Nel pantano del giorgismo o nel rivolo dello schleinismo

La festa dell’Europa, alla vigilia delle elezioni europee, fa riflettere pensosamente sul continente toccato drammaticamente dalla guerra in Ucraina. Amare l’Europa ma aver paura di Bruxelles. Sognare un continente forza gentile ma tollerare impulsi nazionalisti e localisti; sentirsi uniti ma pur sempre troppo diversi; ricercare regole sopranazionali ma essere riluttanti a completare l’edificio comune; apprezzare il mercato unico ma diffidare dell’euro; beneficiare della fine delle frontiere interne ma paventarne l’eliminazione; desiderare la fine delle guerre ma andare in ordine sparso a livello internazionale… l’avventura europea è una lunga lista di contraddizioni e indecisioni. Gli europei sono incerti e insicuri sul loro destino. Presi, come scrive Manent, «tra le loro vecchie nazioni e la nuova Unione Europea, si domandano, perplessi e in mezzo al guado, quale sorta di vita comune essi si augurano per loro stessi…». Forse non sono mai stati tanto esitanti come oggi sul da farsi. Grandi domande sorgono oggi sul futuro del continente, prima delle quali quella sulla pace. (dal quotidiano “Avvenire”)

È l’incipit di un editoriale di Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, pubblicato su “Avvenire”, la cui lettura integrale consiglio vivamente a chi vuol guardare al futuro dell’Europa in modo serio ed impegnato.

Nella campagna elettorale in corso si parla di tutto meno che di Europa: viene vissuta come trampolino di lancio per misurare la profondità della piscina nostrana, per immergersi nella lotta sotto il pelo dell’acqua politica piuttosto sporca, per nuotare  senza sfracellarsi in mezzo agli enormi problemi che ci angustiano.

Questa insulsa e vuota pantomima, fatta apposta per indurre all’astensione i cittadini, oltre tutto e a ragione, schifati dai rapporti tra la classe politica e gli affari, toccherà il culmine col duello televisivo fra Giorgia Meloni ed Elly Schlein.

Due paroline sulle protagoniste. La Meloni mi fa rabbia, la Schlein mi fa compassione. Volendo paradossalmente tentare un parallelismo con le elezioni americane, assimilerei la Meloni a Trump e la Schlein a Biden. La prima rappresenta la sintesi di tutte le pulsioni-rifugio del nostro tempo: il populismo per rassicurare, il sovranismo per istigare, il personalismo per scantonare, il decisionismo per non decidere, il revisionismo per fare confusione, il protagonismo per eludere i problemi, l’arroganza per coprire il vuoto. La seconda rappresenta l’alternativa talmente leggera da non essere percepita, una sorta di “maanchismo” riveduto e scorretto: la pace ma anche il pedissequo allineamento alla Nato e agli Usa, la difesa dei palestinesi ma senza esagerare, lo sguardo all’Europa ma anche l’occhio puntato alle cucine nostrane, etc. etc.

Cosa potrà sortire dal confronto tra queste due presunte leader? Niente! Non le metto sullo stesso piano, una è estremamente pericolosa perché modernamente reazionaria, l’altra è estremamente deludente perché modernamente insignificante. Con Giorgia, politicamente parlando, non prenderei nemmeno un caffè, con Elly mi siederei a tavola, ma dopo l’antipasto sarei già sazio e disperato.

E allora meglio stare sul piano delle idealità proposte da Impagliazzo. I “padri” dell’Europa oltrepassando le profonde divisioni dei popoli, credettero in un destino comune. Nell’adempimento di tale disegno, Adenauer, De Gasperi, Schuman e altri, trassero ispirazione dalla loro fede. Quest’ultima illuminava l’ideale europeo e lo rendeva diverso da un negoziato di interessi contrapposti. Per i fondatori, l’Europa era il frutto di un cambiamento profondo di mentalità, di una sorta di conversione. Non si trattava di un compromesso ma di un metodo completamente nuovo, basato su valori peculiarmente cristiani: le virtù del sacrificio, della comprensione, della fiducia e dell’interesse comune. Da un punto di vista politico, quei cristiani europei furono orientati dall’universalismo della Chiesa.

Se però scendo sul terreno delle scelte politiche, mi sento solo, perduto e abbandonato. In questi giorni è tanto il rischio democratico che l’Italia corre da mettermi alla punta in difesa della democrazia e quindi in cerca di qualche motivazione per andare al voto dopo parecchio tempo. La sera del 23 maggio mi sono ripromesso di non seguire il duello dal timore che possa compromettermi le già scarsissime motivazioni a favore della partecipazione al voto. Farò in alternativa qualche lettura edificante e propedeutica all’europeismo autentico, risalente ai padri, per tentare di uscire dal tunnel e lasciar perdere gli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria.

L’ho già ricordato parecchie volte, ma forse vale la pena ripeterlo. Quando mia sorella andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi alla luce del populismo, del sovranismo e del giorgismo. Lo immagino e non mi azzardo a scriverlo per non esagerare alle sue spalle.  Non vorrei che fossimo costretti a cercare il male minore, vale a dire chi è meno conservatore, meno reazionario, meno fascista: la costituzione italiana si può definire il compromesso politico ai livelli più alti, il prossimo voto alle europee si potrebbe configurare come il compromesso ai livelli più bassi. Vi scongiuro, datemi un punto d’appoggio e vi solleverò l’Europa!

Ebbene il mio grido è stato ascoltato ed è arrivata un’autorevolissima risposta da un appello congiunto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella con i presidenti della Germania e dell’Austria, Frank Walter Steinmeier e Alexander Van der Bellen, pubblicato dal Corriere della Sera e rilanciato dal Quirinale con una nota, nel quale si chiede ai cittadini europei di andare a “votare”. “Il nostro ordine democratico liberale è profondamente legato all’unificazione europea: ancorandoci a una comunità europea di valori e di norme giuridiche, abbiamo presentato al mondo una convivenza basata sull’ordine democratico e sulla pace – osservano i tre presidenti -. Non sorprende che coloro che mettono in dubbio i principi democratici di base mettano in dubbio anche il progetto europeo”. Mattarella, Steinmeier e Van der Bellen scrivono che i loro tre Paesi “sanno che una volta raggiunta, la democrazia non è garantita. Sappiamo che la libertà e la democrazia vanno difese e consolidate, che la contrapposizione dei nazionalismi esasperati genera la guerra”. E che “rappresentare tali società significa ascoltare molte voci e unire molte opinioni. È quindi essenziale difendere le istituzioni e i valori democratici, le garanzie della libertà, l’indipendenza dei media, il ruolo delle opposizioni politiche democratiche, la separazione dei poteri, il valore dei limiti all’esercizio del potere”. (da Ansa.it)

Ringrazio di cuore, garantisco al momento una meditazione molto profonda (e pensare che qualcuno vuol ridimensionare il ruolo del presidente della Repubblica). Rifletterò a coscienza democratica aperta piuttosto che ascoltare inutili chiacchiere. Chissà…