Una volta arrivarono due impostori: si fecero passare per tessitori e sostennero di saper tessere la stoffa più bella che mai si potesse immaginare. Non solo i colori e il disegno erano straordinariamente belli, ma i vestiti che si facevano con quella stoffa avevano lo strano potere di diventare invisibili agli uomini che non erano all’altezza della loro carica e a quelli molto stupidi.
I truffatori finsero di lavorare sui tessuti, ovviamente inesistenti, ma nessuno osò denunciare la truffa in atto proprio per quel meccanismo che prevedeva che a non vedere i tessuti fossero gli incapaci e gli stupidi.
L’epilogo è noto: il re viene vestito con i vestiti inesistenti e sfila per la città nudo.
E così l’imperatore aprì il corteo sotto il bel baldacchino e la gente che era per strada o alla finestra diceva: «Che meraviglia i nuovi vestiti dell’imperatore! Che splendido strascico porta! Come gli stanno bene!».
Nessuno voleva far capire che non vedeva niente, perché altrimenti avrebbe dimostrato di essere stupido o di non essere all’altezza del suo incarico.
«Ma non ha niente addosso!» disse un bambino «Signore, sentite la voce dell’innocenza!» replicò il padre, e ognuno sussurrava all’altro quel che il bambino aveva detto. «Non ha niente addosso! C’è un bambino che dice che non ha niente addosso!». «Non ha proprio niente addosso!» gridava alla fine tutta la gente. E l’imperatore rabbrividì perché sapeva che avevano ragione, ma pensò: «Ormai devo restare fino alla fine». E così si raddrizzò ancora più fiero e i ciambellani lo seguirono reggendo lo strascico che non c’era.
Come non associare le figure allegoriche della fiaba di Andersen, ai protagonisti che circondano la regina Giorgia, priva di verifiche concrete sui suoi comportamenti, circondata da collaboratori e da operatori mediatici, che vivono in uno stato di soggezione gerarchica?
Ci hanno pensato i giovani a scoprire l’inganno, a gridare che la regina Giorgia è nuda: hanno partecipato in massa al referendum e hanno votato “no”. Sono i giovani delle piazze a favore di Gaza e del rifiuto della guerra: è scattata una molla, una sfida a cui non ci si potrà sottrarre.
Se devo essere sincero non sono interessato più di tanto all’acrobatica resipiscenza meloniana, alla rapida riconversione al giustizialismo a suo uso e consumo, alla resa dei conti tra i partiti di governo, allo sbrigativo, tardivo e perbenistico repulisti ministeriale, al ripiegamento fazioso sulla legge elettorale, nemmeno all’affannosa ricerca dell’ago della leadership nel pagliaio del centro-sinistra e della prospettiva di elezioni primarie miranti ad allargare il campo rendendolo ancor più rissoso e combattuto.
Sarà perché sono anziano e politicamente logoro, ma il ritorno in primo piano del rapporto tra giovani e politica mi incuriosisce e mi scuote anche perché è segno di una ritrovata vitalità sociale e di una rinnovata spinta alla partecipazione (intergenerazionale, interprofessionale, interculturale, interreligiosa) di cui i giovani possono essere la punta di diamante.
È anche per la partecipazione della società civile se, più che sulla separazione delle carriere, si è votato per quella dei poteri, una questione cruciale per la democrazia. Comunque la si pensi, il coinvolgimento di tante diverse componenti sociali, professionali, culturali è un segno di vitalità democratica. Per capitalizzare questo successo della democrazia – importante, ma fragile – è necessario insistere su una presenza attiva della società civile nelle scelte grandi e difficili che questo tempo pone alle nostre società. Perché ci sia democrazia è decisivo che la voce del popolo si faccia sentire il più possibile, ma questa voce parla sempre al plurale (si deve diffidare di chi pretende che il popolo parli con una voce sola, abbia un’unica volontà e possa essere rappresento da un solo leader o da un solo partito). Il confronto culturale e sociale è perciò premessa indispensabile anche di un autentico pluralismo politico, come ha insegnato Habermas. Contrariamente a quanto spesso si pensa, la democrazia non è fatta solo di libertà individuale e di elezioni regolari, ma passa attraverso la partecipazione più estesa possibile dei cittadini a corpi sociali – associazioni, sindacati, gruppi culturali, comunità religiose ecc. – cui fa riferimento l’art. 2 della Costituzione. (“Avvenire” – Agostino Giovagnoli)
Elly Schlein aveva dato a suo tempo qualche speranza nel senso delle aperture civili e sociali della politica (la sua elezione era così caratterizzata), ma purtroppo non ha carisma e personalità sufficienti e quindi è stata ributtata nella logica partitica e correntizia. Ritorno ai giovani: se non sono attratti dai partiti, come si coinvolgono? Sono la vera novità che lascia sperare. Ci vorrebbe un personaggio carismatico che in questo momento non c’è: un Bob Kennedy per intenderci. Non dobbiamo deluderli, perché sono i più veloci a prendere le distanze. Ho sempre pensato e sperato che sarebbero stati loro a mandare a casa la Meloni, giovani universitari soprattutto.
La sinistra deve abbandonare le sue penose disquisizioni e buttarsi a capofitto verso le forti e pulite richieste di questi giovani, rispondendo alla loro sacrosanta indignazione. O così o il pomì dei soliti pateracchi. Non ho idea se le eventuali primarie del centro-sinistra per la scelta del candidato premier possano andare incontro a questa insofferenza giovanile. Temo di no. La figura più adatta a raccoglierne e portarne aventi le istanze sarebbe Maurizio Landini, partendo magari da una battaglia per la pace e per un giusto salario ai giovani: il cuore e il portafoglio che per una volta potrebbero andare d’accordo, un mix di programmazione riformatrice e di bagno costituzionale rigenerante. E se ci dovesse scappare qualche vetrina infranta, facciamo di tutto per evitarlo, ma non lasciamoci impressionare e condizionare dai predicatori dell’ordine. Preferisco prevenire e combattere il rischio del ricorso alla violenza tramite l’ascolto e il dialogo piuttosto che assistere passivamente al tentativo di vuotare il mare della protesta con il bicchiere della repressione.
