Secondo Defense One, «mentre la NSS resa pubblica chiede la fine di una “Nato in continua espansione”, la versione completa entra più nei dettagli di come l’amministrazione Trump vorrebbe “Rendere l’Europa Grande di Nuovo”, pur invitando i membri europei dell’Alleanza a svezzarsi dal sostegno militare americano. Partendo dal presupposto che l’Europa stia affrontando una “cancellazione della sua civiltà” a causa delle politiche sull’immigrazione e della “censura della libertà di parola”, la NSS propone di concentrare le relazioni degli Usa con i paesi europei su alcune nazioni con amministrazioni e movimenti affini — presumibilmente di destra». Qui interviene il disegno che riguarderebbe Roma, in un gruppo di Visegrad allargato: «Austria, Ungheria, Italia e Polonia sono elencati come paesi con cui gli Usa dovrebbero “collaborare di più con l’obiettivo di allontanarli dall’[Ue]. E dovremmo sostenere partiti, movimenti e figure intellettuali e culturali che cercano la sovranità e la conservazione/ripristino dei modi di vita tradizionali europei pur rimanendo filo-americani”». (“La Repubblica” – Paolo Mastrolilli)
Non era ancora stato eletto presidente, era soltanto un aspirante candidato alle presidenziali americane nell’ormai lontano 2016 e in Scozia, durante la campagna elettorale referendaria sulla Brexit, proferì le seguenti parole: «Vedo un reale parallelo fra il voto per Brexit e la mia campagna negli Stati Uniti». Come riferiva Pietro Del Re, inviato di Repubblica, nel pub di John Muir a Edimburgo, quando Trump apparve in tv, tutti i clienti avvicinarono allo schermo. Poi tutti assieme cominciarono a urlargli insulti di ogni genere, il cui meno offensivo era senz’altro “pig”, vale a dire “porco”. La porcilaia si è storicamente allargata, consolidata e approfondita, l’Italia ci sta finendo dentro e rischia di non uscirne più.
Niente di nuovo quindi, il disegno trumpiano è noto da tempo e si sta delineando e concretizzando: dividere l’Europa per evitare che possa assumere la dimensione e la strategia di superpotenza tale da disturbare la spartizione del mondo fra Usa e Russia con la Cina a fare da terzo incomodo.
L’Italia purtroppo, a causa della meloniana scellerata strategia autoconservativa, sta cadendo nella trappola di una sorta di rapporto privilegiato con gli Usa quale testa di ponte verso la parte populista e nazionalista dell’Europa: anziché fare astutamente (?) da ponte tra UE e Usa, Giorgia Meloni sta portando il nostro Paese a fare meschinamente da testa di ponte nei confronti dell’Europa più reazionaria e trumputiniana.
Siamo finiti in questa rete e uscirne sarà un serio problema: infatti, anche qualora si volesse correggere la rotta rientrando nei ranghi virtuosi/volonterosi della UE, quale credibilità e affidabilità potremmo mai avere. Il futuro dell’Italia soffre quindi di una duplice perniciosa incertezza: quella europea del ritrovato spirito unitario e quella del reinserimento italiano nel processo di eventuale auspicabile resipiscenza.
L’assetto geopolitico che si sta profilando porta con sé l’inquietante rimescolamento delle tradizionali alleanze assieme all’auspicabile e recuperabile protagonismo dell’Europa. Non credo si possa tergiversare ulteriormente anche se il processo di ripresa della riunificazione dei Paesi europei è tutt’altro che scontato e positivamente avviato. Di necessità virtù, anche se per l’Europa non è certamente facile recuperare il protagonismo che le dovrebbe spettare per storia, cultura, dimensione, forza economica, progresso sociale, etc.
Temo si possa innescare un processo meramente guidato dagli interessi economici pilotati dall’industria pesante bellica (vedi riarmo a tutto spiano) e dalla necessità di una pseudo unità difensiva militare contro il lupo russo. Oltre che illusorio sarebbe deleterio.
E poi dove potrebbe essere il leaderismo europeo capace di questo storico indispensabile rilancio? Alla storica triade De Gasperi-Adenauer-Schumann corrisponderebbe un ben altra triade, vale a dire Merz-Macron-Starmer: il primo affaccendato nel ripescaggio di una economia nazionale in forte difficoltà, il secondo impegnato in una patetica riedizione della grandeur, il terzo intento a recitare la parte del maddaleno pentito. E un successore di De Gasperi? Passiamo alla domanda di riserva…
E allora? Tutto da rifare. Credo che Trump abbia valutato attentamente anche queste debolezze europee e intenda sfruttarle. Non resta che rimboccarsi le maniche con sano realismo, ma con altrettanto convinto idealismo.
Presi singolarmente, la maggior parte dei paesi dell’UE non si configurano nemmeno come medie potenze, capaci di navigare questo nuovo ordine formando coalizioni, portando al tavolo ciascuno risorse specifiche, che si tratti di materie prime, nicchie tecnologiche o geografia strategica.
Collettivamente, tuttavia, abbiamo qualcosa di ben più grande: scala, ricchezza, cultura politica e 75 anni di costruzione delle istituzioni di un progetto comune.
Tra tutti quelli che in questo momento si trovano schiacciati tra Stati Uniti e Cina, gli europei sono gli unici ad avere la possibilità di diventare essi stessi una potenza autentica.
Quindi dobbiamo decidere: restiamo semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiamo i passi necessari per diventare un’unica potenza?
Sia chiaro: mettere insieme più paesi piccoli non produce automaticamente un blocco potente. Questa è la logica della confederazione, la logica che l’Europa segue ancora nella difesa, nella politica estera, nelle questioni fiscali.
Questo modello non produce potere. Un gruppo di stati che si coordina rimane un gruppo di stati: ciascuno con un diritto di veto, ciascuno con i suoi propri calcoli, ciascuno – uno dopo l’altro – esposto al rischio di essere isolato.
Il potere presuppone che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione. (dall’intervento di Mario Draghi all’Università di Lovanio in occasione del conferimento della laurea honoris causa)
Oltre tutto bisogna disinnescare l’ossimorica bomba del trattato di pace in Ucraina: saranno gli Ucraini a pagare l’ulteriore prezzo della disputa euroamericana? Come uscire dalla guerra? Non certo consegnando a Putin le chiavi per occupare le stanze che gli interessano, ma nemmeno puntando tutto sulle armi a getto continuo e infinito. L’Europa, se lascia fare il lavoro diplomatico (?) a Trump, condanna il mondo ad un assetto spregiudicato fatto di patti oscuri e di amicizie precarie, se intende essere protagonista in uno scenario prospettico di pace, deve smetterla di suonare le trombe del riarmo fine a se stesso, passando finalmente e unitariamente alle campane dell’orgoglio, della fermezza e del dialogo.
