Contrordine. Niente invasione o operazione militare (per ora). Meglio aprire il portafoglio e ricorrere ai dollari. Resta il punto fermo: la Groenlandia è una “priorità per la sicurezza nazionale” a stelle e strisce. A ricacciare indietro l’opzione militare e a spingere in avanti la possibilità di un’acquisizione della regione artica è stato il segretario di Stato Marco Rubio con alti funzionari dell’amministrazione Trump, secondo quanto ha riferito il Wall Street Journal. Rubio ha chiarito ai parlamentari Usa che le minacce dell’amministrazione contro la Groenlandia non preannunciano un’invasione imminente e che l’obiettivo è quello di acquistare l’isola dalla Danimarca.
Quali sono dunque i contorni di una possibile futura azione Usa? Difficile cogliere la reale intenzione dell’Amministrazione Trump, accompagnata da dichiarazioni e prese di posizioni ondivaghe. Ieri la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, ha gelato gli alleati europei che, dopo la timida reazione dell’Unione Europea, si erano stretti intorno all’isola danese. “Donald Trump e il suo team stanno discutendo diverse opzione per perseguire questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l’utilizzo delle forze armate statunitensi è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo”, ha sentenziato.
Poche ore prima i principali leader europei, da Macron a Meloni, da Merz a Starmer, avevano preso posizione respingendo le mire degli Stati Uniti nel timore che, dopo il Venezuela, Donald Trump decida di usare la forza anche per prendere il paese artico. “Il Regno di Danimarca, compresa la Groenlandia, fa parte della Nato. La sicurezza nell’Artico deve quindi essere garantita collettivamente, in collaborazione con gli alleati della Nato, compresi gli Stati Uniti”, hanno scritto i leader europei. Da registrare il successivo smarcamento di Londra: il presidente americano è un alleato affidabile, “non una minaccia per l’Europa”, ha recitato un portavoce del premier britannico Keir Starmer. Usa e Regno Unito sono i due “più stretti alleati” al mondo da decenni, ha chiosato. (“Avvenire” – Luca Miele)
È più accettabile un’invasione o un’acquisizione? L’invasione è un fatto violento e unilaterale che tuttavia si presta almeno ad essere arginato pena lo scatenamento di una guerra; l’acquisizione è un fatto contrattuale che presuppone una contropartita, ma che colloca i rapporti internazionali in una logica mercatale che passa, a dir poco, sulla testa della popolazione costretta a cambiare “padrone”. In fin dei conti sono due logiche non troppo diverse e ugualmente e vergognosamente inaccettabili. Discorsi simili non si dovrebbero nemmeno accennare e invece stanno diventando la regola: i governanti sembrano convinti o rassegnati. Convinto nella sua incredibile arroganza è Donald Trump; rassegnati nel loro ipocrita opportunismo i capi di governo europei.
C’è addirittura chi è doppiamente ipocrita: il premier britannico! C’era da aspettarselo, la Gran Bretagna non riesce a liberarsi minimamente del cordone ombelicale pseudo-democratico che la lega agli Usa: quando gli americani hanno il raffreddore agli inglesi duole il capo e viceversa. Se qualcuno, come il sottoscritto, pensava timidamente ad una reazione orgogliosa dell’Europa a fronte dell’aggressività trumpiana, è servito. La dichiarazione inglese di inossidabile e pregiudiziale alleanza con gli Usa tarpa le ali sul nascere a qualsiasi velleità di nuova strategia europea e fa indubbiamente gioco al cerchiobottismo dell’Italia meloniana. Negli ultimi tempi sembrava che la nuova dirigenza laburista potesse riavvicinare in qualche modo la Gran Bretagna al solco europeo dopo lo strappo della Brexit: è arrivata una doccia gelata. Trump può stare sereno, può continuare tranquillamente a prendere in giro gli europei: avrà uno Starmer fedele a prova di Groenlandia e una Meloni pronta a volteggiargli intorno.
