Si vis bellum para arma

Nel 2026 le società del settore difesa quotate sono pronte a registrare «solidi aumenti di fatturato e profitti», grazie all’evasione di «ordini arretrati record, in aumento di circa il 10% rispetto alla fine del 2024»: questa non è una visione ma la fotografia scattata dagli analisti di Bloomberg Intelligence sul settore alla luce della crisi Venezuelana e dei conflitti in corso.

Sono gli effetti delle tensioni geopolitiche e delle attuali politiche di riarmo. In particolare, il settore delle armi ha messo a segno dei significativi rialzi in Borsa. Secondo gli analisti di Morgan Stanley, l’azione militare degli Stati Uniti potrebbe «rafforzare la necessità per l’Europa di assumersi in futuro maggiori responsabilità per la propria sicurezza e autonomia strategica». Le principali società del settore quotate in Europa (Rheinmetall, Saab, Leonardo e Bae), secondo l’analisi di Bloomberg Intelligence, potranno addirittura superare i loro omologhi statunitensi grazie agli ordini per la difesa terrestre, aerei da combattimento e difesa aerea nell’ambito del tentativo dell’Europa di «ricostruire le proprie capacità interne in un ciclo di investimenti pluriennale, data la minaccia russa e il riorientamento degli Stati Uniti verso l’Asia-Pacifico e l’America Latina».

Nel dettaglio, solamente sul fronte dei blindati, secondo gli analisti, la spesa europea potrebbe lievitare di oltre 70 miliardi di dollari. Grazie alle stime sulle vendite per i prossimi anni le società europee sono destinate a «colmare il divario con quelle americane». I principali gruppi della difesa, inoltre, dopo aver subito una depressione dei tassi di crescita nel periodo 2021-2024, l’anno scorso hanno superato gli indici di mercato e ora sono pronte a beneficiare di una «domanda robusta che persisterà per tutto il decennio». Gli analisti, vedono dunque sul settore azionario un ampio margine di «apprezzamento e un ciclo rialzista strutturale, con crescita prevista anche nel caso di riduzione dei conflitti». (“Avvenire” – Elisa Campisi)

 

«Chi parla della pace spesso non è attendibile, perché il proliferare degli armamenti conduce in senso contrario. Sarebbe un’assurda contraddizione parlare di pace, negoziare la pace e, al tempo stesso, promuovere o permettere il commercio delle armi» (Papa Francesco ai diplomatici, 15 maggio 2014).

 

«Perché armi mortali sono vendute a coloro che pianificano di infliggere indicibili sofferenze a individui e intere società? Purtroppo la risposta, come tutti sappiamo, è semplicemente per denaro: denaro che è intriso di sangue, spesso del sangue innocente. Davanti a questo vergognoso e colpevole silenzio, è nostro dovere affrontare il problema e fermare il commercio di armi» (Papa Francesco, discorso all’Assemblea plenaria del Congresso degli Stati Uniti d’America).

 

«Lancio un appello a tutti quelli che usano ingiustamente le armi di questo mondo: deponete questi strumenti di morte. Armatevi piuttosto della giustizia, dell’amore e della misericordia, autentiche garanzie di pace» (Papa Francesco, viaggio in Centrafrica).

 

«Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia» (Papa Francesco, discorso del 04 febbraio 2017 ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”, promosso dal Movimento dei Focolari).

 

«La corsa agli armamenti non risolve né risolverà mai. Essa serve solo a cercare di ingannare coloro che reclamano maggiore sicurezza, come se oggi non sapessimo che le armi e la repressione violenta, invece di apportare soluzioni, creano nuovi e peggiori conflitti» (papa Francesco nella sua Esortazione “Evangelii Gaudium).

 

Non si potrà dire che papa Francesco non sia stato chiaro sulla totale incompatibilità evangelica del ricorso alle armi. Il “si vis pacem para bellum” è radicalmente contestato nella sua irrazionalità prima che nella sua immoralità. O si ha il coraggio di uscire dalla logica perversa delle armi o si finisce vittime della guerra a tutto spiano.

 

Il bilancio del ministero della Difesa per il 2026 è di circa 32 miliardi e 300 milioni di euro, con una crescita netta di 1,1 miliardi, il 3,5%, rispetto alle previsioni di spesa per il 2025. E nel triennio il maggior onere per il bilancio dello Stato è di oltre 3,5 miliardi. Per capire la spesa militare “pura”, si sottraggono però alcune voci come quelle relativi al lavoro dei Carabinieri sul territorio, e se ne aggiungono altre “esterne”. In particolare, fanno riflettere i numeri che provengono dal dicastero delle Imprese e del Made in Italy. Gli interventi in materia di difesa nazionale del ministero retto da Adolfo Urso valgono poco meno di 9,2 miliardi di euro, come dettagliato anche da Il Sole 24 Ore. In sostanza, un impegno economico paragonabile a quello profuso per tutto il resto dell’industria “non bellica”. Il “togli e metti” in ogni caso fa salire la spesa militare diretta per il 2026 – è ancora Milex a fare la sintesi – a 34 miliardi di euro, nuovo record storico.

Come detto però è solo l’inizio. Nel Documento programmatico di finanza pubblica l’Italia assume l’impegno, nel triennio 2026-2028, ad aumentare le spese per Difesa dal 2% al 2,5% del Pil, nell’ambito del percorso verso il 3,5% (più 1,5% in sicurezza) concordato con la Nato con scadenza 2035. Roma ha inoltre chiesto l’accesso ai prestiti Safe dell’Unione Europea per un totale di quasi 15 miliardi di euro. Ma sul riarmo le carte il Governo le girerà definitivamente solo tra qualche mese, quando diventerà ufficiale l’uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo. Da quel momento l’esecutivo potrà chiedere anche l’accesso alla clausola di salvaguardia europea, che consente di spendere in difesa sino all’1,5% del Pil (in quattro anni) in deroga al Patto di stabilità. Corrispondono a 33 miliardi di euro. (da “Avvenire” – Marco Iasevoli)

 

Mio Padre, nella sua semplicità, quando osservava l’enorme quantità di armi prodotta, rimaneva sconfortato e concludeva per un inevitabile inasprirsi dei conflitti al fine di poter smaltire queste scorte diversamente invendute ed inutilizzate. «S’in fan miga dil guéri, co’ nin fani ‘d tutti chi ilj ärmi lì?» si chiedeva desolatamente.