in connessione con il recente dibattito culturale e politico seguito alla proposta della rivista “L’Espresso” di candidare papa Leone al Premio Nobel per la Pace. Luciana Castellina, storica dirigente della sinistra italiana, ha espresso il proprio sostegno a questa candidatura. In un contesto in cui la politica internazionale è segnata da forti tensioni, la Castellina ha difeso l’idea, sottolineando come un’onorificenza papale per la pace avrebbe senso. Chi sta dalla parte dei poveri e delle vittime della guerra, c’è poco da fare, non piace a un certo cattolicesimo “di merda”, si chiami Trump, Vance, Lefebvre o Vattelapesca.

La messa in latino? Ma fatemi piacere…è una scusa bella e buona… E se la celebrino e se la cantino! Non perdiamo tempo con le cazzate lefebvriane. Il Vangelo è una cosa troppo seria per essere discussa con questi ridicoli ma purtroppo iconici scismatici. Ma per carità niente scomuniche, niente cazzate di ritorno. Anche perché, se ci mettiamo su questo piano, non ne usciamo vivi. E poi che la diatriba con i lefebvriani non diventi un modo per distrarre la Chiesa cattolica dai veri problemi in cui deve essere immersa; potrebbe finire col provocare paradossalmente un moto istintivo di simpatia per la Fraternità Sacerdotale San Pio X.