Una notte di mediazioni. Poi l’accordo quasi chiuso. La maggioranza trova insomma la quadra sulla nuova legge elettorale e il testo che già qualcuno ha iniziato a ribattezzare “Stabilicum” (l’obiettivo dichiarato è garantire stabilità) è ora oggetto delle ultime limature tecniche e di un ultimo passaggio coi leader, e sarà depositato nelle prossime ore. L’impianto generale è quello noto: superamento dei collegi uninominali del Rosatellum in favore di un sistema proporzionale con premio di maggioranza (70 seggi alla Camera, 35 al Senato) alla coalizione che supera il 40%. Poi nome del candidato premier sul programma (e non sulla scheda), e una soglia di sbarramento al 3%. Ultimo nodo è quello delle preferenze: è forte il pressing di Fratelli d’Italia, ma ancora più forte il muro alzato dalla Lega. E allora alla fine le preferenze non dovrebbero esserci. Ci sarà (anzi già c’è) un inevitabile scontro politico tra maggioranza e opposizioni. Il Pd alza subito la voce. «All’opposizione non è stata fatta alcuna proposta, non c’è stato alcun confronto e non abbiamo visto alcun testo. Sembra che nella ridefinizione di una legge fondamentale come quella elettorale siano intenzionati ad agire come hanno fatto sulla riforma della giustizia: unilateralmente e con arroganza politica. La Costituzione, così come le regole che strutturano la democrazia, non sono nella disponibilità di alcuna maggioranza e nessuno dovrebbe pretendere di riscriverle unilateralmente», sbotta il capogruppo Dem nella commissione Affari Costituzionali del Senato Andrea Giorgis. Lo scontro politico appare insomma inevitabile. E intanto si accavallano dettagli ancora tutti da capire. Nel testo, raccontano fonti parlamentari del centrodestra, ci sarebbe anche l’ipotesi di fare ricorso al ballottaggio ma solo in un caso di scuola, definito “residuale”, cioè qualora la prima e la seconda coalizione dovessero ottenere tra il 35 e il 40% dei voti. (“Avvenire” – Arturo Celletti)
La prima domanda che mi viene spontanea è: perché la Costituzione italiana lascia alla legge ordinaria la fissazione dei criteri elettorali? Non ho una risposta, ma due considerazioni da porre.
Le elezioni, fatti salvi i principi democratici fissati dalla Costituzione, si svolgono secondo criteri flessibili, che possono cambiare a seconda dell’evoluzione socio-politica e per meglio rispondere alle esigenze istituzionali dello Stato.
I criteri elettorali possono però finire con l’essere materia di partitismo imperfetto e/o di tentativi di inquinare i rapporti politici fra cittadini e Stato e/o di ricerca di equilibri di mero potere.
Solo il sistema elettorale proporzionale puro con l’espressione delle preferenze garantisce di essere lo specchio del sistema democratico rappresentativo e parlamentare: tutti gli altri meccanismi finiscono col piegare la volontà popolare alle esigenze di governabilità, stabilità e continuità (valori relativi), che dovrebbero comunque trovare un muro invalicabile nella rappresentanza popolare (valore assoluto), rinviando ad un Parlamento veramente e profondamente rappresentativo la ricerca delle maggioranze e dei relativi accordi di governo.
La politica si dovrebbe fare in Parlamento, alla luce del sole e nel rispetto della volontà popolare: tutti gli altri sistemi elettorali, più o meno, rappresentano delle scorciatoie che sottraggono potere al popolo con l’illusione di dargli più potere (vale per i premi di maggioranza, per le soglie di sbarramento, per la designazione diretta del premier e per tutti i simili escamotage), incoraggiano l’astensionismo proponendo all’elettorato minestre liofilizzate e disgustose e finiscono magari col consegnare il governo del Paese a una maggioranza virtuale/minoranza reale.
La fiducia dell’elettorato non si conquista riducendo la politica a referendum una tantum fra Tizio e Caio, fra i partiti o le coalizioni x e j. Come previsto dalla nostra Costituzione il cittadino non vota un governo e ancor meno un premier o un presidente, ma i suoi rappresentanti in Parlamento, scegliendo fra le liste proposte dai partiti politici ed esprimendo preferenze all’interno di esse.
Mai come nell’attuale clima politico uscirebbero leggi elettorali-pateracchio introdotte sul rettilineo finale della legislatura. Ogni volta che si cambia legge, si peggiora il rapporto fra cittadini e istituzioni e di conseguenza aumenta l’astensionismo: l’elettore si convince con gli argomenti programmatici e non si cattura con le combinazioni elettorali. L’elettore ingenuo ha l’illusione di scegliere, l’elettore più attento capisce di essere turlupinato e si astiene.
Nel nostro Paese è in atto un surrettizio tentativo di revisione anti-democratica della Costituzione: i problemi si risolvono con l’allargamento dei reati e con l’inasprimento delle pene; i rapporti internazionali si impostano in base agli egoismi nazionali; il progresso sociale si persegue mantenendo lo staus quo; l’Italia è un Regno fondato sulla difesa dell’ordine pubblico. La ciliegina sulla torta sarebbe costituita da una legge elettorale di parte che vezzeggi il popolo bue e costringa chi non vuol passare da asino a starsene a casa. Ne uscirà un Parlamento imperfetto, sostituito da “Porta a Porta”, vale a dire la Terza Camera perfetta condotta da Bruno Vespa, il leccaculo perfetto.
