L’ira…n contro Khamenei e contro Trump

Il clero sciita sente la pressione come non era accaduto neanche in passato, quando Teheran poteva contare su una serie di alleati regionali. Ora l’Iran che fu di Khomeini è pressoché isolato, con la Siria passata di mano, gli Hezbollah libanesi non più in forze, gli Houthi nello Yemen ancora in sella ma indeboliti e troppo lontani da Teheran, e Hamas alle prese con una difficile e non scontata sopravvivenza. Resta solo Mosca che a stento potrà assicurare una fuga a Khamenei e ai suoi fedelissimi se i pasdaran perdessero definitivamente il controllo del Paese. Una prospettiva che i manifestanti hanno calcolato facendo leva anche sui malumori interni all’apparato di sicurezza.

A ieri si contavano oltre 270 località in tumulto, più di quanto non fosse accaduto in passato. E se anche le folle di manifestanti non vengano considerate “oceaniche” dalle autorità, la diffusione della rivolta ha impensierito la leadership a tal punto da spegnere l’accesso a internet, impedendo le comunicazioni con l’esterno.

Le proteste sono iniziate alla fine del mese scorso con i negozianti e i commercianti del bazar di Teheran che manifestavano contro l’inflazione al 42%, ma si sono presto estese alle università e alle città di provincia, con scontri tra giovani e forze di sicurezza.

La guida suprema Ali Khamenei ha preannunciato una repressione brutale. I manifestanti stanno «distruggendo le loro strade per compiacere il presidente di un altro Paese» ha avvertito, «perché ha detto che sarebbe venuto in loro aiuto». Il riferimento è a Donald Trump, che ha minacciato un intervento americano in Iran qualora le autorità uccidessero i contestatori. Nel suo discorso pieno di fervore Khamenei si è rivolto al presidente Usa. «Trump dovrebbe sapere che i tiranni come il Faraone, Nimrod, Reza Shah e Mohammad Reza (l’ultimo scià di Persia, ndr) sono stati abbattuti al culmine della loro arroganza. Anche lui sarà abbattuto», ha detto accusando il tycoon di avere «le mani sporche del sangue degli iraniani», alludendo alla guerra dei 12 giorni tra Israele e Iran nel giugno 2025.

Negli ultimi giorni sono circolate notizie non confermate riguardo cargo militari russi atterrati a Teheran. In un’intervista rilasciata giovedì a Fox News, Donald Trump ha sostenuto che Khamenei stia preparando la fuga, sulle orme del dittatore siriano Assad scappato in Russia. «Sta cercando un posto dove andare. La situazione sta peggiorando», ha aggiunto il tycoon.

Nel Paese gli scontri si vanno moltiplicando e la Bbc – che ha un canale in lingua farsi – parla di contestazioni senza precedenti negli ultimi tre anni. Il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha promesso che le conseguenze saranno «massime e senza alcuna clemenza». Parole che in un Paese nel quale si fa largo usa della pena capitale, suonano come una condanna a morte.

Un video condiviso sui social prima che venisse chiuso l’accesso a Internet – sebbene nei mesi scorsi siano entrati in Iran numerosi kit satellitari per superare la censura e collegarsi attraverso il network “Starlink” di Elon Musk – mostra diversi edifici pubblici in fiamme lungo un tratto di strada di Isfahan, nell’Iran centrale. Le responsabilità sono state attribuite all’organizzazione dei “Mujahedin del Popolo”, una fazione dell’opposizione con sede all’estero e conosciuta anche come “Mko”. I video verificati da “Reuters” e girati a Teheran mostrano centinaia di persone in marcia. Si sente gridare «Morte a Khamenei!». Alcuni gruppi inneggiano al ritorno dello scià. Reza Pahlavi, figlio esiliato del defunto scià, ha chiesto di «scendere in piazza». Tuttavia, l’entità del sostegno per la monarchia e per l’Mko non è maggioritario come farebbero sembrare diversi resoconti in Europa.

Trump sembrava intenzionato a incontrare Pahlavi nei prossimi giorni, ma ieri ha dichiarato di «non essere certo che sostenerlo sia appropriato». (“Avvenire” – Nello Scavo)

Vedo con apprensivo favore le proteste di una parte considerevole del popolo iraniano contro il regime degli ayatollah. Riservo però altrettanta dubbiosa considerazione per la dottrina pseudo-democratica trumpiana della sovranità limitata. Mi ricorda molto quella dell’interferenza sovietica nei paesi comunisti principalmente nota come Dottrina Brežnev (o “sovranità limitata”), introdotta da Leonid Brežnev nel 1968, che affermava il diritto dell’URSS di intervenire militarmente negli affari interni degli stati del blocco orientale se il socialismo fosse stato minacciato, giustificando invasioni come quella in Cecoslovacchia (1968) per mantenere l’uniformità ideologica e politica del blocco comunista.

Qualcuno sostiene che la democrazia non si esporta con le invasioni belliche: giustissimo, addirittura aggiungerei che Trump non vuole esportare la democrazia e, anche ammesso e non concesso che lo volesse, di quale democrazia si tratterebbe. Trump vuole fare i propri affari (che peraltro non coincidono con quelli del suo Paese e men che meno dell’Occidente) allargando la sfera di influenza politica ed economica degli Usa. Nel caso dell’Iran c’è sotto anche la manona israeliana…

Mi auguro che le parole di Khamenei possano avere una portata profetica.  «Trump dovrebbe sapere che i tiranni come il Faraone, Nimrod, Reza Shah e Mohammad Reza (l’ultimo scià di Persia, ndr) sono stati abbattuti al culmine della loro arroganza. Anche lui sarà abbattuto», ha detto accusando il tycoon di avere «le mani sporche del sangue degli iraniani», alludendo alla guerra dei 12 giorni tra Israele e Iran nel giugno 2025.

Quale credibilità può avere Trump nei confronti dei rivoltosi iraniani? Non sarebbe la prima volta che l’Iran cade dalla padella alla brace. Sarò franco: non credo ad un processo di allargamento democratico nel mondo pilotato da un delinquente patentato, da un tycoon che intende costruire un sempre più vasto impero economico.

Mia madre in uno dei suoi simpatici strafalcioni definiva gli ayatollah con un termine dialettale “j’a catol là” (li trovi là…): era un’involontaria squalifica per questi tirannici governanti in nome di una religione interpretata a loro uso e consumo. Non ho idea come definirebbe Trump. Forse le verrebbe in aiuto mio padre con una forbita combinazione inglese-italiano: “tramp il vagabondo”.

Detto questo, gli iraniani hanno tutto il diritto-dovere di combattere la loro battaglia democratica, ma non so cosa si possa fare per aiutarli seriamente e sinceramente nelle loro sacrosante rivendicazioni. Anche su questo piano sarebbe fondamentale il ruolo dell’Europa che riuscisse a distogliere l’Iran dalla morsa Usa-Russia, così come in tutto il discorso mediorientale. Invece come europei siamo schiacciati sotto il peso degli Usa e di Israele.

Inoltre non so se ci sia chiarezza politica e religiosa nella rivolta che sembra prendere corpo. Qualcuno potrebbe dirmi che varrebbe comunque la pena di abbattere il regime degli ayatollah: peggio di così infatti non si potrebbe andare… Rispondo che la democrazia è una cosa seria che non si sposa al ragionamento del tanto peggio tanto meglio. Qui il discorso si fa infatti ancora più delicato e riguarda il rispetto per la storia e la cultura di un popolo e il fatto che la democrazia non può essere calata dall’alto, che non è una velleitaria conquista una tantum, ma che deve incarnarsi nel tessuto culturale, sociale e civile del popolo in un processo continuo e progressivo.