Il certificato di sana e robusta Costituzione

Colpo di scena. L’Ufficio del referendum della Corte di Cassazione ha ammesso il quesito referendario sulla separazione delle carriere presentato dal cosiddetto “Comitato dei 15 volenterosi”. A dare la notizia per prima è stata Conchita Sannino su Repubblica.

Gli ermellini quindi hanno ritenuto valido quello che elenca tutti gli articoli della Costituzione che verrebbero modificati qualora passasse anche nelle urne la riforma Nordio e sul quale erano state raccolte le 500 mila firme depositate il 28 gennaio a Piazza Cavour. Il testo è il seguente: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025, con la quale vengono modificati gli artt. 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma 1 e 110 comma 1 della Costituzione?».

Il quesito invece approvato il 18 novembre dalla Cassazione, dopo l’ammissione della richiesta referendaria dei partiti di maggioranza e minoranza, era il seguente: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?». Eppure era stato proprio il Tar lo scorso 28 gennaio, nel respingere il ricorso dei 15 volenterosi, a decretare che «il testo del quesito non è nella disponibilità dei promotori ma è direttamente fissato dalla legge. In questo senso, del resto, si è anche espresso l’Ufficio centrale per il referendum costituito presso la Corte di Cassazione» con l’ordinanza del 20 ottobre 2016. Ora che succede? (“Il dubbio” – Valentina Stella)

La storia in un modo o nell’altro si è sempre finora incaricata di difendere la Costituzione: si sono succeduti tentativi di riforma che hanno fatto regolarmente flop: la Costituzione non si tocca e chi la tocca muore!

Amo definirla come il più alto compromesso raggiungibile, oserei dire la perfetta sintesi fra i diversi pensieri in ambito democratico: cambiarla diventa quasi impossibile… Penso che questa sorte avversa capiterà anche al governo di centro-destra che la vorrebbe cambiare con l’introduzione del premierato (FdI), con il decentramento regionale rafforzato (Lega), con la riforma della giustizia (eredi berlusconiani).

Il premierato sta andando in cavalleria anche e soprattutto per merito della tenuta popolare, tacita ma fortissima, del presidente Mattarella, la velleitaria spinta al regionalismo sta implodendo sotto i colpi del nazionalismo, la separazione delle carriere dei magistrati sta diventando il baluardo governativo rispetto al fallimento totale di un subdolo cambio di regime.

Chi tenta quindi di togliere significato politico al referendum sulla giustizia mente sapendo di mentire.  Qualsiasi riforma costituzionale proveniente da un clima politico di parte è destinata a fallire a prescindere dai suoi contenuti.

La versione riveduta e corretta del quesito referendario può sembrare a prima vista pleonastica, mentre ha invece un grosso significato. Si mette in bella evidenza come sia in gioco la Carta Costituzionale con i suoi equilibri istituzionali e i suoi fondamenti democratici: è un castello meravigliosamente impostato e toccarne i punti fondamentali vuol dire farlo miseramente crollare. Sarebbe come voler restaurare la Gioconda di Leonardo Vinci cambiandone l’espressione enigmatica del volto.

Per cambiare seriamente la Costituzione è indispensabile ricreare pregiudizialmente il clima etico-politico in cui si è formata e ritrovare l’intelligenza e la lungimiranza di chi l’ha scritta: manovra a dir poco impossibile per i giorni nostri.

Non è con un colpo di mano di Giorgia Meloni e Carlo Nordio che si può riscrivere impunemente la storia. Diventa pertanto stucchevole discutere dei pro e dei contro rispetto alla peraltro confusa e pasticciata separazione delle carriere dei magistrati. Ci possono essere motivi a favore così come motivi contro, ma il discorso riguarda il complessivo metodo e merito del riformare la Costituzione.

Il “no” è quindi scritto non tanto in risposta al quesito, ma nella storia attuale della democrazia del nostro Paese in netto contrasto con quella ideata, pensata, elaborata e avviata dai padri costituenti. In questo delicato referendum c’è in ballo ben più di un prurito antigiustizialista o di una difesa dell’assetto giudiziario, c’è in filigrana il dettato costituzionale e la presuntuosa smania di cambiarlo che grida vendetta al cospetto di Dio e degli uomini.

Il governo intende sbrigare la pratica nel più breve tempo possibile, mantenendo prepotentemente intatti i tempi dell’andata alle urne, giocando sull’ignoranza storico-culturale dei cittadini, che invece sapranno (almeno lo spero vivamente) direttamente o indirettamente portare allo scoperto il gioco antidemocratico che sottende alla pericolosa riformetta in questione.

Se non sarà così, prepariamoci ad una sorta di subdola catastrofe democratica, al tacito inizio della fine del nostro sistema, all’inquietante innesco di un nuovo regime, che potrebbe assomigliare tanto a quello fascista. Gli italiani hanno una enorme responsabilità sulle loro deboli spalle.

Il dibattito politico in corso non li porta ad andare al sodo della questione, ma li circuisce e li fuorvia. Bene hanno fatto i “volenterosi” ha riportate in primo piano la Costituzione e quindi ad indurre gli elettori a prendere in considerazione il significato profondo di questa consultazione elettorale.

Ricordiamoci bene che chi di attacco alla Costituzione ferisce, di difesa della Costituzione perisce.