Coltelli giovanili e scudi governativi

C’è un problema enorme, oserei dire sconvolgente, che si aggira nella nostra società intaccandone le radici: il comportamento abnorme degli adolescenti. Gli atti di bullismo, la delinquenza minorile, l’estrema violenza contro insegnanti e genitori, il sesso giocato e sprecato, fanno ormai parte dell’ordinaria quotidiana cronaca.

Scatta immediatamente il varo di provvedimenti, più ridicoli che illusori, volti a contenere i fenomeni all’insegna del mero proibizionismo, senza affondare la vanga anche per la paura che ne escano spiacevoli complicanze politiche.

Il governo si è convinto a regolamentare i social ai minori. A quanto apprende Huffpost, Palazzo Chigi ha dato mandato ai gruppi parlamentari di riaprire l’iter del disegno di legge presentato dalla senatrice di FdI Lavinia Mennuni e controfirmato dalla dem Marianna Madia, che interviene sull’accesso ai social network degli under 15. Il testo era incardinato al Senato, in attesa da mesi dei pareri del governo. (Huffpost)

 

Il governo italiano sta introducendo una stretta sul porto di coltelli tramite il nuovo decreto sicurezza (2026), inasprendo le pene per chiunque porti armi da taglio senza giustificato motivo. La norma mira a contrastare la criminalità giovanile, vietando coltelli a scatto, a farfalla e con lama superiore a 5-8 cm, con conseguente arresto in flagranza.

 

Dal 1° settembre 2025, è in vigore il divieto assoluto di utilizzare smartphone, smartwatch e altri dispositivi elettronici personali durante le ore di lezione e l’intero orario scolastico, inclusi gli intervalli, nelle scuole di ogni ordine e grado. La norma mira a migliorare la concentrazione, ridurre l’ansia e favorire la socializzazione, limitando l’uso della tecnologia solo per finalità didattiche autorizzate.

 

Esiste la tendenza ad evitare accuratamente il tema fondamentale dell’educazione dei minori: meglio rassicurare ed evitare allarmismi, non fermando le alluvioni a monte e pensando di poterle gestire a valle.

La storia insegna che l’educazione era fino a qualche tempo fa nelle mani di tre istituzioni: famiglia, scuola, parrocchia. Queste vere e proprie agenzie educative si sono logorate fino a raggiungere il punto dell’irrilevanza.

Mia sorella, acuta ed appassionata osservatrice dei problemi sociali, nonché politicamente impegnata a cercare, umilmente ma “testardamente”, di affrontarli, di fronte ai comportamenti strani, drammatici al limite della tragedia, degli adolescenti era solita porsi un inquietante e provocatorio interrogativo: «Dove sono i genitori di questi ragazzi? Possibile che non si accorgano mai del vulcano che ribolle sotto la imperturbabile crosta della loro vita famigliare?». Di fronte ai clamorosi fatti di devianza minorile, andava subito alla fonte, vale a dire ai genitori ed alle famiglie: dove sono, si chiedeva, cosa fanno, possibile che non si accorgano di niente? Aveva perfettamente ragione. Capisco che esercitare il “mestiere” di genitori non sia facile ed agevole: di qui a fregarsene altamente…

La scuola è stata progressivamente indebolita a livello strutturale e didattico: gli insegnanti trattati a pesci in faccia a livello economico, costretti ad iter occupazionali e professionali infiniti, delegittimati dalle famiglie degli studenti, vittime delle mancate riforme omesse per colpa dei governanti di turno e del corporativismo sindacale.

Quanto alla collaborazione fra scuola e famiglia, mio padre nutriva una sorta di religioso rispetto per gli insegnanti: “Mo vót che mi digga quél a un profesór, par poch ch’al nin sapia al nin sarà sempor pu che mi”. E ancor prima in ordine di tempo: “A t’ capirè se mi a m’ permetriss äd criticär ‘na méstra”.

Gli oratori parrocchiali non esistono più vuoi per la crisi vocazionale nei sacerdoti, vuoi per lo scetticismo verso tutto quanto sa di religione.

Torno ancora da mio padre, che non era un cattolico praticante, ma nemmeno un ateo impenitente, forse un diversamente credente, soprattutto molto tollerante e rispettoso nei confronti della Chiesa e delle sue istituzioni. Di fronte alle battute degli amici che, in un mix di machismo e di anticlericalismo, osservavano nei suoi figli una educazione rigorosamente cristiana, impartita dalla moglie, rispondeva in tono minimalista, ma assai eloquente: «I van in céza…mäl al ne gh fa miga sicùr…». «E po’, aggiungeva, tutta la mè  famija la va in céza, mè mojéra e i mè fió par pregär e mi…par lavorär». Eseguiva infatti spesso decorazioni e affreschi in chiese di campagna: il lavoro che lo gratificava di più.

La conclusione è che i ragazzi non dialogano più in famiglia e nemmeno tra di loro, non frequentano la scuola con il dovuto impegno, non hanno altri riferimenti culturali se non a livello di social abusati e zeppi dei peggiori indirizzi comportamentali.

Quando finalmente si mette mano ad un provvedimento sostanzioso, come quello dell’educazione scolastica alla sessualità e all’affettività, scattano i condizionamenti e i percorsi ad ostacoli, vedi i pareri vincolanti, necessari e favorevoli, dei famigliari degli scolari.

Educare alla sessualità e all’affettività significa promuovere la conoscenza e la consapevolezza delle proprie emozioni per riconoscerle e imparare a gestirle. Oggi più che mai, alla luce delle nuove linee guida europee sull’educazione affettiva e sessuale, diventa fondamentale garantire un percorso educativo strutturato e interdisciplinare fin dall’infanzia.

E allora perché questi bastoni fra le ruote? Del sesso è meglio non parlarne, è un argomento scomodo per tutti. Le famiglie non sono in grado di assolvere a questo compito e allora tanto vale lasciare i ragazzi in balia delle loro incontrollabili ondate emotive.

Il discorso, come tanti, finisce nel polverone dell’emergenza adolescenziale, nelle secche del pedante rigorismo, della comoda generalizzazione, dello scaricabarile reciproco, dello stucchevole clamore mediatico. Tutto fino alla prossima coltellata…