La speranza è un fiore delicato, con petali fragili in grado di aprirsi a volte solo nel silenzio. E il fiore della liberazione dalle carceri venezuelane è appena sbocciato per l’imprenditore Luigi Gasperin, mentre si attendono conferme ufficiali per altri due detenuti, Mario Burlò e Biagio Pilieri. Solo le prossime ore diranno se ciò accadrà pure per il cooperante Alberto Trentini e per altri nomi inclusi nella lista di 28 connazionali trattenuti per ragioni “politiche” dal regime di Caracas. Lo lasciano intendere fonti qualificate delle istituzioni italiane interpellate da Avvenire.
In Italia, la grancassa mediatica parte alle sei di sera, quando il New York Times e poi le agenzie iniziano a diffondere l’annuncio delle autorità venezuelane di voler liberare nelle ore seguenti «un numero importante» di prigionieri politici, fra cui diversi cittadini stranieri. A dichiararlo è il presidente del Parlamento venezuelano, Jorge Rodriguez, precisando tuttavia che i dettagli sull’identità e il numero delle persone liberate verranno comunicati in un secondo momento. Il presidente dell’Assemblea nazionale fa sapere che la decisione di scarcerare i prigionieri politici è «un gesto unilaterale per rafforzare la nostra incrollabile volontà di consolidare la pace nella Repubblica e la convivenza pacifica tra tutti». Una mano tesa alle richieste di Maria Corina Machado e delle forze di opposizione?
Nelle prigioni venezuelane si trova un numero molto alto di detenuti con presunte accuse di natura “politica”. Lo scorso anno sarebbero state oltre 1.600, poi diverse “scarcerazioni” collettive ne hanno sfoltito il numero. Fino a ieri alcune fonti, fra le Ong in difesa di diritti umani, ne contavano 902, fra cui 85 cittadini stranieri. Altre Ong, come Foro Penal, invece al 5 gennaio ne stimavano 806, senza precisare le nazionalità. Gli italiani detenuti nelle prigioni venezuelane – in base a quanto verificato e pubblicato mercoledì in esclusiva da Avvenire – sono in tutto 46. Di questi,18 sono accusati di crimini comuni mentre i restanti 28 sono stati arrestati dalle forze di sicurezza venezuelane sulla base di presunti reati “politici” o di accuse non precisate. (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)
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Lo sciopero della fame in carcere di Heba Muraisi è ormai più lungo di quello di Bobby Sands, che nel 1981 morì dopo 66 giorni consecutivi di digiuno in una cella di Long Kesh, alle porte di Belfast. Ieri la 31enne Muraisi, rinchiusa nella prigione di New Hall insieme ad altri attivisti di Palestine Action, ha superato quel tragico limite e le sue condizioni sono ormai disperate. Rispetto al dramma irlandese di 45 anni fa il contesto e le motivazioni sono diverse, ma la forma di lotta nonviolenta resta la stessa: un digiuno portato fino alle estreme conseguenze per denunciare ciò che i detenuti considerano un’ingiustizia. Il rifiuto totale del cibo è iniziato il 2 novembre scorso e ha coinvolto otto attivisti, tutti detenuti in custodia cautelare in attesa di giudizio per presunti atti di sabotaggio contro siti dell’industria militare israeliana, in particolare la compagnia Elbit Systems. Dopo queste incursioni il gruppo, che pratica disobbedienza civile e azioni dirette di disturbo, è stato etichettato come organizzazione terroristica. La protesta carceraria punta a denunciare la durata della detenzione preventiva, le restrizioni nei contatti con l’esterno, le limitazioni alla corrispondenza e, appunto, la classificazione dell’organizzazione come «terroristica» da parte del governo britannico.
La vicenda ha suscitato manifestazioni di solidarietà in diverse città britanniche ed europee, con appelli alla protezione della vita dei detenuti e a interventi urgenti da parte del governo. Si tratta del più grande sciopero della fame coordinato in carcere nell’ultimo mezzo secolo nel Regno Unito, dai tempi delle proteste carcerarie n Irlanda del Nord della primavera-estate del 1981, quando Bobby Sands e altri nove prigionieri repubblicani morirono in rapida successione dopo settimane di digiuno. Oggi, come allora, il carcere diventa il luogo simbolico in cui la protesta politica si misura con il limite estremo della sopravvivenza fisica. (“Avvenire” – Riccardo Michelucci)
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Scoppia la rabbia e dilaga la protesta di piazza in America dopo che un agente dell’Ice ha ucciso una donna sparandole mentre tentava di sfuggire in auto ai poliziotti in una manifestazione pro-immigrati a Minneapolis, a soli quattro isolati da dove cinque anni fa venne ucciso George Floyd.
All’indomani delle manifestazioni nella città del Minnesota e a New York, altri cortei sono previsti in varie città americane.
A Minneapolis ci sono già stati i primi tafferugli, con lanci di lacrimogeni e gas urticanti contro la folla vicino al Bishop Henry Whipple, l’edificio governativo federale a Fort Snelling. Le scuole sono state chiuse per motivi di sicurezza, mentre l’Fbi ha già scippato l’inchiesta alle autorità statali.
Il Paese intanto torna a dividersi, con Donald Trump e il suo governo a difendere l’agente scaricando ogni colpa sulla vittima, mentre i dem e le autorità locali ribaltano le accuse puntando il dito anche contro l’incendiaria repressione contro i migranti.
Si tratta del secondo incidente mortale da quando il tycoon ha lanciato le retate nelle principali città americane, tutte a guida dem, inviando la Guardia Nazionale e gli uomini dell’Ice, l’agenzia di oltre 20 mila persone preposta all’immigrazione. A settembre un agente aveva ucciso un immigrato irregolare a Chicago accusato di aver tentato di resistere al fermo guidando la propria auto contro il poliziotto. Ma le cronache sono piene di episodi controversi, abusi, maltrattamenti dell’Ice nella sua spietata caccia all’immigrato.
Renee Good, 37 anni, poetessa e madre di tre figli, è l’ultima vittima di un clima sempre più incandescente. Come mostrano diversi video shock, è stata colpita a bruciapelo mentre cercava di allontanarsi dagli agenti che si affollavano attorno al suo Suv, che secondo loro stava bloccando il passaggio in mezzo alla strada.
I filmati mostrano un agente Ice mascherato tentare di aprire la portiera dell’auto della donna prima che un altro agente, anche lui mascherato, sparasse tre volte contro la vettura. Il veicolo è poi uscito di controllo e si è schiantato contro auto ferme. Il corpo insanguinato della donna è stato visto accasciato nel Suv incidentato.
Un uomo che si è identificato come medico ha tentato di raggiungere la vittima, ma gli agenti gli hanno negato l’accesso mentre la folla gridava contro di loro. Il poliziotto che ha sparato è stato trasportato in ospedale con ferite lievi ed è stato successivamente dimesso.
Trump ha dettato subito la linea, sostenendo che l’agente ha agito “per autodifesa” contro una donna che “lo ha investito”. “Si è comportata in modo orribile”, ha detto al Nyt, accusando la “sinistra radicale” di “minacciare, aggredire e prendere di mira quotidianamente i nostri agenti delle forze dell’ordine e dell’Ice”. (Ansa.it)
Tre notizie, tre fatti apparentemente lontani, ma molto vicini nella loro inquietante contraddittorietà: l’opportunistica reazione democratica venezuelana ad un atto illegale internazionale; il carcere usato in democrazia per silenziare le proteste scomode; l’ordine poliziesco sbandierato per coprire il disordine politico.
Il blitz trumpiano in Venezuela ha paradossalmente innescato un rigurgito di umanità e libertà. Mentre si aprono le porte delle prigioni di un Paese autoritario come il Venezuela, restano chiuse quelle di un Paese democratico come la Gran Bretagna, che non dimostra alcuna comprensione e pietà per detenuti incarcerati per presunti atti illegali di protesta contro Israele e la sua politica anti-palestinese, sbrigativamente etichettati come terroristi.
E che dire del comportamento a dir poco disinvolto della polizia degli Usa, il Paese democratico per eccellenza, che indubbiamente risente del clima politico di insofferenza verso gli immigrati, rinfocolato dalle misure restrittive, repressive per non dire persecutorie e razziste introdotte da Donald Trump. Chi vuole esportare la democrazia non sa e non vuole impostarla e viverla nel proprio Paese.
Maduro viene processato dall’autorità giudiziaria statunitense mentre Netanyahu sfugge all’autorità della Corte Penale Internazionale. Il primo è accusato di associazione a delinquere per l’importazione di cocaina, possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi e associazione a delinquere per il possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi; nei confronti del secondo è stato emesso un mandato d’arresto per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Tutto sommato bisogna concludere come la democrazia sia considerata un’opinione e la giustizia uno strumento nelle mani di chi detiene il potere politico. Alla democrazia si sostituisce beffardamente la legge del più forte, che esercita la giustizia a proprio uso e consumo.
Maduro, Netanyahu, Trump, Putin, Xi Jinping: facce del regime-prisma antidemocratico vigente nel mondo, che sta a guardare e fa il tifo per l’uno o l’altro a seconda dei momenti e dei gusti.
