Bellico costo, Europa mia non ti conosco

Nelle analisi degli esperti di geopolitica, al fine di ridare un minimo di senso ad un mondo che vive nel disordine totale apparentemente senza via d’uscita, si chiede con insistenza all’Europa di battere un colpo in linea con le sue origini e con la sua storia: solo l’Europa può salvare il mondo dal disastro!

Massimo Cacciari parte nelle sue riflessioni dai padri fondatori, Adenauer, Schumann e De Gasperi, per impostare un impietoso parallelismo con i leader (?) attuali dei Paesi promotori dell’Unione europea, vale a dire Germania, Francia e Italia (Mertz, Macron e Meloni), espressioni peraltro della più totale crisi politica ed economica che li sta caratterizzando.

Partiamo dalla politica. La socialdemocrazia è ridotta al lumicino proprio nella sua sede storica, vale a dire la Germania, mentre la sinistra in Italia latita nelle sue divisioni e incertezze e in Francia rimane al palo del suo radicalismo; la destra più o meno estremista, nazionalista e populista avanza in Germania (il 29% degli elettori voterebbe per Afd), in Francia (il Rassemblement nationale di Marine Le Pen raccoglie ben oltre il 30% dei voti) e in Italia (la destra è saldamente al governo col volto buono di Giorgia Meloni); i partiti di Merz e Macron (Democratici cristiani e Renaissance) si stanno sciogliendo come neve al sole, sono al loro limite quantitativo e qualitativo; i liberali non esistono più (si pensi a Tajani…); i Verdi non superano il 10% in Germania loro sede storica e altrove sono diventati piuttosto velleitari ed insignificanti.

Veniamo alla delicata ed emblematica problematica migratoria. Germania e Italia vanno a gara nel puntare su una politica di mero e miope contenimento del fenomeno.

Il partito del cancelliere Friedrich Merz sta cercando di capire come far convivere scelte e decisioni a dir poco conservatrici con i principi cristiani e democratici su cui si fonda il suo partito, che continua a sostenere a spada tratta la politica dei confini chiusi, dei controlli alle frontiere, dei respingimenti e delle espulsioni di rifugiati e richiedenti asilo, il cui numero è stato dimezzato in meno di un anno. Misure e provvedimenti sostenuti anche dai partner di governo della Spd. «Dobbiamo limitare il numero di migranti che vengono in Germania a sfruttare il welfare tedesco», non lo ha detto un rappresentante della destra populista, bensì la ministra del Lavoro e delle politiche sociali, la socialdemocratica Bärbel Bas. (“Avvenire” – Vincenzo Savignano, Berlino)

In Italia si sta addirittura teorizzando e praticando la cosiddetta “remigrazione”, vale a dire un eufemismo per indicare l’espulsione forzata, il rimpatrio o la deportazione di massa degli immigrati. Si continua al riguardo lo sciagurato indecente patto con la Libia (per la verità ideato e promosso dalla sinistra allora al governo) e si insiste, in modo dissennato oltre che disumano e legalmente assai discutibile, con i centri per migranti in Albania, strutture istituite tramite un protocollo d’intesa tra Roma e Tirana, gestite dalle autorità italiane per l’identificazione, la prima accoglienza e il trattenimento di alcune categorie di persone soccorse nel Mediterraneo o già in attesa di rimpatrio.

La politica migratoria francese combina un modello storico di accoglienza e asilo con norme sul soggiorno e sull’integrazione sempre più rigorose. Il sistema è incentrato su un maggiore e sbrigativo controllo dell’immigrazione irregolare, sull’accelerazione dei rimpatri e su una regolamentazione più selettiva dell’ingresso per motivi lavorativi.

In poche parole i più importanti Paesi della Ue si limitano a creare illusorie barriere contro gli immigrati, evitando di affrontare una seria, razionale ed umana politica di accoglienza, inserimento e integrazione: un’Europa chiusa in se stessa ed irriconoscibile rispetto al “sogno” di padri ideatori e fondatori.

E veniamo al discorso del riarmo a scapito del welfare già di per se stesso in difficoltà per mancanza di risorse dovuta alle ristrettezze di bilancio.

Un riarmo a trazione nazionale, se non addirittura nazionalista, porta dritto a un’Europa di superpotenze. Un’Europa dove chi spende di più conta di più e chi conta di più, specie quando il vento sovranista soffia forte, può decidere di archiviare definitivamente il sogno federalista. Non si tratta di sofismi, ma di una prospettiva concreta, basata sui numeri, come dimostra il rapporto di Archivio disarmo “Europa: quale difesa?”, presentato alla Camera e commissionato da Marco Tarquinio, già direttore di Avvenire e deputato europeo eletto come indipendente nel Pd. (“Avvenire” – Matteo Marcelli)

Per il tema del riarmo si procede sulla base della narrazione secondo la quale sia imprescindibilmente necessario investire in armi per difendersi dagli incombenti pericoli di guerra alle nostre porte o per, come si dice oggi, rispondere ad un’esigenza di “deterrenza bellica”, una versione aggiornata del “vis pacem para bellum” di infausta memoria.

Non si vede nessun aggressore pronto ad invadere l’Europa; se si fa riferimento alla Russia si sappia poi che il potenziale bellico europeo è ben più consistente di quello russo e quindi non avrebbe senso implementarlo se non per fare un regalo ai produttori e commercianti di armi.

Anche volendo accettare a denti stretti il discorso della implementazione della difesa, questa dovrebbe avvenire pragmaticamente a livello europeo con il varo di un esercito comune e con la concomitante razionalizzazione delle spese a livello nazionale.

Si tratta del dente dolente dove batte la lingua di chi vorrebbe l’Europa protagonista politica e diplomatica nella ricerca di equilibri di pace. La Germania funziona da Paese trainante in ben altra direzione. La difesa, la deterrenza e tutti questi discorsi stanno in poco posto. La vera se non unica ragione dell’imperativo riarmista sta nel sostegno all’economia in grave difficoltà, soprattutto in Germania, e quindi nella deriva verso una irreversibile economia di guerra.

Il freno al debito, nella Costituzione tedesca, esiste ancora, ma non per il riarmo. In base ad una legge, approvata dal governo conservatore-socialdemocratico e sostenuta anche dai Verdi, a tutte le spese dello Stato federale destinate alla Difesa, che superano l’1% del Pil, non sarà applicato il freno. Insomma, oggi in Germania, chi investe in armi fa affari e profitti sicuri. Ecco perché i grandi colossi dell’auto, come Volkswagen e Mercedes Benz, d’accordo con i sindacati, per salvare migliaia di posti di lavoro, sono pronti a mettere a disposizione i propri impianti per produrre carri armati, munizioni e componenti del sistema antimissilistico israeliano Iron Dome. Anche aziende della componentistica auto e di macchinari industriali si stanno lanciando nella corsa al riarmo. Per non parlare delle start-up, pronte a investire nelle nuove tecnologie per creare armi sempre più sofisticate. Per il riarmo la Germania non sta badando a spese: dal 2022, il ministero della Difesa ha firmato contratti per armamenti per un valore di 207 miliardi. La cifra è destinata ad aumentare vertiginosamente. Il colosso tedesco degli armamenti, Rheinmetall, sta segnando record di vendite e profitti, il fatturato del gruppo nell’ultimo anno è aumentato del 45%. E intanto il governo vuole creare «l’esercito più potente, numeroso ed efficiente d’Europa», ha sottolineato il ministro della Difesa, il socialdemocratico Boris Pistorius. C’è un nuovo nemico, il vecchio e principale fornitore di gas: la Russia, che però possiede oltre 5.000 armi nucleari. L’obiettivo del governo di Berlino è, entro il 2030, avere un esercito di mezzo milione di soldati tra nuove leve e riservisti. Centinaia di diciottenni sono già nelle caserme della Bunsewehr, pronti ad imbracciare un fucile per la loro patria, la loro Heimat, come la chiamano solo i tedeschi. Ma dove sta andando la loro Heimat? (“Avvenire” – Vincenzo Savignano, Berlino)

In conclusione, se questa è L’Unione europea che dovrebbe salvare il mondo… Ad Adenauer, Schumann e De Gasperi non resta altro che rivoltarsi nella tomba e agli europeisti convinti sperare in papa Leone XIV che ha il coraggio di criticare l’Europa dove «nell’ultimo anno la crescita della spesa militare è stata enorme». Da qui il suo monito: «Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune».