Gli aggiustamenti capitalistici e i pentitismi popolari

Guardando allo stravolgimento in atto nelle relazioni internazionali, che non tarderà a fare sentire i suoi effetti sul nostro portafoglio oltre che sulle nostre coscienze, alla faccia di chi crede nella sostanziale ininfluenza della svolta trumpiana sulle nostre inossidabili esistenze, viene spontaneo chiedersi quello che Diego Motta, giornalista di “Avvenire” ha chiesto al sociologo Stefano Zamagni.

Esiste un limite a tutto questo?

Il limite sta nell’efficacia di questa strategia: di solito funziona nel breve periodo e non nel medio-lungo termine. I primi ad essere preoccupati per questo piano imperialista sono proprio i colossi tecnologici: hanno bisogno di un mercato mondiale dove vendere i propri prodotti, non di un mondo segnato da barriere e tariffe commerciali. Saranno loro a reagire per primi, insieme al ceto medio americano che si è impoverito, nelle prossime elezioni di mid term.

A questo siamo ridotti, a sperare nella reazione dei colossi tecnologici e degli americani pentiti. È umiliante, ma probabile. Dopo di che purtroppo finirà solo un ciclo e se ne aprirà un altro, magari ancor peggiore. Se il mondo dipende dagli umori dei capitalisti e dalle distrazioni dei popoli, vuol proprio dire che siamo messi molto male.

Sul primo punto bisogna rassegnarsi al fatto che il capitalismo ha i secoli contati, come sostiene Giorgio Ruffolo, e quindi occorre mettersi il cuore in pace e accontentarsi degli aggiustamenti che la politica può apportare alle inevitabili conseguenti ingiustizie.

Sul secondo punto invece la responsabilità dovrebbe riguardare i cittadini, incapaci persino di guardare il proprio portafoglio. Perché succede questo paradosso del masochismo delle popolazioni all’interno di sistemi almeno formalmente democratici? Perché il capitalismo non si accontenta di condizionare pesantemente le classi politiche, ma condiziona mediaticamente anche la loro selezione e la loro scelta. Si viene a creare una sorta di tenaglia da cui non si esce.

Per tornare agli Usa, quanto tempo occorrerà agli americani per smascherare l’inganno di cui sono rimasti vittime? Molta colpa deve essere fatta risalire alla sinistra incapace di proporre alternative concrete? Questa è la narrazione piuttosto prezzolata di chi vuol indurre tutti alla dotta e qualunquistica rassegnazione. Mia sorella sosteneva che chi colpevolizza destra e sinistra finisce sempre per votare a destra.

Resta comunque il problema della democrazia che sta diventando sempre più formale e sempre meno sostanziale ed è un gatto che si morde la coda: o non vado a votare o voto a destra; o mi metto a posto la coscienza e mi astengo o mi illudo di stare più sicuro e tranquillo con un governo di destra.

Senza voler fare i catastrofisti diventa sempre più possibile la drammatica ipotesi di un’autentica guerra civile negli Usa in alternativa ad un pacifico sussulto popolare. Speriamo nella possibilità di un risveglio della coscienza democratica che porti a mettere in discussione il consenso e il voto anche se il clima si sta surriscaldando rapidamente: come lascia intendere una bella vignetta del Corriere della Sera, basta un cellulare carico per scatenare la (il)legittima difesa della polizia speciale statunitense preposta al controllo (?) dell’immigrazione (Ice). E poi nella società democratica al di là del folklore delle campagne elettorali fantasmagoriche, esistono spazi di attiva partecipazione e di concreto sbocco del dissenso? Una democrazia debole e distratta come quella americana fa molta fatica a reagire ai concentrici attacchi tendenti a distruggerla.

Il discorso della sicurezza peraltro fa sempre da detonatore a tutte le manovre autoritarie: in questi giorni la destra italiana al governo copre la sua incapacità ad affrontare i casini internazionali ripiegando su quelli nazionali che fanno colpo sulla pubblica opinione: il nuovo pacchetto della cosiddetta sicurezza suona come specchietto per le allodole o addirittura come raggiro per gli allocchi.

L’associazione Antigone ha commentato la bozza del provvedimento. “Le due proposte”, scrivono, “si muovono nella stessa direzione: trasformare il diritto penale e amministrativo in uno strumento di gestione del consenso e dell’ordine pubblico, mettendo insieme categorie eterogenee – persone migranti, minorenni, attivisti, autori di reati comuni – come se fossero un unico problema di sicurezza”. Nel disegno di legge emerge un marcato inasprimento delle pene, “con un evidente stravolgimento del principio di proporzionalità”. Per alcuni reati contro il patrimonio, come il furto in abitazione, si arriva a prevedere pene fino a dieci anni di reclusione, “equiparabili a quelle previste per delitti di ben altra gravità”.

Sempre nel disegno di legge trovano spazio disposizioni rivolte alle persone migranti, “tra cui l’ipotesi di blocco navale temporaneo deciso dall’esecutivo, senza un adeguato controllo giurisdizionale. Una misura che solleva gravi profili di illegittimità costituzionale e di contrasto con il diritto internazionale del mare”. Particolarmente “preoccupante” è l’impostazione riservata ai minorenni, trattati esclusivamente come un problema di ordine pubblico. “Le norme sulla cosiddetta prevenzione della violenza giovanile si fondano quasi unicamente su strumenti di polizia, estendibili fino a ragazzi di dodici anni, cancellando qualsiasi approccio educativo, sociale e preventivo”, continua Antigone.

Un capitolo centrale del pacchetto riguarda la limitazione della libertà di protesta. Sono previste perquisizioni straordinarie e fermi di polizia fino a dodici ore, senza controllo dell’autorità giudiziaria, solo per il fatto di essere una persona sospettata di costituire pericolo. “Misure che superano per gravità anche le normative emergenziali adottate negli anni settanta e che colpiscono direttamente il diritto costituzionale di manifestare”, continua l’organizzazione.

Infine, le nuove norme contribuiscono a delineare una figura di agente di polizia “sostanzialmente sottratto al controllo della magistratura. In particolare, si prevede una limitazione dell’azione del pubblico ministero nei casi di uso delle armi in servizio o di presunta legittima difesa. Una scelta che mette in discussione l’obbligatorietà dell’azione penale e altera l’equilibrio tra poteri dello stato”. (Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale)

Intendiamoci bene, i problemi di sicurezza e ordine pubblico esistono, ma non sono tali da giustificare l’abuso del pugno di ferro e da distrarre l’attenzione dai ben maggiori problemi di carattere interno e internazionale. Vallo a spiegare alla gente… Torna il ragionamento di cui sopra: la sinistra non è in grado di affrontare il problema sicurezza e allora tanto vale votare a destra. E la democrazia va a puttane!