Dall’inizio del suo Pontificato Leone XIV non ha mai smesso di denunciare pubblicamente le violenze sui migranti negli Stati Uniti e di muoversi sottotraccia attraverso i canali della diplomazia vaticana. Dai cardinali ai vescovi, fino alle comunità parrocchiali, Prevost sta riuscendo a smuovere gran parte della Chiesa cattolica americana in difesa della dignità umana, al fianco degli uomini e delle donne ricercati dall’Ice.
Dopo lo storico comunicato congiunto dei vescovi Usa, che definiva le politiche migratorie trumpiane vere «deportazioni di massa», alcuni giorni fa tre cardinali hanno dichiarato pubblicamente che l’unica direzione possibile è quella indicata dal primo Papa dagli Stati Uniti. Prevost non può farcela da solo, ma sta facendo quello che solo un Papa può fare. (da LeoPop il podcast di “Avvenire”)
Avevo, e in parte ho ancora, il timore che l’elezione a papa di Prevost fosse una mossa politica filoamericana per andare incontro alle “strane” esigenze dei cattolici statunitensi e per trovare un modus vivendi con l’altrettanto strana presidenza di Trump. Se anche la Chiesa cattolica scende a compromessi col mondo al punto da accettarne obtorto collo le imperanti logiche dell’egoismo e della forza, siamo veramente perduti.
Colgo con sollievo la stringata ma efficace analisi di cui sopra, anche se mi sembra un po’ troppo semplicisticamente elogiativa (ci sono state sul piano politico mosse e parole equivoche che non mi sono affatto piaciute…). Forse pretendo troppo?!
C’erano due possibilità in ordine all’incipit del papato prevostiano: l’abile appiattimento verso il mondo trumpiano oppure il coraggioso messaggio in controtendenza. Sembra che prevalga il secondo approccio.
Il piano di allestire 20 grandi centri con 92.600 posti letto entro il 30 novembre solleva le preoccupazioni della Conferenza episcopale americana: «Ricordano i campi di internamento della Seconda Guerra Mondiale. Profonde preoccupazioni per un piano senza precedenti nella storia recente degli Stati Uniti, che interroga la coscienza del Paese. Il presidente del Comitato per le migrazioni della Conferenza episcopale americana ha lanciato, sul sito ufficiale dei vescovi Usa, un allarme durissimo contro il progetto dell’Amministrazione Trump di espandere massicciamente la detenzione degli immigrati attraverso la creazione di grandi strutture, veri e propri “magazzini” capaci di internare migliaia di persone. «Il pensiero di tenere migliaia di famiglie in enormi capannoni dovrebbe mettere alla prova la coscienza di ogni americano — ha detto il vescovo Brendan Cahill di Victoria, in Texas —. Qualunque sia il loro status migratorio, queste persone sono esseri umani creati a immagine e somiglianza di Dio. Siamo davanti a un punto di svolta morale per il nostro Paese». Secondo documenti interni del dipartimento per la Sicurezza Interna, l’Immigration and Customs Enforcement (Ice) punta ad acquistare almeno 20 magazzini in tutto il Paese per creare 92.600 posti letto entro il 30 novembre. Almeno otto strutture, già individuate o acquisite in Stati come Georgia, Texas, Pennsylvania e Maryland, sarebbero dei “mega-centri” in grado di detenere tra le 7mila e le 10mila persone ciascuno. Altri siti sono allo studio in Missouri, New Jersey, New Hampshire, North Carolina, Tennessee e Utah. (“Avvenire” – Elena Molinari, New York)
Non si tratta di aperte sfide alla “papa Francesco”, ma di netti incoraggianti distinguo, che sembrano avere un importante seguito nella gerarchia cattolica Usa. Speriamo che lo Spirito Santo con il suo soffio di verità giunga in tempo e distolga il Vaticano dalle tentazioni della morbida diplomazia per spingerlo all’aperto pronunciamento del “sì-sì, no-no”.
Ci sono altri fronti su cui attendo, con ansia mista a preoccupazione, il pontificato di papa Leone: quello interno alla Chiesa, alle sue strutture, ai suoi indirizzi pastorali, alle sue aperture. Non mi accontento degli appelli all’unità.
Diceva papa Francesco: «Per favore, che nelle vostre comunità mai ci sia indifferenza. Comportatevi da uomini. Se sorgono discussioni o diversità di opinioni, non vi preoccupate, meglio il calore della discussione che la freddezza dell’indifferenza, vero sepolcro della carità fraterna».
