È ormai diventato terreno di scontro politico e istituzionale, il caso della famiglia nel bosco di Palmoli. Dopo le critiche della premier Giorgia Meloni alla decisione dei magistrati di allontanare la madre, Catherine Birmingham, dai suoi tre bambini e l’annuncio di un’ispezione del ministero della Giustizia, i vertici del Tribunale minorile dell’Aquila hanno difeso il proprio operato ribadendo, in una nota congiunta diffusa ieri, che ogni provvedimento «è adottato esclusivamente nell’interesse dei minori e non per posizioni ideologiche». (“Avvenire” – Viviana Daloiso)
Ho la netta impressione che del problema di questa famiglia non interessi in realtà niente a nessuno: l’importante è sputtanare i giudici (vedi referendum imminente), screditare i servizi sociali (vedi magari la privatizzazione di tali servizi: sanità docet), catturare l’audience televisiva (per guadagnarsi la pagnotta nel circo mediatico), dare spazio all’esercito dei professionisti in cerca di visibilità (la psicologia viene trasformata nel mestiere dei chiacchieroni a vanvera), fare della retorica su “Dio, patria e famiglia” (l’incipiente regime lo richiede).
E se la smettessimo!? Pensiamo proprio che i giudici del tribunale minorile siano dei sadici che si divertono a far soffrire i bambini e i loro genitori. Pensiamo che gli assistenti sociali siano soltanto degli “imbratta-agende” che passano sopra la testa delle famiglie da loro controllate? Pensiamo che i bambini siano proprietà privata dei loro genitori su cui scaricare furie ecologiche, passioni ambientaliste e ardite sperimentazioni educative?
E se lasciassimo che ognuno facesse il proprio mestiere nel rispetto reciproco di competenze e funzioni!? Avremmo tutti da guadagnare… L’impalcatura strumentale montata attorno a problemi delicati e sensibili crea solo confusione e incattivisce gli animi.
Sono d’accordo sul fatto che forse sarebbe stata opportuna maggiore prudenza all’inizio della vicenda educativa e giudiziaria. Ma chi mi garantisce che non esistessero e non esistano motivi gravi per intervenire anche a gamba tesa. Facciamo pertanto silenzio. Diano il buon esempio la premier e i ministri (i loro pronunciamenti e le loro iniziative fanno venire molti sospetti…) e a cascata tutti gli altri soggetti che (stra)parlano in continuazione.
Posso dirla grossa? Non mi dispiacerebbe che scattasse una sorta di censura su argomenti tanto delicati: la sarabanda televisiva che si scatena in continuazione non è informazione, ma spettacolarizzazione, dal momento che tutto fa spettacolo, anche i drammi famigliari sbattuti sul video. Ma chi procederebbe alla censura? Il gatto si morderebbe la coda e allora non resta che il senso di responsabilità, prima ancora il buonsenso, merce assai rara e che non si compra.
