Il quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina è stato celebrato nel paradosso: a distanza di quattro anni, dopo la carneficina e le distruzioni conseguenti, anziché parlare seriamente e finalmente di prospettive di pace, si litiga in sede Ue sugli aiuti militari da fornire all’Ucraina e in sede italiana il litigio si fa doppio o addirittura triplo.
Alla divergenza di vedute tra i Paesi europei si aggiunge a livello italiano il litigio fra i partiti di governo: è il caso di dire tre partiti e ben quattro posizioni, vale a dire una Meloni ondivaga ed opportunisticamente navigante fra i bollenti spiriti leghisti e il moderatume forzista, con la recentissima aggiunta della spina nel fianco vannacciana e con la cambiale in bianco firmata a Donald Trump dalle cui mendaci labbra ci si ostina a pendere. A Orban la Meloni aggiunge Vannacci, al santo padre Salvini aggiunge Trump il più assurdo e paradossale uomo di pace.
Nessuno, anche nelle opposizioni, che abbia il coraggio di elaborare uno straccio di proposta di pace, preferendo continuare a fornire armi a getto continuo e senza alcuna trasparenza e a rimettersi pedissequamente al “genio” pacificatore di Trump. La situazione è difficile e complessa, ma proprio per questo meriterebbe ben altro coraggio e ben altra fantasia.
La parte del pacifista la gioca Roberto Vannacci in libera uscita: un paradosso tira l’altro. Destra e sinistra si confondono in un bellicismo di maniera, in una via bellica alla democrazia o, se si vuole, in una necessità democratica della guerra. Possibile che non si intraveda una luce in fondo al tunnel? Mi sovviene al riguardo una macabra barzelletta che racconta di un automobilista che in mezzo alla nebbia totale si mette in coda ad una lucina per poi accorgersi alla prima schiarita che proveniva da un carro funebre diretto al cimitero.
L’evento “L’Ucraina e la difesa dell’Europa” nella sala di Esperienza Europa – David Sassoli ha raccolto le reazioni a caldo degli europarlamentari italiani a Bruxelles, a seguito della plenaria straordinaria dedicata ai quattro anni dall’invasione della Russia in Ucraina. Tra la richiesta di negoziati immediati per fermare il conflitto e la convinzione che la deterrenza militare sia l’unico strumento per garantire la sicurezza e la libertà dell’Europa, i pareri si scontrano. (EURO-FOCUS)
I negoziati impattano contro la folle diatriba su chi abbia vinto o perso; la deterrenza militare è un divertimento affatto innocuo per cittadini scemi. Dopo due milioni di morti siamo ancora lì a discutere se venga prima la guerra o la pace. Tutti invocano il multilateralismo internazionale, io mi accontento di auspicare la follia del pacifismo unilateralmente e bruscamente diplomatico: in un mondo di matti, scelgo quello che sembra esserlo di più, vale a dire quello che sempre e comunque rifiuta la logica della guerra o cerca almeno ostinatamente di uscirne.
Al riguardo non so quale successo avrà l’iniziativa in arrivo dalla Germania, della quale ho letto con molto interesse e con ammirazione per il sano realismo associato al senso di responsabilità ed alla lungimiranza geopolitica. Finalmente qualcuno che mette esperienza e competenza a servizio della causa della pace. Non conosco la provenienza partitica di questi personaggi, non mi interessa, colgo nel loro pensiero un desiderio di smuovere le acque del pantano, che mi apre il cuore alla speranza. Spero di non rimanere deluso, semmai avrò almeno colto un segno in controtendenza: con le arie che tirano non è poco!
Tra i promotori c’è Michael von der Schulenburg, per oltre trent’anni diplomatico delle Nazioni Unite in scenari di crisi e oggi deputato al Parlamento europeo, dove si occupa di politica estera e sicurezza. Con lui hanno firmato la proposta l’ex generale Harald Kujat, ex capo di Stato Maggiore della Bundeswehr e presidente del Comitato militare della Nato, lo storico Peter Brandt (figlio del cancelliere fautore della distensione con la Ddr), il politologo Hajo Funke e Horst Teltschik, già consigliere per gli affari esteri e la sicurezza del cancelliere Helmut Kohl.
Von der Schulenburg, perché sostenete che l’Ue deve cambiare linguaggio?
Nel quarto anniversario della guerra in Ucraina, il Parlamento europeo ha presentato una risoluzione carica di odio e di richieste completamente irrealistiche. Noi crediamo che, se l’Europa vorrà mai negoziare, o vorrà far parte di futuri negoziati, dovrà convincersi che l’unico modo per salvare l’Ucraina e porre fine alla guerra passa attraverso la diplomazia. Ma finché i politici occidentali crederanno di poter mettere in ginocchio la Russia prolungando la guerra a tempo indeterminato, i negoziati non saranno possibili. Questa convinzione è anche pericolosa, perché dopo il ritiro degli Stati Uniti, i membri europei della Nato non hanno né le risorse finanziarie né quelle militari per mantenere tale linea. Dobbiamo evitare a tutti i costi che le forze armate ucraine crollino, perché ciò causerebbe inevitabilmente anche il crollo politico di Kiev.
Ritenete realistica la richiesta di Bruxelles di un ritiro totale delle truppe russe prima dell’avvio dei negoziati?
È assolutamente inverosimile. Non accadrà, né ora né in futuro. Per il semplice motivo che non siamo in grado di cambiare le sorti della guerra in Ucraina sul piano militare. Dobbiamo accettare il fatto che certi territori sono stati occupati e che gran parte della popolazione di queste aree non vuole più far parte dell’Ucraina. Come accadde anni fa in Kosovo, dove molta gente non voleva più far parte della Serbia.
Quindi cosa proponete per questi territori?
Il congelamento della linea del fronte nelle regioni di Zaporizhzhia e Kherson e la rinuncia da parte di Mosca di parte dei territori che attualmente occupa. In cambio, Kiev dovrebbe riconoscere l’indipendenza di Donetsk e Luhansk, con un ritiro reciproco delle forze armate e una fase di amministrazione fiduciaria sotto l’egida Onu. Entro cento giorni dovrebbe poi tenersi un referendum sulla secessione delle due regioni, sotto osservazione internazionale. Con l’impegno di entrambe le parti a rispettarne e recepirne l’esito.
Pensate che la neutralità dell’Ucraina sia l’unica soluzione praticabile?
Sì. Un’Ucraina neutrale potrebbe ristabilire le sue relazioni con la Russia, con l’Asia centrale, con la Cina, ma anche con l’Ue. Kiev non può diventare parte di un’alleanza militare, così come non sarebbe possibile per Cuba, il Messico o il Venezuela far parte di un’alleanza ostile agli Stati Uniti.
Quali garanzie di sicurezza renderebbero credibile tale soluzione?
Dobbiamo garantire innanzitutto la sopravvivenza dell’Ucraina come stato sovrano indipendente e poi gettare le basi di un ordine paneuropeo che tenga conto degli interessi di sicurezza di entrambe le parti. Abbiamo una grande responsabilità nei confronti dell’Ucraina, che oggi è distrutta. E dobbiamo garantire un futuro agli ucraini.
(intervista a cura di Riccardo Michelucci, pubblicata dal quotidiano “Avvenire”)
