Cosa la preoccupa?
«Cito Gramsci: “Quando il vecchio mondo muore e quello nuovo tarda ad affacciarsi, in quel chiaroscuro possono nascere mostri”».
Si spieghi meglio.
«In Ucraina va avanti una guerra settecentesca combattuta coi droni; a Gaza e in Cisgiordania si vede l’abominio dell’umanità; a Natale 117 disgraziati morivano in mare; Trump produce una escalation in Nigeria. Tutto questo produce la sensazione di una traiettoria sbandata e induce nella gente rassegnazione e fatalismo anche nei confronti della politica italiana. Nel 2026, vogliono trovare sei o sette leader europei il coraggio di farsi avanti o vogliamo finire sudditi?».
Può essere Giorgia Meloni una protagonista di questo riscatto europeo?
«Ma se difende l’unanimità e non riesce nemmeno a dire qualcosa a Salvini che si schiera con Trump sulla questione del visto negato a Breton, cosa ci possiamo aspettare?».
Bersani, però perché il governo e Meloni continuano a essere così alti nei sondaggi se ci sono tanti problemi?
«C’è un elemento ideologico, che dilaga ovunque, chiamiamolo sovranismo o come vogliamo: ciascuno per sé e da sé. E poi c’è un elemento di incertezza: in un mondo così in subbuglio, tutti i governi tendono a stabilizzarsi. Ma io vedo delle crepe, e penso che una potenziale alternativa sia in crescita e aspetti solo un progetto credibile».
(Intervista a Pier Luigi Bersani ante referendum – “La Stampa” – Francesca Schianchi)
La situazione viene descritta in modo realisticamente impietoso, ma in fondo al tunnel c’è una tremula luce progettuale. La luce sarebbe il risveglio europeo, il suo tremore i leader europei. Non li vedo e, se li vedo, non mi sembrano alla coraggiosa altezza del compito. La luce sarebbe un’alternativa italiana di sinistra, ma guardandomi attorno non vedo protagonisti credibili fra gli attuali “capoccia”.
La visione bersaniana, pur nella sua lucidità, è troppo politicista e verticista e poco socialista (sic!) e partecipativa. La spinta all’europeismo di ritorno è consegnata ai capi-mastro (architetti non ne esistono), l’alternativa italiana è fossilizzata sui partiti attuali (l’un contro l’altro disarmati).
Occorrono alcune ventate che spazzino via il “vecchio con i suoi mostri” e lascino intravedere il “nuovo” con le sue speranze.
Volendo rimanere a Gramsci, il suo realismo è una concezione pragmatica e storicistica della politica e della filosofia, che si oppone al fatalismo marxista e si concretizza nel “pessimismo della ragione, ottimismo della volontà”: analizzare realisticamente le condizioni materiali (il pessimismo), ma agire con la volontà di trasformarle (l’ottimismo).
La volontà deve essere supportata da valori ed idealità da contrapporre all’egoismo imperante: è questo il meccanismo di sblocco.
Durante le animate ed approfondite discussioni con alcuni carissimi ed indimenticabili amici, uomini di rara coerenza etica e politica, agli inizi degli anni novanta si constatava come alla politica stesse sfuggendo l’anima, come se ne stessero andando i valori e rischiasse di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restasse che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”. Fummo facili profeti.
La profonda delusione nei confronti del partito democratico è questa: il tradimento della mission ideale, che ha costretto molti ad entrare senza convinzione nelle squallide botteghe di sinistra o a digiunare amaramente.
Assiduo ospite di talk televisivi, impegnato in prima linea in tutte le recenti campagne elettorali. Da ultimo quella referendaria, tra sale e piazze sempre affollate. Ora anche ‘federatore’ del campo progressista. A suggerire il nuovo ‘ruolo’ per Pierluigi Bersani è stata Rosy Bindi. Nessun riferimento esplicito all’ex segretario del Pd, ma un identikit che lascia pochi dubbi quello tracciato da Bindi. Un ‘facilitatore’, di cui parla anche oggi in un’intervista, che possa mettere pace tra Elly SchIein e Giuseppe Conte e che eviti il rischio di primarie che finiscano per dividere, più che unire. “Il problema -osserva Bindi- è che Conte e Schlein non si riconoscono e non si legittimano tra di loro”.
E il diretto interessato che ne pensa? Bersani non intende entrare nella faccenda. Ma chi ha parlato in queste ore con l’ex-segretario dem, apprende l’Adnkronos, riferisce così il suo pensiero: “Dare una mano da volontario lo sto facendo e lo farò”. Anche come ‘federatore’? “Incarichi non ne voglio!”, la risposta netta di Bersani ai suoi interlocutori. (Adnkronos post referendum)
Non possono essere i Bersani, pur con tutta la considerazione e la stima che meritano, i protagonisti di questo auspicabile ricupero valoriale ed ideale, non possono essere gli attuali preposti alle concorrenziali bottegucce ad offrire una mercanzia nuova ed invitante. Chi allora?
Forse non resta altro che sbandierare i principi costituzionali sperando che da essi possa rinascere un clima democratico ed antifascista: visto che il patto tra cattolici democratici ed ex comunisti, da cui (non) è nato il PD, non ha funzionato, occorre fare un passo indietro, tornare allo spirito dei Costituenti e ripartire di lì. Analogo discorso vale per l’Europa. Senza fretta, costi quel che costi.
Torno al mio caro amico Walter Torelli, comunista tutto d’un pezzo. Di fronte alla penosa classe politica della sinistra, non temeva di sentenziare così parecchio tempo fa: “I gan d’andär a ca tùtti!”. In clima di ritrovato compromesso storico aggiungo: “È l’ora che pia la squilla fedel…”.
