Ero andato con mia madre e mia nonna a trascorrere qualche giorno di vacanza a Fabbro Ficulle (paesino in provincia di Terni), ospite del convento dove viveva mia zia suora Orsolina. Avevo quattro-cinque anni, non ricordo con precisione. Pranzavamo in una saletta messa molto gentilmente a nostra disposizione ed in quella saletta vi era un apparecchio radio: la nonna gradiva ascoltarla durante il pasto, soprattutto le piaceva ascoltare il giornale radio. Un giorno, al termine del notiziario, me ne uscii candidamente con questa espressione: “Adesso nonna chiudi pure la radio, perché a me interessa il governo”. Lascio immaginare le reazioni di mia madre, ma soprattutto di mia nonna, incredula e divertita, che rideva di gusto ma forse aveva anche fatto qualche pensiero.
Questa “passionaccia” per la politica me la sono portata dietro per tutta la vita. Mai forse come oggi, mi ha procurato sofferenza. Ed è con questo spirito che guardo all’attuale governo di destra presieduto da una ex (?) missina-fascista. Quali prospettive ha questa inquietante compagine ministeriale sballottata dai venti tempestosi che spirano a livello internazionale, dalle presuntuose volontà di mutare unilateralmente il quadro istituzionale proprio in occasione dell’ottantesimo anniversario della Carta costituzionale, dagli enormi problemi socio-economici messi sotto il tappeto di un Paese alle prese con vecchie e nuove povertà crescenti, dai penosi e, per certi versi ridicoli, conflitti interni alla maggioranza di governo?
Non si dubita del fatto che nel 2027 alla competizione elettorale si presenterà una coalizione di centrodestra. Né vi sono dubbi sul fatto che Fratelli d’Italia sarà il partito egemone, con una leadership indiscutibile. Ciò che non è chiaro, nella navigazione della premier, è quale Lega e quale Forza Italia arriveranno a fine legislatura. Entrambi i partner di maggioranza hanno problemi. Salvini è insidiato a “sinistra” da Luca Zaia e a destra dal generale Vannacci, e forse questa doppia pressione finirà per aiutarlo a tenere il partito tra le mani, tuttavia in Parlamento è già previsto che il Carroccio vivrà (e darà) di scosse telluriche, specie sulla politica estera. L’altro vicepremier, Antonio Tajani, deve invece gestire la corrente liberal che sale dalla Calabria con Occhiuto e, parallelamente, le continue frecciate che arrivano dalla famiglia Berlusconi (e tuttavia, non è da escludere che l’incombente caso-Signorini distrarrà gli eredi del Cav. dai fatti politici). Questa situazione di fragilità si ripercuoterà sulle scelte da assumere, inevitabilmente più “contrattate” e faticose.
La gran parte degli equilibri di maggioranza sono nelle mani – metaforicamente – di Donald Trump. Se il presidente Usa strapperà la pace tra Ucraina e Russia, la premier potrà tirare un sospiro di sollievo anche internamente, perché verrebbe meno molta materia del contendere con la Lega, a partire dall’approvazione dell’ultimo “decreto armi” all’Ucraina appena varato dal Cdm. Se invece si protrarrà l’incertezza su Kiev, la premier dovrà dare ancora (ma quanto a lungo?) prova di equilibrismo. È anche per questo motivo che Giorgia Meloni è davvero la prima tifosa del tycoon.
Anche se la premier ha staccato il destino del Governo dalla vittoria del Sì al referendum-giustizia, l’esito della consultazione popolare darà quegli elementi per sciogliere nodi essenziali del fine legislatura: se e come procedere sul premierato e come impostare la legge elettorale, se tenendo fermo il “plus” che offre una coalizione unita e stabile o se amplificando la competizione “proporzionale” tra partiti. Una riflessione che ha bisogno di altri elementi.
Meloni prese il potere dopo la stagione del governo Draghi che ebbe l’abilità di non contrastare sui fondamentali (la politica estera), approfittando alle urne del centrosinistra frammentato. In questi tre anni, inoltre, il Pil si è tenuto in piedi soprattutto grazie al Pnrr che si è ritrovato tra le mani (e che ha ampiamente revisionato). Ma dal secondo semestre del 2026 in poi la crescita italiana è tra i fanalini di coda dell’intera Europa. E tra mille contraddizioni nel 2027 Pd, M5s, Avs e Renzi correranno insieme, lo si è capito. Lo scenario dunque è diverso da quello di partenza. Per affrontarlo probabilmente non basteranno manovre «prudenti» e l’elogio della stabilità. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)
I nodi sono, più o meno, quattro e non credo che Giorgia Meloni abbia la capacità di scioglierli tanto facilmente anche se ostenta sicurezza pari alla sua ignorante protervia e insopportabile megalomania.
La storia insegna che l’assetto costituzionale italiano è pressoché perfetto per merito della levatura e caratura culturale dei suoi artefici usciti dal bagno rigenerante della Resistenza, per effetto del metodo del dialogo adottato nell’elaborazione del testo che rimane un autentico capolavoro di compromesso ai livelli più alti possibili ed immaginabili e per la lungimiranza politica di personaggi che sapevano guardare alle future generazioni.
Toccare maldestramente un punto di questa mirabile costruzione può significare far crollare il tutto, figuriamoci se consideriamo il fazioso e rissoso approccio adottato da questa miserevole accozzaglia di perfetti ignoranti. Ho fiducia che il popolo italiano chiamato a pronunciarsi direttamente saprà smascherare il disegno autoritario che sottende alle pseudo-riforme in corso.
Il secondo nodo riguarda la collocazione del nostro Paese in ambito internazionale: finora Giorgia Meloni si è limitata a sfruttare opportunisticamente e talora contraddittoriamente le alleanze, giocando di sponda con la balbettante Ue e con lo strapotere degli Usa. La botte di ferro sta però diventando di latta: la Ue è tutta da rivedere e rilanciare; l’alleanza atlantica viaggia sul filo del rasoio trumpiano. Figuriamoci se Giorgia Meloni saprà emulare Alcide De Gasperi nel coniugare l’idealismo europeista con il pragmatismo filoamericano.
Il terzo nodo è relativo ai problemi prettamente italiani, messi a nudo anche dalla crescete mancanza di ombrelli internazionali, costituiti da una insana sanità, da una disoccupata e maltrattata forza di lavoro, dall’impoverimento progressivo dei ceti medi, dall’esplosione delle nuove povertà, dalla mancanza di uno straccio di politica per l’immigrazione, da una legalizzata evasione fiscale, dall’aumento delle inequità sociali ed economiche. Il massimo che sta facendo Giorgia Meloni è quello di imbambolare gli italiani stordendoli con la “droga” dell’ordine e della sicurezza. Fino a quando?
Il quarto nodo, che potrebbe preludere ad una sorta di implosione politica, è dato dalle divisioni fra le forze politiche di maggioranza, che la rendono simile all’armata Brancaleone. Non c’è argomento su cui non vi sia diversità di vedute in una gara all’estremismo di destra, al populismo, al sovranismo, tra Fratelli d’Italia e Lega, con Forza Italia che fa da paraninfo. È pur vero che il potere è un efficace collante, ma fino ad un certo punto. A volte basta una goccia per fare traboccare il vaso: un Vannacci qualsiasi, un Pier Silvio Berlusconi a briglia sciolta, un maligno sassolino franco-tedesco, un improvviso voltafaccia trumpiano, un malaugurato assist putiniano o roba del genere.
Forse sto gufando, ma la più giusta previsione non fu mai gufata.
