Lo spettro di una crisi politica vera e propria, nel day after referendario, nessuno intende evocarlo, né in maggioranza né nel Governo. Ma la vittoria del No ha lasciato un segno profondo. E, dopo i primi proclami di compattezza, in seno all’esecutivo è partito un “processo” interno sulle possibili responsabilità che avrebbero concorso alla sconfitta. Nessuno parla di repulisti, né tantomeno di un redde rationem in grande scala, ma par di capire che l’intenzione della presidente del Consiglio sia, nei limiti del politicamente possibile, di recidere tutte quelle situazioni che finora hanno reso la sua compagine di Governo meno credibile proprio sul vexato fronte della Giustizia. E così la giornata, apertasi inizialmente col Guardasigilli arroccato in difesa all’insegna del hic manebimus optime, si chiude con i primi scricchioli in via Arenula, seguiti da due dimissioni, quelle del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove e della capo di gabinetto del ministro, Giusi Bartolozzi. E inizia un braccio di ferro con la ministra Santanchè, che non vorrebbe dimettersi. (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)
Erano dimissioni dovute da quei dì, ora sono diventate “marce patocche”: si dirà meglio tardi che mai, io dico meglio mardi che tai. Il problema governativo evidenziato dal risultato referendario è ben più profondo e il malcontento della gente non si può placare tagliando qualche rametto secco o cespuglietto fastidioso e lasciando inalterate le radici e il tronco della pianta.
Sono convinto che Giorgia Meloni, letteralmente infuriata, starà mettendo un po’ tutti con le spalle al muro. In fin dei conti Nordio come ministro non è stata una sua opzione, la riforma della giustizia non era una sua priorità: il premierato è stato scambiato con la giustizia (vedi Forza Italia) e l’autonomia regionale rafforzata (vedi Lega). Certe cazzate come il Ponte sullo stretto non sono suoi pallini (vedi Matteo Salvini), certe pigrizie ministeriali non sono a lei ascrivibili (vedi Antonio Tajani il bello addormentato della politica estera), certi incidenti di percorso non la riguardano direttamente (tutti i giorni gliene combinano una…). Immaginando il suo piglio e il suo caratterino credo che a Palazzo Chigi voleranno gli stracci ed anche nel suo partito certi giochi di potere (La Russa-Santanchè) e certe incongruenze, inadeguatezze e strafottenze staranno venendo allo scoperto (dalle sbruffonate di Atreju all’ignobile attenzione ai nostalgici del neo-fascismo).
Fin qui le immaginabili e imbarazzanti sfuriate. L’unico gesto serio, responsabile e conseguenziale sarebbe presentarsi al Parlamento per chiedere una verifica sostanziale della fiducia. Giorgia Meloni ha continuato per quattro anni a puntare su un rapporto diretto col popolo, facendosi sempre e comunque scudo del voto elettorale favorevole. La ventilata riforma del premierato ha questa filosofia e allora quando il popolo dice “no” si dovrebbe ascoltarlo e andare a casa o almeno si dovrebbe ripiegare (si fa per dire) sulla repubblica parlamentare e quindi tornare in Parlamento per chiedere e decidere il da farsi.
Correttezza vorrebbe così. Se non lo fa la premier, lo faccia almeno il ministro Nordio. Mi si dirà che sarebbero comunque atti formali che non cambierebbero nulla e che paradossalmente potrebbero rafforzare il governo in un momento di grave debolezza. Forse per questo le opposizioni non chiedono le dimissioni e/o il relativo passaggio parlamentare.
Ero un giovane sprovveduto e facevo parte di un importante organo amministrativo presieduto da una collaudata funzionaria ministeriale, che piantava grane a tutto spiano sollevando questioni a mio giudizio marginali se non addirittura formali. Mi ricordo che ebbi l’ardire di osservare ad alta voce come si trattasse di questioni formali ed ebbi una lapidaria risposta: “Si ricordi che la forma è sostanza…”.
Il discorso potrebbe valere anche per il dopo-referendum: non ci si può limitare alle questioni marginali, ma occorrerebbe andare al sodo della forma-sostanza, facendo in modo che ognuno assuma le proprie responsabilità. La premier, previo confronto col presidente della Repubblica, si presenti in Parlamento mettendo sul piatto non tanto e non solo le dimissioni di sottosegretari e ministri, ma le sue. Stiamo a vedere cosa dirà il Parlamento. Si comporterà da Pirlamento o avrà un sussulto di dignità? Anche un rinnovato voto di fiducia potrebbe contenere qualche novità interessante (il cambio di qualche ministro?) e servire da verifica sugli sgangherati indirizzi governativi (una decisa scelta europeista ed una dignitosa presa di distanza dal trumpismo?). Le opposizioni battano il ferro intanto che è caldo e non giochino al tanto peggio tanto meglio, non si guardino l’ombelico, limitandosi ad incassare ed enfatizzare un risultato che alla lunga potrebbe rivelarsi illusorio se non profondamente ed adeguatamente considerato ed interpretato. Conte ha messo il turbo, Elly Schlein sembra Alice nel paese delle meraviglie, Dario Franceschini sta fiutando l’aria per un revival democristianeggiante, gli ex diessini pensano ad una improbabile riscossa, i cattolici democratici sono in cerca d’autore, Ernesto Maria Ruffini è sorpreso e spiazzato, Renzi in vena di smaccato protagonismo, Calenda tra color che son sospesi etc. etc.
I cittadini hanno votato no alla politica politicante, inconcludente e incoerente, oscillante tra il neo-fascismo e l’Aventino, tra guerra e pace, e sì alla Costituzione: ritorniamo lì e ripartiamo di lì. Alle beghe governative non facciano riscontro quelle dell’opposizione. Alle pulizie pasquali nella sfilacciata maggioranza non (cor)risponda l’affannosa ricerca del capo-pulitore nel campo più o meno allargato del centro-sinistra. Attenzione a non perdere una storica occasione…
