L’anatra zoppa e i brutti anatroccoli

Donald Trump sta correndo il rischio più che concreto di assistere fra pochi mesi allo scontro permanente tra il suo esecutivo e Capitol Hill, ovvero una poderosa macchina di potere costantemente azzoppata dal voto di sbarramento dei congressmen e costretta a governare solo grazie agli executive orders. È accaduto anche a Joe Biden, a Obama, a Bill Clinton (l’unico peraltro che con il Congresso avverso ha fatto cose mirabolanti), accade di norma al secondo mandato di un presidente, quasi fosse la salutare profilassi per una democrazia liberale.

Per The Donald le cose sono un po’ diverse. E i rischi che corre, altrettanto. Dopo il doppio smacco della politica migratoria e l’altolà della Corte Suprema sui dazi, le elezioni di medio termine del 3 novembre rischiano di diventare il collettore di uno scontento nazionale in cui si mescolano fra luci e ombre il bilancio federale, la politiche energetiche, la denuncia degli accordi di Parigi, la riorganizzazione dell’Onu, la nuova dottrina militare, la ripresa dei test nucleari, un ventaglio di incognite che si intreccia con le guerre commerciali, i dazi, la crescita, la pressione fiscale, la lite con la Fed, la Nato, il G20, l’Ucraina, il Board of Peace, la Pax Trumpiana in Medio Oriente, i Brics, Putin, Xi Jinping, la Corea del Nord, gli appetiti neocoloniali su Groenlandia, Messico, Venezuela, Cuba, il traguardo quasi impossibile del Nobel per la Pace. Un super BigMac, che rischia di esplodergli in mano e di metterlo al tappeto con una raffica di richieste di impeachment e a seguire con una diffusa disaffezione dell’universo MAGA, che alla politica estera bada assai poco ma è attento invece al proprio portafoglio. Un portafoglio che attualmente sta premiando i ceti medio-alti ma sta mettendo a disagio la middle class insieme a quel sottoproletariato bianco che il vicepresidente Vance ha abilmente vellicato e illuso, agitando lo spettro di un’America matrigna messa in minoranza perfino nell’idioma materno, ora che i latinos sono diventati il gruppo linguistico più numeroso.

Il rischio per Trump è che l’universo MAGA si rivolti, come starebbero per fare non pochi membri repubblicani del Congresso. E non basta lavorare alacremente sul gerrymandering, la pratica equanimemente perseguita sia dem sia dai repubblicani di ridisegnare i collegi elettorali a proprio piacimento, in modo da favorire il proprio partito – pratica che nel 2016 permise a Trump di battere Hillary Clinton nonostante il voto popolare avesse ampiamente premiato la senatrice.

Veicolati da un negazionismo complottista intriso di pensiero magico, i corifei di Trump accusano il deep state e i giudici supremi traditori. Ma l’americano medio guarda a quel Pil la cui crescita a dicembre 2025 si è fermata all’1,4% mentre l’inflazione a gennaio 2026 rimane al 2,7%. In attesa di capire cosa avverrà per i dazi, il 3 novembre si avvicina. E proietta ombre lunghe su The Donald. (“Avvenire” – Giorgio Ferrari)

Nelle urne americane non hanno funzionato i valori e i principi democratici sostituiti in parte o in tutto con la cultura Maga. Potrebbero funzionare almeno gli interessi? Non ci credo, ma ci spero. La società Usa è così assurda da costituire un enigma. Gli analisti la scompongono sociologicamente in due parti: i grandi centri e le grandi periferie. Nei primi resiste la tradizionale visione democratica seppure pilotata dai salotti radical-chic, nelle seconde attecchisce la chiusura egoistica nazionalista e protezionista; paradossalmente i “ricchi” sarebbero liberal-democratici e i “poveri” demagogicamente autocratici. Una società malata, squilibrata e alla deriva.

La gente toccata nel portafoglio potrebbe ridestarsi dal sonno trumpiano? Ho seri dubbi. Come reagirà all’assurda guerra contro l’Iran che rischia fra l’altro di impoverire i bilanci delle famiglie americane? Una guerra lanciata alla viva Trump senza il nulla osta congressuale, porterà qualche scompiglio nelle teste (lasciamo stare le coscienze) degli statunitensi? Anche questa guerra servirà a distrarre il popolo dai problemi reali per guardare demagogicamente alla riscossa geopolitica? Sarà un “piacerone” fatto a Netanyahu e alla potentissima lobby israeliana negli Usa? Sarà il secondo atto della tragicommedia, dopo il primo costituito dalla tregua (?) a Gaza?.

Nemmeno i latenti impeachment – a cui si aggiungerebbe l’abuso di potere nello scatenare una guerra dalle conseguenze imprevedibili e incalcolabili – scandalizzerebbero il popolo statunitense, anche se, prima o poi, potrebbero esplodere. Nel frattempo il mondo sta a guardare, l’Italia più che mai. L’elenco dei punti di crisi è sconcertante: un casino pazzesco!

Qualcuno dice e scrive che gli Usa sono sempre stati così, adesso stanno esagerando. Anche il resto dell’Occidente è sempre stato acriticamente filo-americano, adesso lo continua ad essere nonostante tutto. La giustizia statunitense è molto asservita al potere, il Parlamento conta come il due di picche, i governi federali aggiungono casino a casino, la Chiesa cattolica fa e disfa, dice e disdice, il presidenzialismo batte sempre più in testa (di c….).

Più ci penso e più mi sento umiliato e confuso: il nazifascismo europeo ci ha costretto a puntare sugli Usa, ora il nazifascismo d’oltreoceano ci costringe a revisionare la democrazia. Corsi e ricorsi storici… Ricordiamoci che il nazifascismo lo hanno battuto anche le resistenze e che, quindi, si potrebbe resistere anche al trumpismo. Proviamoci almeno! Scusate il disturbo!