Come sta reagendo il mondo alla guerra contro l’Iran con tutte le conseguenze, peraltro prevedibili, che si stanno verificando. È difficile capirlo anche perché chi ha scatenato questa guerra lancia ogni giorno messaggi diversi se non addirittura contraddittori.
Secondo gli esperti di comunicazione politica, l’unica regola della coppia Trump-Netanyahu è quella di non avere regole. Si punta al caos, cambiando di volta in volta il target della comunicazione: prima si indica il cambio di regime come fine, poi si incita la popolazione a ribellarsi, infine si chiede la collaborazione dei Paesi alleati (non avvisati in precedenza) nelle operazioni. Si usa un linguaggio spregevole nei confronti del nemico («Li stiamo massacrando» ha detto il presidente degli Stati Uniti) quasi non bastassero i disastri civili provocati dalla guerra. (“Avvenire” – Diego Motta)
Provo a tagliare grossolanamente il mondo in due parti: le pubbliche opinioni e le leadership internazionali. Cosa pensa e cosa ne dice la gente? Bisogna usare ancora l’accetta. Da una parte c’è chi aderisce acriticamente alla narrazione superficiale, prevalente e di comodo, quella che fa risalire tutte le colpe e tutti i mali al regime dispotico dell’Iran (prima ad Hamas). Dall’altra parte c’è chi non la beve da botte e non accetta la semplificazione anti-iraniana, ma finisce col ripiegare sul ragionamento che tutte le guerre, da che mondo è mondo, sono uguali e si basano su colossali fandonie che coprono la vera ed unica motivazione consistente nella ricerca del potere. Gli iraniani sono un male fastidioso, mentre Trump e Netanyahu rappresentano un male necessario.
La gente non prova nemmeno a protestare, tanto non serve a nulla; si spera che la bufera passi più in fretta possibile contenendo i danni nello spazio e nel tempo; vince la globalizzazione del qualunquismo; siamo indifferenti a tutto compresa la guerra.
Vengo alle leadership totalmente separate dalla gente: viaggiano sul loro binario morto. La loro nullità valoriale associata alla loro incapacità politico-diplomatica le porta inevitabilmente a stare dalla parte del più forte, a sopportarne i soprusi e finanche i genocidi spacciati come operazioni di pulizia.
Valga ad esempio il balletto macabro dei Paesi europei, che cercano in ordine sparso il modo più indolore per piegare il capo e uscire col minor danno possibile a livello d’immagine: spaccano penosamente il cappello in quattro al fine di trovare l’escamotage che consenta di partecipare alla guerra solo un pochettino.
Giorgia Meloni è ormai affezionata al ruolo di pescivendola nel barile; Emmanuel Macron a quello di Gian Burrasca nucleare; Keir Starmer a quello di fantino che tiene il piede in due staffe; Friedrich Merz a quello di perfetto doppiogiochista; Viktor Orbàn a quello di beccamorto di lusso. Resta lo spagnolo Pedro Sánchez che, dal momento che osa alzare il ditino per eccepire, viene immediatamente catalogato come un rompiscatole populista e demagogo.
E che dire del trio…lescandol? Ursula von der Kazzen, Roberta Mensola e Giorgia Cocomeri dimostrano l’ermafroditismo della politica politicante. Una peggio dell’altra! Ci si aspetterebbe che almeno le donne fossero sensibili alle brutalità della guerra. Macché, hanno ottenuto la parità, sì, quella dei difetti.
Così va il mondo, che ha i governanti e i governati che si merita, pensa ed assiste alle guerre senza battere ciglio e applaude il Papa (tanto per gradire).
