Sull’imminente referendum sulla giustizia, Massimo Cacciari invita a un minimo di chiarezza e onestà intellettuale. “Un minimo di onestà intellettuale da parte di chi sostiene la Meloni, del tutto legittimamente, sarebbe necessario. Non mi si può venire a dire che il problema della supplenza esercitata dalla magistratura, una questione culturale e politica che ci trasciniamo da 30 anni, venga risolta con questa riforma. Non c’entra assolutamente niente”, ha spiegato Cacciari. Il filosofo evidenzia che l’unico effetto concreto della riforma è “l’indebolimento della parte togata rispetto alla parte politica in tutti gli organi che dirigeranno la magistratura e gli affari ad essa collegati”. (otto e mezzo La7)
Credo che migliore sintesi della questione non si potesse fare. La riforma della giustizia, così come prevista dalla legge sottoposta a referendum confermativo, non è un fatto di tecnica giurisdizionale in linea con le legislazioni della gran parte delle democrazie occidentali, ma un problema di rapporti con la politica che verrebbe automaticamente e potenzialmente resa invadente e invasiva rispetto alla magistratura.
Nessuno può negare che in certi casi la magistratura abbia svolto e possa svolgere un ruolo eccessivo rispetto alle sue prerogative istituzionali, di qui a proporre una sorta di “castrazione chimica” di tutti al fine di evitare eventuali stupri di pochi ci passa incolmabile differenza.
Chi pensa che l’indipendenza della magistratura sia un valore da difendere ma allo stesso tempo non vuole rinunciare alla sovranità dei cittadini come ancoraggio della democrazia, non può oggi sottrarsi alla storica sfida della «individuazione dei collegamenti più appropriati tra esercizio indipendente della funzione giudiziaria e sovranità popolare». Le turbolenze della vicenda politica e le contrapposizioni dell’ordine giudiziario dapprima con Craxi e poi con Berlusconi han consentito di non affrontare quella sfida. Ma una sfida elusa è una sfida persa. È possibile, per la giurisdizione, un collegamento con il principio di sovranità popolare che non la renda schiava delle maggioranze politiche del momento? Man mano che le proposte venivano abbandonate in soffitta, sempre più svaniva l’assillo che le aveva ispirate: attuare la prima parte dell’articolo 101 Costituzione. Rendere più autorevole la legittimazione dei magistrati. E così, a cominciare dagli anni ‘90, tutte le correnti della magistratura han visto come il fumo negli occhi la questione della legittimazione. Certo, non ha giovato il fatto che da allora la «carenza di legittimazione democratica del magistrato» è stata spesso roteata come una clava sulla testa dei magistrati da chi, più che la soluzione del problema, aveva in mente qualche fastidioso processo a carico di qualche amico. I magistrati hanno così reagito asserragliandosi in una cittadella assediata e negando l’esistenza del problema. (“Avvenire” – Paolo Borgna – magistrato italiano, noto per il suo ruolo di sostituto procuratore a Torino e il suo impegno come magistrato antimafia. Ha condotto importanti inchieste, in particolare su fenomeni criminali e infiltrazioni mafiose in Piemonte, e si è distinto come saggista. È andato in pensione nel maggio 2020)
La debolezza della politica non si risolve indebolendo la magistratura, così come la politicizzazione della magistratura non si evita “magistratizzando” la politica.
Mia madre acutamente ed ironicamente osservava, sferzando la rivoluzione avvenuta nei costumi di vita: «Il dònni i volon fär i òmmi e i òmmi i volon far il dònni: podral andär bén al mónd?». Non era un’avanguardista, ma nemmeno un’antifemminista, nemmeno una retrograda: voleva eticamente osservare come l’essenziale sarebbe che ognuno cercasse di svolgere al meglio il proprio ruolo, senza interferire pesantemente con quello altrui, anzi rispettandolo scrupolosamente pur esercitando il sacrosanto diritto di critica. Nella vita delle nostre Istituzioni sta succedendo esattamente l’opposto e, anziché porre un benefico rimedio a questa deriva, si vuole addirittura procedere a mettere in discussione i principi e i rapporti a livello costituzionale discostandosi dalla loro corretta attuazione.
Purtroppo la legge, per la quale si chiede un sì o un no ai cittadini, non affronta il nodo storico fondamentale della piena maturazione democratica del ruolo della magistratura, ma nella sua velleitaria parzialità rientra, di fatto e nelle intenzioni degli attuali governanti (con il Parlamento a fare da paraninfo), in un disegno di squilibrata e inquietante revisione della Costituzione, portato avanti in modo subdolo e fazioso, andando a mettere a soqquadro l’intero assetto istituzionale del nostro sistema democratico.
Mi auguro che i cittadini lo comprendano e non cadano, più o meno ingenuamente, nella trappola, pensando di affrancarsi dall’eventuale strapotere dei magistrati affidandosi al certo strapotere della politica. Il paradosso attuale potrebbe essere proprio questo: la sfiducia nella politica (vedi astensionismo etc. etc.) che porta ad aumentare il ruolo della politica. Se volete, la politica cattiva che scaccia quella buona.
